LA BAMBINA PUGILE | CHANDRA LIVIA CANDIANI

Femme Poète
Certe mattine al risveglio
c'è una bambina pugile 
nello specchio,
i segni della lotta 
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l'alto
e un filo d'erba impassibile
che lo aspetta 
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti. 

Ellepourart-chandraliviacandiani

Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. Poetessa e traduttice di testi buddhisti, conduce laboratori di poesia presso le scuole elementari più periferiche di Milano, per tirare fuori la poesia che i bambini hanno entro. Ha pubblicato le seguenti raccolte:  Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (La biblioteca di Vivarium 2005), La porta (La biblioteca di Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) e La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014). È presente nell’antologia Nuovi poeti italiani 6 curata da Giovanna Rosadini (Einaudi 2012).

Per Voce Creativa: Intervista ad Alessadra Maio

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Alessandra Maio  (Bologna, 1982):

La memoria è liquida. Sovente è una pozzanghera che ha dentro il colore dell’ultimo ricordo. Il colore della voce dell’ultimo ricordo. Il colore dell’ultima parola inceppata nella voce di quel ricordo. Ancora vivo. Perchè la memoria è liquida, è una pozzanchera che si fa lago e poi fiume e poi oceano. E poi: carta. Carta come fondale. Come un fondale marino che raccoglie tutto ciò che nel presente non ha più il diritto di stare a galla. E allora sprofonda. Sprofonda sui fondali di quella memoria liquida che la carta racconta. Non c’è amore che si dimentichi, nè rumore che si dimentichi, nè carne che si dimentichi, nè colpa che si dimentichi. E non c’è voce che smetta di tuonare, laggiù, in fondo a quel mare di carta, dove la verità indicibile è parola viva e schiumante. Un discorso lucido e perpetrante che dal calligrafico sfocia nel liquido. Ma è pur sempre una questione di memoria e poesia. Le parole fluiscono e diventano la velatura blu di un ricordo. O rossa di una ferita. O nera di una paura. E si ripetono all’infinito, come la curva delle onde che torna a perdersi nel ventre del mare.

La ricerca di Alessandra mescola la trasparenza dell’acquerello con la densità della parola, delicatamente vergata con un inchiostro del medesimo colore; è una parola archetipica, una eco remota. Che torna dall’infinito per non farsi dimenticare.

Alessandra Maio vive e lavora a Bologna. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

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G.: Chi è Alessandra?

A.: Un’idealista sognatrice.

G.: Quale buio ti fa paura?

A.: Non so se mi fa ancora paura il buio. Sicuramente mi fa più paura la luce che mette in evidenza i difetti, la situazione reale, il buio mi permette di immaginare ciò che ci potrebbe essere, mi permette di sognare. In alcuni dei miei ultimi lavori la frase “non devo avere paura del buio” compone campiture che sfumano nel nero profondo dell’acquerello, come se questa paura primordiale alla fine diventasse consapevolezza della bellezza e della forza del buio.

G.: Quanto può essere perfetto il caso! Ti ho chiesto del buio e tu stai lavorando sul buio. Questa coincidenza  ha del meraviglioso! Dimmi una cosa: se fossi tuo figlio cosa vorresti imparare da te?

A.: Questa è una domanda difficilissima forse perché un figlio c’è. Comunque se fossi lui da me vorrei imparare la curiosità, ma penso sia già sulla buona strada. Essere curiosi vuol dire non fermarsi mai al primo sguardo, significa indagare, andare a fondo, studiare, e penso che questo sia importantissimo.

G.: Quanto pesano le parole?

A.: Le parole pesano tanto ma non tutte allo stesso modo.

G.: Se non fossi un’artista chi saresti?

A.: Non so, quello che faccio è una parte molto importante della mia vita, non riesco a immaginarmi senza.

G.: Perché lo fai?

A.: Perché ne sento il bisogno. I miei lavori hanno una forte componente performativa, io ho bisogno di quel fare.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Non credo ci siano compiti specifici per una donna-artista, per un artista penso sia solo importante essere il più sinceri possibili nel perseguire la propria ricerca.

G.: È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?

A.: Sì, direi di sì.IMG_20160120_112414

G.: La leggerezza liquida e semitrasparente dell’acquerello e una foresta di piccolissime parole. Da dove nasce questa ricerca?

