Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Sara Cancellieri

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Sara Cancellieri (Benevento, 1976):

Sara dipinge quasi accidentalmente. La sua vocazione iniziale era la scultura, ma nel tempo ha compreso che sulla superficie bianca il colore può evocare tutti quei mondi “altri” che, come direbbe Lennon, “accadono” mentre noi siamo distratti da altro. Nel suo lavoro rintraccio echi di Simbolismo e Surrealismo. Del resto, lei stessa afferma che si è veramente liberi quando si conquista la libertà di credere a tutto, soprattutto a ciò che non è razionalmente spiegabile. La pittura, allora, può tradurre tutto ciò che di incredibile accade mentre noi siamo impegnati a fare altro.

Sara Cancellieri vive  e crea a Foglianise (BN). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Io sono. Ho un impegno verso me stessa che è quello di trovare un centro entro cui far convergere tutti gli aspetti della mia personalità. Sono quindi donna, animale e artista .

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G.: E se non fossi un’artista?

S.: Se non fossi un’artista continuerei ad essere Sara, non riesco ad immaginare una differenza.

Potrei chiedermi in quale altro modo avrei potuto vivere la mia espressività, forse attraverso la contemplazione della natura, l’osservazione interiore. Da bambina volevo fare l’antropologa, ma ho preferito poi applicare questo studio partendo da me stessa, del resto il nostro bagaglio crea un microcosmo compless , uno specchio in cui si riflette la storia dell’uomo, tutto sta a saper osservare, a volerlo fare.

G.: Perché lo fai?

S.: In realtà credo di non farlo, lo sono, perché è nella mia natura esserlo.

G.: Perché la pittura?

S.: Quando mi sono iscritta all’accademia di Belle Arti di Firenze ho scelto scultura. La trovavo più completa come disciplina. Dopo gli studi ho iniziato a dipingere per pura esigenza espressiva:  non avevo uno studio in cui poter scolpire, così ho iniziato ad usare il colore e inaspettatamente si è aperto un nuovo mondo.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista oggi?

S.: Durante le prime lezioni in accademia il mio professore di scultura spiegò che la linea verticale rappresenta il maschile, la linea orizzontale il femminile, il campanile è un simbolo fallico, la caverna invece rappresenta il sesso della donna e così via. Da queste affermazioni mi appassionai allo studio del simbolismo, degli archetipi, in arte come nelle discipline che studiano l’uomo in tutti i suoi aspetti e l’ho fatto perchè volevo superare questi confini analitici. L’artista-donna oggi si è riappropriata della sua potenza espressiva, femminile e maschile emergono perchè coesistono nel vissuto di ognuna di noi, trovo che superare questo confine e far emergere la persona nella sua complessità sia davvero un grande lavoro, e alcune donne artiste ci sono riuscite.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi interesso all’essere umano, alla sua contemporaneità, alle sue contraddizioni, ai suoi orrori.

Osservo molto fuori da me, e so che se qualcosa mi colpisce tanto è perchè in quel momento stanno riaffiorando aspetti del mio vissuto. Sono proiezioni che aiutano a guarire determinati stati.

G.: Lavori soprattutto con l’acquerello. Perché?

S.: L’acquerello mi ha conquistata quando ho visto in lui una duplicità espressiva incredibile. La sua apparente delicatezza e freschezza nasconde un grande controllo tecnico. Sono li a controllare ogni segno, ogni goccia di colore, tutto è assolutamente calibrato dalla mia volontà.  Un vero e proprio esercizio di concentrazione durante il quale devo essere presente. “La libertà è disciplina”.DSC_0153

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Alcune volte sono immagini che emergono dalla mia memoria visiva, si sovrappongono e trovano il loro significato. Altre volte vengo affascinata da temi particolari che vado poi a sviscerare. In ogni caso, non forzo mai ciò che voglio rappresentare, decido  solo come devo farlo.  .

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Si, moltissime. Ma un libro in particolare mi viene in mente, lo  nomino spesso, è Flatlandia di Abbot. Lessi questo libro quando avevo 19 anni, lo ricordo ancora, e compresi quanto il nostro vedere è in realtà limitato all’esperienza dei nostri sensi. Ogni momento accadono cose straordinarie dentro e fuori di noi, ma non le percepiamo perchè non siamo in grado di farlo, perchè ci limitiamo al nostro mondo esperienziale. Compresi cos’è il pensiero analogico, mi sentii libera, libera di credere a tutto, libera di poter vedere in una linea verticale una linea orizzontale vista da un punto di osservazione differente, che puo diventare anche un punto se mi sposto su di un altro piano. Nel mio lavoro davanti all’evidenza di ciò che è rappresentato vorrei che ognuno si astraesse dal proprio punto di vista e cercasse oltre. Di solito vengono fuori i mostri.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Accendo la radio o lo stereo, scelgo sempre musiche che non superino certe frequenze che trovo poi dissonanti . Dalla classica ai MercanDede, dai Jefferson Airplane a Battiato, ascolto tutto, tranne la musica stoner.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontare il tuo lavoro:

Sara Cancellieri -L'adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180x20 cm (20x20 cm cadauno), 2014

Sara Cancellieri -L’adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180×20 cm (20×20 cm cadauno), 2014

S.: L’adorazione di se in un unico pensiero. L’assenza dello sguardo che catalizza l’attenzione pone degli interrogativi. Si cerca nell’espressione un sentimento che affiora, un ricordo, un pensiero. L’idea di questa installazione nasce proprio dalla ricerca di una comunicazione sottile tra il soggetto che si lascia ritrarre (l’uomo esteriore) e il se interiore, che emerge di fronte l’impossibilità di controllare la propria immagine nel momento in cui si chiede di chiudere gli occhi.
In quell’attimo in cui si prende coscienza della propria nudità la persona si sente a disagio, non si richiede nessuna espressione, solo il proprio volto senza lo sguardo, lo sguardo come espressione dell’anima, e allora cosa rimane? Tutto il mondo che si cela dentro di noi, un sogno o la realtà. Raccogliere volti è una vera e propria schedatura che porto avanti da diversi anni, durante gli scatti racconto del mio progetto, e noto che le persone sono curiose di sapere cosa apparirà della loro persona, una sorta di analisi psicologica , da dove emergono le differenti personalità che si affollano in ognuno di noi. Ma quando lo sguardo si cela non c’è menzogna. L’utilizzo della tecnica ad acquerello mi consente di trattare il volto con leggerezza e trasparenza, i tratti somatici si fondono nel bianco del foglio, quasi ad emergere da esso o ad inabissarsi in un vuoto di luce.

Arma-te - installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

Arma-te – installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

S.: Arma-te. Tra i lavori più recenti “Arma-te” si proietta in una tematica sulla quale sto lavorando in questo periodo, la forza, l’energia, come spinta vitale, come forza interiore, l’energia che abita il mondo sottile, quello spazio invisibile che mette in comunione tutte le cose del mondo”. Le armi sono rivestite da una pelle, non hanno il foro di uscita del proiettile, sono corpi che evocano la loro potenza ma non la esercitano.

Sara Cancellieri - Interno #1, metafora del risveglio - Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

Sara Cancellieri – Interno #1, metafora del risveglio – Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

S.: Interno # 1, metafora del risveglio. Ogni giorno si compie l’atto del risveglio. Il risveglio del corpo e della mente, che da uno stato di coscienza parallela, passa da una stanza surreale ad un ambiente reale, dove la presenza di sé è percepita tramite un bagliore di luce che attraversa la fessura della porta. Non tutto è ancora compiuto. La vita, come un’esplosione, rende reale il sogno, l’energia si libera sopra gli interni metafisici.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Una delle tempeste di Turner

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Andy Wharol

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Qui vado in tilt, sono tanti gli autori che amo, ma se devo parlare di emozioni forti che ho provato davanti un’opera desiderando di esserne l’autore mi viene in mente tanto Rotko, quanto Canova.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Nella vita in generale, il bicchiere è sempre mezzo pieno, bisogna essere creativi per non arrendersi mai.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

S.: L’energia come forza vitale, ci sto lavorando da un po’. Per il futuro non so, dipende da cosa faccio per il mio presente, cerco evoluzione, il cambiamento mi affascina, nella vita come nell’arte l’autoreferenzialità è la morte della creatività.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Niente è come sembra”, ed è proprio vero, e aggiungerei …per fortuna!!

