Per Voce Creativa: Intervista ad Alessadra Maio

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Alessandra Maio  (Bologna, 1982):

La memoria è liquida. Sovente è una pozzanghera che ha dentro il colore dell’ultimo ricordo. Il colore della voce dell’ultimo ricordo. Il colore dell’ultima parola inceppata nella voce di quel ricordo. Ancora vivo. Perchè la memoria è liquida, è una pozzanchera che si fa lago e poi fiume e poi oceano. E poi: carta. Carta come fondale. Come un fondale marino che raccoglie tutto ciò che nel presente non ha più il diritto di stare a galla. E allora sprofonda. Sprofonda sui fondali di quella memoria liquida che la carta racconta. Non c’è amore che si dimentichi, nè rumore che si dimentichi, nè carne che si dimentichi, nè colpa che si dimentichi. E non c’è voce che smetta di tuonare, laggiù, in fondo a quel mare di carta, dove la verità indicibile è parola viva e schiumante. Un discorso lucido e perpetrante che dal calligrafico sfocia nel liquido. Ma è pur sempre una questione di memoria e poesia. Le parole fluiscono e diventano la velatura blu di un ricordo. O rossa di una ferita. O nera di una paura. E si ripetono all’infinito, come la curva delle onde che torna a perdersi nel ventre del mare.

La ricerca di Alessandra mescola la trasparenza dell’acquerello con la densità della parola, delicatamente vergata con un inchiostro del medesimo colore; è una parola archetipica, una eco remota. Che torna dall’infinito per non farsi dimenticare.

Alessandra Maio vive e lavora a Bologna. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

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G.: Chi è Alessandra?

A.: Un’idealista sognatrice.

G.: Quale buio ti fa paura?

A.: Non so se mi fa ancora paura il buio. Sicuramente mi fa più paura la luce che mette in evidenza i difetti, la situazione reale, il buio mi permette di immaginare ciò che ci potrebbe essere, mi permette di sognare. In alcuni dei miei ultimi lavori la frase “non devo avere paura del buio” compone campiture che sfumano nel nero profondo dell’acquerello, come se questa paura primordiale alla fine diventasse consapevolezza della bellezza e della forza del buio.

G.: Quanto può essere perfetto il caso! Ti ho chiesto del buio e tu stai lavorando sul buio. Questa coincidenza  ha del meraviglioso! Dimmi una cosa: se fossi tuo figlio cosa vorresti imparare da te?

A.: Questa è una domanda difficilissima forse perché un figlio c’è. Comunque se fossi lui da me vorrei imparare la curiosità, ma penso sia già sulla buona strada. Essere curiosi vuol dire non fermarsi mai al primo sguardo, significa indagare, andare a fondo, studiare, e penso che questo sia importantissimo.

G.: Quanto pesano le parole?

A.: Le parole pesano tanto ma non tutte allo stesso modo.

G.: Se non fossi un’artista chi saresti?

A.: Non so, quello che faccio è una parte molto importante della mia vita, non riesco a immaginarmi senza.

G.: Perché lo fai?

A.: Perché ne sento il bisogno. I miei lavori hanno una forte componente performativa, io ho bisogno di quel fare.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Non credo ci siano compiti specifici per una donna-artista, per un artista penso sia solo importante essere il più sinceri possibili nel perseguire la propria ricerca.

G.: È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?

A.: Sì, direi di sì.IMG_20160120_112414

G.: La leggerezza liquida e semitrasparente dell’acquerello e una foresta di piccolissime parole. Da dove nasce questa ricerca?

A.: Nasce dalla volontà di un dialogo, di un arricchimento. Cerco l’accordo giusto tra colore e parole: il colore che sfuma, trova coraggio e si esprime attraverso frasi, le parole invece si schiariscono e si nascondono, diventano colore.

G.: Cosa racconti quando il tuo colore diventa discorso?

A.: Racconto sensazioni, momenti, sentimenti.

G.: Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?

A.: Il mio lavoro è molto autobiografico per cui la memoria ha certamente un ruolo centrale. Alcuni lavori sono come matasse di ricordi che ho sbrogliato e a cui ho dato forma.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?

A.: Amo leggere, romanzi e poesie, per lo più di scrittori contemporanei, e ci sono libri che rileggo spesso o che mi porto dentro. Libri diversissimi tra loro, solo per citarne alcuni, “La linea d’ombra” di Conrad, un libro che mi ha preso per mano da adolescente, “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Jodorowsky, un romanzo che mi ha fatto capire tante cose di me,  “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e Calvino (che ora inizio a raccontare anche a mio figlio) e tanti altri… vicino al letto in questo momento ci sono Simona Vinci , di cui sto leggendo l’ultimo libro, e una raccolta di poesie di Elisa Biagini.

G.: Elisa Biagini… conosco bene i suoi versi. Ti consiglio, se non l’hai ancora letta, Mariangela Gualtieri. Ora invece dimmi, che musica ascolti quando crei?

A.: Difficilmente ascolto musica. Spesso sono in silenzio, a volte metto un film come sottofondo o un documentario.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

A.: Errata corrige (correggi le cose sbagliate) – Penna su fogli protocollo – 87cm x 126cm – 2014

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Su 9 fogli protocollo ho scritto “non devo ripetere sempre gli stessi errori”, mentre facevo quest’azione dovevo correggere con la penna rossa gli eventuali errori di cui mi accorgevo. Una volta terminato il lavoro non ho corretto gli errori che mi sono sfuggiti.

A.: Rosso – Non riesco a ricordare come ero – Acquerello e penna su carta di cotone- 23×30,5cm – 2017

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Uno dei miei ultimi lavori dove acquerello e penna si fondono per formare il colore giusto per descrivere la mia sensazione.

