Per Voce Creativa: Intervista a Mandra Cerrone

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mandra Cerrone  (Civitaluparella – Chieti –  1959):

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Mandra Cerrone | Autoritratto

Appena ho conosciuto Mandra ho avuto come la sensazione di avere di fronte a me la personificazione della calma. Parlare con lei, essere “ascoltati” da lei è come essere accolti in un abbraccio silenzioso, discreto e rispettoso. Il tepore delicato della comprensione, della totale assenza di giudizio. Ma questa “lei” che io ho incontrato, trascorrendo qualche giorno nel suo piccolo regno – una casa “bianca” su due piani affacciata sul mare – è certamente il risultato di un percorso profondissimo. Dentro sé e dentro l’altro, Un percorso in cui l’arte diventa contatto, incontro con l’autenticità dei sentimenti,  propri e dell’altro. In una parola: terapia. E nella commistione con altre pratiche, anche possibilità di “guarigione”. Al piano terra della sua abitazione, immense vetrate fasciano lo spazio puro del suo atelier, il “Mistic Driver Art Lab”, che oltre ad essere focolaio della sua personale ricerca, accoglie presentazioni, proiezioni e incontri culturali dedicati all’arte contemporanea.

Mandra Cerrone vive e lavora a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G: Chi sei tu?

M: Sono quel contenitore vuoto al termine di ogni identificazione. Ancora non so com’è…

G: In quali occasioni ti capita di tornare bambina?

M: Nel 2000 ho realizzato “Il fanciullo che c’è in te”, unico lavoro in collaborazione con un’altra artista, Francesca Maffei. Ritratti di uomini e donne ottenuti dalla sovrapposizione delle foto del bambino e dell’adulto, immagini dinamiche dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo. L’innocenza, la promessa dell’infanzia e la consapevolezza dell’adulto ci fissano con i tratti dell’eterna fanciullezza in una malinconia adulta. Uomini e donne rappresentati in una ambivalenza senza inizio ne fine.

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Il fanciullo che è in te – ritratto fotografico – 2000

G: Perché lo fai?

M: La motivazione principale sta nella gratificazione di poter assecondare quel centro stabile a cui sempre ritorno, il nucleo di interessi e passioni in cui posso vivere. Nel silenzio della vita interiore vive l’immaginazione e l’arte le da voce. La spinta sta nel sentirsi intimamente autorizzati ad intervenire nel malessere sociale con mezzi immaginali. L’immaginazione è sovversiva e s’interessa di comportamenti e sentimenti e si materializza nel mondo producendo emozioni. Essere un’artista è ridare spazio alla potenza dell’immaginazione in un sistema in cui le immagini mostrano una  grande vulnerabilità alla critica e al mercato.

G: E se non fossi un’artista cosa saresti?

M: Forse una psicanalista, o meglio una psicomaga, ma questa è ancora arte.  Un tempo dicevo di me “sono” un’artista, in realtà sono una moltitudine…

G: Qual è la radice della tua ricerca e in che direzione si muove?

M: L’arte è la medicina, la politica e la religione del futuro. La radice è fare della mia arte un mezzo, uno strumento di condivisione, di relazione. La direzione è un’arte che cura, conoscitiva e trasformativa.

G: Sei una donna estremamente introspettiva, questo viaggio dentro di te, così profondo e così prolifico, quando ha avuto inizio e perché?

M: E’ iniziato con me. I latini lo chiamano genius, i greci daimon, gli sciamani spirito, o ancora carattere, vocazione, si tratta sempre di un’immagine che ci definisce e alla quale per tutta la vita cerchiamo di aderire.

G: Parlaci del tuo incontro e del tuo percorso con Christobal e Alejandro Jodorowsky?

M: Nei primi anni 2000 ho cercato e poi incontrato per la prima volta il regista Alejandro Jodorowsky e la sua famiglia ad un reading con a seguire uno spettacolo di teatro panico (Parma , La corte Ospitale), in quell’occasione ho saputo dei workshop condotti da Alejandro e ne ho frequentato alcuni. La mia curiosità (necessità) mi ha portata ad incontrare molti ricercatori e a conoscere molte tecniche di terapie artistiche, tra tutte la psicomagia e la psicogenealogia mi hanno conquistata. Grazie a Cristobal Jodorowsky, magnifico artista terapeuta e insegnante, ho avuto la possibilità di conoscerle profondamente in un percorso formativo triennale in cui acquisire e sperimentare di persona le ricerche di Alejandro. La mia personale sintesi è stata la contaminazione e l’integrazione con le altre tecniche e con gli strumenti delle arti visive e performative.

G: Tra le tue prime e più importanti performance c’è la serie “Ostie”, ce ne parli?

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Ostie | Performance 2006-2015

M: La prima Ostia è del  2002 quando ho conosciuto la dottoressa Mereu, è nata un’amicizia importante. Stavo molto male, insieme abbiamo sperimentato l’ostia psicomagica e sono immediatamente guarita dopo anni di cure.  Lo stupore, la gioia; nel 2006 ho desiderato condividere quest’atto poetico con una performance pubblica a Spoltore. Poi di nuovo nel 2015 a Pescara nell’appartamento Lago e a Venezia da Vitraria Glass +A Museum. Con quest’atto poetico (tecnicamente dovrei dire performance) usiamo il simbolo con finalità e consapevolezza, in modo intenso, per ritrovare “l’anima alle cose e compiere l’atto fanciullesco di immaginare il mondo”. Il senso di questo lavoro è “mangiandoti assimilo la tua essenza”. Le “Ostie” sono cibo spirituale ad uso psicomagico. Metaforicamente realizzano una necessità dell’anima. Mangiando l’immagine della realtà ne assimiliamo l’essenza. La tua bellezza, la mangio, diventa mia. Il dono che non ho, lo mangio e lo lascio germogliare.

G:Audĭentĭa – città in ascolto è invece la tua ultima performance. Come nasce e cosa racconta?

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Audientia – città in ascolto | Performance 2014-16

M: E’ un momento di arte relazionale incentrato sull’ascolto profondo del cuore e di Roma, dal cuore all’orecchio per contatto diretto del corpo, della pelle: un performer offre nuda la zona del cuore, il suo battito è l’unico messaggio, a chiunque voglia appoggiare l’orecchio e ascoltare, in un cubo bianco, isolati dal resto. L’ascolto profondo diventa un atto spirituale con un intento estetico e terapeutico. La prima edizione a piazza San Giovanni a Roma per lo Spazio TraLeVolte nel 2014  e la seconda nel mio studio nel 2016, entrambe promosse da Cappa Arte.

G: Cos’è un albero genealogico e come è entrato a far parte della tua arte?

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Mandra Cerrone in una Family performance

M: La genealogia studia l’influenza della famiglia sull’individuo. L’albero genealogico (metagenealogia) è uno strumento in cui arte e scienza, razionale e irrazionale, collaborano alla ricerca dell’identità. Diventare autenticamente se stessi è riconoscere l’identità acquisita con le imposizioni, i divieti, le tradizioni ecc. E’ indispensabile conoscere l’eredità materiale e spirituale dell’albero genealogico senza ricondurre l’uomo a un risultato di forze ereditarie e sociali. Al centro di ogni vita c’è un mistero. Nell’affrontare le mie fragilità, nel disordine, nei primi anni 2000, ho incontrato l’albero genealogico capace di accogliere fragilità e disordine e come tutto ciò che attraversa la mia vita è entrato a far parte della mia arte.

G: “Genealogical Love” e le successive “Family” che hai realizzato, rimettono in scena dinamiche famigliari e affettive anche piuttosto nodose. Com’è sbocciata questa idea e qual è il fine ultimo di ciascuna rappresentazione?

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Genealogical Love

M: I tableaux vivant delle “Silent Family” nascono da una fascinazione. Aver frequentato e appreso le tecniche ormai note come costellazioni familiari mi ha sedotta non per l’aspetto banalmente terapeutico ma per la bellezza in sé della composizione scenica, è su quella che io lavoro. Sull’immagine che ne ottengo. E l’immagine si da tutta contemporaneamente, il paradigma temporale che misura tutte le cose si azzera, emerge un’immagine senza tempo, la pura bellezza dell’esistenza. “Genealogical Love” è una “Silent Family” particolare, realizzata per Privata, mostra itinerante sul femminicidio. In questa performance la protagonista è una donna che ha realmente subito violenza e si è offerta di rappresentare il suo albero alla ricerca di un senso, un esorcismo, i segreti sono alla base di molte malattie, rivelarli è un atto catartico. A lei la mia gratitudine per aver accolto la mia richiesta di un’azione così generosa e potente.

