Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Liliana Cecchin

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Liliana Cecchin  (Santhià ,1955):

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Lo studio di Liliana Cecchin

La solitudine è una distanza interiore. Un luogo isolato dentro di noi. È un silenzio che alberga nel cuore del frastuono. È l’essere affannosamente vicini, eppure intoccabili.

Nella frenesia del vivere odierno vite si sfiorano, sguardi si lambiscono o rifuggono altri sguardi, gomiti si scontrano, corpi si stipano sveltamente in vagoni che, rapidissimi, li condurranno ovunque. Ciascuno verso la propria destinazione, ignota a chi gli alita ad un palmo. Ciascuno verso un altrove che non ci riguarda.

Liliana Cecchin dipinge la folla. Il sentimento della fretta, della distanza. Il movimento di chi torna, di chi va, di chi non accadrà mai per l’altro, se non nella fugace scia di movimento con cui macchierà il suo campo visivo.

Infondo non siamo altro che una legione di sconosciuti, che navigano pelle a pelle in città liquide e annichilenti. Chi ci siede accanto non saprà mai chi siamo. Solitudini accanto ad altre solitudini.

Liliana Cecchin vive e lavora a Santhià, in provincia di Vercelli. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi è Liliana?  

L.: È una sognatrice con tanta voglia di fare, scoprire e viaggiare…

G.: E se non fossi un’artista… chi e cosa saresti ?

L.: Una giramondo!

G.: Perché lo fai?

L.: Lo faccio per passione, perchè non potrei stare senza.

G.: Perché la pittura?

L.: Perché trovo sia ancora la tecnica migliore per realizzare le mie idee.

G.: I luoghi dell’effimera e anonima folla, sono quelli che immortali sulla tela. Perchè?

L.: Ho sempre avuto un’attrazione particolare per tutto quello che rappresentava il movimento. Ho colto la sfida di immortalarlo sulle tele, affascinata da Balla e Boccioni. Quando sono in mezzo al caos delle stazioni e delle metropolitane, vorrei poter magicamente fermare tutto nei miei quadri.

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Liliana Cecchin at work

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: La quotidianità vista attraverso gli spostamenti che possono essere quelli di lavoro o vacanza. Un pezzo della nostra giornata, della nostra vita. L’azione del muoversi tra tante altre persone che in comune con noi hanno solo l’andare o il tornare da un luogo di cui non sappiamo nulla.  La metropolitana che si riempie di gente, le scale mobili che brulicano di persone nelle ore di punta, appiccicate una all’altra ma perfettamente estranee. In realtà, tutto questo movimento di folla nasconde una profonda solitudine di anime. Anime che si sfiorano ma non si toccano. Lo spazio che lascio sotto ai piedi della gente vuole esprimere il senso di solitudine che si prova anche quando si è  in mezzo agli altri. Forse l’aver svolto per tantissimi anni un lavoro in cui sono stata a stretto contatto con le persone ha contribuito ad alimentare  questo mio “bisogno” di dipingere gente che corre, che cammina, che ha fretta. Come ho sempre corso io e come ancora corro.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Scelgo il posto dove scattare un po’ di foto (stazione, metro, strade affollate). Vado, scatto sequenze ripetitive, privilegiando pavimentazioni che creano riflessi. Stampo il tutto e comincio a scegliere le inquadrature che mi ispirano di più e in cui vi sia maggiore dinamismo denunciato da scie di luce che accentuino la non definizione del movimento. Nel caso di lavori grandi, per le parti più particolareggiate traccio un quadrettato sulla foto che riporto poi sulla tela ( a cui ho dato un fondo leggero in acrilico color pastello). Disegno il tutto e poi passo alla parte pittorica. Di solito lavoro su due tele in contemporanea, mentre aspetto che asciughino alcune zone dove vado poi a fare le velature.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: No… anche se io adoro Kafka.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: “Cadorna 1”  – olio su tela  -cm 120×100 – 2006.

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Quest’opera  rappresenta la stazione Cadorna della Metro milanese. È volutamente giocata sui toni del bianco e nero.

L.: “Torino metro – fermata Porta Nuova”  – olio su tela – cm 148×112 – 2014.

