Per Voce Creativa: Intervista ad Alessadra Maio

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Alessandra Maio  (Bologna, 1982):

La memoria è liquida. Sovente è una pozzanghera che ha dentro il colore dell’ultimo ricordo. Il colore della voce dell’ultimo ricordo. Il colore dell’ultima parola inceppata nella voce di quel ricordo. Ancora vivo. Perchè la memoria è liquida, è una pozzanchera che si fa lago e poi fiume e poi oceano. E poi: carta. Carta come fondale. Come un fondale marino che raccoglie tutto ciò che nel presente non ha più il diritto di stare a galla. E allora sprofonda. Sprofonda sui fondali di quella memoria liquida che la carta racconta. Non c’è amore che si dimentichi, nè rumore che si dimentichi, nè carne che si dimentichi, nè colpa che si dimentichi. E non c’è voce che smetta di tuonare, laggiù, in fondo a quel mare di carta, dove la verità indicibile è parola viva e schiumante. Un discorso lucido e perpetrante che dal calligrafico sfocia nel liquido. Ma è pur sempre una questione di memoria e poesia. Le parole fluiscono e diventano la velatura blu di un ricordo. O rossa di una ferita. O nera di una paura. E si ripetono all’infinito, come la curva delle onde che torna a perdersi nel ventre del mare.

La ricerca di Alessandra mescola la trasparenza dell’acquerello con la densità della parola, delicatamente vergata con un inchiostro del medesimo colore; è una parola archetipica, una eco remota. Che torna dall’infinito per non farsi dimenticare.

Alessandra Maio vive e lavora a Bologna. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

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G.: Chi è Alessandra?

A.: Un’idealista sognatrice.

G.: Quale buio ti fa paura?

A.: Non so se mi fa ancora paura il buio. Sicuramente mi fa più paura la luce che mette in evidenza i difetti, la situazione reale, il buio mi permette di immaginare ciò che ci potrebbe essere, mi permette di sognare. In alcuni dei miei ultimi lavori la frase “non devo avere paura del buio” compone campiture che sfumano nel nero profondo dell’acquerello, come se questa paura primordiale alla fine diventasse consapevolezza della bellezza e della forza del buio.

G.: Quanto può essere perfetto il caso! Ti ho chiesto del buio e tu stai lavorando sul buio. Questa coincidenza  ha del meraviglioso! Dimmi una cosa: se fossi tuo figlio cosa vorresti imparare da te?

A.: Questa è una domanda difficilissima forse perché un figlio c’è. Comunque se fossi lui da me vorrei imparare la curiosità, ma penso sia già sulla buona strada. Essere curiosi vuol dire non fermarsi mai al primo sguardo, significa indagare, andare a fondo, studiare, e penso che questo sia importantissimo.

G.: Quanto pesano le parole?

A.: Le parole pesano tanto ma non tutte allo stesso modo.

G.: Se non fossi un’artista chi saresti?

A.: Non so, quello che faccio è una parte molto importante della mia vita, non riesco a immaginarmi senza.

G.: Perché lo fai?

A.: Perché ne sento il bisogno. I miei lavori hanno una forte componente performativa, io ho bisogno di quel fare.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Non credo ci siano compiti specifici per una donna-artista, per un artista penso sia solo importante essere il più sinceri possibili nel perseguire la propria ricerca.

G.: È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?

A.: Sì, direi di sì.IMG_20160120_112414

G.: La leggerezza liquida e semitrasparente dell’acquerello e una foresta di piccolissime parole. Da dove nasce questa ricerca?

A.: Nasce dalla volontà di un dialogo, di un arricchimento. Cerco l’accordo giusto tra colore e parole: il colore che sfuma, trova coraggio e si esprime attraverso frasi, le parole invece si schiariscono e si nascondono, diventano colore.

G.: Cosa racconti quando il tuo colore diventa discorso?

A.: Racconto sensazioni, momenti, sentimenti.

G.: Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?

A.: Il mio lavoro è molto autobiografico per cui la memoria ha certamente un ruolo centrale. Alcuni lavori sono come matasse di ricordi che ho sbrogliato e a cui ho dato forma.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?

A.: Amo leggere, romanzi e poesie, per lo più di scrittori contemporanei, e ci sono libri che rileggo spesso o che mi porto dentro. Libri diversissimi tra loro, solo per citarne alcuni, “La linea d’ombra” di Conrad, un libro che mi ha preso per mano da adolescente, “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Jodorowsky, un romanzo che mi ha fatto capire tante cose di me,  “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e Calvino (che ora inizio a raccontare anche a mio figlio) e tanti altri… vicino al letto in questo momento ci sono Simona Vinci , di cui sto leggendo l’ultimo libro, e una raccolta di poesie di Elisa Biagini.

G.: Elisa Biagini… conosco bene i suoi versi. Ti consiglio, se non l’hai ancora letta, Mariangela Gualtieri. Ora invece dimmi, che musica ascolti quando crei?

A.: Difficilmente ascolto musica. Spesso sono in silenzio, a volte metto un film come sottofondo o un documentario.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

A.: Errata corrige (correggi le cose sbagliate) – Penna su fogli protocollo – 87cm x 126cm – 2014

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Su 9 fogli protocollo ho scritto “non devo ripetere sempre gli stessi errori”, mentre facevo quest’azione dovevo correggere con la penna rossa gli eventuali errori di cui mi accorgevo. Una volta terminato il lavoro non ho corretto gli errori che mi sono sfuggiti.

A.: Rosso – Non riesco a ricordare come ero – Acquerello e penna su carta di cotone- 23×30,5cm – 2017

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Uno dei miei ultimi lavori dove acquerello e penna si fondono per formare il colore giusto per descrivere la mia sensazione.

A.: Carta da parati – repetita iuvant – Penna rossa e nera su carta – 120cm x 100cm – 2010carta da parati 2 Un lavoro a cui sono molto legata e che ha segnato un cambiamento per me. Due fogli lunghi, la “conta” del girotondo ripetuta tantissime volte copiando il disegno di una vecchia carta da parati. Ricordi che si nascondono al primo sguardo, sotto il disegno e che riemergono fortemente durante “il farsi” del lavoro.

G.: E se il mare non fosse azzurro?

A.: Penso sarebbe tutto diverso, e dobbiamo stare attenti perché il mare sta già cambiando e a volte è talmente inquinato da essere marrone…

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

A.: Quando mi trovo davanti a un’opera che mi emoziona mi capita spesso di dire “questa avrei voluto realizzarla io!” e questo mi succede perché sento una sintonia profonda con quel lavoro. Per esempio mi capita di fronte a alcune opere di Sabrina Mezzaqui, a molti lavori di Giuseppe Penone, tanti di Irma Blank e così fermo l’elenco che ovviamente sarebbe molto più lungo e non coinvolgerebbe solo artisti contemporanei!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Non saprei, non è mai stato un mio desiderio, piuttosto mi sarebbe piaciuto conoscerne un paio!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.: In cucina (non riesco mai a seguire una ricetta e faccio molti pasticci) e con mio figlio, ci inventiamo tantissimi giochi.P1220120

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

A.: Tanti sogni nel cassetto e molti lavori pensati da realizzare, qualche mostra.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.