G: Come “arruoli” i performers delle tue Family?

M: Non ho mai usato modelli professionisti, sono i miei amici, persone che si offrono spontaneamente di partecipare per vivere l’esperienza.

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Silent Family | Performance 2015

G: Pensi che l’onesta sia una virtù imprescindibile per un artista?

M: Ho stima di chi come me lavora per l’opera e non per l’applauso, questa scelta è foriera di ogni conseguenza…

G: La lettera che non hai mai spedito… che fine ha fatto?

M: Scrivere una lettera è un segno importante. Le  ho spedite tutte. Nella lunga performance “Amore”, azioni orazioni raccomandazioni (2008/2016 non ancora conclusa) ho chiesto a molte persone di scrivere per me una raccomandazione…

G: Un autore o artista che non ti ha mai emozionato:

M: Se non mi ha emozionato perchè parlarne? Sorrido…

G: Un autore o un artista che avresti voluto essere tu:

M: Io voglio essere Mandra ma sono produttrice e consumatrice d’arte, sono molti gli artisti che amo.

G: Come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

M: L’arte è, o dovrebbe essere, trasversale ad ogni attività umana, in questo senso credo che le donne siano portatrici di un profondo rinnovamento superando anche le distinzioni di genere.

G: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M: Non ho mai pensato all’arte in questi termini. Ciò nonostante, in merito alla mia performance “Denaro Santo” ho spesso pensato che “lavare” è un gesto molto femminile, forse un uomo avrebbe scelto un’altra azione metaforica e reale per ripensare il senso del denaro.

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Denaro Santo | Performance

G: Work in progress e progetti per il futuro:

M: Continuare… La perfetta realizzazione di sé non esiste, la permanente trasformazione sì.

G: TU in una citazione che ti sta a cuore:

M: “Quando sboccia un fiore è primavera in tutto il mondo”.

Per approfondire:

www.mandracerrone.com

www.mandracerrone.blogspot.com

 

 

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

RESALIO|Federica Gonnelli Solo Show

articoli, Giovanna Lacedra.

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Il prossimo 29 gennaio, presso gli spazi espositivi della Ex Chiesa di San Giovanni a Prato, inaugura la mostra personale di Federica Gonnelli: RESALIO.
Letteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, nata in una Prato fiorente che ha assaporato e vissuto, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. E’ il caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P)e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili. (Stefania Rinaldi)

La mostra è il primo appuntamento della rassegna YIA 2016 -Young Italian Artists, un progetto di avvicinamento all’Arte Contemporanea con mostre, percorsi didattici e incontri con i giovani artisti emergenti italiani, a cura di Stefania Rinaldi, promosso da Fonderia Cultart, presso gli Spazi dell’Ex Chiesa di San Giovanni a Prato.

RESALIO
Mostra di Federica Gonnelli
a cura di Stefania Rinaldi
Vernissage: 29 Gennaio 2016 dalle ore 19.00

Dal 30 gennaio al 19 febbraio 2016
Ex Chiesa di San Giovanni – Prato

INGRESSO LIBERO
SEGUE APERITIVO E DJ SET by DIS0RDER
Per informazioni:
Stefania – 3293233936
www.exchiesasangiovanni.it

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Per Voce Creativa: Intervista a Francesca Lolli

Art Feminism, Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Francesca Lolli (Perugia, 1976):

Attrice e scenografa, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Perugia, Francesca sceglie come proprio linguaggio il video e la performance. È il suo corpo a farsi narrazione. A volte solo, a volte coadiuvato dalla presenza di altri attori. E come lei stessa suggerisce, a spingerla verso l’azione comportamentale o la rielaborazione metaforica del video è da sempre una certa “urgenza”. L’urgenza di dire, di sottolineare, di gridare qualcosa. Qualcosa che ci  riguarda tutti, che non esclude nessuno e che quindi non necessariamente affiora dall’autobiografia. Ma che è, anzì, sempre più spesso piaga del sociale, ferita pregiudiziale. Divario tra ciò che per qualcuno è normale e ciò che non lo è. 

Francesca Lolli si racconta per voi. Questa è la sua Voce Creativa…

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Ci sono momenti in cui mi sento tutto e in tutte le cose, senza forma, pronta ad accogliere e diventare tutte le forme del mondo, ed altre in cui semplicemente non sono e non voglio essere.

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 G.: E se non fossi un’artista?

 F.: Fino a poco tempo fa non amavo definirmi artista. Ho sempre trovato molto pretenziose e presuntuose le persone che si definiscono così. Poi ho iniziato a capire che noi tutti abbiamo bisogno di definizioni, bisogno di catalogare esperienze, persone e più in generale tutto quello che ci circonda. Definire ci fa sentire comodi.

 G.: Perché lo fai?

 F.: Lo faccio solo quando sento un’esigenza, una spinta che si concretizza.

 G.: Perché il corpo?

 F.: Perché è l’estensione più vicina (anche se spesso scomoda) al pensiero, perché tutti lo possediamo, ne abbiamo più o meno coscienza, perché è uno strumento universale ed è quello a me (noi) più naturale.

 G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

 F.: A posteriori posso affermare che lo è sempre stato, ho infatti iniziato a sperimentare e ricercare con il teatro.

Backstage video performance 'Duty of Beauty'_MUA Giulia Riccardizi_pic Massimo Palmieri_2014

 G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

 F.: Posso dire quale sia, secondo me, il compito di un artista oggi: quello di parlare del presente. Che sia una donna a farlo è una questione di nascita. Io sono nata donna, mi sento donna e inevitabilmente quello che esce da me è visto, vissuto, mangiato e vomitato da una donna. Non posso e non voglio prescindere da questo ma è solo il punto inevitabile di partenza. La mia ricerca non è a priori una ‘questione di genere’.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

 F.: I temi della mia ricerca sono sempre legati al qui e ora, non riesco a slegarmi dal momento storico in cui vivo, è anche difficile dire quanto ci sia di autobiografico nei miei lavori, sicuramente tanto, ma questo per il semplice fatto di essere io (e di conseguenza la mia vita, le mie sensazioni rispetto ad essa) il mezzo dal quale esce e prende vita un mio lavoro.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

 F.: Nasce da una necessità fortemente legata al momento. A volte le necessità non si concretizzano in azioni.

Backstage 'NowHere'_pic Gazal Shamloo_2014.jpg

 G.: E come nasce un tuo video?

 F.: Nello stesso modo, cambia solo il mezzo espressivo.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

 F.: Non sempre, a volte si tratta di un suono, un ricordo o un’immagine. Di getto direi che ‘Le 10 strategie di manipolazione dei mass media’ di Chomsky sono state di grande ispirazione per creare alcune delle mie performance (vedi ‘Fino a qui tutto bene’).

 G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

 F.: Lavorando spesso con i software di montaggio,.nessuna.

 G.: Scegli 3 delle tue performance per raccontarmi il tuo lavoro…

F.: 1- Fino a qui tutto bene, 2014

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La vita quotidiana è a nostra insaputa sicuramente regolata dai mass media; le informazioni, attraverso il filtro del linguaggio giornalistico, ci arrivano già classificate e ordinate secondo una scala d’importanza prestabilita. Basti pensare alla prima pagina dei quotidiani e alla rilevanza di taluni titoli rispetto ad altri, coadiuvata dall’utilizzo di font particolari o sottolineature strategiche. Ciò che al lettore medio è dato fare è sorbire passivamente le notizie sobbarcandosene il peso emotivo che  risulta assai più rilevante e centrale della loro analisi critica. Ed è proprio ciò che la performance “Fino a qui tutto bene” intende sottolineare; le informazioni che ci circondano ci pesano addosso come mattoni che non riusciamo a lasciare a terra, siamo costantemente bombardati da notizie di cui probabilmente potremmo fare a meno, ma che l’abile sistema mediatico ci propone come “fatti da sapere”. Attraverso la durata nel tempo e la fatica fisica cerco di palesare metaforicamente la spossatezza mentale, il progressivo affaticamento emotivo che deriva dal trascinarsi dietro costantemente i “mattoni dell’informazione”.