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L’immagine pittorica immortala il momento in cui si aprono le porte della metro e la gente esce con passo affrettato dirigendosi verso le scale; gli uomini d’affari si mescolano con le donne che tornano dal supermercato con i sacchetti della spesa, o con gli studenti.

L.: “Hong kong airport last call for the flight” – olio su tela –  2015.

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In questa tela la fisicità delle persone non si distingue quasi più. Qualcuno vorrebbe considerare   astratto quest dipinto. In realtà io mi ostino a cercare minuziosamente i particolari che riconducono all’identificazione della figura.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Cercare di dare tutta se stessa all’arte senza scendere mai a compromessi, anche se purtroppo checché se ne dica, er le donne è sempre molto difficile.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Tra i contemporanei, uno dei ritratti di Benjamin Bjorklund, oppure “la ronda di notte” di Rembrandt.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Pollock.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Gerard Richter

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando ho tempo, in cucina.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Sto preparando dei lavori dove lo spazio vuoto è predominante e i toni di colore sono più soffusi. Tra i miei progetti c’è anche quello di tradurre in versione tridimensionale le cose che finora ho fatto sulla tela, oltre ad altre sperimentazioni.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

L.: Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia. (Ghandi)

Per approfondire:

www.puntosullarte.com

www.saatchiart.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Selena Leardini

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Selena Leardini:

“Sarò per sempre

la tua ninna nanna,

la biglia che sfugge,

 alla tua condanna.”

Vecchie foto in bianco e nero, risalenti ai primi del Novecento, ritraggono infanzie remote e inconoscibili.

La fotografia ferma il tempo. Eppure, il tempo di quei bambini e di quelle bambine oggi non esiste più. Precipita nel gorgo dove i ricordi si mescolano all’immaginazione. Dando luogo ad una dimensione ibrida ed impenetrabile: quella di un per sempre che invece non è stato mai.

Vecchie foto raccolgono polvere sulle bancarelle dei mercatini di antiquariato, ma Selena le recupera, per riplasmarle in sogni ed incubi. Ne traccia lo scheletro su un cartoncino liscio e le veste poi, di una nuova identità. Un’identità che è forse sempre la stessa, sempre uguale e sempre diversa. Come uguale e diversa può essere la fame – o la sempreverde domanda d’amore.

Ciascuna delle sue creature è alla fine sempre una, intrappolata in un’infanzia che non è mai  pienamente stata. E volge allo spettatore uno sguardo deciso. Come a fendere la cecità che spesso alberga negli adulti.

I bambini vogliono essere guardati. Pretendono di essere visti e soprattutto amati. Altrimenti si ritraggono. E intimamente – molto intimamente –, alla fine poi si arrabbiano.

Le creature di Selena Leardini appaiono come anime chiuse in un’infanzia imperscrutabile. Ieratiche si stagliano su fondali bui e indefiniti. Raccontano di una l’età dell’innocenza forse cristallizzata: mai vissuta e quindi mai dimenticata. Sono bambini che resteranno bambini per sempre. Docili, inquieti, indagatori. Si lasciano custodire da sontuose cornici intagliate.

La passione di Selena è girare per mercatini, infoltendo quel repertorio fotografico che è alla fonte della sua ricerca poposurreale, e collezionando cornici con le quali abbiglierà le sue opere.

Esponente della Lowbrow-art, Selena è un’artista piuttosto riservata. Non ama mettersi in mostra e non è neppure troppo propensa a raccontare di sé. Lascia che siano le sue opere a parlare. .E ci invita a scivolare nel mondo dei suoi infanti, ovattato, buio e misterioso. Per incontrare magari, il bambino che siamo stati.

Il bambino che ancora siamo. Che per sempre, da qualche parte, saremo.

Selena Leardini vive e lavora in Trentino. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Ho una domanda di riserva?

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Sempre che lo sia, sarei una cerca robe: svuoterei cantine e solai. Sono attratta dagli oggetti abbandonati, dimenticati, nascosti.

G.: Perché lo fai?

S.: Perché quando ero piccola e tornavo dall’asilo con un disegno nuovo mi facevano tutti i complimenti. Nel riconoscimento degli altri mi sentivo apprezzata. E’ una sensazione gradevole che non mi ha mai abbandonata. In fondo, siamo tutti un po’ bambini.