A.: Nasce dalla volontà di un dialogo, di un arricchimento. Cerco l’accordo giusto tra colore e parole: il colore che sfuma, trova coraggio e si esprime attraverso frasi, le parole invece si schiariscono e si nascondono, diventano colore.

G.: Cosa racconti quando il tuo colore diventa discorso?

A.: Racconto sensazioni, momenti, sentimenti.

G.: Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?

A.: Il mio lavoro è molto autobiografico per cui la memoria ha certamente un ruolo centrale. Alcuni lavori sono come matasse di ricordi che ho sbrogliato e a cui ho dato forma.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?

A.: Amo leggere, romanzi e poesie, per lo più di scrittori contemporanei, e ci sono libri che rileggo spesso o che mi porto dentro. Libri diversissimi tra loro, solo per citarne alcuni, “La linea d’ombra” di Conrad, un libro che mi ha preso per mano da adolescente, “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Jodorowsky, un romanzo che mi ha fatto capire tante cose di me,  “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e Calvino (che ora inizio a raccontare anche a mio figlio) e tanti altri… vicino al letto in questo momento ci sono Simona Vinci , di cui sto leggendo l’ultimo libro, e una raccolta di poesie di Elisa Biagini.

G.: Elisa Biagini… conosco bene i suoi versi. Ti consiglio, se non l’hai ancora letta, Mariangela Gualtieri. Ora invece dimmi, che musica ascolti quando crei?

A.: Difficilmente ascolto musica. Spesso sono in silenzio, a volte metto un film come sottofondo o un documentario.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

A.: Errata corrige (correggi le cose sbagliate) – Penna su fogli protocollo – 87cm x 126cm – 2014

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Su 9 fogli protocollo ho scritto “non devo ripetere sempre gli stessi errori”, mentre facevo quest’azione dovevo correggere con la penna rossa gli eventuali errori di cui mi accorgevo. Una volta terminato il lavoro non ho corretto gli errori che mi sono sfuggiti.

A.: Rosso – Non riesco a ricordare come ero – Acquerello e penna su carta di cotone- 23×30,5cm – 2017

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Uno dei miei ultimi lavori dove acquerello e penna si fondono per formare il colore giusto per descrivere la mia sensazione.

A.: Carta da parati – repetita iuvant – Penna rossa e nera su carta – 120cm x 100cm – 2010carta da parati 2 Un lavoro a cui sono molto legata e che ha segnato un cambiamento per me. Due fogli lunghi, la “conta” del girotondo ripetuta tantissime volte copiando il disegno di una vecchia carta da parati. Ricordi che si nascondono al primo sguardo, sotto il disegno e che riemergono fortemente durante “il farsi” del lavoro.

G.: E se il mare non fosse azzurro?

A.: Penso sarebbe tutto diverso, e dobbiamo stare attenti perché il mare sta già cambiando e a volte è talmente inquinato da essere marrone…

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

A.: Quando mi trovo davanti a un’opera che mi emoziona mi capita spesso di dire “questa avrei voluto realizzarla io!” e questo mi succede perché sento una sintonia profonda con quel lavoro. Per esempio mi capita di fronte a alcune opere di Sabrina Mezzaqui, a molti lavori di Giuseppe Penone, tanti di Irma Blank e così fermo l’elenco che ovviamente sarebbe molto più lungo e non coinvolgerebbe solo artisti contemporanei!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Non saprei, non è mai stato un mio desiderio, piuttosto mi sarebbe piaciuto conoscerne un paio!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.: In cucina (non riesco mai a seguire una ricetta e faccio molti pasticci) e con mio figlio, ci inventiamo tantissimi giochi.P1220120

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

A.: Tanti sogni nel cassetto e molti lavori pensati da realizzare, qualche mostra.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.

(Pessoa)

 

Per  approfondire:

www.alessandramaio.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Cristina Costanzo

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Cristina Costanzo (Piacenza – 1970):

Lei ricorda le carezze di sua madre al risveglio, con le dita sporche di colore. Sua madre che dipingeva di notte e lasciava i pennelli per svegliare i suoi figli. Lei ricorda la sensibilità ad ogni forma d’arte che ha abitato la sua infanzia. Ricorda l’impronta che l’ha resa la donna che oggi è: una scultrice lirica e delicata. Mi piace dire che Cristina modella sogni con le sue dita. E forse il suo tocco nell’argilla ha la stessa delicatezza di quello di sua madre sul suo volto di bambina, al mattino. Un’immagine dolce, che va dalla sua storia alla materia. Ogni volta che guardo le donne di Cristina, io le sento come modellate da carezze. Delicate figure femminili dai lineamenti sottili. E dagli sguardi che si perdono lontano. Nelle vastità della memoria.