 F.: 2- Non riesco a dare forma alle cose, 2015 (Francesca Lolli e Filippo Ciccioli)

Non riesco a dare forma alle cose_Francesca Lolli e Filippo Ciccioli_Performance_2015_pic Maurizio Geraci (1).jpeg

La performance “Non riesco a dare forma alle cose” rappresenta una vetta fuori controllo, unita all’esito del fato, su cui accadono le più insolite vicende, come l’incontro tra la memoria del proprio essere e della propria sostanza con le sembianze di un striscia di passato, fatto di territori e strumenti desolati e, a volte, isolati a cui, ad un certo punto della carriera artistica e della vita, si sente l’intima esigenza di concedere nuovi significati, abbandonando gli involucri della forma, attraverso il meccanismo del contrario che prevede la tensione verso un ordinato incastro nel disordine; una magia che volge alla ricerca di un rinnovato assetto della mente, in cui non ci sono più regole, imposizioni, costrizioni, pregiudizi, diffidenze, convenzioni, barriere. Francesca Lolli si ferma dinanzi a se stessa e sceglie di mostrarsi al centro della scena, osservata dal pubblico del Festival d’arte contemporanea Estrazione/Astrazione; si lega e si reprime accanto al corpo di Filippo Ciccioli, seduto con l’anima che si contrae in una musica sempre varia, diversa, che si adatta al moto morboso, tormentato, opprimente della performer; il chitarrista è il compagno d’avventura che, in musica, si aggrappa al telaio della storia artistica di lei e poi si perde nel contrario di quella violenza, come ad amare e riposare … avvolto dall’idea di una violata libertà del sentire; questo gioco degli opposti, appare come un esorcismo contro le ferite ed i vincoli endogeni ed esogeni della vita. Quando l’arte appartiene all’aria che respiri, alla cura per i luoghi che calpesti … corpo e anima … materia e musica … la donna e l’uomo, i sorrisi e le lacrime … il bianco ed il nero dell’esistenza … avvolgono ed, al contempo, liberano dalle pene più cupe, come a sentirsi più leggeri, in un bisogno maniacale di superare i limiti, usando l’antidoto di affrontarli nel profondo, fino alle intimità. L’idea dell’estrazione dalla propria memoria, come dal luogo e dalla luce emanata dalle pietre quasi d’oro del Quartiere Angeli di Caltanissetta, hanno ispirato una performance artistica capace di raccogliere le emozioni più pure, quelli dei bambini, fino all’esaltazione salata del sentire pulsante dell’arte. Quando dobbiamo ritrovare coraggio per riscriverci sotto i riflessi di un cielo nuovo, di un sole nuovo … quando sentiamo odore di semplice primordialità nei luoghi, nei valori e negli occhi di tutto ciò che ci circonda, capita di sentire voglia di iniziare a fare passi indietro per estrarre dal nocciolo duro della propria umanità scalpitante, e poi ricominciare con una novella energia. Gli artisti utilizzano numerosi e datati elementi espressivi propri con l’intento, quasi per mistico destino, di dar loro un nuovo significato; i due ricercano la forma nelle sostanze delle loro arti che, per la prima volta, sentono di far dialogare. E’ come un punto e a capo per ricapitolare se stessi, per una volta intimamente in coppia, dinanzi agli occhi di una memoria storica arabo – normanna. Francesca Lolli e Filippo Ciccioli vanno alla ricerca di un’esperienza, come di una sperimentazione e la ritrovano a Caltanissetta. Il dono è un’epifania dell’essere fatta di musica, intese, compensazioni, costrizioni, vincoli e speranze trasparenti, scritte su fogli bianchi … che sia un augurio per riempirli di scarabocchi fatti di palpiti e trascendenze! Un percorso che inizia dal packaging della performer … dall’impacchettare se stessa, un atto che continua e si ripete per tutta la performance con l’inclusione continua ed ossessiva di lui che, lentamente, distorce le braccia, il collo, la testa, le gambe… e poi la musica, che va ben oltre quella scultura performativa costituita dalla loro materia, improvvisamente vivida, dinanzi agli occhi della platea come nelle loro anime, ormai completamente astratte, finalmente sulla vetta del nirvana, al culmine del sentire … quello della libertà oltre i limiti che, forse, è giusto concretamente esorcizzare per poi respirare aria nuova, quella di una vera catarsi … un rito. L’immagine che concede spazio alla sola arte, è quella occlusione personale che, volgendo lo sguardo verso l’alterità di lui che dondola … apparentemente libero … a ritmo d’acida musica elettronica, si compensa nei legami, come per dare forma a loro stessi, partendo da lì … fino al resto del sentire. La sostanza di “Non so dare forma alle cose” si è rivelata con le sembianze di un esperimento, trasformatosi in una “ninna nanna noir” (Annarita Borrelli)

 F.: 3 – Ninna Nanna Salata, 2013 (audio artist Vittorio M. Bianchi)

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“La performance riprende un modello già proposto dagli artisti nella loro ultima collaborazione: uno spazio sonoro ideato da Vittorio M. Bianchi ospita il corpo di Francesca Lolli. Cambia il tema, prima legato alla formazione di identità da corpi neutri ( Io non sono qui, 2013), ora diventa l’identità di genere, la sua classificazione nell’ordine sociale, l’impossibilità di allontanarsene, quella traccia per natura indelebile.

Un filo rosso viene utilizzato da Francesca Lolli come simbolo dell’identità femminile: un rimando fisico e culturale ai riti di passaggio legati all’entrata nella pubertà per mezzo del ciclo mestruale, un legame invece iconografico alle tradizionali narrazioni sul destino luoghi di tessitori, fili e tagli improvvisi.

Per sfondo risuona l’audio di Vittorio M. Bianchi che racconta dell’infanzia e la sua neutralità solo apparente, una composizione di suoni che stimolano i ricordi sul tempo della nostra vita”. (Caterina Molteni)

 G.: La performance o il video di un altro artista che più ti commuove?

 F.: “Think of me sometimes”, di Ruben Montini e Alexander Pohnert. Un’azione semplice di una potenza straordinaria.

G.: La performance o il video di un altro artista che avresti voluto realizzare tu?

 F.: “Think of me sometimes”

 G.: Una performance che non ti ha mai emozionato:

 F.: “The artist is present”: mi spiace, non riesce proprio ad emozionarmi!

 G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

 F.: Ti accorgi della creatività quando credi di averla persa, soprattutto dopo un lavoro intenso. Allora ti senti attraversata da una grande ambivalenza: da una parte speri di essere di nuovo invasa dalla sensazione che si prova quando si crea qualcosa e dall’altra quasi ti senti graziata dal pensiero di non essere più capace di provare quel tumulto.

Backstage videoclip 'Ringor Snai' by GattuZan_pic Jin QuianQuian_2015.jpg

 G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 F.: Una nuova video performance con mia madre. sto cercando da anni ed in tutti i modi di convincerla.

 G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

 F.: “La vita è colpa dell’arte”, fantastica frase di Pierre Restany che porto sempre con me incisa sul mio avambraccio destro.

Per approfondire:

vimeo.com/francescalolli

https://vimeo.com/francescalolli

 

 

 

https://vimeo.com/francescalolli

 

Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

FAITH WILDING | Waiting – 1971

Lei nell'opera

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

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“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

Faccio arte psicosomatica …

Perle di Voce

“Faccio arte psicosomatica …Lavoro, lavoro e ancora lavoro, finché non resto seppellita nel processo. È ciò che chiamo obliterazione.. Applicando pois su tutto il mio corpo e poi ricoprendo di pois anche lo sfondo, io mi annullo!”

Giovana-Lacedra-Yayoi-Kusama

Yayoi Kusama (1929), artista e performer giapponese. Dal 1977 vive per sua scelta in un ospedale psichiatrico. Ossessionata dalle sue allucinazioni e dai pois. Ogni giorno della sua vita dipinge.