Per approfondire: cancellierisara.wix.com

Per Voce Creativa: Intervista a Simona Bramati

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Simona Bramati (Castelplanio, 1975):

Umile, genuina, refrattaria ad ogni inutile forma di esibizionismo mondano, Simona vive ogni giorno del miracolo in cui si è trovata a crescere: l’incontaminata collina marchigiana di  Castelplanio. Adora gli animali, di cui si prende cura e dai quali si lascia “educare” ad un altro, più autentico “sentire”. Un “sentire” puro, nitido, ancestrale. E capace soprattutto di contaminare la sua ricerca artistica. Sono, infatti, gli animali ad essere spesso protagonisti delle sue opere. Insieme a creature di sesso femminile: rivisitazioni mitologiche  o autoritratti alterati. Simona è un’artista capace di ascoltarsi. Di stare dentro se stessa. Di andare a fondo, raschiando silenzi per poi riportare  in superficie nuovi vocaboli, sottoforma di immagini. Visioni sovente rintracciate nel proprio repertorio onirico. Un po’ come faceva il buon Johann Heinrich Füssli, con le proprie illusioni ipnagogiche.

Simona Bramati vive e lavora a Castelplanio, in provincia di Ancona. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Simona Bramati in studio

Simona Bramati in studio

G.:  Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Spontaneamente mi viene da dire l’animale… Non so se è dovuto ad un mio rifiuto nei riguardi di certi comportamenti umani che sono anche miei, oppure perchè ho un certo pudore nel definirmi un artista! Donna lo sono e non posso sfuggire alla mia natura!!

G.:  E chi sono le creature che vivono nei tuoi dipinti?

S.: Molti animali e donne soprattutto!

G.:  Perché la pittura?

S.: È quello che ho sempre sentito di fare, ma è necessario fare esperienze di altro tipo, proprio per fortificare il proprio percorso espressivo e creativo.

G.:  E se non fossi un’artista?

S.: Sarei un animale!

G.:  Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Sai che credo di non saperlo più tanto bene!? Credo che si debba lavorare molto, poi il tempo darà i giusti frutti e il riconoscimento di un lavoro costante e valido, tanto quanto lo è per un uomo! È questo forse che intendi?

G.:  La domanda era aperta, dunque l’interpretazione deve essere naturalmente soggettiva, così come la risposta! Il bello di queste interviste è che a domande identiche vengono date risposte diversissime, perché ciascuna di voi ha un proprio sentire e proprie ideologie. Quindi, Simona, posso dirti che pongo domande perché le artiste si svelino mediante la spontaneità delle risposte che scelgono di dare. Ora passo a quella successiva: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi sono cimentata in tanti temi, dalla mitologia alla religione, leggendo testi di letteratura o semplicemente interpretando i miei sogni, a volte anche ad occhi aperti. Ma riguardando il mio lavoro credo sia un lungo diario che racconta la mia vita, il mio volto, le mie esperienze e quelle di persone che ho conosciuto o che fanno parte del mio immaginario! D’altronde la pittura è la mia scrittura e la mia valvola di sfogo… e per fortuna! Il mio volto torna spesso anche involontariamente, ma non per dar sfogo all’ego. Credo che accada soprattutto perchè  alla fine il mio volto è l’immagine con cui mi confronto ogni volta che mi specchio, dunque è l’immagine che conosco meglio!

Simona Bramati

Simona Bramati

G.:  So che vivi nella natura, una natura che ami, che ti ha avvolta e cresciuta. Quanto questo rapporto con la natura permea il tuo lavoro?

S.: Vivo in un casolare di pietra di tufo, dove è nato il mio bisnonno, mio nonno e mio padre! Intorno ho querce, noci e altri alberi meravigliosi, tanti anzi tantissimi fiori, e poi ci sono i miei amici animali che mi regalano ogni giorno la convivenza più equilibrata che io possa desiderare! Tra animali domestici e selvatici in pratica è come se vivessi dentro ad uno zoo senza gabbie, e ogni giorno cerco di difendere questo miracolo! Tutti questi elementi sono di conseguenza entrati nel mio lavoro, in silenzio e lentamente.

G.:  Mi dici come nasce un tuo lavoro?

S.: A volte ho delle visioni vere e proprie, altre volte mi basta una parola, altre percorro lo studio di un tema che scelgo secondo le mie esigenze.

G.:  Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Ogni cosa che leggo m’influenza, se rientra nelle mie corde ovviamente. Non un libro in particolare, ma più letture m’hanno portato poi ad una riflessione per iniziare un nuovo lavoro o un nuovo progetto.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Solitamente ascolto Radio 3 con due apparecchi da due stanze diverse così ho una specie di effetto dolby surround in casa. Ma ho una collezione di musica “ricercata”, intendo non commerciale che spazia a 360° nei generi e di cui non posso farne a meno.

G.:  Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

S.: Scighitz 2004, perchè è colui che mi ha aperto la strada, dipinto in un momento in cui il mio corpo stava cedendo, gli diedi un bacio appena terminato e gli domandai dove sarebbe finito! Dopo poco tempo fu scelto per la mostra “Il Male, esercizi di pittura crudele”alla Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Scighitz--olio su tela-180x120 cm-2004

Scighitz – olio su tela – 180×120 cm – 2004

S.: Basileia 2008, lei è la Regina del luogo in cui vivo. Un giorno ebbi la fortuna di conoscere Alberto Granado che visitò la mia personale dal titolo “Lachesi, la filatrice del destino” in cui era esposta anche Lei, a Jesi presso la Salara di Palazzo della Signoria. Lui mi disse “tu eres la Regina”! Voleva dire che quel viso mi assomigliava! Ecco che rispondo di nuovo alla domanda di prima! In questo caso assomiglio al soggetto, le galline erano quelle che razzolavano in giardino, tutte con i nomi, il piccione era Tubo Piccions e i piccoli pulcini morti per il freddo “hanno posato” poi per me, mentre li tenevo nella mano oramai senza vita!

Basileia - olio su tela - 300x150cm - 2008

Basileia – olio su tela – 300x150cm – 2008

S.: Della vita a cedere 2013, è un mio ritratto. E’ la visione di un futuro prossimo alla morte che guarda con fierezza la fine, senza tirarsi indietro. I corvi tirano i capelli simbolo di vanità, che difronte alla morte è nulla. Le braccia sono i primi elementi che mutano, i più vicini ai corvi che sfruttano la metamorfosi in atto per appoggiarsi. Visibilmente il ciclo della vita si ripete.

Della vita a cedere - olio e matita su tela -70x100 cm - 2013

Della vita a cedere – olio e matita su tela -70×100 cm – 2013

G.:  L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Un’opera di Enrico Robusti del 2004 dal titolo “Mi vergogno perchè la sofferenza mi rende una bestia scura”.  Stupenda!

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Jeff Koons

G.:  Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Louise Bourgeois

G.:  In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: In giardino

G.:  Work in progress e progetti per il futuro:

S.:  C’è sempre un work in progress, che a volte rimane li per giorni.Progetti si, ma finchè non vedo preferisco non parlarne!

G.:  Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile.” (Leonardo)

Per approfondire:

www.simonabramati.it

https://www.facebook.com/simonabramati.artista

Per Voce Creativa: Intervista a Sam Punzina

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Sam Punzina  (Enna,1980):

Ogni creatura che sboccia sulla  tela, figlia di lievi colate di smalto, non è che lei. È Lei, in tutte le creature zoomorfe, fitomorfe e marine, che fili di colore liquido forgiano sulla tela. Un mondo disciolto, dove i sogni si fondono alle memorie. Dove l’anima resta nitida e vive nelle cromie dello stupore. Gli strati di di colore, sovrapposti mediante un dripping orchestrato da bacchette di legno, stuzzicadenti o mollette per il bucato, imprimono il ricordo tramutandolo in fiaba visiva. Una fiaba dove tutto fluttua e ogni presenza esiste in piena armonia con l’ambientazione onirica in cui è collocata.

A guardare le opere di Sam mi pare di precipitare all’insù in tutti i paradisi possibili, dove anche il terrifico subisce la magia del più vivace dei cromatismi, e in qualche modo guarisce da se stesso.

Sam Punzina vive e crea a Enna, nella nobile, splendida, arcobalenica Sicilia.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Sono l’artista donna, rimasta in parte infante, che nei suoi dipinti personifica animali.

Sam Punzina

Sam Punzina

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Bella domanda, davvero, non lo so! Mi sarei inventata di sicuro qualcosa, magari restando nel campo della creatività.

G.: Perché lo fai?

S.: Partiamo dal presupposto che è una scelta necessaria, perché fa parte di me, del mio modo di esprimermi, di affrontare il mondo e di offrirmi ad esso. Una necessità pari al mangiare, al dormire e al respirare. Purtroppo o per fortuna, non sono brava a formulare concetti, a preparare discorsi o parlare in pubblico, non sono portata a questo, non so esprimere quello che provo attraverso l’uso della parola, sono un tipo molto introspettivo, non lascio trapelare facilmente le mie sensazioni o i miei pensieri, ma dipingo. E dipingo perché in qualche modo le mie sensazioni e i miei pensieri  devono uscir fuori per stare bene con me stessa e per poter condividere “parti” di me con gli altri (se non lo facessi rischierei una grossa implosione!)

