Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Liliana Cecchin

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Liliana Cecchin  (Santhià ,1955):

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Lo studio di Liliana Cecchin

La solitudine è una distanza interiore. Un luogo isolato dentro di noi. È un silenzio che alberga nel cuore del frastuono. È l’essere affannosamente vicini, eppure intoccabili.

Nella frenesia del vivere odierno vite si sfiorano, sguardi si lambiscono o rifuggono altri sguardi, gomiti si scontrano, corpi si stipano sveltamente in vagoni che, rapidissimi, li condurranno ovunque. Ciascuno verso la propria destinazione, ignota a chi gli alita ad un palmo. Ciascuno verso un altrove che non ci riguarda.

Liliana Cecchin dipinge la folla. Il sentimento della fretta, della distanza. Il movimento di chi torna, di chi va, di chi non accadrà mai per l’altro, se non nella fugace scia di movimento con cui macchierà il suo campo visivo.

Infondo non siamo altro che una legione di sconosciuti, che navigano pelle a pelle in città liquide e annichilenti. Chi ci siede accanto non saprà mai chi siamo. Solitudini accanto ad altre solitudini.

Liliana Cecchin vive e lavora a Santhià, in provincia di Vercelli. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi è Liliana?  

L.: È una sognatrice con tanta voglia di fare, scoprire e viaggiare…

G.: E se non fossi un’artista… chi e cosa saresti ?

L.: Una giramondo!

G.: Perché lo fai?

L.: Lo faccio per passione, perchè non potrei stare senza.

G.: Perché la pittura?

L.: Perché trovo sia ancora la tecnica migliore per realizzare le mie idee.

G.: I luoghi dell’effimera e anonima folla, sono quelli che immortali sulla tela. Perchè?

L.: Ho sempre avuto un’attrazione particolare per tutto quello che rappresentava il movimento. Ho colto la sfida di immortalarlo sulle tele, affascinata da Balla e Boccioni. Quando sono in mezzo al caos delle stazioni e delle metropolitane, vorrei poter magicamente fermare tutto nei miei quadri.

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Liliana Cecchin at work

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: La quotidianità vista attraverso gli spostamenti che possono essere quelli di lavoro o vacanza. Un pezzo della nostra giornata, della nostra vita. L’azione del muoversi tra tante altre persone che in comune con noi hanno solo l’andare o il tornare da un luogo di cui non sappiamo nulla.  La metropolitana che si riempie di gente, le scale mobili che brulicano di persone nelle ore di punta, appiccicate una all’altra ma perfettamente estranee. In realtà, tutto questo movimento di folla nasconde una profonda solitudine di anime. Anime che si sfiorano ma non si toccano. Lo spazio che lascio sotto ai piedi della gente vuole esprimere il senso di solitudine che si prova anche quando si è  in mezzo agli altri. Forse l’aver svolto per tantissimi anni un lavoro in cui sono stata a stretto contatto con le persone ha contribuito ad alimentare  questo mio “bisogno” di dipingere gente che corre, che cammina, che ha fretta. Come ho sempre corso io e come ancora corro.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Scelgo il posto dove scattare un po’ di foto (stazione, metro, strade affollate). Vado, scatto sequenze ripetitive, privilegiando pavimentazioni che creano riflessi. Stampo il tutto e comincio a scegliere le inquadrature che mi ispirano di più e in cui vi sia maggiore dinamismo denunciato da scie di luce che accentuino la non definizione del movimento. Nel caso di lavori grandi, per le parti più particolareggiate traccio un quadrettato sulla foto che riporto poi sulla tela ( a cui ho dato un fondo leggero in acrilico color pastello). Disegno il tutto e poi passo alla parte pittorica. Di solito lavoro su due tele in contemporanea, mentre aspetto che asciughino alcune zone dove vado poi a fare le velature.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: No… anche se io adoro Kafka.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: “Cadorna 1”  – olio su tela  -cm 120×100 – 2006.

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Quest’opera  rappresenta la stazione Cadorna della Metro milanese. È volutamente giocata sui toni del bianco e nero.

L.: “Torino metro – fermata Porta Nuova”  – olio su tela – cm 148×112 – 2014.

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L’immagine pittorica immortala il momento in cui si aprono le porte della metro e la gente esce con passo affrettato dirigendosi verso le scale; gli uomini d’affari si mescolano con le donne che tornano dal supermercato con i sacchetti della spesa, o con gli studenti.

L.: “Hong kong airport last call for the flight” – olio su tela –  2015.

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In questa tela la fisicità delle persone non si distingue quasi più. Qualcuno vorrebbe considerare   astratto quest dipinto. In realtà io mi ostino a cercare minuziosamente i particolari che riconducono all’identificazione della figura.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Cercare di dare tutta se stessa all’arte senza scendere mai a compromessi, anche se purtroppo checché se ne dica, er le donne è sempre molto difficile.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Tra i contemporanei, uno dei ritratti di Benjamin Bjorklund, oppure “la ronda di notte” di Rembrandt.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Pollock.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Gerard Richter

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando ho tempo, in cucina.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Sto preparando dei lavori dove lo spazio vuoto è predominante e i toni di colore sono più soffusi. Tra i miei progetti c’è anche quello di tradurre in versione tridimensionale le cose che finora ho fatto sulla tela, oltre ad altre sperimentazioni.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

L.: Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia. (Ghandi)

Per approfondire:

www.puntosullarte.com

www.saatchiart.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Loredana Galante

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Loredana Galante (Genova, 1970):

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Loredana Galante | Ph. Marco Curatolo 2013

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: La persona. Sono io: mi cerco per riconoscermi ogni istante .

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei comunque per la trasformazione.

G.: Perché lo fai?

L.: L’ ho scelto molto tempo fa con tanta convinzione. E lo riconfermo perché lo faccio allineandomi ai miei valori e con finalità contributive. Quello che faccio oggi per la mia vita è portatore di senso.

G.: Parli mai con la bambina che hai dentro?

L.: Ho partecipato ad un workshop sulla bambina interiore. E’rappresentata da un pelouche a forma di scoiattolo che dorme con me e che porto sempre nei miei spostamenti. A volte la metto vicino alle mie Ragazze (le micie Masha e Irina). Credo che le piaccia stare con loro. Non facciamo grandi discorsi, ma le dimostro che mi ricordo che c’è. Una volta le ho promesso di portarla più spesso al mare e vicino agli alberi.

G.: Il buio, cos’è?

L.: C’è il buio di quando chiudo gli occhi e respiro che include tutto e restituisce conforto, possibilità e fiducia. C’è il buio “dell’oscurità fondamentale”, l’incapacità di vedere anche con gli occhi aperti in piena luce. Questo buio sottrae a sé stessi e agli altri ed è la fonte di tutto ciò che è male: se mi è consentita una definizione, male è ciò che non sostiene e rispetta l’afflato vitale, in tutte le sue forme.

G.: Dove nasce l’arcobaleno?

L.: Da un cassetto piccolo che profuma di legno ed ha il pomello di porcellana dipinta.

G.: Installazioni, performance, pittura e disegno: nella tua ricerca i linguaggi si contaminano e comunicano tra loro. Ci racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