A.: Carta da parati – repetita iuvant – Penna rossa e nera su carta – 120cm x 100cm – 2010carta da parati 2 Un lavoro a cui sono molto legata e che ha segnato un cambiamento per me. Due fogli lunghi, la “conta” del girotondo ripetuta tantissime volte copiando il disegno di una vecchia carta da parati. Ricordi che si nascondono al primo sguardo, sotto il disegno e che riemergono fortemente durante “il farsi” del lavoro.

G.: E se il mare non fosse azzurro?

A.: Penso sarebbe tutto diverso, e dobbiamo stare attenti perché il mare sta già cambiando e a volte è talmente inquinato da essere marrone…

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

A.: Quando mi trovo davanti a un’opera che mi emoziona mi capita spesso di dire “questa avrei voluto realizzarla io!” e questo mi succede perché sento una sintonia profonda con quel lavoro. Per esempio mi capita di fronte a alcune opere di Sabrina Mezzaqui, a molti lavori di Giuseppe Penone, tanti di Irma Blank e così fermo l’elenco che ovviamente sarebbe molto più lungo e non coinvolgerebbe solo artisti contemporanei!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Non saprei, non è mai stato un mio desiderio, piuttosto mi sarebbe piaciuto conoscerne un paio!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.: In cucina (non riesco mai a seguire una ricetta e faccio molti pasticci) e con mio figlio, ci inventiamo tantissimi giochi.P1220120

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

A.: Tanti sogni nel cassetto e molti lavori pensati da realizzare, qualche mostra.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.

(Pessoa)

 

Per  approfondire:

www.alessandramaio.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Mandra Cerrone

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mandra Cerrone  (Civitaluparella – Chieti –  1959):

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Mandra Cerrone | Autoritratto

Appena ho conosciuto Mandra ho avuto come la sensazione di avere di fronte a me la personificazione della calma. Parlare con lei, essere “ascoltati” da lei è come essere accolti in un abbraccio silenzioso, discreto e rispettoso. Il tepore delicato della comprensione, della totale assenza di giudizio. Ma questa “lei” che io ho incontrato, trascorrendo qualche giorno nel suo piccolo regno – una casa “bianca” su due piani affacciata sul mare – è certamente il risultato di un percorso profondissimo. Dentro sé e dentro l’altro, Un percorso in cui l’arte diventa contatto, incontro con l’autenticità dei sentimenti,  propri e dell’altro. In una parola: terapia. E nella commistione con altre pratiche, anche possibilità di “guarigione”. Al piano terra della sua abitazione, immense vetrate fasciano lo spazio puro del suo atelier, il “Mistic Driver Art Lab”, che oltre ad essere focolaio della sua personale ricerca, accoglie presentazioni, proiezioni e incontri culturali dedicati all’arte contemporanea.

Mandra Cerrone vive e lavora a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G: Chi sei tu?

M: Sono quel contenitore vuoto al termine di ogni identificazione. Ancora non so com’è…

G: In quali occasioni ti capita di tornare bambina?

M: Nel 2000 ho realizzato “Il fanciullo che c’è in te”, unico lavoro in collaborazione con un’altra artista, Francesca Maffei. Ritratti di uomini e donne ottenuti dalla sovrapposizione delle foto del bambino e dell’adulto, immagini dinamiche dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo. L’innocenza, la promessa dell’infanzia e la consapevolezza dell’adulto ci fissano con i tratti dell’eterna fanciullezza in una malinconia adulta. Uomini e donne rappresentati in una ambivalenza senza inizio ne fine.

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Il fanciullo che è in te – ritratto fotografico – 2000

G: Perché lo fai?

M: La motivazione principale sta nella gratificazione di poter assecondare quel centro stabile a cui sempre ritorno, il nucleo di interessi e passioni in cui posso vivere. Nel silenzio della vita interiore vive l’immaginazione e l’arte le da voce. La spinta sta nel sentirsi intimamente autorizzati ad intervenire nel malessere sociale con mezzi immaginali. L’immaginazione è sovversiva e s’interessa di comportamenti e sentimenti e si materializza nel mondo producendo emozioni. Essere un’artista è ridare spazio alla potenza dell’immaginazione in un sistema in cui le immagini mostrano una  grande vulnerabilità alla critica e al mercato.

G: E se non fossi un’artista cosa saresti?

M: Forse una psicanalista, o meglio una psicomaga, ma questa è ancora arte.  Un tempo dicevo di me “sono” un’artista, in realtà sono una moltitudine…

G: Qual è la radice della tua ricerca e in che direzione si muove?

M: L’arte è la medicina, la politica e la religione del futuro. La radice è fare della mia arte un mezzo, uno strumento di condivisione, di relazione. La direzione è un’arte che cura, conoscitiva e trasformativa.

G: Sei una donna estremamente introspettiva, questo viaggio dentro di te, così profondo e così prolifico, quando ha avuto inizio e perché?

M: E’ iniziato con me. I latini lo chiamano genius, i greci daimon, gli sciamani spirito, o ancora carattere, vocazione, si tratta sempre di un’immagine che ci definisce e alla quale per tutta la vita cerchiamo di aderire.

G: Parlaci del tuo incontro e del tuo percorso con Christobal e Alejandro Jodorowsky?