G.: Perché la pittura?

S.: Ho appena risposto…

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Non credo si possa definire l’arte un compito, o perlomeno, non l’ho mai vissuta come tale. Forse é un’urgenza, una necessità, un lavoro, una continua esperienza, sia per le donne che per gli uomini.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Sono tematiche rivolte all’infanzia e nascono da vecchie foto di bimbi dimenticati nel tempo, soprattutto dalla solitudine che sembra avvolgerli.

G.: Chi sono le creature che popolano i tuoi quadri?

S.: Come dicevo prima sono principalmente bambini, e spesso a far loro compagnia ci sono piccole presenze silenziose e quasi invisibili.

G.: Ci racconti come nasce un tuo lavoro?

S.: Nasce tutto dalla scelta della cornice, per me è importante che sia d’epoca. Una volta portata in studio la guardo, finché vedo dentro il quadro finito.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: No.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: La musica mi condizionerebbe, quindi preferisco il silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue opere per descrivermi la tua ricerca:

S.: La piccola fiammiferaia –  2013

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Questo è uno dei pochi quadri che ho in casa e dai quali non mi sono separata, fa parte di un passaggio artistico del mio percorso.

S.: Il cuore dell’orco –  2015

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Penso che quest’opera mi rappresenti particolarmente.

S.: Atar- i 2013Giovanna-Lacedra_Selena-Leardini_Atari-Selena Lenardini-31072015ALa foto della bimba a cui mi sono ispirata è una delle mie preferite e più utilizzate, il quadro prende ispirazione anche da Brillo, un personaggio apparso su Linus qualche anno fa.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Sono tantissime le opere d’arte che ammiro e mi emozionano, ma non mi è mai venuta in mente questa frase.

Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.:  Cavoli! Come si fa a dirlo?

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: In realtà non avrei mai voluto essere un artista.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Cerco di divertirmi a fare bene ogni cosa che faccio.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

Al momento ho due personali una a Rovereto a Dicembre e l’altra a Roma ad aprile. Ho in mente anche un progetto: fare un esposizione della mia collezione di foto d’epoca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: Le cose devono appartenere a chi se ne prende cura.

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Selena Leardini su Facebook: https://www.facebook.com/selena.leardini?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista a Simona Bramati

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Simona Bramati (Castelplanio, 1975):

Umile, genuina, refrattaria ad ogni inutile forma di esibizionismo mondano, Simona vive ogni giorno del miracolo in cui si è trovata a crescere: l’incontaminata collina marchigiana di  Castelplanio. Adora gli animali, di cui si prende cura e dai quali si lascia “educare” ad un altro, più autentico “sentire”. Un “sentire” puro, nitido, ancestrale. E capace soprattutto di contaminare la sua ricerca artistica. Sono, infatti, gli animali ad essere spesso protagonisti delle sue opere. Insieme a creature di sesso femminile: rivisitazioni mitologiche  o autoritratti alterati. Simona è un’artista capace di ascoltarsi. Di stare dentro se stessa. Di andare a fondo, raschiando silenzi per poi riportare  in superficie nuovi vocaboli, sottoforma di immagini. Visioni sovente rintracciate nel proprio repertorio onirico. Un po’ come faceva il buon Johann Heinrich Füssli, con le proprie illusioni ipnagogiche.

Simona Bramati vive e lavora a Castelplanio, in provincia di Ancona. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Simona Bramati in studio

Simona Bramati in studio

G.:  Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Spontaneamente mi viene da dire l’animale… Non so se è dovuto ad un mio rifiuto nei riguardi di certi comportamenti umani che sono anche miei, oppure perchè ho un certo pudore nel definirmi un artista! Donna lo sono e non posso sfuggire alla mia natura!!

G.:  E chi sono le creature che vivono nei tuoi dipinti?

S.: Molti animali e donne soprattutto!

G.:  Perché la pittura?

S.: È quello che ho sempre sentito di fare, ma è necessario fare esperienze di altro tipo, proprio per fortificare il proprio percorso espressivo e creativo.

G.:  E se non fossi un’artista?

S.: Sarei un animale!

G.:  Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Sai che credo di non saperlo più tanto bene!? Credo che si debba lavorare molto, poi il tempo darà i giusti frutti e il riconoscimento di un lavoro costante e valido, tanto quanto lo è per un uomo! È questo forse che intendi?

