Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Elisa Rossi

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Elisa Rossi (Venezia, 1980):

Lei è sempre sola. Sola con se stessa. Vaga, di tela in tela, per le stanze dei suoi pensieri allo stesso modo in cui si muove negli spazi del suo appartamento. La protagonista dei dipinti iperrealisti di Elisa Rossi abita un mondo appartato. Il volto è spesso nascosto, lasciato in ombra o tagliato a metà. Il corpo viene ripreso dall’alto verso il basso o dal sottoinsù. I gesti appaiono lenti, moderati dal sovrappensiero. A volte viene ritratta nella sua toilette mentre si depila o spalma della crema sul suo corpo. Altre volte  la vedo vagare per casa, quasi nuda. Poggiarsi ad uno stipite e offrire le spalle al mio sguardo. Altre ancora, la sorprendo accovacciata sul pavimento e inondata da una luce radente. Raccoglie al petto le ginocchia e il sovrappensiero diventa riflessione. Di recente, poi, l’ho vista in piedi, tutta nascosta da un velo chiaro. Come se quel manto di semitrasparenza fosse un abbraccio di protezione, una corazza da offrire a se stessa per appartenersi ancora di più.

Il taglio della scena è sempre fotografico. Ma a volte appare casuale, figlio di un fortuito errore. La tecnica è impeccabile, la cura dei dettagli a dir poco lenticolare.

Quando guardo un’opera di Elisa Rossi rimango impressionata dalla sua bravura. Immediatamente dopo, percepisco un gran silenzio. Il silenzio di quella donna stanata nella sua intimità; il silenzio di un luogo nel quale io non sarei chiamata ad addentrarmi, ma in cui mi trovo per uno strano caso, come una sorta di inconsapevole voyeur.

Elisa Rossi vive e lavora a Montebelluna (TV). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

E.: Sono un’artista donna che segue il proprio istinto per coltivare l’arte con la creatività di un infante.

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Elisa Rossi

 

 G.: E se non fossi un’artista?

E.: Non lo so, non me lo sono mai chiesta, per me è una condizione naturale, è essere me stessa.

 G.: Perché lo fai?

E.: Seguo quanto detto sopra: mi viene naturale, spontaneo, è una cosa che mi appartiene nel profondo, non si può spiegare, sono io, la mia vita, non posso limitare la mia arte in un’unica sterile spiegazione, è una cosa che va oltre.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché trovo sia la forma d’arte più immediata e che ha il potere di rinnovarsi continuamente.

G.: Qual è il compito di un’artista donna?

E.: Il compito di ogni artista è seguire la propria ricerca con determinazione e onestà, non farei una distinzione di genere.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

E.: Gran parte del mio lavoro è dedicato alla figura femminile, quale custode di un dimensione intima, proprio per questo c’e’ molto di autobiografico.

G.: Figurazione e di più: Iperrealismo. Quando e come nasce questa sfida?

E.:  Non la vedo come una sfida, ma come un mezzo per la costruzione delle immagini che voglio creare.

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Elisa Rossi in studio

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: Prima di scattare la fotografia, che diventerà poi lo spunto per il dipinto, preparo una sorta di set negli angoli più improbabili della mia casa con oggetti strani, parrucche, luci assolutamente non professionali. Sono molto concentrata in questi momenti, anche perché sono una pessima fotografa. Improvviso molto, scatto e scarto molto. Tento, costruendo appositamente la scena, di catturare un’immagine che traduca il più fedelmente possibile la mia idea. Una volta individuata l’immagine, inizia la fase pittorica vera e propria. Preparo un fondo, solitamente di un colore freddo. Faccio il disegno preparatorio con un pastello non acquerellabile, e poi inizio a dipingere ad olio un primo livello, questa è una fase che richiede molto tempo. Una volta asciutto il primo strato, inizio a divertirmi con le velature. Infine, una passata leggera di vernice per uniformare.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari? 