G.: Perché la pittura?

S.: Perché mi permette di imprimere definitivamente un ricordo, un’idea, un pensiero su un supporto che puoi guardare e riguardare tutte le volte che vuoi, ed ogni volta rispecchiartici dentro. L’uso del dripping di smalti utilizzato da me crea delle stratificazioni, ma  non permette margine di errore, se colo ad esempio colo un fungo velenoso su un prato blu, perché magari segnava un momento particolare, un pensiero forte, esso resterà lì, anche se cercherò di colarci sopra altro smalto e altro ancora, il fungo si vedrà comunque. Questo particolare aspetto della tecnica che ho scelto l’ho adorato da subito, perché trovo sia una metafora importante ed imprescindibile. Nella nostra vita, tutto quello che ci accade ci appartiene, anche se ci fa star male o ci ha creato un danno, fa parte del nostro percorso, non c’è possibilità di cancellare indelebilmente quell’evento, si può cercare di metterlo da parte, coprirlo, ma resterà comunque e sempre parte di noi e del nostro vissuto.

G.: Già, sono profondamente d’accordo con te su quest’idea dell’ineluttabilità degli accadimenti. Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Non penso che ci sia differenza tra donna-artista e uomo-artista, davanti l’arte esiste solo L’ARTISTA, (asessuato), il cui compito è di dipingere un mondo migliore, lontano dalle brutture che siamo costretti a vedere o vivere ogni giorno, nessun messaggio di denuncia sociale o politica, ci sono altri mezzi che servono a questo scopo. L’artista deve creare illusioni, sogni, mondi migliori, deve trasportare chi osserva in una realtà parallela, dove trovare rifugio, seppur per poco, per la propria mente e la propria anima. L’artista deve ricreare la bellezza, che la vita di tutti i giorni ci sottrae.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

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Sam Punzina in studio

 S.: Il mio lavoro tende alla poesia e al surreale, in un contesto quasi fiabesco. E’ molto autobiografico, è me. Me in tante forme, in ogni colatura di smalto, le mie sensazioni nei colori, i miei pensieri negli animali, le mie emozioni nelle piante e nei fiori; i miei ricordi nei luoghi, giardini perduti, cieli color lavanda, case sospese… Tutto quello che trovate all’interno di un mio dipinto è lì per un motivo e fa parte di me.

G.: Quando guardo i  tuoi lavori mi sembra di  precipitare all’insù in tutti i paradisi possibili, paradisi dove anche il terrifico subisce la magia del colore, e in qualche modo guarisce da se stesso. Quanto di quello che percepisco è nelle tue intenzioni?

S.: La tua percezione è più che giusta, fa parte di un processo di autoanalisi, il cercare di vedere il lato positivo in ogni cosa, anche in quella che sembra la più terrificante, applicare questo concetto nella vita reale è molto difficile, richiede parecchio lavoro su se stessi (e nonostante l’impegno ancora non ne sono capace) ma nel mio mondo è diverso, lì è fattibile, diventa quasi una esigenza, quella di escludere tutto ciò che è negativo, brutto o terrificante. Anche se alcuni quadri possono sembrare più cupi perché magari partono dal nero di fondo, un’esplosione di colore illumina sempre  quel buio apparente. Una specie di riscatto dalle cose brutte che la vita ci riserva. Nel mio mondo surreale posso avere tutto sotto controllo. Attraverso le mie opere, lo spettatore viene catapultato all’interno di una dimensione onirica, stravagante, ma allo stesso tempo rassicurante. Viene totalmente assorbito da cieli color lavanda, verde smeraldo o blu fiordaliso in cui colore e calore si fondono per dare vita a delle vere e proprie favole dense sgocciolate da smalti lucidi, per dar luce ad un universo energetico e vitalistico, nel quale si scorgono casette, dolci, fiori e pois. In questi spazi gioiosi e accoglienti, anche gli elementi più pericolosi, sia animali (lupi, meduse, api) sia vegetali (come i velenosissimi funghi Amanita muscaria), sia simbolici (teschi) rientrano all’interno della mia poetica, votata alla spensieratezza, alla dolcezza e alla joie de vivre! Nessuna gravità, nessun elemento della natura al suo posto, cose capovolte e fluttuanti abitano i miei sogni più surreali, un mondo interiore in apnea che scorre facendo perdere il fiato.

Sam Punzina in studio

Sam Punzina in studio

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Stendo un enorme foglio di nylon trasparente che ricopre il pavimento di mezza stanza, ci posiziono sopra le tele bianche e poi comincio a colare i fondi con l’ausilio di squadre con le quali spingo il colore oltre i bordi, fino a formare uno strato uniforme di smalto lucido. Aspetto almeno 24 ore che si asciughino per poter proseguire con le colature. A volte appunto idee su fogli di carta, ma mai sulla tela, nessun segno deve esserci sopra, solo colature su colature. Per cui tutto può prendere vie inaspettate e questo mi piace, perché riesco ogni volta a sorprendermi. Non uso pennelli, ma bacchette di legno, a volte sono mollette (per il bucato) o nel caso di cose minuziose stuzzicadenti. Mi aiutano a dirigere il colore. Chi mi ha visto dipingere dice che sembro una sorta di direttore d’orchestra, di un’orchestra muta. Ogni colore che gocciolo sulla tela  richiede un tempo di asciugatura di 24 ore, è un lavoro accurato che richiede pazienza, è un rituale che ha bisogno dei suoi tempi affinché l’opera possa giungere a compimento. La metamorfosi dello smalto nelle varie fasi è affascinante tanto quanto il risultato visivo finale.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Cerco sempre di variare le mie letture, mi lascio influenzare da molte cose, tra queste la musica, il cinema, ma anche i libri, che vanno dalle poesie giapponesi haiku (brevi poesie che usano linguaggi sensoriali per catturare un sentimento o un’immagine e spesso si ispirano elementi naturali, un momento di bellezza o un’esperienza emozionante) ai racconti di Stefano Benni, alle  “Creature selvagge” di Dave Eggers. Di grande ispirazione per me è stato “L’origine della distanza” di Francesca Scotti, giovane e talentuosa scrittrice nostrana che vive tra Milano e il Giappone. Questo  libro racconta appunto del Giappone dopo il disastro di Fukushima. Ho trovato meravigliosi persino i titoli dei capitoli, tanto da decidere di illustrarli in una serie che, spero presto, si concretizzerà in una mostra a Kyoto. Alle volte basta una frase letta anche di sfuggita o anche il testo di una canzone, ad accendere la mia fantasia.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Ascolto quello che mi detta l’umore di quel momento, da Bjork ai Korn, dai Pearl Jam ai Katatonia, dal blues alla musica celtica, vario da un estremo all’altro senza alcun problema, non ho un genere prestabilito che mi aiuti o mi accompagni nella creazione di un’opera. Dipende molto dall’umore della giornata a dire il vero.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

SamPunzina - Il Cane Alato Vola Nell'orto Salato - Smalti Su Tela cm20x20 - 2012

SamPunzina – Il Cane Alato Vola Nell’orto Salato – Smalti Su Tela cm20x20 – 2012

S.: Il Cane alato vola nell’orto salato del 2012 – Quest’opera è un omaggio ad un cane randagio che mi ha tenuto compagnia per parecchi anni, quando abitavo in campagna e passavo metà della giornata isolata dal mondo. Jack si rifugiava sempre nell’orto, tra i ravanelli, le lattughe e le carote. Un bel giorno è volato via, ma mi piaceva pensare che la sua anima svolazzasse ancora lì, da qualche parte, quindi l’ho immortalato così.

Sam Punzina - Fuggendo da un sogno ilcielo si squarciò - cm50X50 - smalti su tela - 2013

Sam Punzina – Fuggendo da un sogno ilcielo si squarciò – cm50X50 – smalti su tela – 2013

S.: Fuggendo da un sogno il cielo si squarciò del 2013 – Questo dipinto è un monito a vivere e a perseguire i propri sogni, ad ogni costo. Le meduse sanno essere meravigliose e ammalianti ma anche pericolose allo stesso tempo, i sogni son così, possono meravigliare o far male, non importa, l’importante è non distogliere lo sguardo dalla meta. Rinunciare ad un sogno vuol dire rinunciare ad una parte di sé, a qualcosa che è maturato e cresciuto dentro di noi e che è diventato nel tempo più di un semplice desiderio.

