IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

KETTY LA ROCCA | Appendice per una supplica

Lei nell'opera
Ketty Larocca - Appendice per una supplica - stampa fotografica in b/n - 1974

Ketty La Rocca – Appendice per una supplica – still da video – 1972

Nel 1972 Ketty La Rocca realizzò “Appendice per una Supplica”, uno dei primi video della storia dell’arte contemporanea. Fu girato in bianco e nero e a camera fissa. Sulla pellicola scorrevano mani. E sulla pelle nuda di queste mani la parolayou si tatuava in mille sé. Coppie di mani afferravano un vuoto nero e desolante. E chiamavano – a pugni stretti e dita intrecciate – un Tu che pareva godere della sua stessa assenza. Per questo progetto performativo e video-fotografico, presentato poi alla XXXVI Biennale di Venezia insieme al suo libro d’artista “Principio erat” , Ketty La Rocca utilizzò le proprie mani. Mani chiare, dalle dita lunghe e affusolate, che sbocciavano da un fondale nero. Implorando l’altro. Come in un loop. Lo stessoyou”  si riproporrà qualche anno dopo, per la precisione nel 1975, in “Le mie parole. E tu?”  una performance realizzata prima presso la Galleria Nuovi Strumenti di Brescia e poi presso la Galleria Tartaruga di Roma. Ketty descrisse la sua ultima azione comportamentale con queste parole:

“In questa azione che chiamerei coniugazione io sono esempio a me stessa e agli altri di un totale asservimento al linguaggio (…) gli altri che partecipano all’azione coniugano sia un dramma reale che il mio dramma interiore (…) il linguaggio non determina libertà seppure illusorie, ma prolifica contagiosamente, crea vittime che coniugano la loro stessa condizione e la definiscono <>”.

Ketty La Rocca, ligure di origine ma sempre vissuta a Firenze, è stata una delle più importanti artiste italiane del XX secolo, esponente di primo piano della Poesia Visiva, performer e body artist. Morta precocemente, all’età di 38 anni, a causa di un tumore alla testa, Ketty fu una delle poche artiste italiane di quegli anni a ricevere un riconoscimento internazionale. La sua è una ricerca profonda ed intima sull’universo della comunicazione.

Oggi “L’Archivio Ketty La Rocca” è gestito dal figlio dell’artista, Michelangelo Vasta, prof. di Storia economica presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena.

Dare forma e corpo alla parola…

Perle di Voce

“La mia preoccupazione è quella di tradurre la parola in forma.

Dare forma e corpo alla parola, attraverso la creazione di un’immagine positiva

Giovanna Lacedra - Hannah Wilke.

che sappia spazzare via  l’aggressività,  la paura e i pregiudizi connessi a connotazioni negative e riduttive rispetto al corpo femminile. La mia preoccupazione è trasformare il negativo in arte.”

[Hannah Wilke]

 

Gina Pane: la ferita che divarica il silenzio

articoli

Ferirsi come offrirsi.

Come schiudersi e divaricarsi. Come donarsi.Nel candore di una concentrazione quasi chirurgica, aprirsi. E mostrarsi. All’altro.

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La ferita è un varco nel silenzio. Perentorio e incisivo. Ma anche tenue. E sottile. È un taglio sottopelle. Un dialogo da aprire. Una fenditura ricamata sulla propria carne e nella coscienza dello spettatore. Operata con dolcezza e decisione. Stilla sangue come stilla sgomento. Creando crepe nella quiete dell’altro. La resistenza al dolore è mistificazione di un gesto capace di mozzare distanze.

“Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro.”

Sono le parole che Gina Pane scrive nell’ottobre del 1974, in Lettera a uno/a sconosciuto/a pubblicata sul numero 15/17 di “ArTitudes”. Sono gli anni del successo: importanti riconoscimenti la pongono inopinabilmente sul podio, come una Body Artist di fama internazionale. Ma quel colpo di lametta che fende la carne – il taglio netto, la feritaautoinflitta –  è in realtà molto più che un gesto autolesionistico e provocatorio: è una necessaria frattura nel silenzio; è il tentativo di stabilire un dialogo con l’altro.