KETTY LA ROCCA | Appendice per una supplica

Lei nell'opera
Ketty Larocca - Appendice per una supplica - stampa fotografica in b/n - 1974

Ketty La Rocca – Appendice per una supplica – still da video – 1972

Nel 1972 Ketty La Rocca realizzò “Appendice per una Supplica”, uno dei primi video della storia dell’arte contemporanea. Fu girato in bianco e nero e a camera fissa. Sulla pellicola scorrevano mani. E sulla pelle nuda di queste mani la parolayou si tatuava in mille sé. Coppie di mani afferravano un vuoto nero e desolante. E chiamavano – a pugni stretti e dita intrecciate – un Tu che pareva godere della sua stessa assenza. Per questo progetto performativo e video-fotografico, presentato poi alla XXXVI Biennale di Venezia insieme al suo libro d’artista “Principio erat” , Ketty La Rocca utilizzò le proprie mani. Mani chiare, dalle dita lunghe e affusolate, che sbocciavano da un fondale nero. Implorando l’altro. Come in un loop. Lo stessoyou”  si riproporrà qualche anno dopo, per la precisione nel 1975, in “Le mie parole. E tu?”  una performance realizzata prima presso la Galleria Nuovi Strumenti di Brescia e poi presso la Galleria Tartaruga di Roma. Ketty descrisse la sua ultima azione comportamentale con queste parole:

“In questa azione che chiamerei coniugazione io sono esempio a me stessa e agli altri di un totale asservimento al linguaggio (…) gli altri che partecipano all’azione coniugano sia un dramma reale che il mio dramma interiore (…) il linguaggio non determina libertà seppure illusorie, ma prolifica contagiosamente, crea vittime che coniugano la loro stessa condizione e la definiscono <>”.

Ketty La Rocca, ligure di origine ma sempre vissuta a Firenze, è stata una delle più importanti artiste italiane del XX secolo, esponente di primo piano della Poesia Visiva, performer e body artist. Morta precocemente, all’età di 38 anni, a causa di un tumore alla testa, Ketty fu una delle poche artiste italiane di quegli anni a ricevere un riconoscimento internazionale. La sua è una ricerca profonda ed intima sull’universo della comunicazione.

Oggi “L’Archivio Ketty La Rocca” è gestito dal figlio dell’artista, Michelangelo Vasta, prof. di Storia economica presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena.

IO SOTTRAGGO PERFORMANCE A VENEZIA

articoli

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COMUNICATO STAMPA:

4 Luglio 2005
“Lasciarsi morire di fame. Sottrarsi al mondo.
Farlo con coscienza. Sceglierlo, ogni giorno, con vocazione.
Oggi: 475 Kilocalorie.”

Trasformare in arte la patologia.
Fare in modo che il corpo – per anni ostaggio di rituali ossessivi, per anni contenitore di vuoti affettivi, di assenze e di mancanze –, diventi racconto espressivo di una tra le più paradossali malattie: il disturbo anoressico-bulimico.
Mangiare niente come mangiare tutto. Svuotarsi come ingombrarsi.
Mettere dentro il mondo intero, o il mondo intero rifiutare.
Sbranare pulsionalmente l’amore che non si ha o scegliere stoicamente la rinuncia.
Controllare il corpo per illudersi di controllare la vita intera.
Operare calcoli minuziosi, e istituire una vera e propria aritmetica del desiderio.
Sottrarsi chili per sottrarsi ai desideri. Scarnificarsi per rendersi visibili.
E tutto questo per sopravvivere ad altro.

Donne che si sfondano di cibo e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo e non vomitano, creando – con un corpo in dilatazione –
barriere con le quali difendersi dal mondo e da una dimensione dell’affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio siano capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Donne che si riempiono di cibo. Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire è in verità un dolore profondissimo. Che a volte neppure loro conoscono.

Al di là della fame e della sua negazione, esiste un’altra fame. Più feroce, più legittima, più importante. Una fame del cuore. Che ha il diritto di essere ascoltata.

Il corpo di un’anoressica-bulimica, è un corpo rotto.
È corpo-contenitore di vuoti e di parole. Troppi vuoti e troppe parole.
Tutto nasce da una frattura nella relazione, da una crepa tellurica nella comunicazione.
Digiunare e divorare sono prese di posizione estreme. Punizioni. Penitenze.
Il corpo si trasforma in una conca sgombra o una pattumiera. E il cibo-non-cibo diventa il solo strumento capace di mettere a tacere ciò che si agita dentro.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene. La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina. Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina. Cibo non-più-cibo.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.
Anoressia, Bulimia, Binge Eating e Obesità sono espedienti autodistruttivi, ricercati per sopravvivere a tutto il resto. Per tentare di governare il vuoto. Per provare a non sprofondare.
Presto però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere, di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire. IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità. IO SOTTRAGGO è un atto di coraggio che mira a combattere la vergogna e l’omertà. In nome di una verità che vive rovesciata dall’altra parte dello specchio.INVITO2-WEB

(testo di Giovanna Lacedra)

Giovanna Lacedra performing
IO SOTTRAGGO
Sabato 9 maggio ore 20,00
Presso EL MAGAZEN DELL’ARTE
DORSODURO 1375 – nei pressi dello Squero di San Trovaso
VENEZIA
Info-press: ass.rosam@gmail.com

Per Voce Creativa: Intervista a Federica Gonnelli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Federica Gonnelli  (Firenze,1981):

Il passato, la memoria. Il sentimento. Fuggevolissimi frammenti di vita da trattenere, da arrestare, da sublimare, da tramutare in opera. Valicando i naturali confini tra i linguaggi visivi. Andando verso la contaminazione. Universalizzando esperienze personali. Dando forma alle suggestioni. Dal disegno al velo d’organza, dall’installazione al video. Tutto può essere narrazione. Come un moderno Leonardo, Federica prova, sperimenta, mescola e ricerca. In un’azione creativa sempre sospesa tra lo studio e lo stupore.

Federica Gonnelli vive e crea tra Firenze e Prato. Questa è la sua voce creativa per voi….

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Sono sicuramente l’artista. Mi identifico totalmente e in modo viscerale in tutto quello che creo. Ed è proprio questa visceralità, talvolta molto forte, che mi porta spesso a essere anche un animale. Considerando i miei progetti passati e futuri, se dovessi scegliere un animale sarei sicuramente un baco da seta!

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

G.: E se non fossi un’artista?

F.: È difficile dirlo, se non fossi un’artista non sarei io. Se non fossi un’artista significherebbe che mi sarei fermata prima, a uno degli scalini precedenti del mio percorso di crescita personale e creativo. Mi sarei potuta fermare allo scalino nel quale volevo fare la stilista, oppure in quello in cui volevo fare l’architetto o la designer o infine sullo scalino nel quale volevo studiare e poi insegnare storia dell’arte. Ho sentito fin da piccolissima la necessità di creare, progettare, fare, amare l’arte. Sono nata a Firenze nel 1981, città d’arte e di moda. Sono cresciuta vicino a Prato, città del tessile, nella stanza di lavoro di mia mamma: tra stoffe, scatoline di cartone, fili colorati, manichini, carte, abiti, matite, grucce e quant’altro concorre alla realizzazione di un abito o di un’opera d’arte. Elementi che nella mia giocosa creatività di bambina ho indifferentemente, sempre mescolato. Elementi inscindibili, che per me avevano un’unica base: il disegno. Per questo, il desiderio espresso durante lo spegnimento delle candeline del mio quinto compleanno, fu esattamente: “voglio saper disegnare”! Ho sempre pensato che il disegno è la base per ogni progetto, per ogni creazione in ogni ambito del fare umano, il disegno è la traccia, la radice dalla quale si sviluppa tutto. Se da piccola il mio obiettivo era “creare abiti”, crescendo e scegliendo il Liceo Artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il mio obiettivo è stato creare, creare indistintamente, “creare”. Scegliendo di fermarmi sullo scalino dell’artista, sono riuscita a unificare gli scalini precedenti in un unico scalino. Essere un’artista mi permette di sperimentare sul corpo come farebbe uno stilista, nello spazio come un architetto, sull’oggetto come un designer, sui percorsi dell’arte come uno storico. Quello dell’artista non è un mestiere uguale agli altri, questo non perché è migliore o al di sopra degli altri mestieri, ma solo perché non è un mestiere, anche se le opere si definiscono lavori, anche se come in altri “mestieri” appunto, l’artista impiega la sua mente e le sue mani. Per la precisione credo che ci siano molti “mestieri” definiti genericamente così, ma che in realtà sono vere e proprie scelte di vita: come il “mestiere” dell’artista.