G.:  La domanda era aperta, dunque l’interpretazione deve essere naturalmente soggettiva, così come la risposta! Il bello di queste interviste è che a domande identiche vengono date risposte diversissime, perché ciascuna di voi ha un proprio sentire e proprie ideologie. Quindi, Simona, posso dirti che pongo domande perché le artiste si svelino mediante la spontaneità delle risposte che scelgono di dare. Ora passo a quella successiva: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi sono cimentata in tanti temi, dalla mitologia alla religione, leggendo testi di letteratura o semplicemente interpretando i miei sogni, a volte anche ad occhi aperti. Ma riguardando il mio lavoro credo sia un lungo diario che racconta la mia vita, il mio volto, le mie esperienze e quelle di persone che ho conosciuto o che fanno parte del mio immaginario! D’altronde la pittura è la mia scrittura e la mia valvola di sfogo… e per fortuna! Il mio volto torna spesso anche involontariamente, ma non per dar sfogo all’ego. Credo che accada soprattutto perchè  alla fine il mio volto è l’immagine con cui mi confronto ogni volta che mi specchio, dunque è l’immagine che conosco meglio!

Simona Bramati

Simona Bramati

G.:  So che vivi nella natura, una natura che ami, che ti ha avvolta e cresciuta. Quanto questo rapporto con la natura permea il tuo lavoro?

S.: Vivo in un casolare di pietra di tufo, dove è nato il mio bisnonno, mio nonno e mio padre! Intorno ho querce, noci e altri alberi meravigliosi, tanti anzi tantissimi fiori, e poi ci sono i miei amici animali che mi regalano ogni giorno la convivenza più equilibrata che io possa desiderare! Tra animali domestici e selvatici in pratica è come se vivessi dentro ad uno zoo senza gabbie, e ogni giorno cerco di difendere questo miracolo! Tutti questi elementi sono di conseguenza entrati nel mio lavoro, in silenzio e lentamente.

G.:  Mi dici come nasce un tuo lavoro?

S.: A volte ho delle visioni vere e proprie, altre volte mi basta una parola, altre percorro lo studio di un tema che scelgo secondo le mie esigenze.

G.:  Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Ogni cosa che leggo m’influenza, se rientra nelle mie corde ovviamente. Non un libro in particolare, ma più letture m’hanno portato poi ad una riflessione per iniziare un nuovo lavoro o un nuovo progetto.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Solitamente ascolto Radio 3 con due apparecchi da due stanze diverse così ho una specie di effetto dolby surround in casa. Ma ho una collezione di musica “ricercata”, intendo non commerciale che spazia a 360° nei generi e di cui non posso farne a meno.

G.:  Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

S.: Scighitz 2004, perchè è colui che mi ha aperto la strada, dipinto in un momento in cui il mio corpo stava cedendo, gli diedi un bacio appena terminato e gli domandai dove sarebbe finito! Dopo poco tempo fu scelto per la mostra “Il Male, esercizi di pittura crudele”alla Palazzina di Caccia di Stupinigi.

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Scighitz – olio su tela – 180×120 cm – 2004

S.: Basileia 2008, lei è la Regina del luogo in cui vivo. Un giorno ebbi la fortuna di conoscere Alberto Granado che visitò la mia personale dal titolo “Lachesi, la filatrice del destino” in cui era esposta anche Lei, a Jesi presso la Salara di Palazzo della Signoria. Lui mi disse “tu eres la Regina”! Voleva dire che quel viso mi assomigliava! Ecco che rispondo di nuovo alla domanda di prima! In questo caso assomiglio al soggetto, le galline erano quelle che razzolavano in giardino, tutte con i nomi, il piccione era Tubo Piccions e i piccoli pulcini morti per il freddo “hanno posato” poi per me, mentre li tenevo nella mano oramai senza vita!

Basileia - olio su tela - 300x150cm - 2008

Basileia – olio su tela – 300x150cm – 2008

S.: Della vita a cedere 2013, è un mio ritratto. E’ la visione di un futuro prossimo alla morte che guarda con fierezza la fine, senza tirarsi indietro. I corvi tirano i capelli simbolo di vanità, che difronte alla morte è nulla. Le braccia sono i primi elementi che mutano, i più vicini ai corvi che sfruttano la metamorfosi in atto per appoggiarsi. Visibilmente il ciclo della vita si ripete.