Gina Pane nasce in Francia, per la precisione a Biarriz nel 1939, da padre italiano e madre austriaca. A Torino trascorre la sua infanzia e adolescenza, per poi rientrare in Francia  nel 1961, con l’obiettivo di studiare all’atelier di Arte Sacra, presso Ecole del Beaux-Art di Parigi. Sono questi gli anni a cui risale la sua prima produzione artistica: un percorso nella forma e nel colore,  in cui l’azione corporale è ancora assente. Si tratta di una ricerca pittorica molto vicina all’astrattismo minimalista, dove forme geometriche spigolose e taglienti – simili a triangoli, trapezi, lame e frammenti – vengono campite di rosso, arancio, verde o blu. Una ricerca che va dal 1961 al 1967 e che diviene presto anche plastica, mediante la realizzazione di sculture monocromatiche in metallo, memori delle coeve produzioni di Andre o Judd.

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Poi arriva il ’68, e con esso un forte sentimento di protesta e ribellione: è il periodo delle rivolte studentesche, delle manifestazioni femministe, delle sommosse politiche contro il capitalismo. E per un’artista, donna e lesbica, sensibile ai giochi di potere in ogni campo, questo è davvero il momento dicolpire.

Gina Pane decide di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, rendendo quelle stesse tematiche nucleo espressivo della sua indagine.

Abbandonate le tecniche artistiche tradizionalmente intese, inizia ad agire in senso più ampio. È l’esordio delle prime performance, da lei stessa ribattezzateaction, per rimarcarne l’energia gestuale.

Qui il corpo non è ancora protagonista. I suoi primi interventi si riferiscono infatti a quello che lei stessa amava definire “corpo ecologico”: la natura. Un corpo che appartiene a tutti, un corpo che è di ogni uomo e che ogni uomo può dunque scegliere di amare, curare, aggredire, ascoltare. È certamente lei ad interveniresul territorio, ma non desidera avere pubblico attorno a sé.

Rastrella la terra (Stripe-Rake 1969), sposta le travi per creare il prolungamento di un percorso di legno (1970). E fa tutto questo come se si trattasse di un rituale. Il suo desiderio è “creare tracce sulla sabbia, sulla neve, sulla terra, sui sassi”.

In questo caso più che di Body Art, è  opportuno parlare di Land Art: arte del territorio.

Nella prima azione ambientale, intitolata Pierres depilacées (1968),  l’artista interviene spostando ripetitivamente sassi da una zona d’ombra, ad un’altra assolata. E permettere a qualcosa che giace nell’ombra di ricevere il calore dei raggi solari, non può essere altro che un gesto d’amore. Semplice e totale. Un atto esclusivo, nei confronti di una natura violentemente ignorata e manipolata dall’uomo. Una natura che è invece vita pulsante, da curare e proteggere.

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L’energia solare torna ad essere protagonista dell’azione Enfoncement d’un royon de soleil (1969),intervento ambientale in cui l’artista scava un buco nel terreno, e con l’ausilio di due specchietti capta la luce, per poi lasciarla scivolare al centro del fosso. Catturare luce. Catturare energia. Per nutrire. Per amare.

Poi, arriva la ferita.

Arriva la sfida nei confronti del proprio corpo.

Giunge dolce e prepotente, per diventare il significante della sua poetica. Inizialmente questo accade in assenza di spettatori. Gina Pane compie le sue prime azioni corporali all’interno del suo atelier, con la sola presenza della sua fotografa, Françoise Masson, designata a documentarne ogni evento.