Giovanna_Lacedra_Federcia-Gonnelli-Autoritratti-Ellepourart

G.: Perché lo fai?

F.: Lo faccio perché mi piace, mi fa stare bene e mi rende felice anche quando non mi piace niente di quello che mi circonda, sto male e sono triste. Lo faccio perché mi permette di condividere tutte queste emozioni con chi mi circonda, con chi vive l’opera, in una sorta di catarsi collettiva.

G.: La tua ricerca si avvale di una contaminazione di linguaggi: pittura, scultura, fotografia. Mi racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

F.: Già dal racconto del mio percorso personale e artistico, credo che appaia chiaramente la mia insofferenza verso le classificazioni, le distinzioni e le categorie chiuse. Confesso di non sentirmi pienamente parte di alcun compartimento. La mia ricerca, ma credo che valga per la ricerca in genere, è volta al superamento dei confini, qualsiasi essi siano, che relegano in compartimenti stagni le varie arti così come i confini che dividono gli individui. Mi piace pensare di sorpassare in qualche modo con la mia ricerca, sempre al limite tra bidimensionalità e tridimensionalità, la diatriba tra Michelangelo e Leonardo su quale delle arti tra pittura o scultura fosse più alta. La piena consapevolezza di tutto ciò è avvenuta con il passaggio all’Accademia di Belle Arti, dopo un anno di durissima ricerca, ho capito che non dovevo ignorare le mie sperimentazioni di bambina e anzi, le dovevo riscoprire. L’esperienza di confronto con l’arte è avvenuta fin da molto piccola nelle chiesette della campagna toscana più o meno note, tra le architetture rinascimentali e quelle contemporanee di Michelucci, tra scrigni di preziosi tesori, durante le passeggiate a Firenze con la mia famiglia, nel vedere nascere il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci progettato da Gamberini. In particolare di quegli anni ricordo due mostre: la Fondazione Nasher nel 1988 al Forte Belvedere e Klimt a Palazzo Strozzi nel 1991. Due mostre che per me furono di grande suggestione. Ricordo le grandi emozioni all’interno del Museo degli Uffizi di fronte al susseguirsi delle opere di Giotto, Cimabue, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo… fino ad arrivare a Bronzino, Leonardo Michelangelo, Caravaggio… Da tutte queste esperienze ho ereditato l’amore per le proporzioni; per la figura umana; per il corpo; per la maestosità della presenza, fiera e ieratica; ho ereditato l’attenzione alla spazialità; la ricerca dei significati e dei simboli. Grande importanza ha avuto per me negli anni successivi lo studio di artisti come Brancusi, Duchamp, Oppenhein, Beuys, Bourgeois, Manzoni, Fontana, Kahlo, Lai, Paolini, Hesse, Pane… Artisti dai quali ho capito che il gioco è importante quanto la coerenza. Perché la coerenza dell’artista è prima di tutto dentro se stesso, nella sua vita, nel suo percorso e di conseguenza successivamente in ogni sua opera, ma al tempo stesso occorre a ogni opera sapersi mettere in gioco. Ho capito che la razionalità è importante quanto il sogno, ho capito che ogni elemento dell’opera ha un suo perché, ho capito che i limiti si superano, ma occorre sapersi fermare. Ho capito ancora una volta che non ci sono distinzioni tra le arti. A un certo punto della mia ricerca artistica, nel 2001, dopo aver sovrapposto: velature di colori, carte, elementi vegetali e fili sulla tela ho sentito il bisogno di avere più profondità, ho sentito il bisogno di dare più spazio e respiro alle stratificazioni che componevano le mie opere. Ho deciso di sfruttare lo spessore del telaio, applicando sul retro un pannello di legno e trasformandolo in una sorta di scatola, all’interno della quale avevo lo spazio necessario per porre i vari elementi. Piccole sculture biomorfe o antropomorfe di terracotta o altri materiali; vetri, specchi, fibre naturali e sintetiche; oggetti semplici elevati a bene prezioso, a reliquia. Rivestendo infine la composizione con un velo d’organza, grazie alla cui trasparenza posso soprapporre immagini ad altre immagini. Sul velo d’organza appaiono immagini e figure che si sovrappongono e instaurano un dialogo con ciò che si trova oltre il velo stesso. La consapevolezza del superamento dei compartimenti nella mia ricerca si è ulteriormente rafforzata con l’utilizzo del video. Le nuove tecnologie in generale elidono ogni tipo di distinzione nella società e nell’arte, proponendo nuovi rapporti sociali e nuovi supporti artistici, al di sopra delle costrizioni precedenti e dei compartimenti usuali. Questo sviluppo tecnologico è assolutamente positivo, l’importante è che l’uomo – l’artista – non ne venga totalmente soggiogato e che non perda la capacità di aggirare gli ostacoli posti talvolta dalla stessa tecnologia. Ciò non significa abolire disegno, pittura e scultura, anzi, quest’ultime sono le basi conoscitive che unite alla tecnologia, offrono vere e proprie espansioni per l’opera e per l’artista stesso. Attraverso le ibridazioni si amplia il respiro dell’arte. Un respiro tanto ampio quanto quello rinascimentale, basta pensare a un grande artista come Leonardo da Vinci, sperimentatore, ricercatore, inventore. Oggi Leonardo avrebbe coniugato il disegno al video o alla tv, la realtà virtuale con la pittura, le installazioni con le fantastiche macchine leonardiane, i suoi testi scritti con le performance e le proiezioni con gli affreschi e le pitture murali. Assolutamente, andando oltre ogni distinzione tra i mezzi artistici. Il video e di conseguenza le video installazioni e tutte le ibridazioni con le altre discipline artistiche, che ne derivano, sfuggono a qualsiasi tentativo di classificazione e di riconduzione ad uno dei generi tradizionali delle arti visive, diventando emblemi della caduta di ogni compartimento stagno.

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

F.: Credo che non debba esistere un’arte di genere, un’arte femminile. L’arte non ha genere, non ha sesso, ma è superfluo dire che ancora oggi esiste spesso un gap tra artista donna e artista uomo e più in generale un gap tra donna e uomo nel mondo dell’arte. Questo gap può essere colmato se la donna non si trincera dietro un’arte di genere e al tempo stesso se non azzera o appiattisce la sua personalità artistica per “assomigliare” allo stereotipo dell’uomo artista. Credo fortemente che l’emancipazione della donna non passi attraverso l’assunzione o la copia delle caratteristiche dell’uomo. Tanto meno delle peggiori caratteristiche dell’uomo. Faccio spesso un esempio in proposito, un esempio molto forte: l’emancipazione della donna non può passare attraverso la donna kamikaze. La forza di un’artista e di una donna sta nell’essere se stessa, la forza di un artista e di un uomo sta nell’essere se stesso. Le differenze sono minime, un apostrofo e una vocale, ma sono solo una questione di grammatica italiana. Entrambi devono parlare, comunicare, esprimersi e farsi capire con la propria voce. Credo che il compito dell’artista donna non sia diverso da quello di un artista uomo. Il compito degli artisti è proporre agli osservatori, attraverso le proprie opere dei dispositivi attraverso i quali vedere il mondo che ci circonda. Talvolta ingrandito come attraverso una lente o alterato come attraverso uno specchio deformante. Talvolta il dispositivo serve per dare risposte o talvolta il dispositivo serve a fare scaturire domande.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