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Ph.: Marco Curatolo 2013

L.: In campo artistico, per passare ad un altro medium, per fare nuove sperimentazioni, ho avuto bisogno di avere quelle che io ho sempre definito “autorizzazioni”. In questo senso Liceo artistico ed Accademia di Belle Arti, indirizzo Pittura, sancivano il mio rapporto con il disegno e la pittura che non si è mai interrotto. Poi il desiderio di sconfinare alla terza dimensione è stato supportato dalla vincita della borsa di studio di Arnaldo Pomodoro ed arricchito da funzionalità sonore, derivanti dallo studio delle percussioni. Creavo composizioni metalliche, misuratori di uno spazio instabile scandito da intervalli calcolati ed equilibri tra i vuoti e i pieni.  Prendevo la materia e la rendevo nuova. In quel periodo la storia singola la sottraevo. Ogni elemento si rinnovava nell’accostamento con gli altri. Ora invece faccio emergere la storia precedente e la faccio confluire in una storia condivisa. La parte sensoriale e interattiva era già presente nelle latenze dinamiche degli oggetti e delle strutture, che includevano l’approccio tattile e le potenzialità sonore. I bozzetti su carta e la produzione pittorica ospitavano le stesse forme dinamiche, appunti, particolari costruttivi venivano evidenziati ed integrati. Tra il mio lavoro ed il pubblico mancavo ancora io: io in carne ed ossa.  Altre “autorizzazioni” mi condussero alla performance. Un anno con Quelli di Grock  a Milano, un anno di  corso “Iat Gong”  a Genova  sul  teatro, danza e musica  dei popoli, nonché vari stage. Genova è una città multietnica e grazie a lei e alla mia indole di animale assolutamente sociale, m’indirizzai alla progettazione e costruzione d’installazioni che mi avrebbero ospitata. Sono lavori finalizzati al rituale sociale, alla socializzazione. Parlo di:  “La pausa del cuore”, “Eggsocentrismo”, “Five minutes social point”, “I’m very WELL”. Ho trattato il tema della socializzazione con delicatezza. Il mio voleva essere un lavoro fruibile da tutti e a tutti i livelli.  Il livello culturale o la non appartenenza al clan degli addetti ai lavori non ne comprometteva l’approccio, e a livello emotivo si poteva scegliere fino a che punto mettersi in gioco. L’intenzione era assolutamente democratica. Il gioco era aperto a tutti. Il clima di festa, di spontaneità e l’esercizio della cura da parte mia, ne assicuravano la riuscita. Le mie interazioni spesso durano delle ore, anche a discapito delle mie ginocchia… Il trasferimento a Milano segna un passaggio che avrà risvolti professionali ed esistenziali di forte impatto. Ho dovuto studiare per me stessa una strategia socializzante per costruirmi una nuova rete di amicizie e di relazioni ed adattarmi a nuovi tempi e nuove distanze. Il tempo ed anche i miei disagi sono intervenuti nel mio lavoro artistico con l’inserimento di una gentilezza e attenzione più profonde e meno estemporanee alla sfera emotiva.  Lo spazio del gioco ha incluso elementi più intimi, come la memoria, l’attenzione all’emozione, l’empatia, il conforto e la riparazione. I miei progetti includono l’attenzione alle fasce deboli, alle presunte diversità, al rispetto dell’ambiente e all’ecosostenibilità.  Alcuni progetti sono “Letto di latte”, “Storie vere di paese”,  “Ninho Gracia”. Le relazioni rimangono il punto focale della mia vita, del mio lavoro ed occupano il primo posto nella mia scala di valori. Di conseguenza compio una scelta che avrebbe profondamente influenzato entrambi: m’iscrivo alla scuola triennale di counseling Manage your life. Assumo consapevolezza dei miei processi emotivi, influenzo e modifico circuiti cognitivi e percezioni disfunzionali con lo studio, la meditazione  e la presenza vigile. Mi accorgo di dinamiche relazionali e di atteggiamenti esistenziali. Coltivo lo spazio neutro, dell’inclusione e dell’ascolto, esercitati anche nella mia pratica ed attività buddista. Mi diplomo in counseling sistemico relazionale nel 2014 con la tesi “Arte e counseling in RELAZIONE”. La mia attività si arricchisce di nuove competenze e di un raggio più ampio e composito di osservazione. Questi apprendimenti mi hanno permesso d’inventare nuove modalità performative e sono molto presenti nella gestione dei work shop come “I redraw your life”, “Rebirth: the second life”, “Incontri in 73 movimenti”, “Appuntamento galante”. La mia storia rimane sempre Una question( e) pubblica come descrive  il titolo del mio catalogo stampato nel 2007. E’ a disposizione, a confronto con  quella degli altri, risuona per similitudine e si emoziona per appartenenza. Nella mia vita ho compiuto cambiamenti e scelte con la finalità di rispettare i miei valori e di allinearmi il più possibile a questi. L’ operazione artistica deve avere per me potenzialità trasformative e valore contributivo. Mi avvalgo della mia sensibilità e interesse per il mondo fenomenologico dell’altro e faccio costante esercizio di ascolto, inclusione e della cura inteso come attenzione empatica. Il buddismo ed il counseling mi hanno insegnato a vedere l’altro come un “perfettamente dotato” ed in possesso delle risorse necessarie per vivere a proprio agio. Da parte mia faccio del mio meglio per mettere le persone in contatto con le loro risorse. Ritengo che Il cambiamento, nonostante presupponga sforzi e ricadute, sia la massima esperienza  creativa. Avere al servizio della “trasformazione” il mezzo entusiasmante della produzione artistica è una delle scelte più sensate della mia vita, nonchè un grande beneficio o fortuna, come la si voglia definire. Il counseling, la psicotearapia, la meditazione hanno portato un livello di consapevolezza più alto e consolidato attitudini che già possedevo ed esercitavo a livello spontaneo. Come un sistema di misurazione più preciso: diciamo che invece di una sassola, ora ho a disposizione una bilancina elettronica più sofisticata.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Penso di aver già risposto in parte, faccio un breve elenco: Ecologia, Democraticità, Inclusione, Memoria, Responsabilità personale, Rispetto per la vita. E’ un lavoro autobiografico perché nasce da un esperire personale ma è condiviso e potenziato con l’esperienza dell’altro. Le mie performance hanno un lungo processo di preparazione e di recupero oggetti…Il giorno della performance però affido tutto agli altri. Il mio è un lavoro di fiducia. La fiducia mi appartiene. Come tutti ho anche qualche aerea in cui albergano le paure ed in cui non riesco ad affidarmi ma è più legata all’incolumità fisica tipo volare.

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Loredana Galante at work

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Le modalità sono due: nella prima,  il lavoro nasce da una mia suggestione-decisione, area di approfondimento, necessità di “digerire” qualcosa, di provare a osservarlo da più punti di vista. Si presenta la necessità di accettare qualcosa, comprenderla. Per esempio le separazioni a tutti i livelli. Il lavoro qualche volta diventa una strategia di superamento, un modo per spiegarsi o spiegare agli altri qualcosa intraducibile altrimenti Nella seconda mi trovo ad accogliere l’invito di un evento a cui decido di aderire e in cui mi viene dato un tema, un concept, comunque un contenitore o un soggetto da sviluppare nel mio personale modo. Prendo appunti, scrivo, faccio schizzi, colleziono immagini, parole ed esperienze significative. Diventano un date base al quale attingere. Poi una volta scelto di fare un lavoro, faccio una ricerca specifica. In questo secondo caso “a invito” in qualche modo devo forzare le modalità creative anche solo per rispettare  una data di consegna. Non l’ ho mai vissuta come una limitazione, ma come un piacere nel rinnovarsi o nel’addentrarmi in qualche soggetto che non avrei frequentato. Si rivive ogni volta quell’ esperienza d’ intravedere un’ idea, nella foschia, che ti viene incontro e di definirne i particolari nei momenti più inaspettati della tua giornata. Tra i miei momenti più creativi c’è quello di quando ho appena concluso qualcosa. E’ come se i miei processi cognitivi prima impegnati, finalmente di nuovo alleggeriti, si rimettessero subito al lavoro realizzando pensieri nitidi.

G: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sono emotivamente collocata alla fine dell’Ottocento. Sono legata ai libri Locus Solus di Russell ed Il dono di Nabokov. Leggo anche saggi di spiritualità e manuali “auto correttivi”.

G: Sei buddista. Quanto, la tua fede, ha guidato e trasformato l’artista che sei?

L.: Applicare gli insegnamenti buddisti alla mia vita è stato uno degli ambiti di profonda trasformazione. Nel mio lavoro ha praticamente azzerato competitività ed individualismo. Non escludo che possano essere tratti caratteriali “funzionali” alla professione, ma sono “ antifunzionali” al benessere. Supportata dal mio percorso di counseling sistemico relazionale non m’identifico nell’essere artista. Uso l’arte come mezzo trasformativo, mi è congeniale la modalità descrittiva che mi offre, ne amo l’intensità esperienziale, la condivisione, la co-creazione con chi ne partecipa e la possibilità di concentrare tempo, sentimenti, pensieri, ipotesi in una forma o in una azione. Questa forma è definita, quasi oggettiva, per me ma è disponibile per le proiezioni soggettive di ognuno.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: Solitamente: il silenzio. Ora ho messo Satie.

G: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: Opera 1) Coltivare 养 (殖) 2015 performance a cura di Fortunato D’ Amico. Biennale Arte Cina Elisir di Lunga Vita Mastio della Cittadella, a cura di Sandro Orlando Stagi e Mian Bu, 2015 catalogo Maretti Editore.