M: Nei primi anni 2000 ho cercato e poi incontrato per la prima volta il regista Alejandro Jodorowsky e la sua famiglia ad un reading con a seguire uno spettacolo di teatro panico (Parma , La corte Ospitale), in quell’occasione ho saputo dei workshop condotti da Alejandro e ne ho frequentato alcuni. La mia curiosità (necessità) mi ha portata ad incontrare molti ricercatori e a conoscere molte tecniche di terapie artistiche, tra tutte la psicomagia e la psicogenealogia mi hanno conquistata. Grazie a Cristobal Jodorowsky, magnifico artista terapeuta e insegnante, ho avuto la possibilità di conoscerle profondamente in un percorso formativo triennale in cui acquisire e sperimentare di persona le ricerche di Alejandro. La mia personale sintesi è stata la contaminazione e l’integrazione con le altre tecniche e con gli strumenti delle arti visive e performative.

G: Tra le tue prime e più importanti performance c’è la serie “Ostie”, ce ne parli?

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Ostie | Performance 2006-2015

M: La prima Ostia è del  2002 quando ho conosciuto la dottoressa Mereu, è nata un’amicizia importante. Stavo molto male, insieme abbiamo sperimentato l’ostia psicomagica e sono immediatamente guarita dopo anni di cure.  Lo stupore, la gioia; nel 2006 ho desiderato condividere quest’atto poetico con una performance pubblica a Spoltore. Poi di nuovo nel 2015 a Pescara nell’appartamento Lago e a Venezia da Vitraria Glass +A Museum. Con quest’atto poetico (tecnicamente dovrei dire performance) usiamo il simbolo con finalità e consapevolezza, in modo intenso, per ritrovare “l’anima alle cose e compiere l’atto fanciullesco di immaginare il mondo”. Il senso di questo lavoro è “mangiandoti assimilo la tua essenza”. Le “Ostie” sono cibo spirituale ad uso psicomagico. Metaforicamente realizzano una necessità dell’anima. Mangiando l’immagine della realtà ne assimiliamo l’essenza. La tua bellezza, la mangio, diventa mia. Il dono che non ho, lo mangio e lo lascio germogliare.

G:Audĭentĭa – città in ascolto è invece la tua ultima performance. Come nasce e cosa racconta?

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Audientia – città in ascolto | Performance 2014-16

M: E’ un momento di arte relazionale incentrato sull’ascolto profondo del cuore e di Roma, dal cuore all’orecchio per contatto diretto del corpo, della pelle: un performer offre nuda la zona del cuore, il suo battito è l’unico messaggio, a chiunque voglia appoggiare l’orecchio e ascoltare, in un cubo bianco, isolati dal resto. L’ascolto profondo diventa un atto spirituale con un intento estetico e terapeutico. La prima edizione a piazza San Giovanni a Roma per lo Spazio TraLeVolte nel 2014  e la seconda nel mio studio nel 2016, entrambe promosse da Cappa Arte.

G: Cos’è un albero genealogico e come è entrato a far parte della tua arte?

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Mandra Cerrone in una Family performance

M: La genealogia studia l’influenza della famiglia sull’individuo. L’albero genealogico (metagenealogia) è uno strumento in cui arte e scienza, razionale e irrazionale, collaborano alla ricerca dell’identità. Diventare autenticamente se stessi è riconoscere l’identità acquisita con le imposizioni, i divieti, le tradizioni ecc. E’ indispensabile conoscere l’eredità materiale e spirituale dell’albero genealogico senza ricondurre l’uomo a un risultato di forze ereditarie e sociali. Al centro di ogni vita c’è un mistero. Nell’affrontare le mie fragilità, nel disordine, nei primi anni 2000, ho incontrato l’albero genealogico capace di accogliere fragilità e disordine e come tutto ciò che attraversa la mia vita è entrato a far parte della mia arte.

G: “Genealogical Love” e le successive “Family” che hai realizzato, rimettono in scena dinamiche famigliari e affettive anche piuttosto nodose. Com’è sbocciata questa idea e qual è il fine ultimo di ciascuna rappresentazione?

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Genealogical Love

M: I tableaux vivant delle “Silent Family” nascono da una fascinazione. Aver frequentato e appreso le tecniche ormai note come costellazioni familiari mi ha sedotta non per l’aspetto banalmente terapeutico ma per la bellezza in sé della composizione scenica, è su quella che io lavoro. Sull’immagine che ne ottengo. E l’immagine si da tutta contemporaneamente, il paradigma temporale che misura tutte le cose si azzera, emerge un’immagine senza tempo, la pura bellezza dell’esistenza. “Genealogical Love” è una “Silent Family” particolare, realizzata per Privata, mostra itinerante sul femminicidio. In questa performance la protagonista è una donna che ha realmente subito violenza e si è offerta di rappresentare il suo albero alla ricerca di un senso, un esorcismo, i segreti sono alla base di molte malattie, rivelarli è un atto catartico. A lei la mia gratitudine per aver accolto la mia richiesta di un’azione così generosa e potente.

G: Come “arruoli” i performers delle tue Family?

M: Non ho mai usato modelli professionisti, sono i miei amici, persone che si offrono spontaneamente di partecipare per vivere l’esperienza.

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Silent Family | Performance 2015

G: Pensi che l’onesta sia una virtù imprescindibile per un artista?

M: Ho stima di chi come me lavora per l’opera e non per l’applauso, questa scelta è foriera di ogni conseguenza…

G: La lettera che non hai mai spedito… che fine ha fatto?

M: Scrivere una lettera è un segno importante. Le  ho spedite tutte. Nella lunga performance “Amore”, azioni orazioni raccomandazioni (2008/2016 non ancora conclusa) ho chiesto a molte persone di scrivere per me una raccomandazione…

G: Un autore o artista che non ti ha mai emozionato:

M: Se non mi ha emozionato perchè parlarne? Sorrido…

G: Un autore o un artista che avresti voluto essere tu:

M: Io voglio essere Mandra ma sono produttrice e consumatrice d’arte, sono molti gli artisti che amo.