Della vita a cedere - olio e matita su tela -70x100 cm - 2013

Della vita a cedere – olio e matita su tela -70×100 cm – 2013

G.:  L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Un’opera di Enrico Robusti del 2004 dal titolo “Mi vergogno perchè la sofferenza mi rende una bestia scura”.  Stupenda!

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Jeff Koons

G.:  Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Louise Bourgeois

G.:  In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: In giardino

G.:  Work in progress e progetti per il futuro:

S.:  C’è sempre un work in progress, che a volte rimane li per giorni.Progetti si, ma finchè non vedo preferisco non parlarne!

G.:  Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile.” (Leonardo)

Per approfondire:

www.simonabramati.it

https://www.facebook.com/simonabramati.artista

Per Voce Creativa: Intervista a Jessica Rimondi.

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Questa settimana Giovanna Lacedra incontra Jessica Rimondi (Torino 1987).

Per Jessica la donna è un ramo che germoglia. Ma ad un certo punto si sfrangia, si spezza, o forse è l’albero stesso che s’incendia? Perché la sua pittura è così: una deflagrazione su acque chete.

Jessica Rimondi è un’artista torinese molto giovane, oggi residente a Berlino. Ha seguito il corso di pittura presso l’Accademia Albertina di Torino, slacciandosene poi per portare avanti la propria ricerca in maniera autonoma, con grande dedizione e determinazione. In occasione del 4° Premio Internazionale Arte Laguna 2009-2010 ha esposto nella collettiva dei finalisti presso le Tese dell’Arsenale di Venezia. Ha poi presentato il suo lavoro in due collettive presso gli Istituti di Cultura di Vienna e Praga. Risale allo scorso anno “Solitudo”, la bi-personale realizzata con la pittrice catanese Elisa Anfuso (già intervistata in questa rubrica) presso lo Spazio Arte Duina di Brescia.

La sua ricerca prosegue, infaticabile e imperterrita. Ed è soprattutto di ricerca tecnica che si tratta; una ricerca in cui diversi materiali si mescolano e compenetrano. La matita, il fondo acrilico, l’olio, la carta, la colla. Su piatte campiture dalle tonalità piuttosto tenui – in un assetto apparentemente dato da zone di bianco assoluto – e ben ordinati contorni a matita, improvvise stratificazioni di carta e graffianti velature, spiazzano! E vibrano sulla tela, come silenzi esplosi. Come rotture di una quiete, come piaghe nella calma,il substrato di una superficie perfetta, la carne viva sotto la seta della realtà. E pare quasi che l’immagine voglia aprirsi, come una ferita, come un’ustione, per esporre la verità in tutta la sua perentorietà, in tutta la sua intima crudezza. Perché sotto l’immagine, la realtà è fatta di carne viva. I volti nascono dal segno e sono inizialmente soltanto “segno” su quelle campiture celesti o rosa. Poi una parte di quel volto si fa carne, prende le tonalità di un incarnato alla Lucien Freud. E all’improvviso … scompaginante arriva il grido, mediante il gesto pittorico. Immediato come una pugnalata. È lo strappo. È l’urlo straziante che stordisce il silenzio. È come se il soggetto stesso deflagrasse, si rompesse – o interrompesse. È come se il soggetto scoppiasse. È il gesto pittorico, ricercato, meditato, studiato, ma dal risultato efficacemente istintivo, che rende improvvisamente truce la realtà!

Come non avvertire l’eco delle combustioni di Burri, e delle deformazioni anatomiche di Bacon?

G.:  Descrivimi la Donna che sei:

J.:    Dr. Jessi e Mrs. Hide.

G.:  Cos’è una Donna secondo te?

J.:    Nel mio immaginifico la donna è un ramo che germoglia.

G.:  Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

J.:   Come un essere molto dotato ed intelligente. Ma trovo che per quanto riguarda i diritti ci sia ancora molta  discrepanza tra il mondo “occidentalizzato” e tutto il resto.