F.: Fin dall’inizio ho sviluppato una profonda ricerca sul rapporto contenuto-contenitore, che si snoda intorno al rapporto tra opera d’arte e corpo e tra corpo e natura/spazio, rafforzata dalla spiccata tridimensionalità delle mie opere. Determinante per lo sviluppo di questa ricerca è stato l’inserimento del velo, che non deve assolutamente essere considerato come un mero supporto, ma come un determinante mezzo espressivo che concorre nel significato dell’opera. Il velo d’organza è un abito, una pelle, una protezione, un confine sottilissimo, una membrana osmotica che mette in comunicazione le varie parti. Il velo d’organza è un abito per un’opera d’arte-corpo. Il velo è quindi l’abito che veste questo corpo e che gli dona una voce, un’apparenza, un’identità sempre diversa, attraverso le immagini che su di esso sono realizzate, Un velo che ogni volta mostra, racconta qualcosa di diverso, ma che allo stesso tempo impone uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro. Il telaio in questo percorso si è evoluto diventando un corpo, un corpo che muta nella forma, ma che resta sempre tale, un corpo che contiene al suo interno qualcosa. L’organza si adatta ai contenitori di legno delle opere tridimensionali come un abito sul corpo, assumendone le stesse caratteristiche. Contemporaneamente questa ricerca di spazio mi ha portato ad ampliare i miei progetti e ad affiancare alla realizzazione delle opere tridimensionali: performance, suoni, video proiezioni, installazioni e videoinstallazioni. Nel mio percorso il video mi ha permesso di superare il concetto di contenitore reale presente nella mia opera, acquisendo un contenitore virtuale (il video stesso), nel quale le immagini scorrono fluide, elastiche, pulsanti, vitali, leggere e semitrasparenti mantenendo così gli aspetti più tipici del mio lavoro. In questa dialettica tra contenitore-contenuto, velo-opera d’arte, abito-corpo si inserisce il tema della presenza-assenza del corpo stesso. Molto spesso questa presenza corporea è costituita dalla mia presenza stessa. Non è una questione di egocentrismo, ma è il frutto della scelta dello strumento che mi è più accessibile e che conosco di più: il mio corpo. In questi casi il mio corpo diventa un corpo generale nel quale può riconoscersi anche lo spettatore. Concludendo, di là dall’uso della mia immagine, tutto nella mia ricerca è autobiografico, non fosse altro perché ogni esperienza vissuta è filtrata attraverso la mia sensibilità. È un’affermazione comune dire che in ogni ritratto eseguito da un artista è insito il suo autoritratto. Vissuto, memoria familiare, habitat e sentimenti implicano che mi debba necessariamente mettere in gioco, prima esternando i miei sentimenti e successivamente, molto spesso, esponendomi in prima persona come soggetto dell’opera. Il dato biografico e intimo permette l’analisi generale del tema. Queste tematiche hanno avuto per me una tale importanza che al rapporto tra arte e abito (e quindi tra opera d’arte e corpo) ho voluto dedicare nel 2006, la mia tesi di diploma a conclusione del quadriennio in Accademia, tesi che ha ri-cucito due parti di me per troppo tempo disgiunte, scucite. Nel 2013, terminato il Biennio di Specializzazione in Arti Visive e Linguaggi Multimediali, ho cucito con ancora più forza opera d’arte e corpo nella tesi “Videoinstallazioni tra Corpo SpazioTempo”.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

F.: Le mie opere nascono da fulminee suggestioni: un’immagine, una sensazione, un sogno, una parola o un titolo. Queste suggestioni possono scaturire da qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Per questo porto sempre con me una vecchia agenda nella quale appunto tutto attraverso bozzetti e descrizioni. Per me è essenziale congelare ogni più piccolo dettaglio della suggestione, perché anche se spesso queste suggestioni si trasformano subito in progetti, opere, installazioni o video, altre volte accade che possano passare degli anni prima che la suggestione si trasformi in un progetto concreto. Questo perché sento fortemente la relazione tra l’opera e lo spazio in cui l’espongo e quindi ogni opera vede la luce nel momento in cui ho capito di aver trovato il luogo giusto e tempo giusto per presentarla. Per quanto riguarda la realizzazione materiale, cerco il più possibile di occuparmi in prima persona della lavorazione e dell’assemblaggio di ogni pezzo: dal taglio del legno, alla preparazione dei veli, all’allestimento dei set per le foto e i video, al montaggio di questi ultimi. Tutto passa per le mie mani. È una scelta molto impegnativa dal punto di vista fisico e del tempo di realizzazione, ma è una scelta che mi permette di essere dentro ogni mia singola opera, di poterne osservare da vicino i meccanismi, per migliorarne gli aspetti e risolvere eventuali problemi, una possibilità da non sottovalutare in particolar modo nelle installazioni.

Federica Gonnelli in studio

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOazione

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

F.: In casa ho libri dappertutto: dentro l’armadio, sotto il letto, chiusi nella cassapanca, stipati nelle credenze… perché ormai le mensole delle librerie sono stracolme e qualcuna si è piegata perfino sotto il peso di tanta carta. Perché lo devo ammettere, sono feticista: amo il libro, oggetto reale. Amo le storie in esso contenute. Amo i grandi tomi, i libri con un corpo sostanzioso nel quale immergermi completamente, sognare, immaginare, ricreare e finita la lettura voglio sentirmi ancora affamata. Amo l’odore della carta, il fruscio delle pagine. Amo possedere i libri. Non mi pento mai dell’acquisto di un libro nuovo preso dallo scaffale della libreria preferita, scovato sul banco del mercatino dell’antiquariato o salvato accanto al cassonetto della carta! Primo libro amato: “Novelle fatte a macchina”di Rodari, poi in ordine sparso “La Storia Infinita” di Ende, “Casa di Bambola” di Ibsen, “La Storia”di Elsa Morante, “Le Metamorfosi” di Ovidio, “Casa, Amori, Universi” di Maraini, “Alla Ricerca del Tempo Perduto”di Marcel Proust, “Il rosso e il Nero” di Stendhal, “Le Affinità Elettive” di Goethe, “Il Pranzo di Babette” di Blixen, “Ulisse” di Joyce, “Morte a Venezia” di Mann, “Libro dell’Inquietudine” di Pessoa, fino all’ultimo libro letto “L’Arte della Gioia” di Sapienza… per l’ultimo libro letto nutro sempre un sentimento particolare, un affetto, una voglia di trattenerlo e non lasciarlo andare via… come dopo una lunga chiacchierata con l’amica che da tempo non sentivamo… La lista potrebbe essere ancora più lunga, più rifletto e più mi tornano in mente titoli significativi. Ogni lettura arricchisce, ogni lettura comporta un cambiamento. Diffido dei best sellers contemporanei, preferisco le letture storicizzate. Sono effettivamente molto vintage!

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

F.: Di solito ascolto la radio, sempre la stessa emittente: Controradio, da più di 15 anni, che sostengo anche come socia. È una radio fiorentina, che fa parte di Popolare Network. Mi piace perché alterna ottima musica, spesso indipendente, mai commerciale, all’informazione e alla cultura. In particolare le mie preferenze si muovono dalla musica classica e lirica, adoro Mozart e Puccini; al rock dei grandi gruppi del passato come The Doors; alla canzone d’autore italiana e non, al folk rock delle canzoni di protesta, ho amato fin da piccola De André, passando attraverso il Brit Pop di Oasis e Blur, arrivando agli italiani Baustelle, Gatti Mézzi, Offlaga Disco Pax, Bobo Rondelli e Modena City Ramblers.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontarmi il tuo lavoro:

“Resistenza” 2014

RESISTENZA assemblaggio di materiali vari 70x100x5 cm ciascuno 2014 (2)

RESISTENZA – assemblaggio di materiali vari – cm70x100x5 ciascuno – 2014.

 

F.: La serie di opere che costituisce il progetto “Resistenza” è ambientata nel Lanificio Cocchi, dove ha lavorato mio padre fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica ormai chiusa da trenta anni è come fossilizzata. Il luogo e di conseguenza le persone a esso legate sembrano tentare di resistere, cercare di restare fedeli a se stesse, inamovibili; nonostante lo scorrere deleterio del tempo, l’azione degli agenti atmosferici e la condizione di abbandono, riuscendoci, dato che sullo stabilimento non è stato effettuato alcun intervento. Il tema biografico come già accennato, implica ancora che mi esponga in prima persona, nei panni di una delle tante donne (ma anche uomini) che nella fabbrica hanno lavorato: completamente vestita di bianco e intenta alacremente nella lavorazione della mia opera. Le opere della serie “Resistenza” riportano la figura umana all’interno dello spazio di lavoro, ormai abbandonato, grazie alla sovrapposizione della mia immagine stampata su organza all’immagine sottostante dell’ambiente stampata su stoffa. Le opere portano all’interno del “luogo espositivo” il “luogo del lavoro”, sia esso il luogo di lavoro per la creazione di un tessuto di lana o di un’opera d’arte. Le mie opere offrono sempre una stratificazione di interpretazioni che, di volta in volta, privilegiano diverse componenti costitutive. Si può esaminare un’opera dal punto di vista dei simboli e dei significati, dei materiali utilizzati, soprattutto tessuti e organza, ma anche dal punto di vista dell’immagine, o del rapporto tra questa e linguaggio. Ogni percorso interpretativo finisce per supporne un altro, così che non possa mai dirsi completamente esaurita la lettura.