G: Come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

M: L’arte è, o dovrebbe essere, trasversale ad ogni attività umana, in questo senso credo che le donne siano portatrici di un profondo rinnovamento superando anche le distinzioni di genere.

G: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M: Non ho mai pensato all’arte in questi termini. Ciò nonostante, in merito alla mia performance “Denaro Santo” ho spesso pensato che “lavare” è un gesto molto femminile, forse un uomo avrebbe scelto un’altra azione metaforica e reale per ripensare il senso del denaro.

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Denaro Santo | Performance

G: Work in progress e progetti per il futuro:

M: Continuare… La perfetta realizzazione di sé non esiste, la permanente trasformazione sì.

G: TU in una citazione che ti sta a cuore:

M: “Quando sboccia un fiore è primavera in tutto il mondo”.

Per approfondire:

www.mandracerrone.com

www.mandracerrone.blogspot.com

 

 

Per Voce Creativa: Intervista a Loredana Galante

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Loredana Galante (Genova, 1970):

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Loredana Galante | Ph. Marco Curatolo 2013

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: La persona. Sono io: mi cerco per riconoscermi ogni istante .

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei comunque per la trasformazione.

G.: Perché lo fai?

L.: L’ ho scelto molto tempo fa con tanta convinzione. E lo riconfermo perché lo faccio allineandomi ai miei valori e con finalità contributive. Quello che faccio oggi per la mia vita è portatore di senso.

G.: Parli mai con la bambina che hai dentro?

L.: Ho partecipato ad un workshop sulla bambina interiore. E’rappresentata da un pelouche a forma di scoiattolo che dorme con me e che porto sempre nei miei spostamenti. A volte la metto vicino alle mie Ragazze (le micie Masha e Irina). Credo che le piaccia stare con loro. Non facciamo grandi discorsi, ma le dimostro che mi ricordo che c’è. Una volta le ho promesso di portarla più spesso al mare e vicino agli alberi.

G.: Il buio, cos’è?

L.: C’è il buio di quando chiudo gli occhi e respiro che include tutto e restituisce conforto, possibilità e fiducia. C’è il buio “dell’oscurità fondamentale”, l’incapacità di vedere anche con gli occhi aperti in piena luce. Questo buio sottrae a sé stessi e agli altri ed è la fonte di tutto ciò che è male: se mi è consentita una definizione, male è ciò che non sostiene e rispetta l’afflato vitale, in tutte le sue forme.

G.: Dove nasce l’arcobaleno?

L.: Da un cassetto piccolo che profuma di legno ed ha il pomello di porcellana dipinta.

G.: Installazioni, performance, pittura e disegno: nella tua ricerca i linguaggi si contaminano e comunicano tra loro. Ci racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