(Pessoa)

 

Per  approfondire:

www.alessandramaio.com

 

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Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Liliana Cecchin

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Liliana Cecchin  (Santhià ,1955):

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Lo studio di Liliana Cecchin

La solitudine è una distanza interiore. Un luogo isolato dentro di noi. È un silenzio che alberga nel cuore del frastuono. È l’essere affannosamente vicini, eppure intoccabili.

Nella frenesia del vivere odierno vite si sfiorano, sguardi si lambiscono o rifuggono altri sguardi, gomiti si scontrano, corpi si stipano sveltamente in vagoni che, rapidissimi, li condurranno ovunque. Ciascuno verso la propria destinazione, ignota a chi gli alita ad un palmo. Ciascuno verso un altrove che non ci riguarda.

Liliana Cecchin dipinge la folla. Il sentimento della fretta, della distanza. Il movimento di chi torna, di chi va, di chi non accadrà mai per l’altro, se non nella fugace scia di movimento con cui macchierà il suo campo visivo.

Infondo non siamo altro che una legione di sconosciuti, che navigano pelle a pelle in città liquide e annichilenti. Chi ci siede accanto non saprà mai chi siamo. Solitudini accanto ad altre solitudini.

Liliana Cecchin vive e lavora a Santhià, in provincia di Vercelli. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi è Liliana?  

L.: È una sognatrice con tanta voglia di fare, scoprire e viaggiare…

G.: E se non fossi un’artista… chi e cosa saresti ?

L.: Una giramondo!

G.: Perché lo fai?

L.: Lo faccio per passione, perchè non potrei stare senza.

G.: Perché la pittura?

L.: Perché trovo sia ancora la tecnica migliore per realizzare le mie idee.

G.: I luoghi dell’effimera e anonima folla, sono quelli che immortali sulla tela. Perchè?

L.: Ho sempre avuto un’attrazione particolare per tutto quello che rappresentava il movimento. Ho colto la sfida di immortalarlo sulle tele, affascinata da Balla e Boccioni. Quando sono in mezzo al caos delle stazioni e delle metropolitane, vorrei poter magicamente fermare tutto nei miei quadri.

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Liliana Cecchin at work

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: La quotidianità vista attraverso gli spostamenti che possono essere quelli di lavoro o vacanza. Un pezzo della nostra giornata, della nostra vita. L’azione del muoversi tra tante altre persone che in comune con noi hanno solo l’andare o il tornare da un luogo di cui non sappiamo nulla.  La metropolitana che si riempie di gente, le scale mobili che brulicano di persone nelle ore di punta, appiccicate una all’altra ma perfettamente estranee. In realtà, tutto questo movimento di folla nasconde una profonda solitudine di anime. Anime che si sfiorano ma non si toccano. Lo spazio che lascio sotto ai piedi della gente vuole esprimere il senso di solitudine che si prova anche quando si è  in mezzo agli altri. Forse l’aver svolto per tantissimi anni un lavoro in cui sono stata a stretto contatto con le persone ha contribuito ad alimentare  questo mio “bisogno” di dipingere gente che corre, che cammina, che ha fretta. Come ho sempre corso io e come ancora corro.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Scelgo il posto dove scattare un po’ di foto (stazione, metro, strade affollate). Vado, scatto sequenze ripetitive, privilegiando pavimentazioni che creano riflessi. Stampo il tutto e comincio a scegliere le inquadrature che mi ispirano di più e in cui vi sia maggiore dinamismo denunciato da scie di luce che accentuino la non definizione del movimento. Nel caso di lavori grandi, per le parti più particolareggiate traccio un quadrettato sulla foto che riporto poi sulla tela ( a cui ho dato un fondo leggero in acrilico color pastello). Disegno il tutto e poi passo alla parte pittorica. Di solito lavoro su due tele in contemporanea, mentre aspetto che asciughino alcune zone dove vado poi a fare le velature.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: No… anche se io adoro Kafka.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: “Cadorna 1”  – olio su tela  -cm 120×100 – 2006.

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Quest’opera  rappresenta la stazione Cadorna della Metro milanese. È volutamente giocata sui toni del bianco e nero.

L.: “Torino metro – fermata Porta Nuova”  – olio su tela – cm 148×112 – 2014.

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L’immagine pittorica immortala il momento in cui si aprono le porte della metro e la gente esce con passo affrettato dirigendosi verso le scale; gli uomini d’affari si mescolano con le donne che tornano dal supermercato con i sacchetti della spesa, o con gli studenti.

L.: “Hong kong airport last call for the flight” – olio su tela –  2015.

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In questa tela la fisicità delle persone non si distingue quasi più. Qualcuno vorrebbe considerare   astratto quest dipinto. In realtà io mi ostino a cercare minuziosamente i particolari che riconducono all’identificazione della figura.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Cercare di dare tutta se stessa all’arte senza scendere mai a compromessi, anche se purtroppo checché se ne dica, er le donne è sempre molto difficile.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Tra i contemporanei, uno dei ritratti di Benjamin Bjorklund, oppure “la ronda di notte” di Rembrandt.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Pollock.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Gerard Richter

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando ho tempo, in cucina.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Sto preparando dei lavori dove lo spazio vuoto è predominante e i toni di colore sono più soffusi. Tra i miei progetti c’è anche quello di tradurre in versione tridimensionale le cose che finora ho fatto sulla tela, oltre ad altre sperimentazioni.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

L.: Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia. (Ghandi)

Per approfondire:

www.puntosullarte.com

www.saatchiart.com

 

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

Per Voce Creativa: Intervista a Sara Cancellieri

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Sara Cancellieri (Benevento, 1976):

Sara dipinge quasi accidentalmente. La sua vocazione iniziale era la scultura, ma nel tempo ha compreso che sulla superficie bianca il colore può evocare tutti quei mondi “altri” che, come direbbe Lennon, “accadono” mentre noi siamo distratti da altro. Nel suo lavoro rintraccio echi di Simbolismo e Surrealismo. Del resto, lei stessa afferma che si è veramente liberi quando si conquista la libertà di credere a tutto, soprattutto a ciò che non è razionalmente spiegabile. La pittura, allora, può tradurre tutto ciò che di incredibile accade mentre noi siamo impegnati a fare altro.

Sara Cancellieri vive  e crea a Foglianise (BN). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Io sono. Ho un impegno verso me stessa che è quello di trovare un centro entro cui far convergere tutti gli aspetti della mia personalità. Sono quindi donna, animale e artista .

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G.: E se non fossi un’artista?

S.: Se non fossi un’artista continuerei ad essere Sara, non riesco ad immaginare una differenza.

Potrei chiedermi in quale altro modo avrei potuto vivere la mia espressività, forse attraverso la contemplazione della natura, l’osservazione interiore. Da bambina volevo fare l’antropologa, ma ho preferito poi applicare questo studio partendo da me stessa, del resto il nostro bagaglio crea un microcosmo compless , uno specchio in cui si riflette la storia dell’uomo, tutto sta a saper osservare, a volerlo fare.

