Per Voce Creativa: Intervista ad Alessadra Maio

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Alessandra Maio  (Bologna, 1982):

La memoria è liquida. Sovente è una pozzanghera che ha dentro il colore dell’ultimo ricordo. Il colore della voce dell’ultimo ricordo. Il colore dell’ultima parola inceppata nella voce di quel ricordo. Ancora vivo. Perchè la memoria è liquida, è una pozzanchera che si fa lago e poi fiume e poi oceano. E poi: carta. Carta come fondale. Come un fondale marino che raccoglie tutto ciò che nel presente non ha più il diritto di stare a galla. E allora sprofonda. Sprofonda sui fondali di quella memoria liquida che la carta racconta. Non c’è amore che si dimentichi, nè rumore che si dimentichi, nè carne che si dimentichi, nè colpa che si dimentichi. E non c’è voce che smetta di tuonare, laggiù, in fondo a quel mare di carta, dove la verità indicibile è parola viva e schiumante. Un discorso lucido e perpetrante che dal calligrafico sfocia nel liquido. Ma è pur sempre una questione di memoria e poesia. Le parole fluiscono e diventano la velatura blu di un ricordo. O rossa di una ferita. O nera di una paura. E si ripetono all’infinito, come la curva delle onde che torna a perdersi nel ventre del mare.

La ricerca di Alessandra mescola la trasparenza dell’acquerello con la densità della parola, delicatamente vergata con un inchiostro del medesimo colore; è una parola archetipica, una eco remota. Che torna dall’infinito per non farsi dimenticare.

Alessandra Maio vive e lavora a Bologna. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

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G.: Chi è Alessandra?

A.: Un’idealista sognatrice.

G.: Quale buio ti fa paura?

A.: Non so se mi fa ancora paura il buio. Sicuramente mi fa più paura la luce che mette in evidenza i difetti, la situazione reale, il buio mi permette di immaginare ciò che ci potrebbe essere, mi permette di sognare. In alcuni dei miei ultimi lavori la frase “non devo avere paura del buio” compone campiture che sfumano nel nero profondo dell’acquerello, come se questa paura primordiale alla fine diventasse consapevolezza della bellezza e della forza del buio.

G.: Quanto può essere perfetto il caso! Ti ho chiesto del buio e tu stai lavorando sul buio. Questa coincidenza  ha del meraviglioso! Dimmi una cosa: se fossi tuo figlio cosa vorresti imparare da te?

A.: Questa è una domanda difficilissima forse perché un figlio c’è. Comunque se fossi lui da me vorrei imparare la curiosità, ma penso sia già sulla buona strada. Essere curiosi vuol dire non fermarsi mai al primo sguardo, significa indagare, andare a fondo, studiare, e penso che questo sia importantissimo.

G.: Quanto pesano le parole?

A.: Le parole pesano tanto ma non tutte allo stesso modo.

G.: Se non fossi un’artista chi saresti?

A.: Non so, quello che faccio è una parte molto importante della mia vita, non riesco a immaginarmi senza.

G.: Perché lo fai?

A.: Perché ne sento il bisogno. I miei lavori hanno una forte componente performativa, io ho bisogno di quel fare.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Non credo ci siano compiti specifici per una donna-artista, per un artista penso sia solo importante essere il più sinceri possibili nel perseguire la propria ricerca.

G.: È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?

A.: Sì, direi di sì.IMG_20160120_112414

G.: La leggerezza liquida e semitrasparente dell’acquerello e una foresta di piccolissime parole. Da dove nasce questa ricerca?

A.: Nasce dalla volontà di un dialogo, di un arricchimento. Cerco l’accordo giusto tra colore e parole: il colore che sfuma, trova coraggio e si esprime attraverso frasi, le parole invece si schiariscono e si nascondono, diventano colore.

G.: Cosa racconti quando il tuo colore diventa discorso?

A.: Racconto sensazioni, momenti, sentimenti.

G.: Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?

A.: Il mio lavoro è molto autobiografico per cui la memoria ha certamente un ruolo centrale. Alcuni lavori sono come matasse di ricordi che ho sbrogliato e a cui ho dato forma.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?

A.: Amo leggere, romanzi e poesie, per lo più di scrittori contemporanei, e ci sono libri che rileggo spesso o che mi porto dentro. Libri diversissimi tra loro, solo per citarne alcuni, “La linea d’ombra” di Conrad, un libro che mi ha preso per mano da adolescente, “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Jodorowsky, un romanzo che mi ha fatto capire tante cose di me,  “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e Calvino (che ora inizio a raccontare anche a mio figlio) e tanti altri… vicino al letto in questo momento ci sono Simona Vinci , di cui sto leggendo l’ultimo libro, e una raccolta di poesie di Elisa Biagini.