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Ph.: Marco Curatolo 2013

L.: In campo artistico, per passare ad un altro medium, per fare nuove sperimentazioni, ho avuto bisogno di avere quelle che io ho sempre definito “autorizzazioni”. In questo senso Liceo artistico ed Accademia di Belle Arti, indirizzo Pittura, sancivano il mio rapporto con il disegno e la pittura che non si è mai interrotto. Poi il desiderio di sconfinare alla terza dimensione è stato supportato dalla vincita della borsa di studio di Arnaldo Pomodoro ed arricchito da funzionalità sonore, derivanti dallo studio delle percussioni. Creavo composizioni metalliche, misuratori di uno spazio instabile scandito da intervalli calcolati ed equilibri tra i vuoti e i pieni.  Prendevo la materia e la rendevo nuova. In quel periodo la storia singola la sottraevo. Ogni elemento si rinnovava nell’accostamento con gli altri. Ora invece faccio emergere la storia precedente e la faccio confluire in una storia condivisa. La parte sensoriale e interattiva era già presente nelle latenze dinamiche degli oggetti e delle strutture, che includevano l’approccio tattile e le potenzialità sonore. I bozzetti su carta e la produzione pittorica ospitavano le stesse forme dinamiche, appunti, particolari costruttivi venivano evidenziati ed integrati. Tra il mio lavoro ed il pubblico mancavo ancora io: io in carne ed ossa.  Altre “autorizzazioni” mi condussero alla performance. Un anno con Quelli di Grock  a Milano, un anno di  corso “Iat Gong”  a Genova  sul  teatro, danza e musica  dei popoli, nonché vari stage. Genova è una città multietnica e grazie a lei e alla mia indole di animale assolutamente sociale, m’indirizzai alla progettazione e costruzione d’installazioni che mi avrebbero ospitata. Sono lavori finalizzati al rituale sociale, alla socializzazione. Parlo di:  “La pausa del cuore”, “Eggsocentrismo”, “Five minutes social point”, “I’m very WELL”. Ho trattato il tema della socializzazione con delicatezza. Il mio voleva essere un lavoro fruibile da tutti e a tutti i livelli.  Il livello culturale o la non appartenenza al clan degli addetti ai lavori non ne comprometteva l’approccio, e a livello emotivo si poteva scegliere fino a che punto mettersi in gioco. L’intenzione era assolutamente democratica. Il gioco era aperto a tutti. Il clima di festa, di spontaneità e l’esercizio della cura da parte mia, ne assicuravano la riuscita. Le mie interazioni spesso durano delle ore, anche a discapito delle mie ginocchia… Il trasferimento a Milano segna un passaggio che avrà risvolti professionali ed esistenziali di forte impatto. Ho dovuto studiare per me stessa una strategia socializzante per costruirmi una nuova rete di amicizie e di relazioni ed adattarmi a nuovi tempi e nuove distanze. Il tempo ed anche i miei disagi sono intervenuti nel mio lavoro artistico con l’inserimento di una gentilezza e attenzione più profonde e meno estemporanee alla sfera emotiva.  Lo spazio del gioco ha incluso elementi più intimi, come la memoria, l’attenzione all’emozione, l’empatia, il conforto e la riparazione. I miei progetti includono l’attenzione alle fasce deboli, alle presunte diversità, al rispetto dell’ambiente e all’ecosostenibilità.  Alcuni progetti sono “Letto di latte”, “Storie vere di paese”,  “Ninho Gracia”. Le relazioni rimangono il punto focale della mia vita, del mio lavoro ed occupano il primo posto nella mia scala di valori. Di conseguenza compio una scelta che avrebbe profondamente influenzato entrambi: m’iscrivo alla scuola triennale di counseling Manage your life. Assumo consapevolezza dei miei processi emotivi, influenzo e modifico circuiti cognitivi e percezioni disfunzionali con lo studio, la meditazione  e la presenza vigile. Mi accorgo di dinamiche relazionali e di atteggiamenti esistenziali. Coltivo lo spazio neutro, dell’inclusione e dell’ascolto, esercitati anche nella mia pratica ed attività buddista. Mi diplomo in counseling sistemico relazionale nel 2014 con la tesi “Arte e counseling in RELAZIONE”. La mia attività si arricchisce di nuove competenze e di un raggio più ampio e composito di osservazione. Questi apprendimenti mi hanno permesso d’inventare nuove modalità performative e sono molto presenti nella gestione dei work shop come “I redraw your life”, “Rebirth: the second life”, “Incontri in 73 movimenti”, “Appuntamento galante”. La mia storia rimane sempre Una question( e) pubblica come descrive  il titolo del mio catalogo stampato nel 2007. E’ a disposizione, a confronto con  quella degli altri, risuona per similitudine e si emoziona per appartenenza. Nella mia vita ho compiuto cambiamenti e scelte con la finalità di rispettare i miei valori e di allinearmi il più possibile a questi. L’ operazione artistica deve avere per me potenzialità trasformative e valore contributivo. Mi avvalgo della mia sensibilità e interesse per il mondo fenomenologico dell’altro e faccio costante esercizio di ascolto, inclusione e della cura inteso come attenzione empatica. Il buddismo ed il counseling mi hanno insegnato a vedere l’altro come un “perfettamente dotato” ed in possesso delle risorse necessarie per vivere a proprio agio. Da parte mia faccio del mio meglio per mettere le persone in contatto con le loro risorse. Ritengo che Il cambiamento, nonostante presupponga sforzi e ricadute, sia la massima esperienza  creativa. Avere al servizio della “trasformazione” il mezzo entusiasmante della produzione artistica è una delle scelte più sensate della mia vita, nonchè un grande beneficio o fortuna, come la si voglia definire. Il counseling, la psicotearapia, la meditazione hanno portato un livello di consapevolezza più alto e consolidato attitudini che già possedevo ed esercitavo a livello spontaneo. Come un sistema di misurazione più preciso: diciamo che invece di una sassola, ora ho a disposizione una bilancina elettronica più sofisticata.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Penso di aver già risposto in parte, faccio un breve elenco: Ecologia, Democraticità, Inclusione, Memoria, Responsabilità personale, Rispetto per la vita. E’ un lavoro autobiografico perché nasce da un esperire personale ma è condiviso e potenziato con l’esperienza dell’altro. Le mie performance hanno un lungo processo di preparazione e di recupero oggetti…Il giorno della performance però affido tutto agli altri. Il mio è un lavoro di fiducia. La fiducia mi appartiene. Come tutti ho anche qualche aerea in cui albergano le paure ed in cui non riesco ad affidarmi ma è più legata all’incolumità fisica tipo volare.

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Loredana Galante at work

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Le modalità sono due: nella prima,  il lavoro nasce da una mia suggestione-decisione, area di approfondimento, necessità di “digerire” qualcosa, di provare a osservarlo da più punti di vista. Si presenta la necessità di accettare qualcosa, comprenderla. Per esempio le separazioni a tutti i livelli. Il lavoro qualche volta diventa una strategia di superamento, un modo per spiegarsi o spiegare agli altri qualcosa intraducibile altrimenti Nella seconda mi trovo ad accogliere l’invito di un evento a cui decido di aderire e in cui mi viene dato un tema, un concept, comunque un contenitore o un soggetto da sviluppare nel mio personale modo. Prendo appunti, scrivo, faccio schizzi, colleziono immagini, parole ed esperienze significative. Diventano un date base al quale attingere. Poi una volta scelto di fare un lavoro, faccio una ricerca specifica. In questo secondo caso “a invito” in qualche modo devo forzare le modalità creative anche solo per rispettare  una data di consegna. Non l’ ho mai vissuta come una limitazione, ma come un piacere nel rinnovarsi o nel’addentrarmi in qualche soggetto che non avrei frequentato. Si rivive ogni volta quell’ esperienza d’ intravedere un’ idea, nella foschia, che ti viene incontro e di definirne i particolari nei momenti più inaspettati della tua giornata. Tra i miei momenti più creativi c’è quello di quando ho appena concluso qualcosa. E’ come se i miei processi cognitivi prima impegnati, finalmente di nuovo alleggeriti, si rimettessero subito al lavoro realizzando pensieri nitidi.