G.: Perché lo fai?

S.: In realtà credo di non farlo, lo sono, perché è nella mia natura esserlo.

G.: Perché la pittura?

S.: Quando mi sono iscritta all’accademia di Belle Arti di Firenze ho scelto scultura. La trovavo più completa come disciplina. Dopo gli studi ho iniziato a dipingere per pura esigenza espressiva:  non avevo uno studio in cui poter scolpire, così ho iniziato ad usare il colore e inaspettatamente si è aperto un nuovo mondo.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista oggi?

S.: Durante le prime lezioni in accademia il mio professore di scultura spiegò che la linea verticale rappresenta il maschile, la linea orizzontale il femminile, il campanile è un simbolo fallico, la caverna invece rappresenta il sesso della donna e così via. Da queste affermazioni mi appassionai allo studio del simbolismo, degli archetipi, in arte come nelle discipline che studiano l’uomo in tutti i suoi aspetti e l’ho fatto perchè volevo superare questi confini analitici. L’artista-donna oggi si è riappropriata della sua potenza espressiva, femminile e maschile emergono perchè coesistono nel vissuto di ognuna di noi, trovo che superare questo confine e far emergere la persona nella sua complessità sia davvero un grande lavoro, e alcune donne artiste ci sono riuscite.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi interesso all’essere umano, alla sua contemporaneità, alle sue contraddizioni, ai suoi orrori.

Osservo molto fuori da me, e so che se qualcosa mi colpisce tanto è perchè in quel momento stanno riaffiorando aspetti del mio vissuto. Sono proiezioni che aiutano a guarire determinati stati.

G.: Lavori soprattutto con l’acquerello. Perché?

S.: L’acquerello mi ha conquistata quando ho visto in lui una duplicità espressiva incredibile. La sua apparente delicatezza e freschezza nasconde un grande controllo tecnico. Sono li a controllare ogni segno, ogni goccia di colore, tutto è assolutamente calibrato dalla mia volontà.  Un vero e proprio esercizio di concentrazione durante il quale devo essere presente. “La libertà è disciplina”.DSC_0153

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Alcune volte sono immagini che emergono dalla mia memoria visiva, si sovrappongono e trovano il loro significato. Altre volte vengo affascinata da temi particolari che vado poi a sviscerare. In ogni caso, non forzo mai ciò che voglio rappresentare, decido  solo come devo farlo.  .

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Si, moltissime. Ma un libro in particolare mi viene in mente, lo  nomino spesso, è Flatlandia di Abbot. Lessi questo libro quando avevo 19 anni, lo ricordo ancora, e compresi quanto il nostro vedere è in realtà limitato all’esperienza dei nostri sensi. Ogni momento accadono cose straordinarie dentro e fuori di noi, ma non le percepiamo perchè non siamo in grado di farlo, perchè ci limitiamo al nostro mondo esperienziale. Compresi cos’è il pensiero analogico, mi sentii libera, libera di credere a tutto, libera di poter vedere in una linea verticale una linea orizzontale vista da un punto di osservazione differente, che puo diventare anche un punto se mi sposto su di un altro piano. Nel mio lavoro davanti all’evidenza di ciò che è rappresentato vorrei che ognuno si astraesse dal proprio punto di vista e cercasse oltre. Di solito vengono fuori i mostri.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Accendo la radio o lo stereo, scelgo sempre musiche che non superino certe frequenze che trovo poi dissonanti . Dalla classica ai MercanDede, dai Jefferson Airplane a Battiato, ascolto tutto, tranne la musica stoner.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontare il tuo lavoro:

Sara Cancellieri -L'adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180x20 cm (20x20 cm cadauno), 2014

Sara Cancellieri -L’adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180×20 cm (20×20 cm cadauno), 2014

S.: L’adorazione di se in un unico pensiero. L’assenza dello sguardo che catalizza l’attenzione pone degli interrogativi. Si cerca nell’espressione un sentimento che affiora, un ricordo, un pensiero. L’idea di questa installazione nasce proprio dalla ricerca di una comunicazione sottile tra il soggetto che si lascia ritrarre (l’uomo esteriore) e il se interiore, che emerge di fronte l’impossibilità di controllare la propria immagine nel momento in cui si chiede di chiudere gli occhi.
In quell’attimo in cui si prende coscienza della propria nudità la persona si sente a disagio, non si richiede nessuna espressione, solo il proprio volto senza lo sguardo, lo sguardo come espressione dell’anima, e allora cosa rimane? Tutto il mondo che si cela dentro di noi, un sogno o la realtà. Raccogliere volti è una vera e propria schedatura che porto avanti da diversi anni, durante gli scatti racconto del mio progetto, e noto che le persone sono curiose di sapere cosa apparirà della loro persona, una sorta di analisi psicologica , da dove emergono le differenti personalità che si affollano in ognuno di noi. Ma quando lo sguardo si cela non c’è menzogna. L’utilizzo della tecnica ad acquerello mi consente di trattare il volto con leggerezza e trasparenza, i tratti somatici si fondono nel bianco del foglio, quasi ad emergere da esso o ad inabissarsi in un vuoto di luce.

Arma-te - installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

Arma-te – installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

S.: Arma-te. Tra i lavori più recenti “Arma-te” si proietta in una tematica sulla quale sto lavorando in questo periodo, la forza, l’energia, come spinta vitale, come forza interiore, l’energia che abita il mondo sottile, quello spazio invisibile che mette in comunione tutte le cose del mondo”. Le armi sono rivestite da una pelle, non hanno il foro di uscita del proiettile, sono corpi che evocano la loro potenza ma non la esercitano.

Sara Cancellieri - Interno #1, metafora del risveglio - Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

Sara Cancellieri – Interno #1, metafora del risveglio – Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

S.: Interno # 1, metafora del risveglio. Ogni giorno si compie l’atto del risveglio. Il risveglio del corpo e della mente, che da uno stato di coscienza parallela, passa da una stanza surreale ad un ambiente reale, dove la presenza di sé è percepita tramite un bagliore di luce che attraversa la fessura della porta. Non tutto è ancora compiuto. La vita, come un’esplosione, rende reale il sogno, l’energia si libera sopra gli interni metafisici.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Una delle tempeste di Turner

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Andy Wharol

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Qui vado in tilt, sono tanti gli autori che amo, ma se devo parlare di emozioni forti che ho provato davanti un’opera desiderando di esserne l’autore mi viene in mente tanto Rotko, quanto Canova.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Nella vita in generale, il bicchiere è sempre mezzo pieno, bisogna essere creativi per non arrendersi mai.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

S.: L’energia come forza vitale, ci sto lavorando da un po’. Per il futuro non so, dipende da cosa faccio per il mio presente, cerco evoluzione, il cambiamento mi affascina, nella vita come nell’arte l’autoreferenzialità è la morte della creatività.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Niente è come sembra”, ed è proprio vero, e aggiungerei …per fortuna!!