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 Performance “Coltivare” – 2015

L’ E.D.L.V.( elisir di lunga vita)  per me non è da ricercare per l’immortalità del singolo. VITA non è da intendersi come vita individuale ma come impulso vitale, azione contributiva, afflati evolutivi e costruzione di un valore comune da rispettare e da conservare per la sua importanza.  Vitale è ciò che tiene in vita, che produce senza distruggere, senza compromettere. Essere in vita non è solo respirare ma essere svegli, consapevoli, in ascolto, permeabili.  L’esperienza del singolo deve allinearsi con lo spirito intelligente dell’Assoluto, si alimenta con la Presenza e la Cura, in uno stato di integrazione tra l’effimero e l’eterno, tra l’individuo e l’intelligenza universale. In questa performance quindici persone passavano da un tavolo-mensa presso il quale altri tre ragazzini del pubblico porgevano loro: vecchi cucchiai di alluminio, piatti in porcellana dipinta, bicchieri di cristallo scompagnati, una piantina di quercia, terra, una bibita a scelta tra amore, perdono, cura, rispetto, sintonia e pazienza. Gli oggetti li avevo scelti con molta cura e venivano riposti in una cassetta di legno della frutta che consegnavo a ciascuno come se fosse il vassoio con il quale alle mense si scorre davanti alle pietanze. Un grande tappeto persiano attendeva al suolo di essere Coltivato. Si poteva tornare al tavolo e riempire ancora il piatto di terra o il bicchiere di qualche sostanza nutritiva a scelta al fine si sistemare le querce sul tappeto. Questo tappeto è una porzione di pianeta ma anche del nostro salotto di casa… La coltivazione è a livello sociale ed a livello personale, sono inscindibili. Le mamme hanno portato con sé i bambini che sono stati silenziosi e partecipi alla cocreazione di un’emozione condivisa e custodi di un messaggio.

L.:  Opera 2) “A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011 – tessuto, bordo a uncinetto, velluto, terra e pianta – dimensioni,  H 280x L80 cm – “Sebben che siamo donne” Palazzo Libera, Villa Lagarina,Trento; a cura di Angela Madesani, Publistampa edizioni.

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“A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011

La riflessione è questa volta sui ruoli: figlie madri, sorelle che nel tempo si scambiano e si ripetono. Ho messo i ruoli in relazione con le foglie. «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même  limite, toujours des feuille symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge . La lunga calza ospita nella zona pubica una pianta, che cresce nel tempo, viva e in movimento. Come le relazioni occorre prendersene cura, ascoltandone i bisogni. La zona pubica è l’infinito potenziale generativo. Differenze che si assottigliano a diventare un velo, esperienze da indossare. Penso che se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos’è il mondo. Così indugio nelle parole e nelle cose per decifrane il linguaggio universale.

L.: Opera 3) Blue, 300×200 cm acrilico su tela , 2013. Con l’aiuto dei ragni tessitori, GAM, Genova (solo show), testi di Chiara Canali, Fortunato D’Amico, Maria Flora Giubilei, 2014 catalogo Artbook

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 Blue – acrilico su tela – Ph.: Pierluigi Maida 2014

I dipinti in grande formato comprendono sbalzi temporali di stile, citazioni, l’incongruenza dei sogni, l’evocazione dei viaggi, la stratificazione delle esperienze ma anche il cambiamento. La veste pop con echi alle tappezzerie orientali ne fa delle attraenti tele di grande impatto d’insieme, non senza la cura di minuziosi particolari e intriganti calligrafie da osservare da vicino. Le citazioni e gli scritti affiorano ed appartengono a quell’istante e spesso li dimentico e faccio fatica a rileggerli. Il mio lavoro pittorico attinge molto dalla sfera emotiva, come dal viaggio: sia all’esterno che all’interno di me. Entrambi sono d’impatto. I secondi alle volte lasciano tracce ancora più profonde dei primi.In alcuni dipinti ci sono tessuti, passamanerie, segni su carta incollati. La stoffa è un materiale dal potere altamente evocativo e seduttivo. Il mio interesse nel collezionare, conservare, accogliere storie passa anche attraverso i materiali e gli oggetti che ne conservano memoria. La pittura è stata il mio primo medium espressivo e nonostante l’acquisizione di nuovi supporti, non ne ho mai sospeso la pratica.  Blue fa parte di un ciclo che ho raggruppato sotto il nome di  Mood Traveller ed è stato dipinto dopo il viaggio- ricerca di un mese e mezzo in Messico. Il titolo mi sembrava descrittivo della condizione in cui gli essere umani vivono: in movimento tra continui avvenimenti, ricordi, incontri, prove e i relativi stati d’animo che sono a loro volta spiazzanti, spaesanti e producono spostamenti. Mood traveller evoca Città geografiche e Città dell’anima, vere e immaginate, da visitare, da scegliere, da materializzare o da sciogliere, in cui stare, tornare o  lasciare. E’ un viaggio complesso ed interessante. Si consiglia “di lasciarsi andare al flusso, alla varietà di energie, al carattere climatico e  materiale dell’ esperienza”

G: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: L’opera d’arte che avrei voluto realizzare io è mia ed è sempre quella che non ho ancora fatto. Una sorta d’inquietudine mista ad insicurezza alimenta una malinconica insoddisfazione che mi fa rimettere al lavoro. S’ incastrano negli angoli vuoti e tra un lavoro e l’altro anche un po’ di solitudine. Allora evoco l’opera come lo sciamano fa con l’animale guida… e nel mio “inframondo “sto in ascolto. E poi ci sono le aspettative da gestire. Qualcuno le chiama allucinazioni! Qui di seguito alcune artiste il cui lavoro parla un linguaggio che ascolto con interesse:  Leonora Carrington, Louise Borgeois, Sophie Calle, Mona Hatoum,Nathalie Djurberg, Maria Lai.

G: Essere donna ed essere artista. Qual è il limite  –  se c’è un limite –  e qual è il vantaggio – se c’è un vantaggio?

L.: Mi piace molto essere donna.  Vantaggio è una parola che non uso. Posso sostituirla con risorsa? La risorsa principale per me è una naturale predisposizione all’esserci, all’attenzione, alla cura, a essere vigile, a essere permeabile nelle situazioni, generosa e feconda.  Dei miei limiti sono personalmente responsabile. Ringrazio di non essere nata in altri luoghi ed in altre circostanze.

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Letto di Latte Performance, 2010

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando immagino “mondi possibili” per me e per gli altri e m’impegno alla loro costruzione anche solo con uno sguardo benevolo, e quando esercito il mio leggendario “spirito d’adattamento”.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

L.: In questo momento sto cercando una studio-abitazione più grande: ho una sottana di 3 metri da ultimare, un gigantesco fiore di loto di seta di riciclo, qualche workshop in programma ma soprattutto la necessità di fare un po’ di ordine!

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: Fare gli stampini che l’ universo li riempie. Impeccabilità della parola. Ciò che ti sta accadendo è la cosa migliore che possa capitarti per la tua vita. Poi uso tanto queste due parole: Stare insieme. E amo: Flusso Fiume e Andare Verso. Entrambi sono titoli di mie lavori.

Per approfondire:

www.loredanagalante.it

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

Per Voce Creativa: Intervista a Elisa Rossi

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Elisa Rossi (Venezia, 1980):

Lei è sempre sola. Sola con se stessa. Vaga, di tela in tela, per le stanze dei suoi pensieri allo stesso modo in cui si muove negli spazi del suo appartamento. La protagonista dei dipinti iperrealisti di Elisa Rossi abita un mondo appartato. Il volto è spesso nascosto, lasciato in ombra o tagliato a metà. Il corpo viene ripreso dall’alto verso il basso o dal sottoinsù. I gesti appaiono lenti, moderati dal sovrappensiero. A volte viene ritratta nella sua toilette mentre si depila o spalma della crema sul suo corpo. Altre volte  la vedo vagare per casa, quasi nuda. Poggiarsi ad uno stipite e offrire le spalle al mio sguardo. Altre ancora, la sorprendo accovacciata sul pavimento e inondata da una luce radente. Raccoglie al petto le ginocchia e il sovrappensiero diventa riflessione. Di recente, poi, l’ho vista in piedi, tutta nascosta da un velo chiaro. Come se quel manto di semitrasparenza fosse un abbraccio di protezione, una corazza da offrire a se stessa per appartenersi ancora di più.

Il taglio della scena è sempre fotografico. Ma a volte appare casuale, figlio di un fortuito errore. La tecnica è impeccabile, la cura dei dettagli a dir poco lenticolare.

Quando guardo un’opera di Elisa Rossi rimango impressionata dalla sua bravura. Immediatamente dopo, percepisco un gran silenzio. Il silenzio di quella donna stanata nella sua intimità; il silenzio di un luogo nel quale io non sarei chiamata ad addentrarmi, ma in cui mi trovo per uno strano caso, come una sorta di inconsapevole voyeur.