G: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sono emotivamente collocata alla fine dell’Ottocento. Sono legata ai libri Locus Solus di Russell ed Il dono di Nabokov. Leggo anche saggi di spiritualità e manuali “auto correttivi”.

G: Sei buddista. Quanto, la tua fede, ha guidato e trasformato l’artista che sei?

L.: Applicare gli insegnamenti buddisti alla mia vita è stato uno degli ambiti di profonda trasformazione. Nel mio lavoro ha praticamente azzerato competitività ed individualismo. Non escludo che possano essere tratti caratteriali “funzionali” alla professione, ma sono “ antifunzionali” al benessere. Supportata dal mio percorso di counseling sistemico relazionale non m’identifico nell’essere artista. Uso l’arte come mezzo trasformativo, mi è congeniale la modalità descrittiva che mi offre, ne amo l’intensità esperienziale, la condivisione, la co-creazione con chi ne partecipa e la possibilità di concentrare tempo, sentimenti, pensieri, ipotesi in una forma o in una azione. Questa forma è definita, quasi oggettiva, per me ma è disponibile per le proiezioni soggettive di ognuno.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: Solitamente: il silenzio. Ora ho messo Satie.

G: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: Opera 1) Coltivare 养 (殖) 2015 performance a cura di Fortunato D’ Amico. Biennale Arte Cina Elisir di Lunga Vita Mastio della Cittadella, a cura di Sandro Orlando Stagi e Mian Bu, 2015 catalogo Maretti Editore.

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 Performance “Coltivare” – 2015

L’ E.D.L.V.( elisir di lunga vita)  per me non è da ricercare per l’immortalità del singolo. VITA non è da intendersi come vita individuale ma come impulso vitale, azione contributiva, afflati evolutivi e costruzione di un valore comune da rispettare e da conservare per la sua importanza.  Vitale è ciò che tiene in vita, che produce senza distruggere, senza compromettere. Essere in vita non è solo respirare ma essere svegli, consapevoli, in ascolto, permeabili.  L’esperienza del singolo deve allinearsi con lo spirito intelligente dell’Assoluto, si alimenta con la Presenza e la Cura, in uno stato di integrazione tra l’effimero e l’eterno, tra l’individuo e l’intelligenza universale. In questa performance quindici persone passavano da un tavolo-mensa presso il quale altri tre ragazzini del pubblico porgevano loro: vecchi cucchiai di alluminio, piatti in porcellana dipinta, bicchieri di cristallo scompagnati, una piantina di quercia, terra, una bibita a scelta tra amore, perdono, cura, rispetto, sintonia e pazienza. Gli oggetti li avevo scelti con molta cura e venivano riposti in una cassetta di legno della frutta che consegnavo a ciascuno come se fosse il vassoio con il quale alle mense si scorre davanti alle pietanze. Un grande tappeto persiano attendeva al suolo di essere Coltivato. Si poteva tornare al tavolo e riempire ancora il piatto di terra o il bicchiere di qualche sostanza nutritiva a scelta al fine si sistemare le querce sul tappeto. Questo tappeto è una porzione di pianeta ma anche del nostro salotto di casa… La coltivazione è a livello sociale ed a livello personale, sono inscindibili. Le mamme hanno portato con sé i bambini che sono stati silenziosi e partecipi alla cocreazione di un’emozione condivisa e custodi di un messaggio.

L.:  Opera 2) “A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011 – tessuto, bordo a uncinetto, velluto, terra e pianta – dimensioni,  H 280x L80 cm – “Sebben che siamo donne” Palazzo Libera, Villa Lagarina,Trento; a cura di Angela Madesani, Publistampa edizioni.

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“A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011

La riflessione è questa volta sui ruoli: figlie madri, sorelle che nel tempo si scambiano e si ripetono. Ho messo i ruoli in relazione con le foglie. «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même  limite, toujours des feuille symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge . La lunga calza ospita nella zona pubica una pianta, che cresce nel tempo, viva e in movimento. Come le relazioni occorre prendersene cura, ascoltandone i bisogni. La zona pubica è l’infinito potenziale generativo. Differenze che si assottigliano a diventare un velo, esperienze da indossare. Penso che se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos’è il mondo. Così indugio nelle parole e nelle cose per decifrane il linguaggio universale.

L.: Opera 3) Blue, 300×200 cm acrilico su tela , 2013. Con l’aiuto dei ragni tessitori, GAM, Genova (solo show), testi di Chiara Canali, Fortunato D’Amico, Maria Flora Giubilei, 2014 catalogo Artbook

BLUE dipinto

 Blue – acrilico su tela – Ph.: Pierluigi Maida 2014

I dipinti in grande formato comprendono sbalzi temporali di stile, citazioni, l’incongruenza dei sogni, l’evocazione dei viaggi, la stratificazione delle esperienze ma anche il cambiamento. La veste pop con echi alle tappezzerie orientali ne fa delle attraenti tele di grande impatto d’insieme, non senza la cura di minuziosi particolari e intriganti calligrafie da osservare da vicino. Le citazioni e gli scritti affiorano ed appartengono a quell’istante e spesso li dimentico e faccio fatica a rileggerli. Il mio lavoro pittorico attinge molto dalla sfera emotiva, come dal viaggio: sia all’esterno che all’interno di me. Entrambi sono d’impatto. I secondi alle volte lasciano tracce ancora più profonde dei primi.In alcuni dipinti ci sono tessuti, passamanerie, segni su carta incollati. La stoffa è un materiale dal potere altamente evocativo e seduttivo. Il mio interesse nel collezionare, conservare, accogliere storie passa anche attraverso i materiali e gli oggetti che ne conservano memoria. La pittura è stata il mio primo medium espressivo e nonostante l’acquisizione di nuovi supporti, non ne ho mai sospeso la pratica.  Blue fa parte di un ciclo che ho raggruppato sotto il nome di  Mood Traveller ed è stato dipinto dopo il viaggio- ricerca di un mese e mezzo in Messico. Il titolo mi sembrava descrittivo della condizione in cui gli essere umani vivono: in movimento tra continui avvenimenti, ricordi, incontri, prove e i relativi stati d’animo che sono a loro volta spiazzanti, spaesanti e producono spostamenti. Mood traveller evoca Città geografiche e Città dell’anima, vere e immaginate, da visitare, da scegliere, da materializzare o da sciogliere, in cui stare, tornare o  lasciare. E’ un viaggio complesso ed interessante. Si consiglia “di lasciarsi andare al flusso, alla varietà di energie, al carattere climatico e  materiale dell’ esperienza”