G.: Elisa Biagini… conosco bene i suoi versi. Ti consiglio, se non l’hai ancora letta, Mariangela Gualtieri. Ora invece dimmi, che musica ascolti quando crei?

A.: Difficilmente ascolto musica. Spesso sono in silenzio, a volte metto un film come sottofondo o un documentario.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

A.: Errata corrige (correggi le cose sbagliate) – Penna su fogli protocollo – 87cm x 126cm – 2014

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Su 9 fogli protocollo ho scritto “non devo ripetere sempre gli stessi errori”, mentre facevo quest’azione dovevo correggere con la penna rossa gli eventuali errori di cui mi accorgevo. Una volta terminato il lavoro non ho corretto gli errori che mi sono sfuggiti.

A.: Rosso – Non riesco a ricordare come ero – Acquerello e penna su carta di cotone- 23×30,5cm – 2017

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Uno dei miei ultimi lavori dove acquerello e penna si fondono per formare il colore giusto per descrivere la mia sensazione.

A.: Carta da parati – repetita iuvant – Penna rossa e nera su carta – 120cm x 100cm – 2010carta da parati 2 Un lavoro a cui sono molto legata e che ha segnato un cambiamento per me. Due fogli lunghi, la “conta” del girotondo ripetuta tantissime volte copiando il disegno di una vecchia carta da parati. Ricordi che si nascondono al primo sguardo, sotto il disegno e che riemergono fortemente durante “il farsi” del lavoro.

G.: E se il mare non fosse azzurro?

A.: Penso sarebbe tutto diverso, e dobbiamo stare attenti perché il mare sta già cambiando e a volte è talmente inquinato da essere marrone…

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

A.: Quando mi trovo davanti a un’opera che mi emoziona mi capita spesso di dire “questa avrei voluto realizzarla io!” e questo mi succede perché sento una sintonia profonda con quel lavoro. Per esempio mi capita di fronte a alcune opere di Sabrina Mezzaqui, a molti lavori di Giuseppe Penone, tanti di Irma Blank e così fermo l’elenco che ovviamente sarebbe molto più lungo e non coinvolgerebbe solo artisti contemporanei!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Non saprei, non è mai stato un mio desiderio, piuttosto mi sarebbe piaciuto conoscerne un paio!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.: In cucina (non riesco mai a seguire una ricetta e faccio molti pasticci) e con mio figlio, ci inventiamo tantissimi giochi.P1220120

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

A.: Tanti sogni nel cassetto e molti lavori pensati da realizzare, qualche mostra.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.

(Pessoa)

 

Per  approfondire:

www.alessandramaio.com

 

ALCESTI – Mariangela Gualtieri

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze —
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due
.

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Mariangela Gualtieri è nata a Cesena, in Romagna, nel 1951. Si è laureata in architettura all’IUAV di Venezia. Nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga e attrice.

Nel Simposio di Platone la creatura mitologica che porta il nome di Alcesti assurge a emblema dell’amore disinteressato, dell’Eros più autentico, per cui solo chi ama è disposto a morire per la persona cui ha consacrato il proprio cuore.

Faccio arte psicosomatica …

Perle di Voce

“Faccio arte psicosomatica …Lavoro, lavoro e ancora lavoro, finché non resto seppellita nel processo. È ciò che chiamo obliterazione.. Applicando pois su tutto il mio corpo e poi ricoprendo di pois anche lo sfondo, io mi annullo!”

Giovana-Lacedra-Yayoi-Kusama

Yayoi Kusama (1929), artista e performer giapponese. Dal 1977 vive per sua scelta in un ospedale psichiatrico. Ossessionata dalle sue allucinazioni e dai pois. Ogni giorno della sua vita dipinge.

Dare forma e corpo alla parola…

Perle di Voce

“La mia preoccupazione è quella di tradurre la parola in forma.

Dare forma e corpo alla parola, attraverso la creazione di un’immagine positiva

Giovanna Lacedra - Hannah Wilke.

che sappia spazzare via  l’aggressività,  la paura e i pregiudizi connessi a connotazioni negative e riduttive rispetto al corpo femminile. La mia preoccupazione è trasformare il negativo in arte.”

[Hannah Wilke]

 

Di solito lo facevo nuda…

Perle di Voce

“Il mio corpo era lo strumento più importante.

Giovanna Lacedra - Valie-Export

Sentivo che, da un punto di vista politico, era importante utilizzare il corpo femminile per fare arte. Così quando realizzavo una performance, di solito lo facevo nuda, perché mi interessava lo sguardo degli uomini. ”

[Valie Export]