Elisa Rossi vive e lavora a Montebelluna (TV). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

E.: Sono un’artista donna che segue il proprio istinto per coltivare l’arte con la creatività di un infante.

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Elisa Rossi

 

 G.: E se non fossi un’artista?

E.: Non lo so, non me lo sono mai chiesta, per me è una condizione naturale, è essere me stessa.

 G.: Perché lo fai?

E.: Seguo quanto detto sopra: mi viene naturale, spontaneo, è una cosa che mi appartiene nel profondo, non si può spiegare, sono io, la mia vita, non posso limitare la mia arte in un’unica sterile spiegazione, è una cosa che va oltre.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché trovo sia la forma d’arte più immediata e che ha il potere di rinnovarsi continuamente.

G.: Qual è il compito di un’artista donna?

E.: Il compito di ogni artista è seguire la propria ricerca con determinazione e onestà, non farei una distinzione di genere.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

E.: Gran parte del mio lavoro è dedicato alla figura femminile, quale custode di un dimensione intima, proprio per questo c’e’ molto di autobiografico.

G.: Figurazione e di più: Iperrealismo. Quando e come nasce questa sfida?

E.:  Non la vedo come una sfida, ma come un mezzo per la costruzione delle immagini che voglio creare.

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Elisa Rossi in studio

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: Prima di scattare la fotografia, che diventerà poi lo spunto per il dipinto, preparo una sorta di set negli angoli più improbabili della mia casa con oggetti strani, parrucche, luci assolutamente non professionali. Sono molto concentrata in questi momenti, anche perché sono una pessima fotografa. Improvviso molto, scatto e scarto molto. Tento, costruendo appositamente la scena, di catturare un’immagine che traduca il più fedelmente possibile la mia idea. Una volta individuata l’immagine, inizia la fase pittorica vera e propria. Preparo un fondo, solitamente di un colore freddo. Faccio il disegno preparatorio con un pastello non acquerellabile, e poi inizio a dipingere ad olio un primo livello, questa è una fase che richiede molto tempo. Una volta asciutto il primo strato, inizio a divertirmi con le velature. Infine, una passata leggera di vernice per uniformare.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari? 

E.: Si certo, in particolare ”Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estes e “Il codice dell’ anima” di  James Hillman.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

E.: In fatto di musica ho dei gusti veramente strani, dipende dal momento. Passo da Etta James agli XX con estrema facilità! Per quanto riguarda la musica italiana, ho un affetto adolescenziale per Carmen Consoli, Afterhours e Subsonica

G.: Ah! Meravigliosa assonanza! Io come te mi sono nutrita – e continuo a nutrirmi – di Subsonica, Afterhours e Carmen Consoli. Ora invece,  raccontati attraverso tre opere…

E.: Personae, 140×200, olio su tela, 2012.

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Inserita in uno spazio privato che mantiene un ambivalente valore di rifugio e di gabbia, la donna rappresentata è una figura cosciente della propria fisicità ma distante e protetta da tutto ciò che vi è all’esterno. Il volto, nascosto, sottolinea proprio l’impossibilità di qualsiasi dialogo. Nella serie Personae è la relazione tra indumento e figura ad essere la tematica principale. Nel simbolismo archetipo gli indumenti rappresentano la “Persona”, ossia la prima visione che gli altri hanno di noi, la maschera che identifica l’immagine sociale che viene presentata al mondo. Ecco perché, in questa tela, la figura è sovrastata e schiacciata ma allo stesso tempo piacevolmente protetta dal tessuto, ossia dall’aspetto esteriore esibito

E.: Scrittura Privata, 100×140, pennarello su tela, 2014.

Scrittura Privata, 100x140,.JPG

Per la serie “Scrittura Privata” la tecnica utilizzata è la china o il pennarello su tela o carta. Ho rappresentato tessuti decorati  e le pieghe di qualche abito, con l’intento di sottolineare l’aspetto manuale dell’esecuzione. Ma di questa manualità non ho voluto soltanto recuperare gli aspetti ripetitivi e artigianali delle pratiche spesso proprie del mondo femminile, quanto soprattutto la temporalità.  Il tempo dell’esecuzione e’ anche il tempo della riflessione, del dialogo con se  stessi, dell’intimità. Questi miei lavori sono una sorta di scrittura, un tentativo di disegnare il tempo. Lo stesso tempo dilatato che rappresento nei quadri figurativi qui viene tradotto da  gesto ripetitivo e minuzioso, che giorno dopo giorno va a creare la composizione .

E.: Limine (composizione) olio pannello telato, dimensioni variabile, 2015

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La serie “Limine” rappresenta un’ indagine riguardo il concetto di “soglia”, inteso come segno di confine, come varco da uno stato ad un altro.  Ho voluto, perciò, prendere in esame  diversi elementi evocativi che rimandano ad una separazione o comunione tra due ambiti distinti tra loro, non solo come identificazione di uno spazio fisico ma soprattutto come passaggio tra due livelli: tra il visibile e quanto sta al di là dell’immediatamente osservabile, tra il materiale e lo spirituale. Ecco perché ho spostato la mia attenzione su tappeti, merletti, veli, scale ecc..Le scale sono palesemente  graduali accessi ad un altrove. I tappeti, oltre alla funzione ornamentale, delimitano uno spazio che diviene simbolicamente luogo di preghiera. E il merletto, attraverso la sua esecuzione ripetitiva e rituale, diviene anch’esso  mezzo per il raccoglimento e la meditazione. Il velo, poi,  il simbolo della piena concentrazione su di sé, dietro ad esso la figura appartiene tutta a se stessa, trattenuta e potente e, nel giusto modo, distante e protetta.

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Sursum corda – 140×100 – olio su tela – 2014

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

E.: Renoir, con tutto il rispetto, ma non mi ha mai emozionata

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

E.: Progetto disegni preparatori per i merletti di Burano

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.:  Parteciperò ad un progetto speciale all’interno di  Milano Affordable Art Fair in collaborazione con CD arts & Literature Consulting.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

E.: Corri e lascia correre, ogni tanto fermati e respira!

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Per approfondire: www.elisa-rossi.com

Facebook:  www.facebook.com/ElisaRossiArtist/

 

 

Per Voce Creativa: Intervista a Selena Leardini

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Selena Leardini:

“Sarò per sempre

la tua ninna nanna,

la biglia che sfugge,

 alla tua condanna.”

Vecchie foto in bianco e nero, risalenti ai primi del Novecento, ritraggono infanzie remote e inconoscibili.

La fotografia ferma il tempo. Eppure, il tempo di quei bambini e di quelle bambine oggi non esiste più. Precipita nel gorgo dove i ricordi si mescolano all’immaginazione. Dando luogo ad una dimensione ibrida ed impenetrabile: quella di un per sempre che invece non è stato mai.

Vecchie foto raccolgono polvere sulle bancarelle dei mercatini di antiquariato, ma Selena le recupera, per riplasmarle in sogni ed incubi. Ne traccia lo scheletro su un cartoncino liscio e le veste poi, di una nuova identità. Un’identità che è forse sempre la stessa, sempre uguale e sempre diversa. Come uguale e diversa può essere la fame – o la sempreverde domanda d’amore.

Ciascuna delle sue creature è alla fine sempre una, intrappolata in un’infanzia che non è mai  pienamente stata. E volge allo spettatore uno sguardo deciso. Come a fendere la cecità che spesso alberga negli adulti.

I bambini vogliono essere guardati. Pretendono di essere visti e soprattutto amati. Altrimenti si ritraggono. E intimamente – molto intimamente –, alla fine poi si arrabbiano.

Le creature di Selena Leardini appaiono come anime chiuse in un’infanzia imperscrutabile. Ieratiche si stagliano su fondali bui e indefiniti. Raccontano di una l’età dell’innocenza forse cristallizzata: mai vissuta e quindi mai dimenticata. Sono bambini che resteranno bambini per sempre. Docili, inquieti, indagatori. Si lasciano custodire da sontuose cornici intagliate.

La passione di Selena è girare per mercatini, infoltendo quel repertorio fotografico che è alla fonte della sua ricerca poposurreale, e collezionando cornici con le quali abbiglierà le sue opere.

Esponente della Lowbrow-art, Selena è un’artista piuttosto riservata. Non ama mettersi in mostra e non è neppure troppo propensa a raccontare di sé. Lascia che siano le sue opere a parlare. .E ci invita a scivolare nel mondo dei suoi infanti, ovattato, buio e misterioso. Per incontrare magari, il bambino che siamo stati.