“Louise & Herbert” 2013

LOUISE & HERBERT - videoinstallazione - misure d'ambiente - 2013

LOUISE & HERBERT – videoinstallazione – misure d’ambiente – 2013

F.: La videoinstallazione “Louise & Herbert” compie un ulteriore passo avanti rispetto i miei progetti precedenti, sia concettualmente sia tecnicamente. Alla razionalità delle composizioni oggi si aggiunge l’irrazionalità, l’imprevisto, l’indeterminatezza, la precarietà della vita; grazie ai piani inclinati creati dai veli. La struttura cubica rivestita dai veli rappresenta simbolicamente la casa, l’alcova, il luogo d’amore della coppia evocata nel titolo, il bianco rimanda alla purezza del sentimento mentre il rosso fa riferimento alla passione e allo stesso tempo al dolore, il rosa è un’ulteriore sfaccettatura tra i vari sentimenti possibili. I veli inclinati all’interno della struttura creano una croce, due sentieri che si incrociano, che rappresentano l’incontro di Louise e Herbert e allo stesso tempo il loro lasciarsi, di nuovo la croce e quindi la morte. Infatti, al centro dell’installazione troviamo le rovine dell’amore, come ci comunica Louise: un amore torturato, avvelenato, accecato, mutato in odio. Un sostegno nero dal quale è caduta l’anima ritrovandosi per terra tra viticci vegetali e fiori essiccati di clematide trasformata in mortale edera nera. Le otto vele rosse che compongono la croce rimandano agli otto anni del loro fidanzamento evocati da Louise, otto vele che rimandano alle stelle evocate come corrispondenti ai loro cuori da Herbert. Otto veli che sommati agli altri veli rimandano ai petali di un fiore, intriso di quel profumo di cui Louise avrebbe voluto che la sua vita fosse pervasa. “Louise & Herbert” è un’opera estremamente effimera e precaria come le vite, in particolare di questi due protagonisti dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nell’Antologia i protagonisti delle poesie appaiono così palpitanti, vivi per assurdo, nella loro diafana entità di trapassati, di pure parvenze. Presenze effimere, eteree, leggere come le presenze raccontate di volta in volta sui miei veli, come la serie di volti in continuo mutamento, proiettata sull’installazione: uomini, donne, Herbert, Louise, volti conosciuti e sconosciuti, il mio volto, i volti degli altri. In questo volto uomo-donna in continuo mutamento si rinnova nell’attimo eterno del video l’incontro-scontro dei due protagonisti, che trovano l’identificazione, nonostante tutto, nell’essere sommati l’uno all’altra, nell’essere per sempre insieme. Questa profonda identificazione, che avviene sempre per strati, comporta delle letture su più livelli. In Louise è possibile riconoscere Frida Kahlo, e in Herbert il mio nonno materno: Goretto. Ho scelto di inserire dei frammenti di questi volti per rappresentare i due protagonisti delle poesie, per raccontare una storia parallela a quella narrata nell’Antologia: nonno-Herbert lascia Louise-Frida che simbolicamente rappresenta l’arte. Come Herbert, Goretto sceglie un futuro più sicuro, più certo, forse meno emozionante, ma sincero. Ho molto a cuore questa videoinstallazione, non solo per le forti implicazioni biografiche.  Sento una comunanza profonda tra l’Antologia e la mia ricerca artistica, dovuta principalmente alla volontà comune di salvare e preservare il ricordo o il frammento di vita, da una possibile perdita. Inoltre i personaggi dell’Antologia sono parte della mia vita fin da quando ero piccola: prima ancora di poter leggere le poesie di Masters, conoscevo ogni anima di Spoon River grazie alle canzoni di De André.

“Guest/Ghost” 2012-13

GUEST-GHOST - assemblaggio - cm32x28x10  ciascuno  - 2012\13.

GUEST-GHOST – assemblaggio – cm32x28x10 ciascuno – 2012\13.

F.: L’opera “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” che ha origine dall’installazione “Effimeri Parati” realizzata nell’ottobre 2011 a Casa Vasari, a Firenze, in occasione della mostra celebrativa dei 500 anni dalla nascita del maestro, ne diviene oggi una protesi, un’inestimabile reliquia. Un tema, come ho già detto, a me molto caro, che oggi nella mia ricerca si carica di un nuovo significato ancor più legato al mio percorso e all’impossibilità di ricreare nella stessa forma e allo stesso modo un’installazione site specific come quella realizzata appunto per le commemorazioni vasariane. L’installazione traeva spunto da alcune esperienze artistiche e vicende umane di Giorgio Vasari, in particolar modo dalla progettazione e realizzazione di eventi e scenografie spettacolari in occasione di visite in città di papi, imperatori o di importanti nozze: opere bellissime, ma del tutto effimere, molto richieste in quegli anni allo stesso Vasari e ai suoi contemporanei. Questo stralcio di storia dell’arte è il pretesto per riflettere sull’effimero, sulla labilità, sull’apparenza ed estrema fugacità dell’arte, della vita e della società anche contemporanea, caratteristiche che lette e viste dai nostri occhi oggi, rendono quella prima metà del ‘500 molto familiare. Nasce così “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” nella quale, qualcosa di estremamente effimero come la luce e il tempo è ora stampato sull’organza e sulla carta, amplificato grazie alla sovrapposizione in trasparenza dei due materiali, moltiplicando il giglio ad origami o la figura femminile. Opera dove, come in un cerchio che si chiude la luce contenuta all’interno dell’opera torna a dare voce e a rendere visibile un’entità che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta. In tutte le mie opere che sfruttano l’elemento luminoso il passaggio da spento ad acceso segna un cambiamento: l’accensione della luce svela qualcosa, mostra, traccia segni, dona la parola o nuovi significati, rimarcando ancora quella labilità, incertezza e senso di effimero della società e dell’arte.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

Non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista. Invece mi è capitato spesso di pensare di fronte ad un’opera di un altro artista cosa avrei realizzato io al suo posto, come l’avrei realizzato se mi fossi trovata nella stessa situazione, nella necessità di affrontare un determinato tema o problematica.

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

F.: Non posso fare nomi e anche se potessi non ne vorrei fare. Se un’artista non mi emoziona… lo dimentico. Trattengo nella mente solo ciò che mi emoziona. Posso dire ciò che di solito non mi emoziona… non mi emozionano gli artisti che urlano, gli artisti che cavalcano lo scandalo, lo scalpore, il clamore a tutti i costi, non mi emozionano gli artisti che copiano o copiano se stessi all’infinito.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

F.: Allo stesso modo, come non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista, non ho mai desiderato essere qualcun altro. Prendo molto seriamente questa domanda, perché la mia generazione è cresciuta con “l’incubo” generato da certi film degli anni ’80 dove bastava appena desiderare di essere qualcun altro che c’era il rischio la mattina seguente di svegliarsi nei panni della persona in questione! Ironia a parte, credo che sia molto pericoloso desiderare di essere un’altra persona, significa che le proprie certezze sono minate, significa che c’è il rischio di crollare. Ci sono molti aspetti da valutare. Mi verrebbe da usare un bel modo di dire… “non è tutto oro quel che luccica” dietro ogni carriera artistica, dietro ogni bella carriera si possono nascondere infinite problematiche risolte o meno… quindi non è meglio tenersi i propri problemi, le proprie risoluzioni, i propri dubbi, le proprie certezze e fare del proprio meglio nel personale, unico, irripetibile percorso artistico? Mai vivere di “se” o “ma”… Ma se proprio dovessi essere un altro o un’altra artista vorrei essere…