Giovanna Lacedra- Jessica Rimondi

Jessica Rimondi

G.:  Come definiresti il ruolo dell’Artista-Donna nel corso della storia dell’arte e nel contemporaneo?

J.:   E’ piuttosto recente lo studio delle personalità artistiche del passato, quello dell’Artista non era sicuramente un ruolo per donne, nonostante ci siano state delle grandi personalità tra cui Camille Claudel, Artemisia Gentileschi, Seraphine de Senlis di cui mi ha colpito la storia. L’arte contemporanea conta diverse donne. Si può essere una donna artista, anche se spesso la mia sensazione è che siamo sottoposte ad un giudizio più severo. Facendo riferimento ad una tematica esplicitamente  “sessuale”, se immaginiamo un uomo dipingere una marea di vagine ed una donna dipingere una marea di peni, cosa sembrerebbe più sfacciato e provocatorio?

G.:  Beh, a mio avviso se una donna dipingesse una marea di peni non verrebbe giudicata più provocatoria, ma forse sarebbero altri gli aggettivi o i pensieri pregiudiziali che ne scaturirebbero, anche se trovo che dagli anni Sessanta ad oggi le donne in arte, soprattutto femministe, siano andate ben oltre! Ma torniamo a te, Jessica. Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

J.:   Il dovere di sentirsi libera nell’arte.

G.:  Appunto!  E più in generale, come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

J.:   Trovo che la società odierna non ne aiuti lo sviluppo. Troppi artisti, poca qualità, non si usa più investire su un artista in cui si crede davvero, non c’è più valore in questo. Penso ci siano troppi falsi concetti e nessun valore reale, vero e forse, questa situazione non è che lo specchio della società contemporanea. C’è un ribaltamento dei ruoli, un focus estremo sulle vendite, purtroppo io non sono interessata a questo. Gli artisti dovrebbero pensare a produrre ARTE e dovrebbero essere sostenuti in questo.

G.:  Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’Artista?

J.:   Io non sono un’Artista, se osserviamo questa parola dal punto di vista professionale.
Ho subito il fascino dell’arte e me ne sono innamorata sin da bambina, mi sono lasciata sedurre ed ammaliare dalle sue diverse forme, fino a farla diventare, per me, uno stato vitale. Certo, non tutti si aspettano che una bambina voglia fare nel suo futuro “l’artista”, ma sono sempre stata molto combattiva per le mie scelte di vita.

G.:  La tua formazione?

J.:   Bene, questo è il mio punto dolente e non vorrei diventare troppo polemica. Dopo il liceo artistico ho intrapreso diverse strade: ho studiato vocalità all’istituto M.O.D.A.I di fisiologia applicata alla prestazione artistica (che ho abbandonato una volta partita per Berlino), e pittura all’Accademia Albertina di Belle arti di Torino. E forse relativamente agli studi accademici avevo sviluppato aspettative troppo alte. Ho passato due anni infernali, privi di stimolo creativo, penso di aver dipinto al massimo tre quadri; la mia frustrazione è arrivata all’apice durante il corso di arte contemporanea: la bibliografia comprendeva “I monologhi della vagina” e vedere la mostra di Gilbert and George era diventato caso di scandalo! Non lo condividevo! Dunque ho sentito che avevo due soluzioni: una era quella di prendere un titolo di studi, l’altra di mettermi a dipingere e fare davvero ricerca, studiare, andare in profondità. Beh, ho capito che se avessi davvero voluto diventare una vera artista avrei dovuto lavorar sodo, dipingere giorno e notte, studiare di più l’arte nelle sue forme, e abbandonare l’accademia. Ahimè sono una persona piuttosto radicale, infatti qualche tempo dopo ho addirittura deciso di abbandonare l’Italia per perseguire il mio scopo. Ecco perché sono a Berlino! Attualmente non mi dispiacerebbe riprendere gli studi all’estero.

G.:  Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

J.:   Ognuno di noi è in grado di osservare piccoli frammenti del mondo. Io provo a captare il più possibile dall’esterno e tutto ciò che mi incuriosisce diventa materiale di riflessione e/o materiale creativo, dalla natura all’oggettistica. La mia curiosità si sofferma moltissimo sugli individui e sulle percezioni sensoriali.