G: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: L’opera d’arte che avrei voluto realizzare io è mia ed è sempre quella che non ho ancora fatto. Una sorta d’inquietudine mista ad insicurezza alimenta una malinconica insoddisfazione che mi fa rimettere al lavoro. S’ incastrano negli angoli vuoti e tra un lavoro e l’altro anche un po’ di solitudine. Allora evoco l’opera come lo sciamano fa con l’animale guida… e nel mio “inframondo “sto in ascolto. E poi ci sono le aspettative da gestire. Qualcuno le chiama allucinazioni! Qui di seguito alcune artiste il cui lavoro parla un linguaggio che ascolto con interesse:  Leonora Carrington, Louise Borgeois, Sophie Calle, Mona Hatoum,Nathalie Djurberg, Maria Lai.

G: Essere donna ed essere artista. Qual è il limite  –  se c’è un limite –  e qual è il vantaggio – se c’è un vantaggio?

L.: Mi piace molto essere donna.  Vantaggio è una parola che non uso. Posso sostituirla con risorsa? La risorsa principale per me è una naturale predisposizione all’esserci, all’attenzione, alla cura, a essere vigile, a essere permeabile nelle situazioni, generosa e feconda.  Dei miei limiti sono personalmente responsabile. Ringrazio di non essere nata in altri luoghi ed in altre circostanze.

Latte

Letto di Latte Performance, 2010

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando immagino “mondi possibili” per me e per gli altri e m’impegno alla loro costruzione anche solo con uno sguardo benevolo, e quando esercito il mio leggendario “spirito d’adattamento”.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

L.: In questo momento sto cercando una studio-abitazione più grande: ho una sottana di 3 metri da ultimare, un gigantesco fiore di loto di seta di riciclo, qualche workshop in programma ma soprattutto la necessità di fare un po’ di ordine!

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: Fare gli stampini che l’ universo li riempie. Impeccabilità della parola. Ciò che ti sta accadendo è la cosa migliore che possa capitarti per la tua vita. Poi uso tanto queste due parole: Stare insieme. E amo: Flusso Fiume e Andare Verso. Entrambi sono titoli di mie lavori.

Per approfondire:

www.loredanagalante.it

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

RESALIO|Federica Gonnelli Solo Show

articoli, Giovanna Lacedra.

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Il prossimo 29 gennaio, presso gli spazi espositivi della Ex Chiesa di San Giovanni a Prato, inaugura la mostra personale di Federica Gonnelli: RESALIO.
Letteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, nata in una Prato fiorente che ha assaporato e vissuto, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. E’ il caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P)e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili. (Stefania Rinaldi)

La mostra è il primo appuntamento della rassegna YIA 2016 -Young Italian Artists, un progetto di avvicinamento all’Arte Contemporanea con mostre, percorsi didattici e incontri con i giovani artisti emergenti italiani, a cura di Stefania Rinaldi, promosso da Fonderia Cultart, presso gli Spazi dell’Ex Chiesa di San Giovanni a Prato.

RESALIO
Mostra di Federica Gonnelli
a cura di Stefania Rinaldi
Vernissage: 29 Gennaio 2016 dalle ore 19.00

Dal 30 gennaio al 19 febbraio 2016
Ex Chiesa di San Giovanni – Prato

INGRESSO LIBERO
SEGUE APERITIVO E DJ SET by DIS0RDER
Per informazioni:
Stefania – 3293233936
www.exchiesasangiovanni.it

(P)E(R)SISTENZA frame video in loop con sonoro, 17,43 minuti, 2015..jpg

LOREDANA GALANTE | CREAZIONE DI VALORE

articoli

LOREDANA GALANTE | CREAZIONE DI VALORE

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Workshop con il collage

“Percepire altrimenti”

Lunedi’ 30 novembre dalle 17.30 alle 19.30

Per iscrizioni scrivere a info@loredanagalante.it

Cos’ è il valore? Il valore emerge dall’interazione tra gli esseri umani ed il loro ambiente, è qualcosa che nasce dalla relazione tra un oggetto e il soggetto che lo esamina. Si definisce “ di valore “ qualcosa che soddisfa sufficientemente le nostre esigenze del momento. Il diverso grado del valore di un oggetto dipende quindi dal suo tipo di rapporto con la vita della persona che lo valuta. Si tratta di una sorta di “ potere relazionale dell’oggetto, misurato dalla risposta quantitativa del soggetto”

..” Quando parliamo di “creazione” di valore ci riferiamo a quel processo che, “frugando” tra gli elementi già esistenti in natura, consente di portare alla luce tutto ciò che ha una relazione con la vita umana, di valutare e potenziare le relazioni così individuate tramite l’intervento umano. La creazione, rielabora l’ordine già esistente in natura per produrne un altro particolarmente vantaggioso per l’umanita’. ….Può anche capitarci di “scoprire” il valore: dare rilievo a cose che non erano mai state notate prima e renderli evidenti è una atto di scoperta e non di creazione. Ma quando qualcuno correla cose inizialmente prive di legame con il progresso umano, o sviluppa ciò che gli altri hanno fatto in questa direzione allora stiamo parlando d’invenzione, d’ ideazione, di creazione”

(T Makiguchi)

lor.galante

CREAZIONE DI VALORE

Dal 30 novembre al  16 gennaio

Inaugurazione 30 novembre  19 alle ore 21.30 presso Azimut Consulenza Sim S.p.A

AZIMUT CONSULENZA SIM S.p.A.