Il bambino che ancora siamo. Che per sempre, da qualche parte, saremo.

Selena Leardini vive e lavora in Trentino. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Ho una domanda di riserva?

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Sempre che lo sia, sarei una cerca robe: svuoterei cantine e solai. Sono attratta dagli oggetti abbandonati, dimenticati, nascosti.

G.: Perché lo fai?

S.: Perché quando ero piccola e tornavo dall’asilo con un disegno nuovo mi facevano tutti i complimenti. Nel riconoscimento degli altri mi sentivo apprezzata. E’ una sensazione gradevole che non mi ha mai abbandonata. In fondo, siamo tutti un po’ bambini.

G.: Perché la pittura?

S.: Ho appena risposto…

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Non credo si possa definire l’arte un compito, o perlomeno, non l’ho mai vissuta come tale. Forse é un’urgenza, una necessità, un lavoro, una continua esperienza, sia per le donne che per gli uomini.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Sono tematiche rivolte all’infanzia e nascono da vecchie foto di bimbi dimenticati nel tempo, soprattutto dalla solitudine che sembra avvolgerli.

G.: Chi sono le creature che popolano i tuoi quadri?

S.: Come dicevo prima sono principalmente bambini, e spesso a far loro compagnia ci sono piccole presenze silenziose e quasi invisibili.

G.: Ci racconti come nasce un tuo lavoro?

S.: Nasce tutto dalla scelta della cornice, per me è importante che sia d’epoca. Una volta portata in studio la guardo, finché vedo dentro il quadro finito.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: No.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: La musica mi condizionerebbe, quindi preferisco il silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue opere per descrivermi la tua ricerca:

S.: La piccola fiammiferaia –  2013

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Questo è uno dei pochi quadri che ho in casa e dai quali non mi sono separata, fa parte di un passaggio artistico del mio percorso.

S.: Il cuore dell’orco –  2015

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Penso che quest’opera mi rappresenti particolarmente.

S.: Atar- i 2013Giovanna-Lacedra_Selena-Leardini_Atari-Selena Lenardini-31072015ALa foto della bimba a cui mi sono ispirata è una delle mie preferite e più utilizzate, il quadro prende ispirazione anche da Brillo, un personaggio apparso su Linus qualche anno fa.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Sono tantissime le opere d’arte che ammiro e mi emozionano, ma non mi è mai venuta in mente questa frase.

Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.:  Cavoli! Come si fa a dirlo?

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: In realtà non avrei mai voluto essere un artista.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Cerco di divertirmi a fare bene ogni cosa che faccio.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

Al momento ho due personali una a Rovereto a Dicembre e l’altra a Roma ad aprile. Ho in mente anche un progetto: fare un esposizione della mia collezione di foto d’epoca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: Le cose devono appartenere a chi se ne prende cura.

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Selena Leardini su Facebook: https://www.facebook.com/selena.leardini?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista a Sara Cancellieri

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Sara Cancellieri (Benevento, 1976):

Sara dipinge quasi accidentalmente. La sua vocazione iniziale era la scultura, ma nel tempo ha compreso che sulla superficie bianca il colore può evocare tutti quei mondi “altri” che, come direbbe Lennon, “accadono” mentre noi siamo distratti da altro. Nel suo lavoro rintraccio echi di Simbolismo e Surrealismo. Del resto, lei stessa afferma che si è veramente liberi quando si conquista la libertà di credere a tutto, soprattutto a ciò che non è razionalmente spiegabile. La pittura, allora, può tradurre tutto ciò che di incredibile accade mentre noi siamo impegnati a fare altro.

Sara Cancellieri vive  e crea a Foglianise (BN). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Io sono. Ho un impegno verso me stessa che è quello di trovare un centro entro cui far convergere tutti gli aspetti della mia personalità. Sono quindi donna, animale e artista .

 Giovanna_Lacedra- Sara_Cancellieri

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Se non fossi un’artista continuerei ad essere Sara, non riesco ad immaginare una differenza.

Potrei chiedermi in quale altro modo avrei potuto vivere la mia espressività, forse attraverso la contemplazione della natura, l’osservazione interiore. Da bambina volevo fare l’antropologa, ma ho preferito poi applicare questo studio partendo da me stessa, del resto il nostro bagaglio crea un microcosmo compless , uno specchio in cui si riflette la storia dell’uomo, tutto sta a saper osservare, a volerlo fare.

G.: Perché lo fai?

S.: In realtà credo di non farlo, lo sono, perché è nella mia natura esserlo.

G.: Perché la pittura?

S.: Quando mi sono iscritta all’accademia di Belle Arti di Firenze ho scelto scultura. La trovavo più completa come disciplina. Dopo gli studi ho iniziato a dipingere per pura esigenza espressiva:  non avevo uno studio in cui poter scolpire, così ho iniziato ad usare il colore e inaspettatamente si è aperto un nuovo mondo.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista oggi?

S.: Durante le prime lezioni in accademia il mio professore di scultura spiegò che la linea verticale rappresenta il maschile, la linea orizzontale il femminile, il campanile è un simbolo fallico, la caverna invece rappresenta il sesso della donna e così via. Da queste affermazioni mi appassionai allo studio del simbolismo, degli archetipi, in arte come nelle discipline che studiano l’uomo in tutti i suoi aspetti e l’ho fatto perchè volevo superare questi confini analitici. L’artista-donna oggi si è riappropriata della sua potenza espressiva, femminile e maschile emergono perchè coesistono nel vissuto di ognuna di noi, trovo che superare questo confine e far emergere la persona nella sua complessità sia davvero un grande lavoro, e alcune donne artiste ci sono riuscite.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi interesso all’essere umano, alla sua contemporaneità, alle sue contraddizioni, ai suoi orrori.

Osservo molto fuori da me, e so che se qualcosa mi colpisce tanto è perchè in quel momento stanno riaffiorando aspetti del mio vissuto. Sono proiezioni che aiutano a guarire determinati stati.

G.: Lavori soprattutto con l’acquerello. Perché?

S.: L’acquerello mi ha conquistata quando ho visto in lui una duplicità espressiva incredibile. La sua apparente delicatezza e freschezza nasconde un grande controllo tecnico. Sono li a controllare ogni segno, ogni goccia di colore, tutto è assolutamente calibrato dalla mia volontà.  Un vero e proprio esercizio di concentrazione durante il quale devo essere presente. “La libertà è disciplina”.DSC_0153

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Alcune volte sono immagini che emergono dalla mia memoria visiva, si sovrappongono e trovano il loro significato. Altre volte vengo affascinata da temi particolari che vado poi a sviscerare. In ogni caso, non forzo mai ciò che voglio rappresentare, decido  solo come devo farlo.  .

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Si, moltissime. Ma un libro in particolare mi viene in mente, lo  nomino spesso, è Flatlandia di Abbot. Lessi questo libro quando avevo 19 anni, lo ricordo ancora, e compresi quanto il nostro vedere è in realtà limitato all’esperienza dei nostri sensi. Ogni momento accadono cose straordinarie dentro e fuori di noi, ma non le percepiamo perchè non siamo in grado di farlo, perchè ci limitiamo al nostro mondo esperienziale. Compresi cos’è il pensiero analogico, mi sentii libera, libera di credere a tutto, libera di poter vedere in una linea verticale una linea orizzontale vista da un punto di osservazione differente, che puo diventare anche un punto se mi sposto su di un altro piano. Nel mio lavoro davanti all’evidenza di ciò che è rappresentato vorrei che ognuno si astraesse dal proprio punto di vista e cercasse oltre. Di solito vengono fuori i mostri.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Accendo la radio o lo stereo, scelgo sempre musiche che non superino certe frequenze che trovo poi dissonanti . Dalla classica ai MercanDede, dai Jefferson Airplane a Battiato, ascolto tutto, tranne la musica stoner.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontare il tuo lavoro:

Sara Cancellieri -L'adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180x20 cm (20x20 cm cadauno), 2014

Sara Cancellieri -L’adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180×20 cm (20×20 cm cadauno), 2014

S.: L’adorazione di se in un unico pensiero. L’assenza dello sguardo che catalizza l’attenzione pone degli interrogativi. Si cerca nell’espressione un sentimento che affiora, un ricordo, un pensiero. L’idea di questa installazione nasce proprio dalla ricerca di una comunicazione sottile tra il soggetto che si lascia ritrarre (l’uomo esteriore) e il se interiore, che emerge di fronte l’impossibilità di controllare la propria immagine nel momento in cui si chiede di chiudere gli occhi.
In quell’attimo in cui si prende coscienza della propria nudità la persona si sente a disagio, non si richiede nessuna espressione, solo il proprio volto senza lo sguardo, lo sguardo come espressione dell’anima, e allora cosa rimane? Tutto il mondo che si cela dentro di noi, un sogno o la realtà. Raccogliere volti è una vera e propria schedatura che porto avanti da diversi anni, durante gli scatti racconto del mio progetto, e noto che le persone sono curiose di sapere cosa apparirà della loro persona, una sorta di analisi psicologica , da dove emergono le differenti personalità che si affollano in ognuno di noi. Ma quando lo sguardo si cela non c’è menzogna. L’utilizzo della tecnica ad acquerello mi consente di trattare il volto con leggerezza e trasparenza, i tratti somatici si fondono nel bianco del foglio, quasi ad emergere da esso o ad inabissarsi in un vuoto di luce.