Dolciflora

Dolciflora

S.: Dolciflora del 2013– “La fragilità te la porti dentro, l’affoghi in dolci tentazioni e poi ti senti riaffiorare leggiadra e forte più di prima”. Esalta la capacità tutta femminile di reinventarsi e rialzarsi anche dopo una sconfitta, una delusione o una perdita, con i dolci che simboleggiano il rifugio per l’anima, i fiori la rinascita, la farfalla la libertà riconquistata e le matrioske la femminilità.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: E’ difficile dirlo, ce ne sono molte e per fortuna riesco sempre a stupirmi e a dire “avrei voluto realizzarla io”, se devo scegliere un artista, direi Johnson Tsang, visto che non faccio scultura mi viene spontaneo pensare “che meraviglia che sono le sue opere” avrei voluto farle io!

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Domanda scomoda. NEXT!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Oddio uno soltanto? un David Hockney Murakami-zzato vale?

G.: Ah ah! Vale, vale! … e dimmi Sam, in quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: La utilizzo un po’ in tutto quello che faccio, ad esempio in cucina: invento ricette, sperimento abbinamenti. Non dico infatti di saper cucinare, ma improvviso con fantasia e mi riesce bene. A volte disegno modelli di borse e accessori per l’attività di mio marito, Cuoiarte. Mi piacerebbe un giorno creare un brand tutto mio, magari plasmandolo col mio stile pittorico. Ne uscirebbe qualcosa di originale.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

Sam Punzina

Sam Punzina

S.: Due mostre in preparazione, una collettiva ad Erba che dovrebbe poi spostarsi a Dublino, un’altra a Lecce, una personale a Milano che è ancora top secret e quest’altra avventura personale, di cui ti parlavo prima, a Kyoto. Le porte son sempre aperte ad altre proposte.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Non aspettare il momento opportuno: crealo.” George Bernard Shaw.

 

Per  approfondire:

sampunzina.tumblr.com –  blog

facebook.com/sampunzinaofficialpage –  pagina ufficiale su facebook

sampunzina.wix.com/officialwebsite – sito ufficiale

 

 

Per Voce Creativa: Intervista a Erica Campanella

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Erica Campanella (Milano, 1974):

Pittrice di cuore e di pancia. Madre di due splendide bambine, Giulia e Sofia. Erica è una donna autentica, di quelle che non badano a fronzoli e convenevoli, ma si donano in tutta la loro semplice spontaneità. Non porta maschere. Erica è una di quelle donne – e devo ammettere di averne incontrate poche, me stessa compresa – che scelgono immediatamente di essere se stesse di fronte all’altro, e che riescono morbidamente a schiudere la propria genuinità. Una donna dalla vita interiore molto intensa, piena di luci come anche di spettri. Ma un animo coraggioso, di quelli che accettano di avere piaghe da tornare a toccare, ogni tanto, per sentire la vita più fervidamente. Erica non teme di incontrare la verità, la sua come quella degli altri. Dolce, accogliente, delicata e materna, è una donna generosa che io per prima ho avuto la fortuna di conoscere da vicino. Alcuni mesi fa, per una mia nuova performance, cercavo una creatura che avesse non più di cinque o sei anni di età, alla quale fare interpretare il ruolo della bambina interiore, la bambina stata e mai stata, di una donna – io –  ferita, perché dall’infanzia abusata. Il ruolo della piccola era dunque delicato, e capivo che non sarebbe stato semplice trovarla, anche se sapevo che l’avrei messa a proprio agio e le avrei richiesto un azione performativa simbolica, che nulla avrebbe avuto di violento o traumatico. Trovarla iniziò ad apparirmi un’ardua impresa: le madri alle quali lo proponevo si mostravano giustamente protettive nei confronti delle proprie figlie, e il timore che una partecipazione performativa su un tema come quello potesse non essere una buona esperienza per loro, era una costante. Erica, invece, mi contattò proponendomi di incontrare sua figlia Giulia perché pensava potesse fare al mio caso, e perché le interessava l’idea che la bimba stessa potesse cimentarsi in un’esperienza artistica di questo tipo. Naturalmente ho presentato ad entrambi i genitori l’intero progetto con sceneggiatura dettagliata, perché fossero chiare le poche e semplici azioni che Giulia avrebbe compiuto in performance, e solo dopo aver vagliato con attenzione il progetto, entrambi hanno accettato. Quella con Giulia ed Erica è stata un’esperienza straordinaria. Piena. Emozionante. Che mi ha permesso di conoscere più intimamente l’artista che vi sto presentando. Una donna che non avrebbe potuto partorire lavori di questo calibro se non avesse avuto un animo così nobile.

Erica Campanella vive in provincia di Lodi, dove dipinge, insegna e fa la mamma.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista?

E.: Forse solo Erica. Figlia…. donna……madre. Sono assolutamente un essere simbiotico e passionale, che ama il silenzio e  la contemplazione.

Erica Campanella

Erica Campanella

G.: E se non fossi artista?

E.: Ah beh! Se non fossi artista non so cosa farei. Sicuramente la voglia di ricerca e di contatto con le emozioni e l’animo umano mi avrebbero portato a diventare una studiosa della mente!

G.: Perché lo fai?

E.: E’come se fin da piccola la mano mi avesse detto di disegnare. Ricordo ancora la moltitudine di libri disegnati: figure e volti si susseguivano e si infilavano tra le poesie e i racconti che in me suscitavano forti emozioni. Poi pian piano la vita mi ha messo nelle condizioni di dover esprimere ciò che vivevo e provavo attraverso le immagini. La superficie lucente del quadro è diventato il supporto ideale per raccontare la mia vita.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché la pittura è istintiva…è materia… è gesto…..è colore…. è luce. Perché la pittura mi trasporta in un mondo in cui mi sembra di volare. Perché la pittura è profumo e musica. Perché la amo!

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista?

E.: Il compito di una donna-artista oggi è quello di destreggiarsi tra mille ruoli diversi, cercando di lasciare uscire quel senso di libertà che le è proprio.

Erica Campanella in studio.

Erica Campanella in studio.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?

E.: La donna è stata al centro della mia ricerca sin dall’inizio. Non avrebbe potuto essere diversamente!  Ho sentito il bisogno come donna e artista di dire quello che pensavo sulla dignità e l’uguaglianza delle donne e sulla relazione con gli uomini. Ho poi cominciato a scrutare me stessa anche attraverso una discesa introspettiva, sino a condividere la mia più intima spiritualità, scoprendo quel profondo anelito religioso inteso come RI-CONGIUNZIONE con noi stessi, con l’armonia cosmica e con l’energia primordiale.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: I lavori nascono nella mia mente…di notte, in silenzio. Una volta partorita l’idea,  passo a individuare il soggetto più vicino alle mie emozioni. Di solito sono persone che vivono intorno a me . Raccolgo foto, tante foto che saranno poi lo spunto del disegno che verrà infine rigorosamente riprodotto su pregiate lastre di rame (in latino “ar-Amen”, locuzione di dense suggestioni sacre). E così, arriva finalmente il momento che amo di più: il tuffo impetuoso nelle morbide sfumature di tonalità rosse e brune.

G.: Ad ispirarti  a influenzarti ci sono state lettura?

E.: Tante letture e tanta musica. Ma  più d’ogni altra cosa, la mia reale fonte d’ispirazione sono le persone che mi circondano.

G.: Scegli alcune delle tue opere per raccontarmi la tua ricerca artistica:

UOMO-DONNA – Olio su tela 100x150cm – 2007.

1. UOMO-DONNA - Olio su tela 100x150cm – 2007

E.: Sulle schiene dipinte si legge: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono per esse i loro beni. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano 4.34).  Questo quadro mi sta molto a cuore. È stato uno dei primi in cui ho trattato il tema della donna nella religione. Sono partita da una frase del Corano e come un tatuaggio l’ho applicata sulla parte a noi più vulnerabile, l’unica parte del corpo che non riusciamo a vedere ma che è esposta agli altri: la schiena.

PREGA PER ME –  olio su rame 90×90- 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-PREGA PER ME 90x90 olio su rame  (2011)

 

LUCIA – olio su ottone – 90X90 – 2011.

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-LUCIA (2011) olio su ottone 90x90

E.: Qui esploro me stessa guardando gli altri. Alter-ego significa dualità, significa riconoscere se sessi attraverso il proprio riflesso nelle persone che ci vivono accanto. Un riflesso che non ha tracce di narcisismo, perché è la dimensione più profonda dell’intimità dell’essere umano, spogliato di compiacimenti e di difese, abbandonato all’essenza più autentica.

“Dolce, solare, vivo

triste , remissivo, spento

due luci contrastanti che si fondono.

L’animo umano è come un pozzo profondo

dove l’acqua a volte sembra strabordare

ed a volte è misteriosamente secco, quasi

arso.