Per approfondire: cancellierisara.wix.com

Per Voce Creativa: Intervista a Simona Bramati

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Simona Bramati (Castelplanio, 1975):

Umile, genuina, refrattaria ad ogni inutile forma di esibizionismo mondano, Simona vive ogni giorno del miracolo in cui si è trovata a crescere: l’incontaminata collina marchigiana di  Castelplanio. Adora gli animali, di cui si prende cura e dai quali si lascia “educare” ad un altro, più autentico “sentire”. Un “sentire” puro, nitido, ancestrale. E capace soprattutto di contaminare la sua ricerca artistica. Sono, infatti, gli animali ad essere spesso protagonisti delle sue opere. Insieme a creature di sesso femminile: rivisitazioni mitologiche  o autoritratti alterati. Simona è un’artista capace di ascoltarsi. Di stare dentro se stessa. Di andare a fondo, raschiando silenzi per poi riportare  in superficie nuovi vocaboli, sottoforma di immagini. Visioni sovente rintracciate nel proprio repertorio onirico. Un po’ come faceva il buon Johann Heinrich Füssli, con le proprie illusioni ipnagogiche.

Simona Bramati vive e lavora a Castelplanio, in provincia di Ancona. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Simona Bramati in studio

Simona Bramati in studio

G.:  Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Spontaneamente mi viene da dire l’animale… Non so se è dovuto ad un mio rifiuto nei riguardi di certi comportamenti umani che sono anche miei, oppure perchè ho un certo pudore nel definirmi un artista! Donna lo sono e non posso sfuggire alla mia natura!!

G.:  E chi sono le creature che vivono nei tuoi dipinti?

S.: Molti animali e donne soprattutto!

G.:  Perché la pittura?

S.: È quello che ho sempre sentito di fare, ma è necessario fare esperienze di altro tipo, proprio per fortificare il proprio percorso espressivo e creativo.

G.:  E se non fossi un’artista?

S.: Sarei un animale!

G.:  Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Sai che credo di non saperlo più tanto bene!? Credo che si debba lavorare molto, poi il tempo darà i giusti frutti e il riconoscimento di un lavoro costante e valido, tanto quanto lo è per un uomo! È questo forse che intendi?

G.:  La domanda era aperta, dunque l’interpretazione deve essere naturalmente soggettiva, così come la risposta! Il bello di queste interviste è che a domande identiche vengono date risposte diversissime, perché ciascuna di voi ha un proprio sentire e proprie ideologie. Quindi, Simona, posso dirti che pongo domande perché le artiste si svelino mediante la spontaneità delle risposte che scelgono di dare. Ora passo a quella successiva: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi sono cimentata in tanti temi, dalla mitologia alla religione, leggendo testi di letteratura o semplicemente interpretando i miei sogni, a volte anche ad occhi aperti. Ma riguardando il mio lavoro credo sia un lungo diario che racconta la mia vita, il mio volto, le mie esperienze e quelle di persone che ho conosciuto o che fanno parte del mio immaginario! D’altronde la pittura è la mia scrittura e la mia valvola di sfogo… e per fortuna! Il mio volto torna spesso anche involontariamente, ma non per dar sfogo all’ego. Credo che accada soprattutto perchè  alla fine il mio volto è l’immagine con cui mi confronto ogni volta che mi specchio, dunque è l’immagine che conosco meglio!

Simona Bramati

Simona Bramati

G.:  So che vivi nella natura, una natura che ami, che ti ha avvolta e cresciuta. Quanto questo rapporto con la natura permea il tuo lavoro?

S.: Vivo in un casolare di pietra di tufo, dove è nato il mio bisnonno, mio nonno e mio padre! Intorno ho querce, noci e altri alberi meravigliosi, tanti anzi tantissimi fiori, e poi ci sono i miei amici animali che mi regalano ogni giorno la convivenza più equilibrata che io possa desiderare! Tra animali domestici e selvatici in pratica è come se vivessi dentro ad uno zoo senza gabbie, e ogni giorno cerco di difendere questo miracolo! Tutti questi elementi sono di conseguenza entrati nel mio lavoro, in silenzio e lentamente.

G.:  Mi dici come nasce un tuo lavoro?

S.: A volte ho delle visioni vere e proprie, altre volte mi basta una parola, altre percorro lo studio di un tema che scelgo secondo le mie esigenze.

G.:  Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Ogni cosa che leggo m’influenza, se rientra nelle mie corde ovviamente. Non un libro in particolare, ma più letture m’hanno portato poi ad una riflessione per iniziare un nuovo lavoro o un nuovo progetto.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Solitamente ascolto Radio 3 con due apparecchi da due stanze diverse così ho una specie di effetto dolby surround in casa. Ma ho una collezione di musica “ricercata”, intendo non commerciale che spazia a 360° nei generi e di cui non posso farne a meno.

G.:  Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

S.: Scighitz 2004, perchè è colui che mi ha aperto la strada, dipinto in un momento in cui il mio corpo stava cedendo, gli diedi un bacio appena terminato e gli domandai dove sarebbe finito! Dopo poco tempo fu scelto per la mostra “Il Male, esercizi di pittura crudele”alla Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Scighitz--olio su tela-180x120 cm-2004

Scighitz – olio su tela – 180×120 cm – 2004

S.: Basileia 2008, lei è la Regina del luogo in cui vivo. Un giorno ebbi la fortuna di conoscere Alberto Granado che visitò la mia personale dal titolo “Lachesi, la filatrice del destino” in cui era esposta anche Lei, a Jesi presso la Salara di Palazzo della Signoria. Lui mi disse “tu eres la Regina”! Voleva dire che quel viso mi assomigliava! Ecco che rispondo di nuovo alla domanda di prima! In questo caso assomiglio al soggetto, le galline erano quelle che razzolavano in giardino, tutte con i nomi, il piccione era Tubo Piccions e i piccoli pulcini morti per il freddo “hanno posato” poi per me, mentre li tenevo nella mano oramai senza vita!

Basileia - olio su tela - 300x150cm - 2008

Basileia – olio su tela – 300x150cm – 2008

S.: Della vita a cedere 2013, è un mio ritratto. E’ la visione di un futuro prossimo alla morte che guarda con fierezza la fine, senza tirarsi indietro. I corvi tirano i capelli simbolo di vanità, che difronte alla morte è nulla. Le braccia sono i primi elementi che mutano, i più vicini ai corvi che sfruttano la metamorfosi in atto per appoggiarsi. Visibilmente il ciclo della vita si ripete.

Della vita a cedere - olio e matita su tela -70x100 cm - 2013

Della vita a cedere – olio e matita su tela -70×100 cm – 2013

G.:  L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Un’opera di Enrico Robusti del 2004 dal titolo “Mi vergogno perchè la sofferenza mi rende una bestia scura”.  Stupenda!

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Jeff Koons

G.:  Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Louise Bourgeois

G.:  In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: In giardino

G.:  Work in progress e progetti per il futuro:

S.:  C’è sempre un work in progress, che a volte rimane li per giorni.Progetti si, ma finchè non vedo preferisco non parlarne!