Arma-te - installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

Arma-te – installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

S.: Arma-te. Tra i lavori più recenti “Arma-te” si proietta in una tematica sulla quale sto lavorando in questo periodo, la forza, l’energia, come spinta vitale, come forza interiore, l’energia che abita il mondo sottile, quello spazio invisibile che mette in comunione tutte le cose del mondo”. Le armi sono rivestite da una pelle, non hanno il foro di uscita del proiettile, sono corpi che evocano la loro potenza ma non la esercitano.

Sara Cancellieri - Interno #1, metafora del risveglio - Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

Sara Cancellieri – Interno #1, metafora del risveglio – Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

S.: Interno # 1, metafora del risveglio. Ogni giorno si compie l’atto del risveglio. Il risveglio del corpo e della mente, che da uno stato di coscienza parallela, passa da una stanza surreale ad un ambiente reale, dove la presenza di sé è percepita tramite un bagliore di luce che attraversa la fessura della porta. Non tutto è ancora compiuto. La vita, come un’esplosione, rende reale il sogno, l’energia si libera sopra gli interni metafisici.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Una delle tempeste di Turner

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Andy Wharol

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Qui vado in tilt, sono tanti gli autori che amo, ma se devo parlare di emozioni forti che ho provato davanti un’opera desiderando di esserne l’autore mi viene in mente tanto Rotko, quanto Canova.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Nella vita in generale, il bicchiere è sempre mezzo pieno, bisogna essere creativi per non arrendersi mai.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

S.: L’energia come forza vitale, ci sto lavorando da un po’. Per il futuro non so, dipende da cosa faccio per il mio presente, cerco evoluzione, il cambiamento mi affascina, nella vita come nell’arte l’autoreferenzialità è la morte della creatività.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Niente è come sembra”, ed è proprio vero, e aggiungerei …per fortuna!!

Per approfondire: cancellierisara.wix.com

Per Voce Creativa: Intervista a Simona Bramati

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Simona Bramati (Castelplanio, 1975):

Umile, genuina, refrattaria ad ogni inutile forma di esibizionismo mondano, Simona vive ogni giorno del miracolo in cui si è trovata a crescere: l’incontaminata collina marchigiana di  Castelplanio. Adora gli animali, di cui si prende cura e dai quali si lascia “educare” ad un altro, più autentico “sentire”. Un “sentire” puro, nitido, ancestrale. E capace soprattutto di contaminare la sua ricerca artistica. Sono, infatti, gli animali ad essere spesso protagonisti delle sue opere. Insieme a creature di sesso femminile: rivisitazioni mitologiche  o autoritratti alterati. Simona è un’artista capace di ascoltarsi. Di stare dentro se stessa. Di andare a fondo, raschiando silenzi per poi riportare  in superficie nuovi vocaboli, sottoforma di immagini. Visioni sovente rintracciate nel proprio repertorio onirico. Un po’ come faceva il buon Johann Heinrich Füssli, con le proprie illusioni ipnagogiche.

Simona Bramati vive e lavora a Castelplanio, in provincia di Ancona. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Simona Bramati in studio

Simona Bramati in studio

G.:  Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Spontaneamente mi viene da dire l’animale… Non so se è dovuto ad un mio rifiuto nei riguardi di certi comportamenti umani che sono anche miei, oppure perchè ho un certo pudore nel definirmi un artista! Donna lo sono e non posso sfuggire alla mia natura!!

G.:  E chi sono le creature che vivono nei tuoi dipinti?

S.: Molti animali e donne soprattutto!

G.:  Perché la pittura?

S.: È quello che ho sempre sentito di fare, ma è necessario fare esperienze di altro tipo, proprio per fortificare il proprio percorso espressivo e creativo.

G.:  E se non fossi un’artista?

S.: Sarei un animale!

G.:  Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Sai che credo di non saperlo più tanto bene!? Credo che si debba lavorare molto, poi il tempo darà i giusti frutti e il riconoscimento di un lavoro costante e valido, tanto quanto lo è per un uomo! È questo forse che intendi?

G.:  La domanda era aperta, dunque l’interpretazione deve essere naturalmente soggettiva, così come la risposta! Il bello di queste interviste è che a domande identiche vengono date risposte diversissime, perché ciascuna di voi ha un proprio sentire e proprie ideologie. Quindi, Simona, posso dirti che pongo domande perché le artiste si svelino mediante la spontaneità delle risposte che scelgono di dare. Ora passo a quella successiva: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi sono cimentata in tanti temi, dalla mitologia alla religione, leggendo testi di letteratura o semplicemente interpretando i miei sogni, a volte anche ad occhi aperti. Ma riguardando il mio lavoro credo sia un lungo diario che racconta la mia vita, il mio volto, le mie esperienze e quelle di persone che ho conosciuto o che fanno parte del mio immaginario! D’altronde la pittura è la mia scrittura e la mia valvola di sfogo… e per fortuna! Il mio volto torna spesso anche involontariamente, ma non per dar sfogo all’ego. Credo che accada soprattutto perchè  alla fine il mio volto è l’immagine con cui mi confronto ogni volta che mi specchio, dunque è l’immagine che conosco meglio!

Simona Bramati

Simona Bramati

G.:  So che vivi nella natura, una natura che ami, che ti ha avvolta e cresciuta. Quanto questo rapporto con la natura permea il tuo lavoro?

S.: Vivo in un casolare di pietra di tufo, dove è nato il mio bisnonno, mio nonno e mio padre! Intorno ho querce, noci e altri alberi meravigliosi, tanti anzi tantissimi fiori, e poi ci sono i miei amici animali che mi regalano ogni giorno la convivenza più equilibrata che io possa desiderare! Tra animali domestici e selvatici in pratica è come se vivessi dentro ad uno zoo senza gabbie, e ogni giorno cerco di difendere questo miracolo! Tutti questi elementi sono di conseguenza entrati nel mio lavoro, in silenzio e lentamente.

G.:  Mi dici come nasce un tuo lavoro?

S.: A volte ho delle visioni vere e proprie, altre volte mi basta una parola, altre percorro lo studio di un tema che scelgo secondo le mie esigenze.

G.:  Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Ogni cosa che leggo m’influenza, se rientra nelle mie corde ovviamente. Non un libro in particolare, ma più letture m’hanno portato poi ad una riflessione per iniziare un nuovo lavoro o un nuovo progetto.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Solitamente ascolto Radio 3 con due apparecchi da due stanze diverse così ho una specie di effetto dolby surround in casa. Ma ho una collezione di musica “ricercata”, intendo non commerciale che spazia a 360° nei generi e di cui non posso farne a meno.

G.:  Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

S.: Scighitz 2004, perchè è colui che mi ha aperto la strada, dipinto in un momento in cui il mio corpo stava cedendo, gli diedi un bacio appena terminato e gli domandai dove sarebbe finito! Dopo poco tempo fu scelto per la mostra “Il Male, esercizi di pittura crudele”alla Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Scighitz--olio su tela-180x120 cm-2004

Scighitz – olio su tela – 180×120 cm – 2004

S.: Basileia 2008, lei è la Regina del luogo in cui vivo. Un giorno ebbi la fortuna di conoscere Alberto Granado che visitò la mia personale dal titolo “Lachesi, la filatrice del destino” in cui era esposta anche Lei, a Jesi presso la Salara di Palazzo della Signoria. Lui mi disse “tu eres la Regina”! Voleva dire che quel viso mi assomigliava! Ecco che rispondo di nuovo alla domanda di prima! In questo caso assomiglio al soggetto, le galline erano quelle che razzolavano in giardino, tutte con i nomi, il piccione era Tubo Piccions e i piccoli pulcini morti per il freddo “hanno posato” poi per me, mentre li tenevo nella mano oramai senza vita!