Scoprire il pozzo occulto,

incomprensibile alla mente umana

per la sua intrinseca debolezza

ed aver una sete insaziabile di bere e dar da bere,

un pozzo così profondo,

che bisogna lanciare una corda così lunga,

così lunga,

da sembrare asciutto.”

                                                   (Angelo Passera)

NEL CUORE – Afrodite – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-Nel cuore olio su ottone (2011) 67x67cm

 

NELLA MENTE-Atena – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-NELLA MENTE-ATENA olio su ottone 70x70

E.: Qui descrivo i labirinti della mente, i dubbi, gli ideali, le emozioni di una giovane donna e le dee mitologiche che vivono in essa. Dee vergini  (Artemide, Atena,  Estia), dee vulnerabili (Era, Demetra, Persefone) e la Dea dell’amore, Afrodite. La forza che abbiamo dentro genera una dimensione in cui ci si mette in comunicazione con il mondo esterno. Questa “riflessione” sull’uomo e sull’essere è una vertigine perché ci si trova ad affrontare, senza veli, il senso della vanitas e della propria finitezza.

È una sorta di sintesi di tutto ciò che ci accade quotidianamente. Cerco di mettere in luce come il contatto con un’identità differente dalla propria possa non essere percepito come minaccia, ma come invito a superare il muro dell’indifferenza e del timore. “In questa educazione dello sguardo, dell’empatia, della profonda partecipazione reciproca, c’è l’ascolto, un cammino concreto verso la crescita profonda come artista e come donna. Erica che guarda nello specchio, lo attraversa come nuova Alice, Erica che non ha paura di guardare il fondo del pozzo e di potersi perdere, con la vertigine… Gli occhi di una ragazza, una giovane madre, ci restituiscono un po’ di ossigeno nei giorni crudeli dell’indifferenza e aprono alla speranza di un’unica famiglia umana che possa imparare a vivere in pace. Noi siamo da questa parte, noi siamo nello specchio”  (Paola Artoni)

G.: L’opera d’arte che  avrei voluto realizzare io?

E.: Autoritratto di Lucian Freud

G.: Un artista che non mi ha mai emozionato?

E.: Nel bene e nel male tutto emoziona.

G.:   Una artista che avresti voluto essere?

E.: Avrei voluto essere Artemisia Gentileschi: donna-artista indipendente-

G.:  In quale altro ambito sfoderi la creatività?

E.: Mi diverto con le mie figlie, insegno loro ad esprimersi liberamente.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

E.: Stanno terminando alcune mostre in Italia ma i progetti futuri sono rivolti all’estero. L’Inghilterra sarà la mia meta futura.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il Paradiso ed entrateci dentro”
(Nikos Kazantzakis.)

 

www.ericacampanella.com

Per Voce Creativa: Intervista a Tiziana Vanetti

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Tiziana Vanetti (Bengasi –Libia, 1968):

Dipingere come mangiare, bere, respirare. Dipingere come nutrirsi. Dipingere per espandersi. Per comprendere il mondo. Per essere.

Dipingere è una pratica indispensabile per Tiziana Vanetti. È un atto spiritualmente necessario, pur nella sua concretezza. È  perdersi per afferrare l’imprendibile. La sua è una pittura fatta di lirica gestualità. Con una pennellata rapida, a volte fluida e altre materica, Tiziana materializza la fuggevolezza del presente. Tutto scorre, tutto fugge, tutto è e non è più. Sulla tela, la realtà stessa fluisce.

Memore della rivoluzionaria lezione Romantica di Sir William Turner, la pittura di Tiziana nasce dalla casualità e vive di dinamismo. La sua è una figurazione vibrante, immediata. Una figurazione in cui pennellate sferzanti costruiscono e suggeriscono frangenti mai statici, sempre in rapida evoluzione e dissoluzione. Il tempo, inafferrabile, è assoluto protagonista, sia che si tratti di interni familiari che di scorci naturali.

Tiziana si è specializzata in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Insegnante di pittura e storia dell’arte presso l’Universiter di Castellanza e l’Università di Fagnano Olona, ha inoltre lavorato presso centri socio-educativi con ragazzi diversamente abili.

Attualmente vive e lavora a Busto Garolfo, in provincia di Milano.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

T.:  Credo di avere qualcosa di tutte e tre le figure, ma la parte di pittrice è chiaramente dominante.

Tiziana Vanetti

Tiziana Vanetti

G.:  E se non fossi un’artista?

T.:  Mi sarebbe piaciuto molto fare l’antropologa, forse perché mi piace scoprire e conoscere l’essere umano nei vari aspetti, in un certo modo questo lo faccio anche con la pittura.

G.: Perché lo fai?

T.:  Dipingere per me è un esigenza primaria, quasi allo stesso livello del mangiare, bere, respirare. Quando dipingo sento che mi nutro spiritualmente.

G.: Perché la pittura?

T.:  Fin da bambina sono stata rapita dal suo fascino, quella dei dipinti per me era una realtà apparente che poi si trasformava in qualcos’altro; mi immaginavo all’interno di una tela, in un mondo che vedevo solo io.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

T.:  Non vorrei generalizzare, non fa parte di me, posso solo dire che il mio compito come artista non è definito, è sempre in evoluzione, è probabilmente una continua ed infinita ricerca della verità che diventa estetica. Penso che non sia un compito prefissato, sono semplicemente me stessa, non mi preoccupo di ricercare una originalità a tutti i costi.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

T.:  La tematica principale è il figurativo nei suoi diversi generi pittorici. I miei lavori sono prevalentemente autobiografici, nel senso che hanno una componente che riguarda parte della mia vita, ed altre che riguardano situazioni famigliari, sociali, attuali e storiche.

Tiziana Vanetti in studio.

Tiziana Vanetti in studio.

G.: Come nasce un tuo lavoro ?

T.:  Parto dalle immagini. Immagini che mi emozionano, che ho nella mia mente, o fotografie che testimoniano i miei appunti di viaggio e le mie esperienze. Imposto la tela, e nei primissimi minuti realizzo l’opera nella sua totalità, tracciando forme in costruzione e distruzione, accompagnate da una forte componente di casualità, fino a raggiungere un equilibrio dinamico. Successivamente mi dedico alla cura del dipinto in tutti i suoi dettagli, attraverso le luci e i colori.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

T.:  Sono molte le letture, e con tematiche differenti. Tra queste: “Francis Bacon. Logica della sensazione” di  Gilles Deleuze, per l’interessante valutazione sull’esorcizzazione del carattere figurativo.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

T.:  Ascolto vari generi, spesso però prediligo la musica classica; tra i miei CD preferiti vi è “Prospero’s books” di Michael Nyman.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

Interno Familiare 8, olio su tela, cm90x120, anno 2006. Collezione permanente, Museo Palazzo d’Avalos, Vasto (CH).

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

 T.:  Questo dipinto rappresenta un momento di quotidianità famigliare, un piccolo angolo che poi si amplifica e si riflette nella realtà esterna, nella sua tensione psicologica ed esistenziale.

Wild 8, acrilico su tela, cm 80×100, anno 2012. Collezione privata.

Tiziana Vanetti_Wild 8_acrilico su tela_80x100_2012

Tiziana Vanetti,Wild 8 – acrilico su tela, cm80x100, anno 2012

 T.: Questo dipinto, come altri della serie “Wild”, rappresenta uno dei luoghi legati alla mia infanzia. I boschi di quei luoghi, non solo mi riportano indietro nel tempo emozionale, ma diventano protagonisti di una realtà storica lontana, custodiscono segreti e misteri delle trincee della Linea Cadorna, retaggio della Prima Guerra Mondiale.

Birth 9, acrilico su tela, 80×120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80x120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80×120, anno 2014.

 

T.: Il dipinto fa parte della serie “Birth”, un ciclo di opere dedicate alla terra in cui sono nata, la Libia. Il dipinto rappresenta delle barche in un mare in tempesta, ed affronta un tema molto attuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

T.: Willem de Kooning, Woman 1.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

T.:  Fernand Léger

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

T.:  William Turner, anche se ne sceglierei uno per ogni secolo.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

T.:  Fuori dal mio studio, nei laboratori di pittura dove insegno alle persone disabili.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:Giovanna_Lacedra-Tiziana-Vanetti-Ritratto-1 (2)

T.:  Per prima cosa, portare avanti la serie di dipinti Birth. Inoltre ho diversi progetti espositivi, nazionali ed internazionali. A breve, nella città di Milano, realizzerò una mostra personale presso l’Ex Studio di Piero Manzoni, in zona Brera.  La mostra, dal titolo “Amori Possibili (Autoritratti in viaggio)”, inaugurerà il 27 febbraio e durerà sino al 6 marzo 2015.

Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

T.:  “L’arte cela l’artista molto più di quanto lo riveli.” (Oscar Wilde)

Per  approfondire:

https://www.facebook.com/TizianaVanettiArte?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista a Jara Marzulli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. In questa occasione Giovanna Lacedra incontra Jara Marzulli (Bari, 1977).

Jara è una pittrice dallo sguardo intimo e materno. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, insegna discipline artistiche ed è madre di due bambini. Le sue tele sono sempre, poeticamente, pervase di corpi. Già a partire dalla prima serie, intitolata “Strisce”, il corpo femminile diventa tema centrale ed essenziale della sua ricerca. Corpi feriti, fasciati, corpi gravidi;  corpi legati ad altri corpi. Garze, cerotti, lunghe ciocche di capelli, nastri di raso. Sangue. E più recentemente fiori ed insetti. Donne, madri e bambine popolano le sue tele. L’identità femminile passa attraverso l’identità corporea. E questo accade sin dall’infanzia. Immediatamente sei il tuo corpo che sente. E sente incessantemente: il legame, la distanza, la fusione e l’orrore del vuoto. Jara dipinge con una tale sapienza tecnica, da potersi permettere quel graduale percorso verso la sintesi stilistica, che oggi sembra aver intrapreso. A popolare il suo recente immaginario pittorico, bambine. Bambine fluttuanti e dallo sguardo impietrito. Sospese, talvolta, l’una sull’altra. Come alla ricerca di improbabili equilibri. Per Jara, dipingere è “andare un po’ oltre la carne”.

La sua voce creativa si racconta per voi:

Giovanna-Lacedra-jara marzulli

G.: Una descrizione libera della donna che sei:
J.: Sono una donna che all’età di 35 anni può ritenersi più sicura di sé, essendo sempre stata forte e severa nella coerenza delle scelte compiute, ma fragile, per certi versi, nella costruzione di una mia identità . La propria identità, non si riesce certamente scoprirla tutta, ma trovo sia importante non avere quel senso di incompletezza mentale che ti porta a domandarti cosa dovresti essere per gli altri. Al di là di questo, sono una guerriera che difende le proprie idee, molto più equilibrata di quel che sembra, di ampie vedute, e non giudico mai chi mi sta dinanzi, accolgo anzi ogni tipo di opinione. Ho assecondato la mia voglia di amare, essere amata e di avere dei figli. Sono di una sincerità estrema con la mia fisicità e mi domando talvolta come affronterò il decadimento del corpo.

G.: Cos’è una DONNA secondo te?
J.: La donna è, nel corpo e nello spirito, un contenitore di messaggi universali.

G.: Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?
J.: Credo che tutte le battaglie fatte in passato si stiano rimacinando in quest’epoca con grandi responsabilità, in cui comunque trovo vi sia stata un’esagerazione deprimente riguardo all’uso  dell’immagine corporea femminile. Il corpo femminile mi pare sia stato svuotato persino dal suo sano erotismo. Cosa ancora più importante è la violenza sulle donne causata da una secolare educazione maschilista. La situazione attuale rende ancora difficoltoso per le donne far carriera e ad avere figli, per cui ci si trova spesso costrette a compiere una scelta.

G.: Quale ritieni sia il ruolo della Donna oggi? E cosa è cambiato rispetto al passato?
J.: Nei secoli addietro non era possibile avere un ruolo nella storia dell’arte. Le poche artiste conosciute, e ignorate ancora dai programmi scolastici, vivevano una situazione d’eccezione sociale, ed erano anticonformiste e combattive.. Da sempre la donna presenta se stessa con tutto il corpo come testimonianza sincera del proprio essere, sino a diventare, negli anni Settanta, essa stessa opera d’arte. Trovo che oggi, per quanti passi in avanti siano stati fatti, la collocazione della donna nel mondo dell’arte trovi sempre più difficoltà rispetto agli uomini.

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?
J.: Non penso ci siano doveri. Basterebbe poter osservare l’opera d’arte realizzata da una donna che dialoga assieme alle altre opere, proponendo i valori con l’impeto proprio naturale, per comprendere quale sia il suo contributo.

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?
J.: L’arte, come ogni altra forma di cultura, ha perso parecchia attenzione, per non parlare dei sovvenzionamenti. Però forse questo può essere il momento giusto per rivalutarla, evitando spreco e ponendo l’accento sul sincero lavoro di ricerca di ogni artista.

Jara Marzulli in una fotoincisione di Giancarlo Marcali

Jara Marzulli in una fotoincisione di Giancarlo Marcali

G.: Quando, come e per quale ragione  una donna come te diventa un’ARTISTA:

J.: Penso che non ci sia una ragione, ho seguito la mia propensione sin da piccola.

G.: La tua formazione?
J.: A Bari ho frequentato il Liceo Artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti.

G.: Cosa di ciò che osservi del mondo diventa materiale da plasmare con la tua creatività?
J.: Ho sempre osservato il mondo indagando lo sguardo degli altri e il materiale che mi contamina è dunque prevalentemente umano. Cerco di trovare la ricchezza in ognuna delle persone che osservo. Tendo a concentrarmi solo sugli sguardi e sulla gestualità, le parole vengono molto dopo. Il fascino di un portamento o di una espressione mi da la possibilità di creare e plasmare un racconto, attraverso la mia sensibilità artistica.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?
J.: Ultimamente sono il ricordo, l’origine, la ricerca dell’identità, il corpo, la scoperta. Nei miei ultimi lavori ho inserito anche materiali o insetti simbolici, come se ci fosse una storia nascosta dentro di noi. I miei personaggi vivono un tempo poco definibile, in una atmosfera liquida. Desidero andare oltre la realisticità di un’azione e trovare un modo di esprimermi ancora più vicino a me stessa. Desidero scavare ancora di più negl’altri. Per me, è come andare un po’ oltre la carne. Per farlo ho bisogno di  chiudere gli occhi e “liberarmi”.

G.: Quale tecnica adoperi? Quale supporto?
J.: Acrilico e olio su tela di cotone fine.

G.: Come nasce un tuo lavoro?
J.: Un mio lavoro nasce prima di tutto  da uno studio fotografico: ho in mente la mia idea, propriamente un’immagine fissa, preparo il mio set e già lì l’opera prende vita. Faccio una selezione accurata delle fotografie e procedo nella realizzazione pittorica, stendendo prima una imprimitura gocciolante con gesso e colla sulla tela. Mi studio le proporzioni del disegno e quindi con matite colorate procedo nella costruzione delle figure. L’abbozzo con tonalità verdastre rende i volumi e poi in ultimo due velature molto liquide di colore ad olio, propriamente mettendo gli ocra, le terre e i rossi.

Giovanna-Lacedra-Jara-marzulli2

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?
J.: Da giovanissima ho sfogliato e mangiato con gli occhi un’enciclopedia di Arte Moderna, lasciandomi incantare da correnti come Impressionismo, Simbolismo ed Espressionismo. Mi sono innamorata di autori come Degas, Renoir, Toma, Whister, Redon, sicuramente Munch, Schiele e autori della pittura verista italiana. Se ci sono altre influenze non me ne rendo conto.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?

J.: Certo! Per quel che riguarda la letteratura, autrici dell’Ottocento come le sorelle Bronte e Jane Austen, Karen Blixen relativamente al sentimento per la natura e per la gente di altra cultura, Marguerite Duras, Isabel Allende, Antonia Arslan. Ho inoltre letto autrici che hanno scritto la loro storia di coraggio nei paesi islamici. Trovo molto interessante Melania Mazzucco e sono sempre alla ricerca di autrici contemporanee. Riguardo alla poesia rimango sempre ancorata a Emily Dickinson e Sylvia Plath e sono molto entusiasta di poetesse poco conosciute contemporanee come Chiara Catapano e Isabella Bordoni ultimamente studiate dalle attrici del Teatro Astragali di Lecce, Iula Marzulli e Manuela Mastria. in occasione di un dialogo-intervista con Flavia Lanza.