G.:  Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

J.:   Mi interessa la realtà, anche quella più cruda e l’individuo in quanto essere che la abita; mi interessa la percezione che gli esseri umani hanno delle cose che li circondano, degli altri individui. Mi interessa più di tutto la questione della comunicazione…essa si viene a creare tra il soggetto dell’opera e me, ma anche tra il fruitore ed il soggetto. È una questione cruciale e credo rappresenti la tematica nodale del mio lavoro. Forse da quando mi sono trasferita a Berlino ho compreso l’importanza e la  grandezza della comunicazione non verbale: unisce gli uomini di qualsiasi luogo del mondo. Ecco: ricerco una pittura che vibri, reale da un punto di vista percettivo, sensoriale ed evocativo.

G.:  Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

J.:   Tecnica mista su legno

Giovanna Lacedra- Jessica Rimondi in studio

G.: Quale reazione desideri abbiano i fruitori del tuo lavoro?

J.:   Desidero che l’osservatore dei miei quadri non solo veda delle figure, ma possa percepirne il respiro, lo sguardo, il pensiero. Vorrei che la mia pittura vibrasse di vita vera e fosse così percepita dallo spettatore.

G.:  Come nasce un tuo lavoro, step by step ?

J.:   Seguo un procedimento di questo tipo: Cerco di ricreare l’immagine che ho nella mente attraverso la fotografia. Preparo la tavola con quattro strati di colla avanti e retro. Costruisco il telaio/struttura sul retro della tavola. Passo diversi strati di fondo chiaro. Faccio un abbozzo del disegno. Passo moltissime mani di secondo fondo acrilico più scuro intorno al disegno e alle parti che voglio lasciare chiare. Quindi, inizio a lavorare seriamente! Parto spesso da un particolare che so già come risolvere, può essere una parte di stampa o una parte di disegno, poi mi lascio trascinare all’interno dell’opera. Non racconto la genesi del mio lavoro  nell’ordine esatto in cui avviene, poiché da questo momento in poi la regola che vige è l’istinto (so cosa voglio fare, ma non so come posso arrivare a realizzarlo).  Realizzo moltissime stampe monotipo su carta, che creo partendo da una matrice plastica, lavorando con macchie di colore e reazioni tra solventi e sostanze a base d’acqua. Immergo la carta in una sostanza collosa e la applico su legno. Spesso creo molti strati che successivamente rimuovo in parte e/o rielaboro. Tra uno strato e l’altro,  mi dedico alle parti dipinte più classicamente ad olio. E’ una tecnica lunghissima, più che altro per i tempi di asciugatura della carta su legno e dell’olio su carta.

G.: Grazie Jessica, per questa descrizione dettagliata. Ma quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

J.:   Gli artisti che mi stanno particolarmente a cuore sono:  Cy Towmbly, Arnulf Rainer, Robert Ryman, Jenny Saville, Anselm Kiefer, Nicola Samorì,  Antoni Tapies, Hans Hartung, fino a  Francis Bacon, Lucien Freud, Janni Kounellis, Alberto Burri, Yue Minjun, Olafur Eliasson e tanti altri…

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a suggerirti qualcosa per il tuo lavoro?

J.:   La musica ha sempre avuto la stessa importanza  della pittura per me (spero di riuscire un giorno a riprendere!). Tra i musicisti che amo: Telonius Monk, Óskar Guðjónsson, Christian Wallumrød, Joy Division, Jeff Buckley, Hanne Hukkelberg, Radiohead, Talking Heads, Beck, Pink Floyd, Bjork, Nirvana, Patti Smith, Depeche Mode, Joanna Newsom, Portishead  …e molti altri.
Il Regista numero uno: Michel Gondry. E  a seguire Terry Gilliam
Le letture rivelatrici di questo anno: “L’artista e la sua realtà” di Mark Rothko, “Pittura Oggi” di Tony Godfrey, “Una donna chiamata Camille Claudel” di Anne Delbée. Come scrittore adoro particolarmente Paulo Coehlo di cui uno dei miei libri preferiti di sempre “Veronica decide di morire”.