Cristina vive e lavora a Pittolo, nei pressi di Piacenza. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

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G.: Chi sei tu?
C.: Nasco nel 1970 a Piacenza da papà Gianni, impiegato di banca, e da mamma Lucia, pittrice. Seconda di cinque figli, in casa si è sempre respirato arte. I miei genitori ci hanno cresciuto con rigide regole, non hanno voluto la televisione e ci hanno incoraggiato e stimolato a leggere e ad ascoltare musica, per lo più classica. Quando ero ragazzina questa educazione mi stava stretta, era spesso soffocante, ma è stato forse grazie ad essa se noi figli abbiamo potuto sviluppare una sensibilità ed una creatività che altrimenti non si sarebbe manifestata (ho un fratello violinista professionista, una sorella diplomata in clarinetto e un fratello che realizza sculture in legno a livello hobbistico). Dopo gli studi al liceo linguistico, frequentato con poco entusiasmo, ho avuto l’opportunità di lavorare come apprendista presso una ditta di restauro di affreschi di Parma in alcune chiese della mia città. Ma il lavoro, seppure interessante, era anche limitante per me poiché non potevo esprimermi liberamente come invece sentivo l’esigenza di fare.
G.: Perché la scultura?
C.: Come dicevo, sin da bambina ho respirato arte. Mia madre dipingeva la notte. Ricordo quando la mattina ci svegliava e, accarezzandoci i capelli, ci lasciava le tracce di colore che ci portavamo a scuola. Spesso visitavo mostre. Già allora amavo la pittura espressionista ed avevo una passione per Schiele, ma non disdegnavo la pittura italiana dei primi del Novecento, in particolare mi affascinava la pittura sofisticata e essenziale di Giorgio Morandi che sicuramente ha influenzato le sculture del mio primo periodo: figure stilizzate senza braccia che richiamano la forma delle bottiglie morandiane. Ciò che comunque mi fece decidere che strada prendere fu una bellissima mostra di Sergio Zanni che visitai nella mia città nei primi anni ’80, alla galleria Rosso Tiziano. Grazie alle sue sculture in argilla, mi venne la curiosità di provare a fare qualcosa di mio con un materiale che mi affascinava moltissimo e presto crebbe il desiderio di studiare e migliorare la tecnica. Così mi diplomai privatamente al liceo artistico e mi iscrissi poi all’Accademia di Brera, ai corsi di scultura.

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?
C.:  È difficile se come me decidi di farti una famiglia e seguire prima i figli. Per anni ho “sacrificato” la mia arte per crescere Carolina, Arianna e Lorenzo. L’ho fatto volentieri, perché loro sono state le mie prime vere opere d’arte, ma dal punto di vista artistico, è stato senz’altro penalizzante ed ha rallentato la mia crescita espressiva. Ho fatto però la scelta che allora ritenevo più giusta e, sebbene ora i miei figli stiano diventando indipendenti, essi restano la priorità. I sacrifici sono stati tanti, ma ho avuto la fortuna di incontrare un uomo che mi ha sempre sostenuto e aiutato.

G.:La materia da plasmare, quali emozioni ti restituisce?
C.: Modellare e manipolare l’argilla é un gesto primordiale che ti rimanda alle origini della specie umana. Quando affondi le dita trasmetti la tua energia alla materia e le dai vita. Il primo uomo Dio lo ha creato con terra e acqua e dopo pare fosse piuttosto soddisfatto…così si legge nella Genesi. Ebbene, una volta terminata una figura in argilla, io credo di provare la stessa sensazione di soddisfazione che deve avere provato Lui; manca solo il gesto di alitarci sopra per dargli vita! L’argilla per me è maestra di vita: mi ha insegnato a non aver fretta, ad aspettare e rimandare il lavoro se sono troppo nervosa; ad aver pazienza e rispettare i suoi tempi per non aver compromessa l’opera, ad aver cura di essa dalla nascita alla cottura e oltre, proprio come si fa con un figlio!