G.: Le mostre (collettive o personali) più rilevanti del tuo percorso sino a qui:
J.: L’esposizione della sesta edizione “Premio Morlotti” ad  Imbersago(LC,) nel 2001,
quella della XII Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo a Castel Sant’Elmo di Napoli nel 2005,  “Copykiller”, nella Galleria AKBANK SANAT a Istanbul perché contattata dopo aver visto l’opera nella precedente Biennale. Poi ci sono le collettive che hanno avuto una buona curatela ed impegno come quelle nel Museo Peppetto, Nuraghi(OR) a cura di Askosarte e il critico Ivo S. Fenu, “Nigredo” realizzata in una location particolare, L’ex lavanderia dell’ex manicomio di Roma, con artisti di grande impatto a cura di Adragna, Veroli e Collevecchio. I molteplici progetti espositivi a cura di Settimio Ferrari e Francesca Londino in Calabria. “S(corpo)RO” alla Pinacoteca di Gaeta con Adriana Maria Soldini, narratrice d’arte che ha la personale “Come bocca di pesci i pensieri” nella galleria Le Muse Giovani ad Adelfia(BA).
“Iconica” alla nuova RezArte a Reggio Emilia per la buona scelta di molti artisti che stimo, la“ collettiva“Coexist” con il tema dell’arte fantastica, a cura di Ivan Quaroni, alla galleria E-lite Studiogallery a Lecce, la Fiera “Art Taipei 2013”, Taiwan, e  “New faces from Italy”, Red Elation gallery, Hong Kong, sempre in Cina.

G.: Raccontaci la tua pittura attraverso qualcuna delle tue opere:

J.: La prima opera con la quale mi racconto è “Diana”, realizzata nel 2012.  Ho voluto  raffigurare la sicurezza di una donna, un mito che ha il seno saturo di latte. Ho voluto mettere in evidenza l’unione con la sua natura quasi bestiale e la prontezza nel sapere mettere in discussione se stessa attraverso il taglio della treccia, azione che riporta Diana alla “bambina” che è stata e che ancora vive nei suoi occhi.

Jara Marzulli - Diana, olio su tela, cm20x70cm, 2012

Jara Marzulli – Diana, olio su tela, cm20x70cm, 2012

J.: “La bambina e le api” è invece  un’immersione romantica di una creatura che fa uscire da sé le immagini ancestrali di insetti dai diversi significati simbolici. Il nettare della vita scorre dai fiori tenuti stretti fra le mani e ancora, le trecce tagliate sotto i suoi  piedi simboleggiano l’abbandono di una storia vissuta e l’attesa di nuove storie che verranno.

Jara Marzulli, La Bambina e le api, olio e matita su tela cm120x80, 2012

Jara Marzulli, La Bambina e le api, olio e matita su tela cm120x80, 2012

J.: “L’odore del sale” e “Il torrente di Ofelia” sono, invece, tra le opere più recenti.  Nascono da una mia indagine circa il peso di un corpo su di un altro. Al momento di far posare le piccole modelle  ho ricercato con attenzione la giusta posizione che facesse combaciare i corpi senza creare disagio e dolore,  senza che l’una spingesse sulle ossa e sul diaframma dell’altra. In “L’odore del sale” avevo intenzione di far emergere quel senso di pienezza che il mare mi dà, ma di una pienezza traboccante, infatti dalla bocca di una delle due bimbe scende un rivolo d’acqua salata. Il corpo è abitato da piccoli pesci che s’incastrano nell’immagine, e che dunque vivono nella carne. E’ una mescolanza di concretezza ed evanescenza, carne e acqua.  “Il torrente di Ofelia” l’ho invece immaginato come una corrente d’acqua che trasporta due bambini.Quella corrente è anche il flusso della poesia, dell’incantamento, del sogno innocente che si svolge mediante l’immersione in un magma indefinito, come Ofelia che si abbandona tra i profumi dei fiori.

Jara Marzulli,L'odore del sale, cm60x128, acrilico e olio su tela, 2013.

Jara Marzulli,L’odore del sale, cm60x128, acrilico e olio su tela, 2013.

Jara Marzulli, Il torrente di Ofelia, cm70x130, acrilico e olio su tela_2013.

Jara Marzulli, Il torrente di Ofelia, cm70x130, acrilico e olio su tela_2013.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte ?

J.: Giuditta che decapita Oloferne (del 1612 circa) di Artemisia Gentileschi

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io”!
J.: Siccome avrei voluto fare anche scultura direi che avrei voluto realizzare quelle di Michelangelo per la Tomba di Lorenzo de’ Medici, dove son rappresentati L’Aurora, Il Crepuscolo, La Notte e Il Giorno.

G.: Quale reazione desideri abbiano i fruitori del tuo lavoro, e quali riflessioni ambisci a provocare in loro?
J.: Beh… in realtà vorrei che arrivasse loro tutto ciò che io tento di esprimere e che ho descritto sopra,  ma accorgermi della curiosità già mi soddisfa, il silenzio durante l’osservazione forse ancor di più. L’essenziale è che ne nasca un’interpretazione personale.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:
J.: Ultimamente si è conclusa la mia mostra personale presso E-Lite studio gallery di Lecce, intitolata “Riportami all’inizio”, frase tratta da un testo della cantante Giuliana Schiavone e curata la Roberto Lacarbonara. Ci siamo trovate molto in sintonia rispetto al significato ultimo di questa frase, che riporta ad una verginità percettiva sia del corpo che del mondo che lo circonda, e che conduce ad una dimensione leggera e sospesa. Come l’anima. E così che ho voluto, nelle ultime opere, lavorare su questo percorso di pesi-sospesi legati agli aspetti femminili e sull’infanzia, quest’ultima da me  interpretata come apertura, come carattere non definito di una identità non ancora formata. Ho partecipato con un progetto fra Art and Ars Gallery e E-Lite Studiogallery anche ad Affordable Art Fair di Milano. Prossimamente esporrò in Spagna, come artista selezionata al concorso ModPortrait, in una collettiva presso la  Galeria Artelibre; inoltre un’altra tappa di “Aliens”, organizzata da Frattura Scomposta Magazine, mi attende in quel di Ferrara! Ma il mio progetto essenziale resta quello di migliorare il mio studio ed il mio percorso, concentrandomi sulla poesia dell’umano.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:
J.: “Cogito ergo sum”

Il sito ufficiale di Jara Marzulli è: http://www.jaramarzulli.it

Per Voce Creativa: intervista a Valentina Biasetti.

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Valentina Biasetti (Parma, 1979).

Il silenzio è un luminoso androne di passaggio. Serve a lasciare il mondo dei rumori e delle distrazioni per raggiungere quello della poesia e delle più intime percezioni. Per questa ragione, nelle opere di Valentina Biasetti, il bianco può restare tale. Perché è il ritratto di un silenzio mnemonico ed emozionale. Non deve essere riempito ad ogni costo, contiene già tutti i colori. È uno spazio di luce, indispensabile perché il viaggio accada. Valentina legge nella pittura un ponte tra questa realtà e un altro altrove. Subissato in noi stessi, non facile da raggiungere, ma pregno di magia. Il viaggio è quello individuale e può iniziare a partire dalla memoria. Per fare della pittura un viaggio, Valentina si avvale di una tecnica che chiama “necessaria” proprio perché non viene pianificata a priori. Al contrario, materiali e supporti sembrano quasi capitarle. Sono incontri, piuttosto che scelte. Può accadere, ad esempio, che un vecchio lenzuolo le racconti una storia. E allora, il suono raccolto nell’ordito di quello scampolo di memoria diviene la ragione della sua scelta. Successivamente  arrivano le figure: mille Valentine monocrome –  sovente irriconoscibili poichè colte in scorci prospettici arditi –, sembrano galleggiare  nello spazio bianco della tela. Talvolta guerreggiano con graffi incontrollati di colore, talaltra vengono inghiottite da un non-luogo che confina col biancore. La soglia di  passaggio, poi, è spesso un arcobalenico hula hoop. Che quell’altrove si chiami “infanzia”?

Scopriamolo attraverso le sue parole:

G.:  Chi sei e che donna sei?

V.: Valentina Biasetti.

 

G.: Quando, come e per quale ragione (se c’è una ragione)  una donna come te diventa un’artista:

V.: Penso che sia una questione di “odore: succede che ci si avvicina inspiegabilmente alle cose, alle persone e si fanno delle scelte per una banale affinità olfattiva. Io, per esempio, amo l’odore della pittura, delle matite appena temperate, della carta e della tela.

Giovanna Lacedra- ValentinaBiasetti-studio

G.: Qual è stata la tua formazione?

V.:  All’ Istituto d’Arte P. Toschi di Parma ho studiato Grafica Pubblicitaria, poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Pittura, dove mi sono congedata con un Diploma di Laurea da 110 e lode; ma non sono i pezzi di carta che formano il carattere di una persona, tantomeno di un artista. Sono tutte le persone stupende che ho avuto l’occasione di incontrare e conoscere lungo il mio percorso: a loro devo il mio livello di formazione.

G.: La frase più demolente che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

V.:  Non c’è frase più logora di un complimento fatto solo per convenienza o per educazione.

 

G.: La frase più incoraggiante che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

V.:  Se il coraggio che può trasmettere una frase si traduce in spinta emotiva per andare avanti, penso che le frasi più incoraggianti siano state quelle più dolorose da accettare:

“Valentina, secondo me questo lavoro non funziona!”