E.: Si certo, in particolare ”Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estes e “Il codice dell’ anima” di  James Hillman.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

E.: In fatto di musica ho dei gusti veramente strani, dipende dal momento. Passo da Etta James agli XX con estrema facilità! Per quanto riguarda la musica italiana, ho un affetto adolescenziale per Carmen Consoli, Afterhours e Subsonica

G.: Ah! Meravigliosa assonanza! Io come te mi sono nutrita – e continuo a nutrirmi – di Subsonica, Afterhours e Carmen Consoli. Ora invece,  raccontati attraverso tre opere…

E.: Personae, 140×200, olio su tela, 2012.

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Inserita in uno spazio privato che mantiene un ambivalente valore di rifugio e di gabbia, la donna rappresentata è una figura cosciente della propria fisicità ma distante e protetta da tutto ciò che vi è all’esterno. Il volto, nascosto, sottolinea proprio l’impossibilità di qualsiasi dialogo. Nella serie Personae è la relazione tra indumento e figura ad essere la tematica principale. Nel simbolismo archetipo gli indumenti rappresentano la “Persona”, ossia la prima visione che gli altri hanno di noi, la maschera che identifica l’immagine sociale che viene presentata al mondo. Ecco perché, in questa tela, la figura è sovrastata e schiacciata ma allo stesso tempo piacevolmente protetta dal tessuto, ossia dall’aspetto esteriore esibito

E.: Scrittura Privata, 100×140, pennarello su tela, 2014.

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Per la serie “Scrittura Privata” la tecnica utilizzata è la china o il pennarello su tela o carta. Ho rappresentato tessuti decorati  e le pieghe di qualche abito, con l’intento di sottolineare l’aspetto manuale dell’esecuzione. Ma di questa manualità non ho voluto soltanto recuperare gli aspetti ripetitivi e artigianali delle pratiche spesso proprie del mondo femminile, quanto soprattutto la temporalità.  Il tempo dell’esecuzione e’ anche il tempo della riflessione, del dialogo con se  stessi, dell’intimità. Questi miei lavori sono una sorta di scrittura, un tentativo di disegnare il tempo. Lo stesso tempo dilatato che rappresento nei quadri figurativi qui viene tradotto da  gesto ripetitivo e minuzioso, che giorno dopo giorno va a creare la composizione .

E.: Limine (composizione) olio pannello telato, dimensioni variabile, 2015

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La serie “Limine” rappresenta un’ indagine riguardo il concetto di “soglia”, inteso come segno di confine, come varco da uno stato ad un altro.  Ho voluto, perciò, prendere in esame  diversi elementi evocativi che rimandano ad una separazione o comunione tra due ambiti distinti tra loro, non solo come identificazione di uno spazio fisico ma soprattutto come passaggio tra due livelli: tra il visibile e quanto sta al di là dell’immediatamente osservabile, tra il materiale e lo spirituale. Ecco perché ho spostato la mia attenzione su tappeti, merletti, veli, scale ecc..Le scale sono palesemente  graduali accessi ad un altrove. I tappeti, oltre alla funzione ornamentale, delimitano uno spazio che diviene simbolicamente luogo di preghiera. E il merletto, attraverso la sua esecuzione ripetitiva e rituale, diviene anch’esso  mezzo per il raccoglimento e la meditazione. Il velo, poi,  il simbolo della piena concentrazione su di sé, dietro ad esso la figura appartiene tutta a se stessa, trattenuta e potente e, nel giusto modo, distante e protetta.

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Sursum corda – 140×100 – olio su tela – 2014

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

E.: Renoir, con tutto il rispetto, ma non mi ha mai emozionata

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

E.: Progetto disegni preparatori per i merletti di Burano

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.:  Parteciperò ad un progetto speciale all’interno di  Milano Affordable Art Fair in collaborazione con CD arts & Literature Consulting.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

E.: Corri e lascia correre, ogni tanto fermati e respira!

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Per approfondire: www.elisa-rossi.com

Facebook:  www.facebook.com/ElisaRossiArtist/