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G.:Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?
C.: All you need is love, cantavano i Beatles. Le mie figure abbracciano con il loro sguardo e chiedono Il bisogno primario dell’uomo è esattamente quello di sentirsi amato, ancora prima che nutrito. Un contatto, anche fisico, che trasmetta tutto il bello e il buono che ognuno ha dentro e che necessita solo di trovare il modo di essere espresso. Spesso incontro persone che hanno sentito l’esigenza di parlare e accarezzare le mie figure. Il mio intento è esattamente questo: creare un dialogo e un rapporto tra le mie donne e lo spettatore e, attraverso l’incontro di sguardi, trasmettere sentimenti positivi. Quando mi viene detto che le mie opere danno pace mi sento realizzata! E’ il complimento più bello, perché significa che sono riuscita nel mio intento, quello di creare il Luogo nel quale avvenga un incontro di anime, nel silenzio di uno sguardo, nel silenzio di un abbraccio… così come dovrebbe avvenire tra le persone. Ogni artista ha una missione da compiere e la mia credo sia questa.
Nelle mie opere spesso recupero oggetti appartenuti a persone che per qualche ragione hanno dovuto sbarazzarsene. Dò una seconda opportunità a tali oggetti, perché sicuramente per qualcuno hanno avuto un valore, anche se per poco. Rifare vivere in una mia scultura un oggetto ritrovato abbandonato in qualche mercatino di periferia, tra la polvere, è come rifare vivere l’anima della persona a cui è appartenuto e trasferirla nelle mie donne, e spolverare il ricordo di essa. Nelle mie sculture ci sono spesso elementi con valenza simbolica: l’uovo, simbolo di nascita e di rinascita dell’uomo; l’orologio, senza lancette, che indica il tempo che scorre inesorabile, ma che riescono a fermare i momenti spesi bene; piume di pavone, che simboleggiano l’eternità dell’anima; fili che legano e collegano le sculture perché le persone sono collegate tra loro spesso al di là delle parole e delle frequentazioni, ed altri oggetti a cui di volta in volta do una valenza simbolica. Chi nota questi particolari è costretto a porsi delle domande e a riflettere sul valore della vita.

G.:Raccontami il tuo lavoro attraverso tre opere:

Segui la luce - terracotta, ferro, corda, rame, acciaio, led luminosi, cm 180, 2011.jpg

“SEGUI LA LUCE” – terracotta, rame, ferro – 2010

C.:Segui la luce” segna per me l’inizio di una nuova stagione artistica, la prima di una lunga serie di opere di grandi dimensioni, stilisticamente presenta gli elementi di stilizzazione delle opere di piccole dimensioni degli anni precedenti, ma con una nuova attenzione per il volto e l’intensità dello sguardo. Da quest’opera in avanti, sono cresciuta esponenzialmente e ogni opera ha avuto una evoluzione notevole.

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“IL TEMPO” – terracotta policroma, vecchio orologio a cipolla – 2015

C.:“Il tempo” è una figura a mezzobusto, molto delicata. Scolpendola ho scolpito il tempo e il suo scorrere inesorabile di cui ci si rende conto soprattutto da adulti, quando è più frequente tirare delle somme e rammaricarsi se questo è stato speso male, perché consapevoli che è difficile recuperarlo. (L’opera fa parte della Collezione MaCs di Catania)

La sposa, terracotta policroma, riciclo, 2016.JPG

“LA SPOSA” – terracotta, iuta, assi di una vecchia botte, vechia lanterna, decorazione appartenuta ad un vecchio trespolo – 2015

C.: Per “La sposa”mi sono ispirata alla parabola delle dieci vergini, in attesa dello sposo che non si sa quando arriverà. La nostra vita è fatta di attese. Solo la pazienza e la costanza premiano.

G.: La musica che ascolti quando scolpisci o quando entri in dialogo con te stessa?
C.: Mentre lavoro, per avere un buon risultato è fondamentale la scelta della musica. Per creare figure delicate e dolci devo rilassarmi, per cui ascolto tutta quella musica che distende i miei nervi, non solo la musica classica (Chopin, Beethoven, Arvo Part…), ma anche la musica elettronica dei Massive Attack, dei Portished, dei Nouvelle Vague, o, ancora, la musica e le belle parole dei testi di Battiato, fonte per me grande di ispirazione.