G.:  Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile.” (Leonardo)

Per approfondire:

www.simonabramati.it

https://www.facebook.com/simonabramati.artista

Per Voce Creativa: Intervista a Erica Campanella

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Erica Campanella (Milano, 1974):

Pittrice di cuore e di pancia. Madre di due splendide bambine, Giulia e Sofia. Erica è una donna autentica, di quelle che non badano a fronzoli e convenevoli, ma si donano in tutta la loro semplice spontaneità. Non porta maschere. Erica è una di quelle donne – e devo ammettere di averne incontrate poche, me stessa compresa – che scelgono immediatamente di essere se stesse di fronte all’altro, e che riescono morbidamente a schiudere la propria genuinità. Una donna dalla vita interiore molto intensa, piena di luci come anche di spettri. Ma un animo coraggioso, di quelli che accettano di avere piaghe da tornare a toccare, ogni tanto, per sentire la vita più fervidamente. Erica non teme di incontrare la verità, la sua come quella degli altri. Dolce, accogliente, delicata e materna, è una donna generosa che io per prima ho avuto la fortuna di conoscere da vicino. Alcuni mesi fa, per una mia nuova performance, cercavo una creatura che avesse non più di cinque o sei anni di età, alla quale fare interpretare il ruolo della bambina interiore, la bambina stata e mai stata, di una donna – io –  ferita, perché dall’infanzia abusata. Il ruolo della piccola era dunque delicato, e capivo che non sarebbe stato semplice trovarla, anche se sapevo che l’avrei messa a proprio agio e le avrei richiesto un azione performativa simbolica, che nulla avrebbe avuto di violento o traumatico. Trovarla iniziò ad apparirmi un’ardua impresa: le madri alle quali lo proponevo si mostravano giustamente protettive nei confronti delle proprie figlie, e il timore che una partecipazione performativa su un tema come quello potesse non essere una buona esperienza per loro, era una costante. Erica, invece, mi contattò proponendomi di incontrare sua figlia Giulia perché pensava potesse fare al mio caso, e perché le interessava l’idea che la bimba stessa potesse cimentarsi in un’esperienza artistica di questo tipo. Naturalmente ho presentato ad entrambi i genitori l’intero progetto con sceneggiatura dettagliata, perché fossero chiare le poche e semplici azioni che Giulia avrebbe compiuto in performance, e solo dopo aver vagliato con attenzione il progetto, entrambi hanno accettato. Quella con Giulia ed Erica è stata un’esperienza straordinaria. Piena. Emozionante. Che mi ha permesso di conoscere più intimamente l’artista che vi sto presentando. Una donna che non avrebbe potuto partorire lavori di questo calibro se non avesse avuto un animo così nobile.

Erica Campanella vive in provincia di Lodi, dove dipinge, insegna e fa la mamma.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista?

E.: Forse solo Erica. Figlia…. donna……madre. Sono assolutamente un essere simbiotico e passionale, che ama il silenzio e  la contemplazione.

Erica Campanella

Erica Campanella

G.: E se non fossi artista?

E.: Ah beh! Se non fossi artista non so cosa farei. Sicuramente la voglia di ricerca e di contatto con le emozioni e l’animo umano mi avrebbero portato a diventare una studiosa della mente!

G.: Perché lo fai?

E.: E’come se fin da piccola la mano mi avesse detto di disegnare. Ricordo ancora la moltitudine di libri disegnati: figure e volti si susseguivano e si infilavano tra le poesie e i racconti che in me suscitavano forti emozioni. Poi pian piano la vita mi ha messo nelle condizioni di dover esprimere ciò che vivevo e provavo attraverso le immagini. La superficie lucente del quadro è diventato il supporto ideale per raccontare la mia vita.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché la pittura è istintiva…è materia… è gesto…..è colore…. è luce. Perché la pittura mi trasporta in un mondo in cui mi sembra di volare. Perché la pittura è profumo e musica. Perché la amo!

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista?

E.: Il compito di una donna-artista oggi è quello di destreggiarsi tra mille ruoli diversi, cercando di lasciare uscire quel senso di libertà che le è proprio.

Erica Campanella in studio.

Erica Campanella in studio.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?

E.: La donna è stata al centro della mia ricerca sin dall’inizio. Non avrebbe potuto essere diversamente!  Ho sentito il bisogno come donna e artista di dire quello che pensavo sulla dignità e l’uguaglianza delle donne e sulla relazione con gli uomini. Ho poi cominciato a scrutare me stessa anche attraverso una discesa introspettiva, sino a condividere la mia più intima spiritualità, scoprendo quel profondo anelito religioso inteso come RI-CONGIUNZIONE con noi stessi, con l’armonia cosmica e con l’energia primordiale.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: I lavori nascono nella mia mente…di notte, in silenzio. Una volta partorita l’idea,  passo a individuare il soggetto più vicino alle mie emozioni. Di solito sono persone che vivono intorno a me . Raccolgo foto, tante foto che saranno poi lo spunto del disegno che verrà infine rigorosamente riprodotto su pregiate lastre di rame (in latino “ar-Amen”, locuzione di dense suggestioni sacre). E così, arriva finalmente il momento che amo di più: il tuffo impetuoso nelle morbide sfumature di tonalità rosse e brune.

G.: Ad ispirarti  a influenzarti ci sono state lettura?

E.: Tante letture e tanta musica. Ma  più d’ogni altra cosa, la mia reale fonte d’ispirazione sono le persone che mi circondano.

G.: Scegli alcune delle tue opere per raccontarmi la tua ricerca artistica:

UOMO-DONNA – Olio su tela 100x150cm – 2007.

1. UOMO-DONNA - Olio su tela 100x150cm – 2007

E.: Sulle schiene dipinte si legge: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono per esse i loro beni. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano 4.34).  Questo quadro mi sta molto a cuore. È stato uno dei primi in cui ho trattato il tema della donna nella religione. Sono partita da una frase del Corano e come un tatuaggio l’ho applicata sulla parte a noi più vulnerabile, l’unica parte del corpo che non riusciamo a vedere ma che è esposta agli altri: la schiena.

PREGA PER ME –  olio su rame 90×90- 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-PREGA PER ME 90x90 olio su rame  (2011)

 

LUCIA – olio su ottone – 90X90 – 2011.

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-LUCIA (2011) olio su ottone 90x90

E.: Qui esploro me stessa guardando gli altri. Alter-ego significa dualità, significa riconoscere se sessi attraverso il proprio riflesso nelle persone che ci vivono accanto. Un riflesso che non ha tracce di narcisismo, perché è la dimensione più profonda dell’intimità dell’essere umano, spogliato di compiacimenti e di difese, abbandonato all’essenza più autentica.

“Dolce, solare, vivo

triste , remissivo, spento

due luci contrastanti che si fondono.

L’animo umano è come un pozzo profondo

dove l’acqua a volte sembra strabordare

ed a volte è misteriosamente secco, quasi

arso.

Scoprire il pozzo occulto,

incomprensibile alla mente umana

per la sua intrinseca debolezza

ed aver una sete insaziabile di bere e dar da bere,

un pozzo così profondo,

che bisogna lanciare una corda così lunga,

così lunga,

da sembrare asciutto.”