È il 1971 quando decide di arrampicarsi su una sorta di scala in metallo, avente gradini cosparsi di taglienti punzoni. Quei punzoni somigliano a schegge o spine. E il dolore cui si vuole rimandare è quello – poco gridato – della guerra in Vietnam. Una guerra già tre anni prima vissuta e straordinariamente documentata da un’altra grande figura femminile del giornalismo e della letteratura: Oriana Fallaci.

In Escalade non anesthésiée Gina Pane sale, malgrado il pericolo di ferirsi. Per arrivare in cima, per raggiungere la meta, deve saper sopportare il dolore; deve sviluppare resistenza. Arrampicandosi, le mani e i piedi iniziano a sanguinare. Inevitabilmente. Come inevitabile è il dolore che ogni guerra è capace di causare.

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Con questa azione performativa bodista, Gina Pane introduce il taglio, il sangue, la ferita, all’interno della sua poetica, passando dal corpo ecologico ad un corpo invece sociologico e carnale. L’urgenza è ora quella di tracciare, modificare e solcare, non più la sabbia, la neve o la terra, ma la carne dell’intera umanità.

Col proprio corpo, sentire anche il corpo dell’altro. Con la propria sofferenza, sentire la sofferenza dell’altro. Con la propria resistenza, emulare la resistenza al dolore da parte dell’altro. Perché ciascuno di noi èl’altro, e nessuno può sottrarsi a una tale consapevolezza.

Nel 1972 inizia a colpire lo spettatore. Avviene a Los Angeles durante un’azione chiamata  Il bianco non esiste. L’artista inizia a fendersi il viso con una lametta, e la folla sbigottita grida: “Non lo faccia!”. Ecco che Gina Pane smaschera un’altra grande menzogna contemporanea la dipendenza dal bell’aspetto, dall’involucro estetico, e il terrore di perdere tutto questo, che ne consegue.“La faccia  – afferma la stessa artista – è tabù, è il cuore dell’estetica umana. L’unico luogo che mantiene un potere narcisistico”. Il candore del viso, interrotto dai primi colpi di lametta, sconvolge. Ma si tratta di solchi superficiali, sufficienti a far fuoriuscire quel sangue che genera stordimento. Ferirsi è allora un atto di ribellione nei confronti di quell’estetica femminile preconfezionata, che pone invece sottovuoto le reali ambizioni e le effettive potenzialità dell’individuo-donna. E lo spettatore viene decisamente sbilanciato. Questo senso di sgomento, questa condizione di sospensione, questa ferita nella quiete, crea in lui una sorta di shock, capace forse di nuove consapevolezze.

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Le azioni di Gina Pane palesano all’altro il dolore di ogni donna. Quello dell’oppressione, della subordinazione, dell’abuso e del sopruso. Ogni taglio è una domanda e insieme, una risposta. Ogni taglio è comunicazione. Attiva una relazione. Muta ma intensa. È apertura all’altro. È divaricazione nel vuoto.

Gina Pane è una donna. Idealista e femminista. Ed una delle principali finalità del suo lavoro è quella di provocare nel pubblico femminile una profonda riflessione sulla condizione – esistenziale –  della donna nella società contemporanea. Una riflessione che conduca verso prese di posizione più ferme e più giuste. Sono gli anni del femminismo, come vero e proprio movimento politico e contestatore; anni in cui sbocciano polemiche su questioni riguardanti l’identità di genere e le pari opportunità tra uomo e donna.

La piaga femminile è anche quella di una negazione del diritto ad amare. E laddove questa negazione viene combattuta, si verifica un doloroso ribaltamento di schemi. Un taglio. Netto e necessario.

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Tagliarsi allora non è ferirsi masochisticamente:  è piuttosto, mostrare all’altro il proprio dolore. La ferita dice, svela, racconta di una libertà guadagnata con estremo coraggio; una libertà fatta di scelte radicali che somigliano a fratture, ma che al tempo stesso permettono al dolore di fluire ed abbandonare il corpo.