Basileia - olio su tela - 300x150cm - 2008

Basileia – olio su tela – 300x150cm – 2008

S.: Della vita a cedere 2013, è un mio ritratto. E’ la visione di un futuro prossimo alla morte che guarda con fierezza la fine, senza tirarsi indietro. I corvi tirano i capelli simbolo di vanità, che difronte alla morte è nulla. Le braccia sono i primi elementi che mutano, i più vicini ai corvi che sfruttano la metamorfosi in atto per appoggiarsi. Visibilmente il ciclo della vita si ripete.

Della vita a cedere - olio e matita su tela -70x100 cm - 2013

Della vita a cedere – olio e matita su tela -70×100 cm – 2013

G.:  L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Un’opera di Enrico Robusti del 2004 dal titolo “Mi vergogno perchè la sofferenza mi rende una bestia scura”.  Stupenda!

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Jeff Koons

G.:  Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Louise Bourgeois

G.:  In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: In giardino

G.:  Work in progress e progetti per il futuro:

S.:  C’è sempre un work in progress, che a volte rimane li per giorni.Progetti si, ma finchè non vedo preferisco non parlarne!

G.:  Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile.” (Leonardo)

Per approfondire:

www.simonabramati.it

https://www.facebook.com/simonabramati.artista

Per Voce Creativa: Intervista a Erica Campanella

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Erica Campanella (Milano, 1974):

Pittrice di cuore e di pancia. Madre di due splendide bambine, Giulia e Sofia. Erica è una donna autentica, di quelle che non badano a fronzoli e convenevoli, ma si donano in tutta la loro semplice spontaneità. Non porta maschere. Erica è una di quelle donne – e devo ammettere di averne incontrate poche, me stessa compresa – che scelgono immediatamente di essere se stesse di fronte all’altro, e che riescono morbidamente a schiudere la propria genuinità. Una donna dalla vita interiore molto intensa, piena di luci come anche di spettri. Ma un animo coraggioso, di quelli che accettano di avere piaghe da tornare a toccare, ogni tanto, per sentire la vita più fervidamente. Erica non teme di incontrare la verità, la sua come quella degli altri. Dolce, accogliente, delicata e materna, è una donna generosa che io per prima ho avuto la fortuna di conoscere da vicino. Alcuni mesi fa, per una mia nuova performance, cercavo una creatura che avesse non più di cinque o sei anni di età, alla quale fare interpretare il ruolo della bambina interiore, la bambina stata e mai stata, di una donna – io –  ferita, perché dall’infanzia abusata. Il ruolo della piccola era dunque delicato, e capivo che non sarebbe stato semplice trovarla, anche se sapevo che l’avrei messa a proprio agio e le avrei richiesto un azione performativa simbolica, che nulla avrebbe avuto di violento o traumatico. Trovarla iniziò ad apparirmi un’ardua impresa: le madri alle quali lo proponevo si mostravano giustamente protettive nei confronti delle proprie figlie, e il timore che una partecipazione performativa su un tema come quello potesse non essere una buona esperienza per loro, era una costante. Erica, invece, mi contattò proponendomi di incontrare sua figlia Giulia perché pensava potesse fare al mio caso, e perché le interessava l’idea che la bimba stessa potesse cimentarsi in un’esperienza artistica di questo tipo. Naturalmente ho presentato ad entrambi i genitori l’intero progetto con sceneggiatura dettagliata, perché fossero chiare le poche e semplici azioni che Giulia avrebbe compiuto in performance, e solo dopo aver vagliato con attenzione il progetto, entrambi hanno accettato. Quella con Giulia ed Erica è stata un’esperienza straordinaria. Piena. Emozionante. Che mi ha permesso di conoscere più intimamente l’artista che vi sto presentando. Una donna che non avrebbe potuto partorire lavori di questo calibro se non avesse avuto un animo così nobile.

Erica Campanella vive in provincia di Lodi, dove dipinge, insegna e fa la mamma.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista?

E.: Forse solo Erica. Figlia…. donna……madre. Sono assolutamente un essere simbiotico e passionale, che ama il silenzio e  la contemplazione.

Erica Campanella

Erica Campanella

G.: E se non fossi artista?

E.: Ah beh! Se non fossi artista non so cosa farei. Sicuramente la voglia di ricerca e di contatto con le emozioni e l’animo umano mi avrebbero portato a diventare una studiosa della mente!

G.: Perché lo fai?

E.: E’come se fin da piccola la mano mi avesse detto di disegnare. Ricordo ancora la moltitudine di libri disegnati: figure e volti si susseguivano e si infilavano tra le poesie e i racconti che in me suscitavano forti emozioni. Poi pian piano la vita mi ha messo nelle condizioni di dover esprimere ciò che vivevo e provavo attraverso le immagini. La superficie lucente del quadro è diventato il supporto ideale per raccontare la mia vita.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché la pittura è istintiva…è materia… è gesto…..è colore…. è luce. Perché la pittura mi trasporta in un mondo in cui mi sembra di volare. Perché la pittura è profumo e musica. Perché la amo!

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista?

E.: Il compito di una donna-artista oggi è quello di destreggiarsi tra mille ruoli diversi, cercando di lasciare uscire quel senso di libertà che le è proprio.

Erica Campanella in studio.

Erica Campanella in studio.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?

E.: La donna è stata al centro della mia ricerca sin dall’inizio. Non avrebbe potuto essere diversamente!  Ho sentito il bisogno come donna e artista di dire quello che pensavo sulla dignità e l’uguaglianza delle donne e sulla relazione con gli uomini. Ho poi cominciato a scrutare me stessa anche attraverso una discesa introspettiva, sino a condividere la mia più intima spiritualità, scoprendo quel profondo anelito religioso inteso come RI-CONGIUNZIONE con noi stessi, con l’armonia cosmica e con l’energia primordiale.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: I lavori nascono nella mia mente…di notte, in silenzio. Una volta partorita l’idea,  passo a individuare il soggetto più vicino alle mie emozioni. Di solito sono persone che vivono intorno a me . Raccolgo foto, tante foto che saranno poi lo spunto del disegno che verrà infine rigorosamente riprodotto su pregiate lastre di rame (in latino “ar-Amen”, locuzione di dense suggestioni sacre). E così, arriva finalmente il momento che amo di più: il tuffo impetuoso nelle morbide sfumature di tonalità rosse e brune.

G.: Ad ispirarti  a influenzarti ci sono state lettura?

E.: Tante letture e tanta musica. Ma  più d’ogni altra cosa, la mia reale fonte d’ispirazione sono le persone che mi circondano.

G.: Scegli alcune delle tue opere per raccontarmi la tua ricerca artistica:

UOMO-DONNA – Olio su tela 100x150cm – 2007.

1. UOMO-DONNA - Olio su tela 100x150cm – 2007

E.: Sulle schiene dipinte si legge: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono per esse i loro beni. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano 4.34).  Questo quadro mi sta molto a cuore. È stato uno dei primi in cui ho trattato il tema della donna nella religione. Sono partita da una frase del Corano e come un tatuaggio l’ho applicata sulla parte a noi più vulnerabile, l’unica parte del corpo che non riusciamo a vedere ma che è esposta agli altri: la schiena.

PREGA PER ME –  olio su rame 90×90- 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-PREGA PER ME 90x90 olio su rame  (2011)

 

LUCIA – olio su ottone – 90X90 – 2011.

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-LUCIA (2011) olio su ottone 90x90

E.: Qui esploro me stessa guardando gli altri. Alter-ego significa dualità, significa riconoscere se sessi attraverso il proprio riflesso nelle persone che ci vivono accanto. Un riflesso che non ha tracce di narcisismo, perché è la dimensione più profonda dell’intimità dell’essere umano, spogliato di compiacimenti e di difese, abbandonato all’essenza più autentica.

“Dolce, solare, vivo

triste , remissivo, spento

due luci contrastanti che si fondono.

L’animo umano è come un pozzo profondo

dove l’acqua a volte sembra strabordare

ed a volte è misteriosamente secco, quasi

arso.

Scoprire il pozzo occulto,

incomprensibile alla mente umana

per la sua intrinseca debolezza

ed aver una sete insaziabile di bere e dar da bere,

un pozzo così profondo,

che bisogna lanciare una corda così lunga,

così lunga,

da sembrare asciutto.”