G.: Dove ti nascondevi da bambina, quando avevi paura di qualcosa?
C.: Nel posto più sicuro: tra le braccia di mia madre.

G.: La tua opera più cara?
C.: È sempre quella che devo dare via! Faccio molta fatica a separarmi dalle mie creature.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?
C.: Leggo di tutto, soprattutto romanzi. Attualmente sto leggendo “L’altalena del respiro”, di Herta Muller. Ma le mie figure sono trasposizione di me stessa, di ciò che sono o di ciò che vorrei essere e tutto nella vita concorre a formare la personalità e il carattere di una persona. Letture, osservazione di maestri del passato e del presente che hanno tanto da insegnarmi…

G.:L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?
C.: “Le tre età della donna” di Gustave Klimt. Trovo tutte le opere di Klimt molto femminili, ma questa in particolare, per il modo di affrontare il tema, la delicatezza e gli elementi pittorici decorativi che, come gioielli, adornano e rendono nobili e sacre le tre età della donna.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?
C.: Sono indecisa tra la potenza e la perfezione de “La pietà” di Michelangelo e una scultura di Bruno Walpoth che adoro.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?
C.: Forse avrei continuato a seguire la mia prima passione: restauratrice di quadri e affreschi.

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G.: Work in progress e progetti per il futuro:
C.: Per il nuovo anno appena iniziato, una mostra nella mia città alla galleria Biffi, curata da Alessandra Redaelli a febbraio e a marzo la partecipazione a una collettiva con tema il mondo della bicicletta, in occasione del Giro d’Italia, curata da Daniele Lunghini. Riguardo alle nuove opere, vorrei realizzare una serie di figure grandi, in scala 1:1, donne ovviamente, vestite di abiti bianchi leggeri, per essere fedele alla mia tematica delle “anime”, legate fra loro da un filo sottile, simbolo di una comunanza tra le persone.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:
C.: E per il resto lasciatevi accadere la vita. Credetemi, la vita ha sempre ragione, in tutti i casi”, di R.M.Rilke

Per approfondire:
http://www.cristinacostanzo.com
Facebook: pagina personale Cristina Costanzo Arte

SE CONTINUARE IL GIORNO | Franca Bacchiega

Femme Poète

Si sgretola
la dignità di sopportarsi
quando la maschera
d’improvviso diventa il volto
nell’attimo in cui scorgo,
trattenendo nelle labbra il tremito,
l’immagine deforme di me stessa
offerta dal tuo sguardo
che suppone in me una scelta
non conforme a verità.
S’offusca l’oro chiaro del rispetto
nella parvenza di un equivoco
tra l’anarchia e i sistemi
tra la confitta e la speranza
di dialogare ancora
incapace di decidere
o comporre tra queste un’armonia.
Immerse nel tramonto
le dune sulla spiaggia dell’Agarve
per poco ancora illuminate, orlo a orlo
lottano con l’ombra
E con la luce.

 

f-bacchiega

Franca Bacchiega, nata e a Bassano del Grappa nel 1936, è traduttrice, scrittrice di narrativa, poesia e saggistica. Insegna Letteratura americana presso l’università di Urbino. Vive a Firenze. Le sue poesie sono pubblicate in diverse raccolte – da Nella musica delle fontane (Vallecchi, 1984) a Vivaio (Passigli, 1998) e Aelia Laelia (Garzanti, 2003) – il cui ultimo capitolo è il Sentiero delle upupe (2008). Numerosi sono i contributi alla traduzione di poesia e narrativa degli scrittori americani degli stati del Sud-Ovest, ai quali ha dedicato molti anni di studio (Sotto il quinto sole, Passigli, 1989).

 

ALCESTI – Mariangela Gualtieri

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze —
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due
.

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Mariangela Gualtieri è nata a Cesena, in Romagna, nel 1951. Si è laureata in architettura all’IUAV di Venezia. Nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga e attrice.

Nel Simposio di Platone la creatura mitologica che porta il nome di Alcesti assurge a emblema dell’amore disinteressato, dell’Eros più autentico, per cui solo chi ama è disposto a morire per la persona cui ha consacrato il proprio cuore.