                                                   (Angelo Passera)

NEL CUORE – Afrodite – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-Nel cuore olio su ottone (2011) 67x67cm

 

NELLA MENTE-Atena – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-NELLA MENTE-ATENA olio su ottone 70x70

E.: Qui descrivo i labirinti della mente, i dubbi, gli ideali, le emozioni di una giovane donna e le dee mitologiche che vivono in essa. Dee vergini  (Artemide, Atena,  Estia), dee vulnerabili (Era, Demetra, Persefone) e la Dea dell’amore, Afrodite. La forza che abbiamo dentro genera una dimensione in cui ci si mette in comunicazione con il mondo esterno. Questa “riflessione” sull’uomo e sull’essere è una vertigine perché ci si trova ad affrontare, senza veli, il senso della vanitas e della propria finitezza.

È una sorta di sintesi di tutto ciò che ci accade quotidianamente. Cerco di mettere in luce come il contatto con un’identità differente dalla propria possa non essere percepito come minaccia, ma come invito a superare il muro dell’indifferenza e del timore. “In questa educazione dello sguardo, dell’empatia, della profonda partecipazione reciproca, c’è l’ascolto, un cammino concreto verso la crescita profonda come artista e come donna. Erica che guarda nello specchio, lo attraversa come nuova Alice, Erica che non ha paura di guardare il fondo del pozzo e di potersi perdere, con la vertigine… Gli occhi di una ragazza, una giovane madre, ci restituiscono un po’ di ossigeno nei giorni crudeli dell’indifferenza e aprono alla speranza di un’unica famiglia umana che possa imparare a vivere in pace. Noi siamo da questa parte, noi siamo nello specchio”  (Paola Artoni)

G.: L’opera d’arte che  avrei voluto realizzare io?

E.: Autoritratto di Lucian Freud

G.: Un artista che non mi ha mai emozionato?

E.: Nel bene e nel male tutto emoziona.

G.:   Una artista che avresti voluto essere?

E.: Avrei voluto essere Artemisia Gentileschi: donna-artista indipendente-

G.:  In quale altro ambito sfoderi la creatività?

E.: Mi diverto con le mie figlie, insegno loro ad esprimersi liberamente.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

E.: Stanno terminando alcune mostre in Italia ma i progetti futuri sono rivolti all’estero. L’Inghilterra sarà la mia meta futura.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il Paradiso ed entrateci dentro”
(Nikos Kazantzakis.)

 

www.ericacampanella.com

Per Voce Creativa: Intervista a Tiziana Vanetti

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Tiziana Vanetti (Bengasi –Libia, 1968):

Dipingere come mangiare, bere, respirare. Dipingere come nutrirsi. Dipingere per espandersi. Per comprendere il mondo. Per essere.

Dipingere è una pratica indispensabile per Tiziana Vanetti. È un atto spiritualmente necessario, pur nella sua concretezza. È  perdersi per afferrare l’imprendibile. La sua è una pittura fatta di lirica gestualità. Con una pennellata rapida, a volte fluida e altre materica, Tiziana materializza la fuggevolezza del presente. Tutto scorre, tutto fugge, tutto è e non è più. Sulla tela, la realtà stessa fluisce.

Memore della rivoluzionaria lezione Romantica di Sir William Turner, la pittura di Tiziana nasce dalla casualità e vive di dinamismo. La sua è una figurazione vibrante, immediata. Una figurazione in cui pennellate sferzanti costruiscono e suggeriscono frangenti mai statici, sempre in rapida evoluzione e dissoluzione. Il tempo, inafferrabile, è assoluto protagonista, sia che si tratti di interni familiari che di scorci naturali.

Tiziana si è specializzata in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Insegnante di pittura e storia dell’arte presso l’Universiter di Castellanza e l’Università di Fagnano Olona, ha inoltre lavorato presso centri socio-educativi con ragazzi diversamente abili.

Attualmente vive e lavora a Busto Garolfo, in provincia di Milano.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

T.:  Credo di avere qualcosa di tutte e tre le figure, ma la parte di pittrice è chiaramente dominante.

Tiziana Vanetti

Tiziana Vanetti

G.:  E se non fossi un’artista?

T.:  Mi sarebbe piaciuto molto fare l’antropologa, forse perché mi piace scoprire e conoscere l’essere umano nei vari aspetti, in un certo modo questo lo faccio anche con la pittura.

G.: Perché lo fai?

T.:  Dipingere per me è un esigenza primaria, quasi allo stesso livello del mangiare, bere, respirare. Quando dipingo sento che mi nutro spiritualmente.

G.: Perché la pittura?

T.:  Fin da bambina sono stata rapita dal suo fascino, quella dei dipinti per me era una realtà apparente che poi si trasformava in qualcos’altro; mi immaginavo all’interno di una tela, in un mondo che vedevo solo io.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

T.:  Non vorrei generalizzare, non fa parte di me, posso solo dire che il mio compito come artista non è definito, è sempre in evoluzione, è probabilmente una continua ed infinita ricerca della verità che diventa estetica. Penso che non sia un compito prefissato, sono semplicemente me stessa, non mi preoccupo di ricercare una originalità a tutti i costi.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

T.:  La tematica principale è il figurativo nei suoi diversi generi pittorici. I miei lavori sono prevalentemente autobiografici, nel senso che hanno una componente che riguarda parte della mia vita, ed altre che riguardano situazioni famigliari, sociali, attuali e storiche.

Tiziana Vanetti in studio.

Tiziana Vanetti in studio.

G.: Come nasce un tuo lavoro ?

T.:  Parto dalle immagini. Immagini che mi emozionano, che ho nella mia mente, o fotografie che testimoniano i miei appunti di viaggio e le mie esperienze. Imposto la tela, e nei primissimi minuti realizzo l’opera nella sua totalità, tracciando forme in costruzione e distruzione, accompagnate da una forte componente di casualità, fino a raggiungere un equilibrio dinamico. Successivamente mi dedico alla cura del dipinto in tutti i suoi dettagli, attraverso le luci e i colori.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

T.:  Sono molte le letture, e con tematiche differenti. Tra queste: “Francis Bacon. Logica della sensazione” di  Gilles Deleuze, per l’interessante valutazione sull’esorcizzazione del carattere figurativo.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

T.:  Ascolto vari generi, spesso però prediligo la musica classica; tra i miei CD preferiti vi è “Prospero’s books” di Michael Nyman.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

Interno Familiare 8, olio su tela, cm90x120, anno 2006. Collezione permanente, Museo Palazzo d’Avalos, Vasto (CH).

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

 T.:  Questo dipinto rappresenta un momento di quotidianità famigliare, un piccolo angolo che poi si amplifica e si riflette nella realtà esterna, nella sua tensione psicologica ed esistenziale.

Wild 8, acrilico su tela, cm 80×100, anno 2012. Collezione privata.