                                                   (Angelo Passera)

NEL CUORE – Afrodite – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-Nel cuore olio su ottone (2011) 67x67cm

 

NELLA MENTE-Atena – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-NELLA MENTE-ATENA olio su ottone 70x70

E.: Qui descrivo i labirinti della mente, i dubbi, gli ideali, le emozioni di una giovane donna e le dee mitologiche che vivono in essa. Dee vergini  (Artemide, Atena,  Estia), dee vulnerabili (Era, Demetra, Persefone) e la Dea dell’amore, Afrodite. La forza che abbiamo dentro genera una dimensione in cui ci si mette in comunicazione con il mondo esterno. Questa “riflessione” sull’uomo e sull’essere è una vertigine perché ci si trova ad affrontare, senza veli, il senso della vanitas e della propria finitezza.

È una sorta di sintesi di tutto ciò che ci accade quotidianamente. Cerco di mettere in luce come il contatto con un’identità differente dalla propria possa non essere percepito come minaccia, ma come invito a superare il muro dell’indifferenza e del timore. “In questa educazione dello sguardo, dell’empatia, della profonda partecipazione reciproca, c’è l’ascolto, un cammino concreto verso la crescita profonda come artista e come donna. Erica che guarda nello specchio, lo attraversa come nuova Alice, Erica che non ha paura di guardare il fondo del pozzo e di potersi perdere, con la vertigine… Gli occhi di una ragazza, una giovane madre, ci restituiscono un po’ di ossigeno nei giorni crudeli dell’indifferenza e aprono alla speranza di un’unica famiglia umana che possa imparare a vivere in pace. Noi siamo da questa parte, noi siamo nello specchio”  (Paola Artoni)

G.: L’opera d’arte che  avrei voluto realizzare io?

E.: Autoritratto di Lucian Freud

G.: Un artista che non mi ha mai emozionato?

E.: Nel bene e nel male tutto emoziona.

G.:   Una artista che avresti voluto essere?

E.: Avrei voluto essere Artemisia Gentileschi: donna-artista indipendente-

G.:  In quale altro ambito sfoderi la creatività?

E.: Mi diverto con le mie figlie, insegno loro ad esprimersi liberamente.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

E.: Stanno terminando alcune mostre in Italia ma i progetti futuri sono rivolti all’estero. L’Inghilterra sarà la mia meta futura.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il Paradiso ed entrateci dentro”
(Nikos Kazantzakis.)

 

www.ericacampanella.com

Per Voce Creativa: Intervista a Tiziana Vanetti

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Tiziana Vanetti (Bengasi –Libia, 1968):

Dipingere come mangiare, bere, respirare. Dipingere come nutrirsi. Dipingere per espandersi. Per comprendere il mondo. Per essere.

Dipingere è una pratica indispensabile per Tiziana Vanetti. È un atto spiritualmente necessario, pur nella sua concretezza. È  perdersi per afferrare l’imprendibile. La sua è una pittura fatta di lirica gestualità. Con una pennellata rapida, a volte fluida e altre materica, Tiziana materializza la fuggevolezza del presente. Tutto scorre, tutto fugge, tutto è e non è più. Sulla tela, la realtà stessa fluisce.

Memore della rivoluzionaria lezione Romantica di Sir William Turner, la pittura di Tiziana nasce dalla casualità e vive di dinamismo. La sua è una figurazione vibrante, immediata. Una figurazione in cui pennellate sferzanti costruiscono e suggeriscono frangenti mai statici, sempre in rapida evoluzione e dissoluzione. Il tempo, inafferrabile, è assoluto protagonista, sia che si tratti di interni familiari che di scorci naturali.

Tiziana si è specializzata in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Insegnante di pittura e storia dell’arte presso l’Universiter di Castellanza e l’Università di Fagnano Olona, ha inoltre lavorato presso centri socio-educativi con ragazzi diversamente abili.

Attualmente vive e lavora a Busto Garolfo, in provincia di Milano.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

T.:  Credo di avere qualcosa di tutte e tre le figure, ma la parte di pittrice è chiaramente dominante.

Tiziana Vanetti

Tiziana Vanetti

G.:  E se non fossi un’artista?

T.:  Mi sarebbe piaciuto molto fare l’antropologa, forse perché mi piace scoprire e conoscere l’essere umano nei vari aspetti, in un certo modo questo lo faccio anche con la pittura.

G.: Perché lo fai?

T.:  Dipingere per me è un esigenza primaria, quasi allo stesso livello del mangiare, bere, respirare. Quando dipingo sento che mi nutro spiritualmente.

G.: Perché la pittura?

T.:  Fin da bambina sono stata rapita dal suo fascino, quella dei dipinti per me era una realtà apparente che poi si trasformava in qualcos’altro; mi immaginavo all’interno di una tela, in un mondo che vedevo solo io.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

T.:  Non vorrei generalizzare, non fa parte di me, posso solo dire che il mio compito come artista non è definito, è sempre in evoluzione, è probabilmente una continua ed infinita ricerca della verità che diventa estetica. Penso che non sia un compito prefissato, sono semplicemente me stessa, non mi preoccupo di ricercare una originalità a tutti i costi.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

T.:  La tematica principale è il figurativo nei suoi diversi generi pittorici. I miei lavori sono prevalentemente autobiografici, nel senso che hanno una componente che riguarda parte della mia vita, ed altre che riguardano situazioni famigliari, sociali, attuali e storiche.

Tiziana Vanetti in studio.

Tiziana Vanetti in studio.

G.: Come nasce un tuo lavoro ?

T.:  Parto dalle immagini. Immagini che mi emozionano, che ho nella mia mente, o fotografie che testimoniano i miei appunti di viaggio e le mie esperienze. Imposto la tela, e nei primissimi minuti realizzo l’opera nella sua totalità, tracciando forme in costruzione e distruzione, accompagnate da una forte componente di casualità, fino a raggiungere un equilibrio dinamico. Successivamente mi dedico alla cura del dipinto in tutti i suoi dettagli, attraverso le luci e i colori.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

T.:  Sono molte le letture, e con tematiche differenti. Tra queste: “Francis Bacon. Logica della sensazione” di  Gilles Deleuze, per l’interessante valutazione sull’esorcizzazione del carattere figurativo.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

T.:  Ascolto vari generi, spesso però prediligo la musica classica; tra i miei CD preferiti vi è “Prospero’s books” di Michael Nyman.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

Interno Familiare 8, olio su tela, cm90x120, anno 2006. Collezione permanente, Museo Palazzo d’Avalos, Vasto (CH).

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

 T.:  Questo dipinto rappresenta un momento di quotidianità famigliare, un piccolo angolo che poi si amplifica e si riflette nella realtà esterna, nella sua tensione psicologica ed esistenziale.

Wild 8, acrilico su tela, cm 80×100, anno 2012. Collezione privata.

Tiziana Vanetti_Wild 8_acrilico su tela_80x100_2012

Tiziana Vanetti,Wild 8 – acrilico su tela, cm80x100, anno 2012

 T.: Questo dipinto, come altri della serie “Wild”, rappresenta uno dei luoghi legati alla mia infanzia. I boschi di quei luoghi, non solo mi riportano indietro nel tempo emozionale, ma diventano protagonisti di una realtà storica lontana, custodiscono segreti e misteri delle trincee della Linea Cadorna, retaggio della Prima Guerra Mondiale.

Birth 9, acrilico su tela, 80×120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80x120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80×120, anno 2014.

 

T.: Il dipinto fa parte della serie “Birth”, un ciclo di opere dedicate alla terra in cui sono nata, la Libia. Il dipinto rappresenta delle barche in un mare in tempesta, ed affronta un tema molto attuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

T.: Willem de Kooning, Woman 1.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

T.:  Fernand Léger

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

T.:  William Turner, anche se ne sceglierei uno per ogni secolo.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

T.:  Fuori dal mio studio, nei laboratori di pittura dove insegno alle persone disabili.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:Giovanna_Lacedra-Tiziana-Vanetti-Ritratto-1 (2)

T.:  Per prima cosa, portare avanti la serie di dipinti Birth. Inoltre ho diversi progetti espositivi, nazionali ed internazionali. A breve, nella città di Milano, realizzerò una mostra personale presso l’Ex Studio di Piero Manzoni, in zona Brera.  La mostra, dal titolo “Amori Possibili (Autoritratti in viaggio)”, inaugurerà il 27 febbraio e durerà sino al 6 marzo 2015.

Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

T.:  “L’arte cela l’artista molto più di quanto lo riveli.” (Oscar Wilde)

Per  approfondire:

https://www.facebook.com/TizianaVanettiArte?fref=ts