La liberta, per una donna è spesso una scelta lacerante. È come recidere il gambo di un fiore, è come afferrare qual gambo con tutte le sue spine, lasciando che queste si conficchino nella carne e diventino la parte dolorosa, ma necessaria, di una nuova identità e di una nuova unione. Come scrive la nota femminista Carla Lonzi – redattrice del Manifesto di Rivolta Femminile –, la donna ha diritto a trovare la sua collocazione nel sociale, iniziando prima di tutto ad esprimere liberamente “emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni”.

Sotto gli occhi dell’altro, è allora necessario aprirsi.Macchiare quel bianco silenzio di rosso. Il contrasto netto tra i due colori diviene una costante nel lavoro performativo di Gina Pane.

Nel 1973 è la volta di Action  Autoportrait, una performance suddivisa in tre momenti, agita presso la Galleria Stadler di Parigi. Gina Pane, dopo essersi sdraiata su un letto in doghe metalliche sotto il quale vi è una fila di candele accese  (resistendo al calore-bruciore) si taglia la lingua, per poi fare lunghi gorgheggi con del latte bianco versato in un bicchiere. Il pubblico tacitamente assiste a questo rituale, e l’intera performance viene documentata da un video e da un reportage fotografico assemblato.

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In Italia arriva invece, nello stesso anno,  con la tanto romantica e discussa, Azione Sentimentale | SentimentaL Action. È il 9 novembre 1973 e presso la Galleria Diaframma di Milano, Luciano Inga Pin la invita a mettere in scena questa nuova azione. Di lei, anni dopo dirà: “Le sue azioni erano veri e propri rituali liturgici in cui Gina creava un contatto con la trascendenza. Entrava in scena immancabilmente coi suoi jeans bianchi, la camicetta bianca, le scarpe da tennis bianche […] era come se venisse dalla luna […]. Tremo ancora  al ricordo della performance con le rose e con le spine, ricordo i suoi graffi, il suo sangue, il suo dolore. La storia della nostra carne, dei nostri dubbi, delle nostre passioni era tutta lì.”

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Un bouquet di rose rosse stretto al petto. Veste bianca. Spine che si conficcano nel braccio. Rosso di sangue su pelle chiara. Lametta che incide il palmo roseo della mano. Poi rose bianche. Purificazione. Rose eroticamente tramutate in vagine. La perdita. L’abbandono. Una performance può servire ad esorcizzare la morte di una relazione di una donna con un’altra donna?

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Ferite dell’amore. Ferite della libertà di amare.
Martirizzanti esercizi del cuore sulla carne.


 La sacralità del corpo si fa veicolo comunicativo del dolore. E divarica una fessura nella verità.

Mostrare il proprio dolore per esserci ed essere con l’altro.

Il contrasto sangue/candore si palesa in un’opera – non una performance – che in questo caso l’accosta a Piero Manzoni: Una settimana del mio sangue mestruale del 1973. 

ImageGina Pane racchiude e sigilla in una teca trasparente, lunga e stretta,  suddivisa in scomparti, sette grandi batuffoli di cotone bianco macchiati del proprio  sangue mestruale. Reliquie d’artista.

E ancora, in Corpo Presentito del 1975, si provoca una serie di tagli sul dorso del piede, per poi posarlo su una superficie bianca emulante la neve (si è trattato probabilmente di gesso).

Gina Pane è stata una donna di straordinaria intelligenza; colta, pignola, severa e sensibile. Una donna che ha fatto dell’arte la propria missione.

Ogni azione, un rituale. E ciò che restava diventava reliquia.

Come nella serie postuma alle sue azioni: Partizioni. Partizioni come parti di azioni compiute, come ricordi, reliquie e memorie. Oggetti usati in azioni performative evocano e raccontano di un corpo che non c’è più. Questo dal 1980 al 1989.

Poi, nel 1990, sarà un cancro a cancellare definitivamente  quel suo corpo. E con esso la genialità sovversiva di un’artista coraggiosa.

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[articolo di Giovanna Lacedra]