G.: Oh, conosco col cuore quella meravigliosa biografia di Camille romanzata da Anne Delbée, e amo molto anch’io quel libro di Coelho! Ora scegli 3 delle tue opere per presentarmi il tuo lavoro:

J.:   Inserirò le tre opere che sento più vicine e che rappresentano la chiave di volta del mio percorso fino ad ora. Poiché lavoro molto sul titolo, generalmente il significato di ognuna di esse è racchiuso all’interno di questo. Spesso utilizzo la forma riflessiva proprio per andare a sottolineare quel rapporto ambivalente di cui ho parlato precedentemente .

1- Respirandomiti, 150 x 150 cm, 2012: Vicendevolmente ci si respira, si comunica. Il soggetto ed il suo fruitore, l’osservatore e l’osservato. Respirandomiti vuole cogliere questa sfumatura della comunicazione non verbale, invisibile, in cui nello “stare”, attraverso lo spazio che intercorre fra due individui, si possono cogliere molte informazioni di colui che viene indagato e che, a sua volta, scruta.

Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi respirandomiti

Jessica Rimondi – Respirandomiti, tecnica mista su legno, 2012

2 -Erro Ergo Sum, 95 x 130 cm, 2012: A quest’opera sono particolarmente affezionata, rappresenta per me una piccola metafora della vita. Ci ho lavorato moltissimo proprio perché volevo toccare diversi punti, volevo rendere queste donne vive. Il titolo dice davvero tutto in questo caso.“Erro” da “Errare”, ha diversi significati:  sbagliare, vagare  Erro quindi sono: L’uomo è soggetto al divenire e diviene grazie alle sue scelte, alle strade che decide di intraprendere nel susseguirsi di eventi che vanno a formare la sua esistenza. Il tempo scorre, ne deriva  una decadenza del fisico e della carne, ma non della mente. Queste donne sono salde, poiché hanno già errato a lungo e quindi compreso molte cose. Camminano da sole, ma si accompagnano.

 Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi Erro Ergo Sum, 2012,95x130cm,tecnica mista su legno premio ora

Jessica Rimondi – Erro Ergo Sum, tecnica mista su legno, 2012.

3 – Déjeuner sur le lac, 150 x 145 cm, 2013: Quest’opera è nata per una curiosità del tutto compositiva.Un amico ha scattato la foto con questi tre soggetti, in una qualsiasi giornata al lago ed io osservandola ne ho subito notato la valenza classica della composizione, rimanendone del tutto affascinata. Inoltre, osservando la foto  la mia mente continuava a ricevere continui rimandi iconografici, per questo, infine, ho deciso che il quadro si sarebbe ispirato alla meravigliosa “déjeuner sur l’herbe” di Manet. In questo caso ho cercato di far prender forma ai miei personaggi a seconda delle loro azioni, andando a scrutare e sviluppare, attraverso le vari fasi di costruzione dell’opera, quella che  per me, rappresenta “l’esperienza sensibile” dei soggetti stessi. Dejeuner sur le lac è la bellezza dell’ordinario, il sole caldo che raramente sfiora la pelle qui in Germania, una colazione in riva ad un lago Berlinese, il ritrovare un canone estetico passato in qualcosa di presente. E’ l’inizio di una nuova serie di opere.

 Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi- Dejenuer sur le lac x mail

Déjeuner sur le lac, 150 x 145 cm, tecnica mista su legno

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

J.:   Man Ray, Le violon d’Ingres, 1924

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”

J.:   Non riesco a trovare una risposta a questa domanda. Ho subito pensato a qualcosa di Bacon, Freud, Van Gogh, CY Twombly, Kapoor, poi mi sono venute in mente altre opere, ma non avrei voluto realizzarne una più di un’altra. L’arte ha troppa bellezza, forse vorrei avere un quarto del genio degli artisti sopra citati e la metà del loro talento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

J.:   Work in progress è il lavoro di collaborazione che ho iniziato con una fotografa di torino, Ornella Orlandini, con la quale sto sperimentando davvero molto e ricercando i materiali più adatti a questa “connubio pittura-fotografia. Inoltre, si sta delineando nuovo rapporto di collaborazione con una galleria di Londra che spero porti buoni risultati e che mi rende molto ottimista soprattutto relativamente al progetto con Ornella.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

J.:   “I want the painting to be flesh (Voglio che la pittura sia carne)” –  Lucien Freud

Per approfondire:

http://jessicarimondi.wix.com/paintings