Tiziana Vanetti_Wild 8_acrilico su tela_80x100_2012

Tiziana Vanetti,Wild 8 – acrilico su tela, cm80x100, anno 2012

 T.: Questo dipinto, come altri della serie “Wild”, rappresenta uno dei luoghi legati alla mia infanzia. I boschi di quei luoghi, non solo mi riportano indietro nel tempo emozionale, ma diventano protagonisti di una realtà storica lontana, custodiscono segreti e misteri delle trincee della Linea Cadorna, retaggio della Prima Guerra Mondiale.

Birth 9, acrilico su tela, 80×120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80x120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80×120, anno 2014.

 

T.: Il dipinto fa parte della serie “Birth”, un ciclo di opere dedicate alla terra in cui sono nata, la Libia. Il dipinto rappresenta delle barche in un mare in tempesta, ed affronta un tema molto attuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

T.: Willem de Kooning, Woman 1.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

T.:  Fernand Léger

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

T.:  William Turner, anche se ne sceglierei uno per ogni secolo.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

T.:  Fuori dal mio studio, nei laboratori di pittura dove insegno alle persone disabili.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:Giovanna_Lacedra-Tiziana-Vanetti-Ritratto-1 (2)

T.:  Per prima cosa, portare avanti la serie di dipinti Birth. Inoltre ho diversi progetti espositivi, nazionali ed internazionali. A breve, nella città di Milano, realizzerò una mostra personale presso l’Ex Studio di Piero Manzoni, in zona Brera.  La mostra, dal titolo “Amori Possibili (Autoritratti in viaggio)”, inaugurerà il 27 febbraio e durerà sino al 6 marzo 2015.

Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

T.:  “L’arte cela l’artista molto più di quanto lo riveli.” (Oscar Wilde)

Per  approfondire:

https://www.facebook.com/TizianaVanettiArte?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista ad Elisa Anfuso.

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Anfuso (Catania 1982).

“Fabbrico neve.

Fabbrico qualche sogno

Già fuori moda.

E attendo che il mondo

Fuori

Si ricordi delle sue stagioni.”

Questi i versi con cui si apre la sezione “works” del suo sito ufficiale. Il corpo di un’adolescente in slip e canotta appare ancorato ad una pianta posta sul pavimento, per mezzo di un laccio sottile. La pianta è abilmente risolta con la sintesi di un segno grafico che non è solito inciampare in errori. E in questa immagine che accoglie il visitatore è già leggibile la peculiarità della tecnica grafico-pittorica adottata dall’artista: colore ad olio per il realismo degli incarnati, dei capelli, degli sguardi e dei panneggi, e pastelli utilizzati per i disegni che generalmente si articolano sulle pareti di fondo e che sembrano collocare il soggetto all’interno di un disegno infantile. Come se quella giovane donna – protagonista di ogni tela –, si fosse smarrita in uno dei suoi tanti disegni di bambina. O come se da quel disegno, realizzato tanti anni prima sulla pagina a righe di un quaderno di scuola, fosse sbocciato un mondo parallelo, in cui sogni e ricordi vivono intrappolati. Un mondo-stanza-della-memoria, dove anche il tempo ha smesso di scorrere, e dove l’anima bambina di questa donna che non avrebbe mai voluto crescere, vive in dolcissima cattività.

È l’anima pura, ancora in attesa di tutto ciò che avrebbe potuto essere, impaziente di spiccare il volo per afferrare il sogno più bello, e che ora vive prigioniera in un tempo che non è più. È l’innocenza ancora viva, che fatica ad abitare il mondo degli adulti e che fa di quelle quattro mura invase da disegni, il castello della propria nostalgia.

“Fabbrico qualche sogno già fuori moda…”  sibila l’infante prigioniera di un corpo ormai cresciuto.

Leccornie, dolciumi, balocchi. Zucchero filato e piatti sporchi accatastati su linde tovaglie. Il cibo come metafora del desiderio, di una dolcezza contemplata o divorata. E lei è sempre lì, così candidamente sola.

In “Io sono il mio tempo”, uno dei primi cicli pittorici realizzati dalla Anfuso, questa giovane donna copre con una mano gli occhi della sua bambola, oppure sogna di impiccarsi nuda usando come corda una collana di perle sospesa ad una gruccia.

Nel ciclo titolato “SOgNO” , la fanciulla anfusiana, vestita come una bambola, sfida l’equilibrio salendo in punta di piedi su una sedia di paglia per afferrare un hula hoop, o ancora, sogna di volare legando aereoplanini di carta ai suoi boccoli liberi nel vento. Mentre nel ciclo più recente, titolato “Di sogni e di carne” sono i bianchi a prevalere, dalla lattescenza della pelle al chiarore della camicia a quello di una tovaglia sgualcita.

E l’infanzia è quasi una cella metafisica arredata di sogni.

Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso

Elisa Anfuso

Elisa Anfuso vive a Catania, dove ha studiato Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e dove si è abilitata all’insegnamento di Discipline Pittoriche con un master in Didattica dell’Arte.

Intervistiamola:

G.: Scegli alcuni aggettivi che ti descrivano in quanto Donna:

E.: Irrequieta, istintiva, consapevolmente contraddittoria, intima e idealista.

G.: Cos’è una Donna secondo te?

E.: È il completamento di quell’altra metà dalla cui unione si origina la vita. Ho una visione cosmica. Poi, tutto il resto, sono architetture sociali, destinate a mutare nel tempo e nello spazio. Ma la Donna è innanzitutto uno dei due termini della dicotomia primordiale da cui nasce la vita. è un peccato che nel tempo gli uomini se ne siano dimenticati.

G.: Come vedi collocata la Donna nella società contemporanea?

E.: Personalmente penso che nella società contemporanea donne e uomini dovrebbero avere pari diritti, ma ciò non significa essere uguali. E temo che questo si stia perdendo di vista. Di fatto si continua a lottare per i diritti e nel migliore dei casi ci sono delle leggi a imporli, come se non fosse naturale averli. Inoltretrovo che ci sia un’attenzione eccessiva all’immagine e al  corpo, che rischia di ridurre e ricondurre l’essere donna, l’identità femminile, alla sola sfera sessuale. Ed è questa degradazione la ferita che dovremmo ricucire.

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

E.: Credo che nel corso della storia, il mondo si sia a lungo privato della possibilità di scoprire anche un altro modo di sentire le cose, impedendo la libera espressione artistica alla donna. E credo che oggi la sua libertà sia nell’ordine naturale delle cose. Abbiamo così tanto da dire, da svelare e da raccontare!

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

E.: Nessun dovere. La nostra pelle patisce le cose in modo diverso ed in modo diverso le racconterà. E in questa diversità c’è un dono.

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

E.: Trovo che l’arte oggi sia essenzialmente “mercato”, troppo mercato che sottrae importanza al valore emozionale. E mi pare anche che si offra poco sostegno ai giovani artisti. D’altra parte, però, vedo un grande fermento…

G.: Quando, come e per quale ragione una Donna come te diventa un’Artista?