 G.: Come vedi collocata la donna all’interno società contemporanea?

V.:  Se penso alla società come a una grossa bilancia penso che uomo e donna debbano avere un peso equivalente: nessun sentimento di onnipotenza o di rivalsa tra i due ma solo collaborazione. Ciò che fa la differenza e rende una società veramente all’avanguardia è l’Istruzione, la Consapevolezza dei doveri e la Stima reciproca tra uomo e donna.

G.: E come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

V.:  Rispetto a non tanto tempo fa ci sono stati dei progressi, quantomeno possiamo dire che esistono delle donne inserite nel sistema dell’arte, che lavorano e che sono davvero brave! Non mi piace fare paragoni con gli uomini: sarebbe di parte dire che noi donne abbiamo una marcia in più…

 

G.: Sei mai stata “invitata” a scendere ad un qualche compromesso ?

V.:  I compromessi sono all’ordine del giorno, ho imparato che bisogna stare sempre molto attenti a non tradire la propria natura e i sentimenti che stanno alla base del lavoro. In questo periodo per esempio sembrano essere in voga le “gallerie” che ti promettono la consacrazione al mondo dell’arte, se sei disposto a sborsare una discreta quota d’entrata, e sono anche magnanimi: ti consentono di rateizzarla! Fai anche qualche mostra con tanto di inserzione sui giornaletti, i lavori magari non sono un granché ma cosa importa? Paghi per sentirti dire: “Ma quanto sei brava!”Ora, io a questi compromessi non scendo! Sia chiaro, io ci metto il lavoro e la faccia. Il gallerista deve credere in me non nel  mio portafogli.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

V.:  Fare un buon lavoro e (se lo vuole) costruirsi una famiglia. Gli stereotipi di chiara identità maschilista per cui, se vuoi fare carriera devi eliminare dai tuoi pensieri il fardello famigliare, sono roba da anni ottanta/novanta. Una donna, oggi, artista che sia, deve essere testimonianza che si possono far coincidere le cose: certo è più difficile.

Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-lavoro

G.: Una donna-artista che consideri un modello; perché?

V.:  Louise Bourgeois. Perché è Louise Bourgeois.

G.: Perché lo fai? Raccontami il senso del tuo fare “arte” e del tuo vivere di “arte”:

V.:  “ Stringendo i pugni per quelli come noi

che sono oppressi dai simulacri

della bellezza

ti sistemasti e dicesti

non importa

Siamo brutti ma abbiamo

La Musica.”

(ChelseaHotel#2 – Leonard Cohen)

Questa frase l’ho scritta sul muro del mio studio e ho sostituito Musica con Pittura.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica? E perché?

V.:  Il Viaggio. Il mio lavoro vuole diventare  un ponte immaginario per un Luogo che chiameremo “Altrove”: un Luogo svuotato dalle apparenze inutili della società attuale, un Luogo magico che ritroviamo solo nel  profondo di noi stessi.

G.: Quanto c’è di autobiografico nel tuo lavoro, e quanto di autobiografico riesci ad universalizzare?

V.:  Il mio sguardo è il mezzo per osservare tutto quello che mi circonda, il mondo passa attraverso il mio sguardo per poi essere tradotto in immagine. Le figure che rappresento nascono da autoscatti. Tutto questo è sicuramente molto autobiografico, ma questa abbondanza è necessaria per mettermi in relazione con chi osserva il  lavoro, per permettere al  fruitore di immedesimarsi  e concedergli il mio punto di vista.

G.: Quale desideri sia la reazione dei tuoi fruitori?

V.:  Curiosità e immedesimazione.

G.: Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

V.:  Vorrei precisare la mia scelta di indicare “tecnica necessaria” piuttosto che tecnica mista, in quanto credo che utilizzando un supporto non standard, ma già carico di storie e poesie sia importante capire di volta in volta le tecniche o i materiali da utilizzare, proprio per non soffocarne le potenzialità.

G.: Come nasce un tuo lavoro (step by step) ?

V.:  Tutto parte da un momento di riflessione e silenzio. Poi arriva la parte più divertente e giocosa in cui cerco negli autoscatti il soggetto giusto sul quale lavorare. Parallelamente c’è la ricerca della tela: come ti dicevo non uso supporti standard ma di volta in volta cerco una stoffa o un lenzuolo che mi suggerisca una sua nota poetica. Quando tutto è pronto comincio con la matita ricercando un equilibrio di pesi all’interno del lavoro, successivamente il gesto e il colore distruggono questo equilibrio.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici, gli artisti o le correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

V.:  Il mio lavoro è in continua evoluzione e fermento: mi incuriosisce tutto. Non mi voglio riconoscere in una corrente, mi affascina il Barocco, il Romanticismo tanto quanto la Pop Art, il Suprematismo e la Grande pittura Americana. Non mi piace etichettarmi, è il sentimento quello che conta.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a “suggerirti” qualcosa per il tuo lavoro?

V.:  Dico i primi 10 che mi vengono in mente:Fernando Pessoa, Jorghe Luis Borghes, Mark Strand, Antonio Tabucchi, Tanizaki Junickiro, Josè Saramago, John Berger, Il Vangelo e i Vangeli Apocrifi, Fabrizio De Andrè, Patti Smith…

G.: Scegli 3 delle tue opere  e raccontacele:

1. PREGHIERE APOCRIFE (La Trasfigurazione) – tecnica necessaria su lenzuolo leggero. cm 100×150, anno 2013.

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Preghiere-Apocrife

V.:  Preghiere Apocrife  cela  l’orazione di una preghiera bruscamente interrotta, un black-out nel momento in cui l’anima entra in contatto con la dimensione celeste: il gesto pittorico assume le sembianze di uno schiaffo,testimonianza di una violenza subita nel profondo. L’atto della preghiera non è interpretato in modo canonico ma si ricerca nella libertà dell’improvvisazione. Le figure che disegno si muovono nella solitudine di uno spazio vuoto, relazionandosi unicamente con il colore oil gesto pittorico.

 

2. MILONGA#5 – tecnica necessaria su lenzuolo leggero cm 92 x 92, anno 2013

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Milonga

V.:  MILONGA# mette in scena una danza passionale, un tango d’amore e passione  dove il colore diventa metafora di passaggio dal sogno alla veglia e dalla vita alla morte, ottenendo una propria identità fisica che decentra la sua esistenza al di fuori dello spazio pittorico comunemente inteso. Il colore diventa viaggio tra un “qui’” e un “altrove” non ben definito lasciato all’immaginazione dell’osservatore.

3. TESTAMENTO FORMIDABILE,7 – Tecnica necessaria su lenzuolo leggero, cm 50 x50, anno 2014

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Testamentoformidabile

V.:  Testamento Formidabile  prepara il corpo  a un viaggio che ha il suo svolgimento nel tessuto più profondo dell’inconscio: nel sottosuolo dell’anima. In questo tipo di Viaggio il corpo con tutta la sua fisicità e presenza è consapevole di dover abbandonare i beni terreni e tangibili per trasformarsi in  “Altro da Sé” nella ricerca e nell’esplorazione di un Luogo misterioso e sconosciuto.Il Cerchio diventa simbolo magico del Luogo: soglia e metafora di passaggio. Il Cerchio è l’unica testimonianza che resta in eredità di questo Testamento bizzarro e segreto, per permettere ad Altri l’esperienza di questo Formidabile Viaggio.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?

V.:  “Giovane con canestro di frutta”di Michelangelo Merisi detto Caravaggio.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

V.:  Una qualsiasi di Picasso, solo per un fattore economico.

G.: La critica peggiore che ti è stata mossa da un “addetto ai lavori”:

V.:  La critica peggiore è stata la critica assente, ovvero quando non è stato detto nulla.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

V.:  Avrei fatto un mestiere più remunerativo, i miei genitori sarebbero stati più felici: io sicuramente no.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

V.:  Lavorare, lavorare… e lavorare.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

V.:  “Per noi l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo

  quanti siano decisi ad assumersene i rischi” (Mark Rothko)

Per approfondire:

https://www.facebook.com/pages/Valentina-Biasetti/167666696715109?ref=hl

Io dipingo prima di tutto per guarirmi…

Perle di Voce

“Sono troppo incazzata perchè sono stata “scoperta” a 80 anni.

La rabbia è la mia condizione di vita da sempre.  Sono l’ira e la violenza a spingermi a dipingere.

Io dipingo prima di tutto per guarirmi…

giovanna-lacedra-carolrama

vogliono guarire togliendo i desideri,

ma quelli me li tengo ben stretti.”

[Carol Rama]