Federica Gonnelli presso lo studio InCUBOAzione

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOAzione

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

F.: Sfodero la mia creatività in vari ambiti, riconducibili in linea di massima alle mie passioni arte-moda-design, rielaboro e creo per me: oggetti, abiti, gioielli. Ma c’è un ambito del quale fino ad ora non ho parlato ed è la mia passione per la cucina. In cucina applico lo stesso metodo e mi muovo allo stesso modo che nella mia ricerca artistica: sperimentando contaminazioni, sovrapposizioni e sapori. Prestando attenzione a forme, colori, consistenze e emozioni. Mi piace rielaborare le ricette tradizionali in chiave contemporanea, più leggera e con pochi grassi. Mi piacerebbe un giorno far convogliare tutte queste passioni in un unico straordinario evento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

F.: Il 19 ottobre scorso è stata una data storica nel mio percorso creativo: finalmente è arrivato presso il mio studio “InCUBOAzione”, che ho inaugurato nel 2011, il torchio calcografico tanto sognato. Grazie all’amico restauratore Stefano, di Campi Bisenzio, che 40 anni fa l’ha costruito ex-novo insieme ad altri studenti dell’Accademia di Belle Arti, sotto l’attenta supervisione del Professore Domenico Viggiano, lo stesso professore con il quale anche io ho seguito i corsi di incisione in Accademia. Dopo mille traversie, un’alluvione e un lungo riposo il torchio è arrivato al mio studio. Adesso non mi resta che terminare i lavori di riorganizzazione dello spazio apposito che l’ospiterà e testarne la pressione per iniziare a sperimentare di nuovo con carta, fondini ed inchiostro. Spero di riuscire a presentare in autunno il progetto “InCUNAboli” che raccoglierà le nuove opere grafiche. Nel frattempo sto ultimando i preparativi per due progetti che mi vedranno impegnata in estate, entrambi mi metteranno in stretto contatto con la natura, quindi dovrò assolutamente potenziare la mia parte animale e soprattutto dovrò “risvegliare il baco da seta” che ho in me. Il primo progetto è la realizzazione di un’installazione site-specific in un bosco per un simposio all’Abetone. Il secondo progetto è la mostra personale “Corrispondenze di Sensi/o” curata da Barbara Cianelli direttore del museo MuSA, a San Giorgio di Pesaro, che farà parte degli eventi della Biennale Arteinsime 2015 – Cultura e culture senza barriere, un tema, questo dell’accessibilità e fruizione dell’arte per tutti che mi sta molto a cuore. La mostra proporrà una serie di opere, installazioni e videoinstallazioni con l’obiettivo di permettere un’esperienza emozionale totale alla portata di tutti, al di là da differenze di età, conoscenze o capacità motorie e sensoriali. Ogni opera sarà inserita in modo tale da permetterne la completa esperienza a ogni visitatore. Oltre a stimolare la vista attraverso le immagini, le opere in mostra solleciteranno anche gli altri sensi: l’udito grazie ai suoni, alcuni dei quali registrati negli ambienti esterni e interni del MuSA, l’olfatto attraverso la diffusione degli aromi tipici della zona e infine il tatto grazie ai calchi in gesso alabastrino posti sui piedistalli, degli oggetti legati in qualche modo alla storia, architettonica o naturale e all’attualità del luogo.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

F.: “…sono una grande artista, mesdames… non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista. Un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla…” è un brano a cui tengo molto, tratto da “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen, un libro che per me è stato fonte di ispirazione per una proficua serie di progetti dedicati al rapporto tra arte e cibo, sviluppati nell’arco di quasi 15 anni di percorso artistico. Forse a un primo impatto può sembrare una frase molto presuntuosa, ma ad una lettura attenta racchiude una verità profonda sull’essere artista, sulla forza creatrice che ci pervade, su quella ricchezza non quantificabile di cui siamo colmi e su quella radice sensibile e antica che custodiamo gelosi e che nessuno può toccare o tanto meno copiare.

Per approfondire:

http://www.federicagonnelli.it

 

COME IL MARE IN UN BICCHIERE | Performance

Giò Elle

COME IL MARE IN UN BICCHIERE

da una poesia di Vittorio Varano

la performance di Giovanna Lacedra

 Giovanna-Lacedra_Come il mare in un bicchiere_ Ph.Alessio_Bolognesi

Photo: Alessio Bolognesi

In me sto bene

come il mare in un bicchiere

ma se sono confinato in questo calice

qualcuno mi può bere.

(Vittorio Varano)

Capita, a volte, che il corpo stringa.

Capita, a volte, che il corpo sia sordo

allo sconfinato mare che ci portiamo dentro.

E capita, poi, che quel mare diventi tumultuoso proprio perché inascoltato.

Capita che quanto di noi offriamo al mondo,

spesso non sia che una una minimissima parte di quello che siamo.

E a volte capita che la paura di essere diventi una prigione.

Cella asfissiante. Claustrofobico spazio in cui contorcersi e tacere.

Fino a diventare un pugno di sale.

Il sale.

Tutto quello che resta del mare.

Laddove il mare è stato asciugato dall’impossibilità.

Il mare di cui scrivo è quello che io per prima amo definire maredentro.

Maredentro è per me la mia stessa sconfinatezza.

È l’autentica danza dell’anima. È energia vitale destinata a fluire.

Ma quando il dolore genera paura

e la paura genera distanza

e la distanza genera rinuncia

e la rinuncia genera repressione…

 il mare – dentro – si chiude in un nodo.

Si ritrae. Smette di sconfinare.

Si asciuga.

E allora il corpo diventa un nemico.

Tiene avvinta l’anima, perché non si ribelli.

E corteggia il baratro della follia.

Quando il corpo non agisce secondo i nostri impulsi,

quando non prende e non dona, quando non ama e non freme,

diventa un calice che chiude il mare in una morsa innaturale.

I sentimenti restano inespressi, gli slanci diventano immersioni,

e le emozioni vengono respinte giù, sotto il livello della percezione.

Quando il corpo non ubbidisce alla libertà del desiderio,

si trasforma in una camicia di forza per l’anima.

Un bicchiere che racchiude l’incontenibile.

Il bicchiere appare utile se non si desidera ascoltare.

Appare utile perché l’essenziale resti piccolo, inutile e inespresso.

Il bicchiere dona l’illusione che tutto sia più o meno in ordine.

Eppure,

una lotta tacita si consuma

tra ciò che spinge e si ribella

e ciò che invece lo recinta.

Il mare – dentro

ingovernabile,

è una tempesta alla Turner

tra le cui onde i sogni muoiono,

come naufraghi aggrappati

alla Zattera di Gericault.

(testo di Giovanna Lacedra)

  Giovanna-Lacedra_Come il mare in un bicchiere_ Ph.Alessio_Bolognesi (2)

COME IL MARE IN UN BICCHIERE.

Da una poesia di Vittorio Varano la performance di Giovanna Lacedra,

con la partecipazione di ILV.

Mercoledi 21 Maggio 2014 ore 19.00

Presso 77 Art Gallery

Corso di Porta Ticinese 77 – Milano.

Info-press:

info@77art.org  | 320 8753172

Dare forma e corpo alla parola…

Perle di Voce

“La mia preoccupazione è quella di tradurre la parola in forma.

Dare forma e corpo alla parola, attraverso la creazione di un’immagine positiva

Giovanna Lacedra - Hannah Wilke.

che sappia spazzare via  l’aggressività,  la paura e i pregiudizi connessi a connotazioni negative e riduttive rispetto al corpo femminile. La mia preoccupazione è trasformare il negativo in arte.”

[Hannah Wilke]

 

Valie Export: “Genital Panic”.

Lei nell'opera

giovanna-lacedra-valie-export-genitalpanic

Valie Export,” Genital Panic” 1968.

Una performance testimoniata da una sequenza fotografica, realizzata per la prima volta presso il teatro comunale di Monaco. L’irriverente artista austriaca espone se stessa, seduta su una sedia. Indossa pantaloni in pelle neri, squarciati esattamente sui genitali. Il corpo vestito, la vagina bene in vista. Resta ferma, immobile, a gambe divaricate. Impugna un fulcile. Guarda dritto negli occhi lo spettatore, o forse “L’altro” maschile.

Eroina della lotta femminista, Valie Export (Linz, 1940) crea e agisce con un solo obiettivo: denunciare  e scardinare la violenza di genere e l’osoleta e riduttiva visione maschilista della donna intesa come mero come bambolina erotica o tata servizievole.