E.: Non ho mai scelto di diventarlo, nè di esserlo. Eppure al contempo non poteva essere altrimenti. E’ una di quelle cose
irriducibili nella loro urgenza. è il mio modo di essere al mondo, è un brulicare inquieto che senti dentro e devi portare fuori, per dargli un ordine, un senso. Ed è una di quelle sensazioni che mi sono sempre appartenute e che crescendo ho imparato a curare.
Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso2

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

E.: Nel mondo cerco innanzitutto un senso ad ogni cosa. Ho un’indole poetica, non narrativa. Mi annoia osservare l’accadere di eventi fine a se stesso. Nel mio piccolo mondo ideale tutto dovrebbe avere un senso di cui tutti dovrebbero essere coscienti. Quindi mi concentro molto sulle dinamiche, sulle relazioni, sul modo in cui le cose avvengono, sul perchè. Mi affascinano le nevrosi, le varie manifestazioni dell’emotività e dell’istintualità, ma soprattutto mi affascina  il modo diligente con cui tutti cerchiamo di tenerle a bada. L’uomo è una creazione assurda.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

E.: La natura umana, il precario equilibrio che fa convivere l’anima (il soffio, come ricorda la sua etimologia) con un corpo di carne viva ed esigente. Le inquietudini che da questo nascono, le tentazioni, le scelte, le paure. I bisogni e i desideri. Adesso, ripensandomi per risponderti, mi accorgo che nelle ultime opere sto sempre più intimizzando, forse quasi stringendo il cerchio. Nelle opere di qualche serie fa ho dipinto porte e finestre che rimandavano ad un altrove. Poi, di opera in opera, la stanza è diventata sempre più piccola e sempre più vuota. E l’altrove si ridotto ad una tavola neppure imbandita, ma spoglia, sulla quale sono raccolti  piatti (ormai) vuoti, o è posato un pasticcino. E noi siamo alberi, siamo radici che devono nutrirsi dalla terra. E siamo rami che vogliono toccare il cielo. Affronto queste tematiche per cercare in prima persona delle consapevolezze, e per indurre lo spettatore  a cercarle. Vorrei, con la mia pittura, suggerire qualche nuovo percorso raccontando delle storie, perchè le narrazioni danno forma al mondo. E  in un momento storico come il nostro, in cui imperversa l’analfabetismo emotivo e l’anestetizzazione delle coscienze, provocare una qualunque riflessione, sarebbe già un grande traguardo.

G.: Quale tecnica adoperi? E quale supporto?

E.: Dipingo ad olio su tela, ma non sono una purista della tecnica. Per alcuni soggetti adopero i pastelli a matita. L’olio, con la sua corporeità, enfatizza la carne e la materia delle cose, i pastelli al contrario, per il loro tratto infantile, rimandano ad una dimensione diversa, quella del pensiero, che trova così la forma tramite cui concretizzarsi.

G.: Vuoi raccontarci la genesi di un tuo lavoro, step by step?

E.: I miei lavori a volte nascono sottoforma di visione, improvvisa ed inevitabile. Altre volte sono pensieri che si incrostano gli uni sugli altri. Ho un piccolo set fotografico, qualche storia da raccontare, qualcuno ad interpretarla o talvolta a suggerirla. basta un gesto, uno sguardo, una posa inaspettata. E così le mie foto diventano i bozzetti dei miei quadri. Anche se, davanti alla tela bianca cambia tutto. La lentezza della tecnica ad olio mi porta a soffermarmi a lungo, a sovrapporre di continuo colori e pensieri. Realizzo una traccia a matita, lavoro i fondi e la stesura base ad acrilico, poi l’olio, mezzitoni/ombre/luci e velature su velature. Infine lavoro spesso coi pastelli, dimentico la tecnica, la forma, i colori e lascio che sia semplicemente la punta di una matita, nel modo più elementare possibile, a continuare il racconto.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

E.: Piero della Francesca, Mantegna, Hayez, Van Eyck, i Preraffaelliti. Tutti in qualche modo accomunati da un certo simbolismo più o meno manifesto e da una sorta di “congelamento” del tempo che sposta la realtà in un piano differente e sembra lasciarla lì, sospesa sulla superficie, per potervi scavare dentro.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? O musica?

E.: Tarkovskij, Terry Gilliam e Tim Burton per le loro visioni. Galimberti, per il suo sguardo lucido ma appassionato sulle dinamiche dell’uomo contemporaneo. Nietzsche, cui devo parte della mia coscienza. Moltheni, Alessandro Grazian, i Baustelle.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

E.:  Inizio con Moscacieca, 2012” :

Elisa Anfuso -Moscacieca -Olio e pastelli su tela - 2013

Elisa Anfuso -Moscacieca -Olio e pastelli su tela – 2012

Il titolo rimanda ad una dimensione ludica ed infantile. Ma questo è accaduto tanto tempo fa, i piatti sono ormai vuoti. Lei ha divorato tutto. Eppure lo zucchero filato l’ha risparmiato: quello, per nessuna fame al mondo vorrebbe mangiarlo. Ma loro si, le mosche sono avide di zucchero rosa. E lo assalgono, lo coprono, sottraendolo alla nostra vista.

La seconda opera è La terza tentazione, 2013”

Giovanna Lacedra- Elisa Anfuso - La terza tentazione

Elisa Anfuso – La terza tentazione – Olio e pastelli su tela – 2013

La domanda che ci si pone ora è: quanto pesa un pasticcino? Quanto pesa cedere alla tentazione? Così tanto da far scoppiare il palloncino con cui vorresti volare via. Non è rimasto altro che l’ultimo peccato e l’ultima salvezza.

Infine, Cannibalismo, 2012”:

Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso - Cannibalismo

Elisa Anfuso – Cannibalismo – Olio e pastelli su tela – 2012

Ancora una volta è a tavola si consuma la vita, a tavola si mettono in scena i bisogni, si costruiscono precarie architetture di desideri, pronte ad essere sacrificate nel banchetto, quando non resta altro. Sappiamo essere spietati noi esseri umani.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

E.:  Le fotografie di Francesca Woodman, narrano di una femminilità inquieta, tormentata, consapevole, carnale ma al contempo incorporea. Poetica e persino sensuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

E.:   ”The Murmur of the Innocence 5″ di Helnwein

G.: Le mostre più rilevanti e memorabili del tuo percorso sino a qui:

E.: SOgNO, presso la Galleria Artesia di Catania. Abbiamo riempito la galleria di sedie, orologi, gabbie e scarpette che sembravano essere usciti fuori dai quadri e avere invaso lo spazio. E, da poco conclusasi,[Solitudo], una bipersonale con Jessica Rimondi, presso lo Spazio Arte Duina. Il confronto con un’artista apparentemente tanto distante da me, ma profondamente affine, è stato stimolante per entrambe.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.: Ho iniziato a lavorare ad una nuova serie e qualcosa sta cambiando. Sento di dover crescere ancora molto ma non amo fare progetti a lungo termine, mi sento molto fluida. Posso però già anticipare che, nel 2014, sarò impegnata con due personali all’estero, e sarà un momento molto importante per me.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “La paura degli esseri umani è paura di essere umani” – Marta sui Tubi

Per approfondire: www.elisaanfuso.com