20121 Milano (MI) – Corso Venezia 48

orari di apertura dal lunedi al giovedi  8 -19; venerdi’  8-17

caffè con l’artista su prenotazione scrivendo a info@loredanagalante.it

Per Voce Creativa: Intervista a Selena Leardini

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Selena Leardini:

“Sarò per sempre

la tua ninna nanna,

la biglia che sfugge,

 alla tua condanna.”

Vecchie foto in bianco e nero, risalenti ai primi del Novecento, ritraggono infanzie remote e inconoscibili.

La fotografia ferma il tempo. Eppure, il tempo di quei bambini e di quelle bambine oggi non esiste più. Precipita nel gorgo dove i ricordi si mescolano all’immaginazione. Dando luogo ad una dimensione ibrida ed impenetrabile: quella di un per sempre che invece non è stato mai.

Vecchie foto raccolgono polvere sulle bancarelle dei mercatini di antiquariato, ma Selena le recupera, per riplasmarle in sogni ed incubi. Ne traccia lo scheletro su un cartoncino liscio e le veste poi, di una nuova identità. Un’identità che è forse sempre la stessa, sempre uguale e sempre diversa. Come uguale e diversa può essere la fame – o la sempreverde domanda d’amore.

Ciascuna delle sue creature è alla fine sempre una, intrappolata in un’infanzia che non è mai  pienamente stata. E volge allo spettatore uno sguardo deciso. Come a fendere la cecità che spesso alberga negli adulti.

I bambini vogliono essere guardati. Pretendono di essere visti e soprattutto amati. Altrimenti si ritraggono. E intimamente – molto intimamente –, alla fine poi si arrabbiano.

Le creature di Selena Leardini appaiono come anime chiuse in un’infanzia imperscrutabile. Ieratiche si stagliano su fondali bui e indefiniti. Raccontano di una l’età dell’innocenza forse cristallizzata: mai vissuta e quindi mai dimenticata. Sono bambini che resteranno bambini per sempre. Docili, inquieti, indagatori. Si lasciano custodire da sontuose cornici intagliate.

La passione di Selena è girare per mercatini, infoltendo quel repertorio fotografico che è alla fonte della sua ricerca poposurreale, e collezionando cornici con le quali abbiglierà le sue opere.

Esponente della Lowbrow-art, Selena è un’artista piuttosto riservata. Non ama mettersi in mostra e non è neppure troppo propensa a raccontare di sé. Lascia che siano le sue opere a parlare. .E ci invita a scivolare nel mondo dei suoi infanti, ovattato, buio e misterioso. Per incontrare magari, il bambino che siamo stati.

Il bambino che ancora siamo. Che per sempre, da qualche parte, saremo.

Selena Leardini vive e lavora in Trentino. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

Selena Leardini | Foto di Ganpaolo Calza

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Ho una domanda di riserva?

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Sempre che lo sia, sarei una cerca robe: svuoterei cantine e solai. Sono attratta dagli oggetti abbandonati, dimenticati, nascosti.

G.: Perché lo fai?

S.: Perché quando ero piccola e tornavo dall’asilo con un disegno nuovo mi facevano tutti i complimenti. Nel riconoscimento degli altri mi sentivo apprezzata. E’ una sensazione gradevole che non mi ha mai abbandonata. In fondo, siamo tutti un po’ bambini.

G.: Perché la pittura?

S.: Ho appena risposto…

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Non credo si possa definire l’arte un compito, o perlomeno, non l’ho mai vissuta come tale. Forse é un’urgenza, una necessità, un lavoro, una continua esperienza, sia per le donne che per gli uomini.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Sono tematiche rivolte all’infanzia e nascono da vecchie foto di bimbi dimenticati nel tempo, soprattutto dalla solitudine che sembra avvolgerli.

G.: Chi sono le creature che popolano i tuoi quadri?

S.: Come dicevo prima sono principalmente bambini, e spesso a far loro compagnia ci sono piccole presenze silenziose e quasi invisibili.

G.: Ci racconti come nasce un tuo lavoro?

S.: Nasce tutto dalla scelta della cornice, per me è importante che sia d’epoca. Una volta portata in studio la guardo, finché vedo dentro il quadro finito.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: No.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: La musica mi condizionerebbe, quindi preferisco il silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue opere per descrivermi la tua ricerca:

S.: La piccola fiammiferaia –  2013

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Questo è uno dei pochi quadri che ho in casa e dai quali non mi sono separata, fa parte di un passaggio artistico del mio percorso.

S.: Il cuore dell’orco –  2015

Giovanna-Lacedra_Selena-Leardini_-Il cuore dell'Orco- Selena Leardini-

Penso che quest’opera mi rappresenti particolarmente.

S.: Atar- i 2013Giovanna-Lacedra_Selena-Leardini_Atari-Selena Lenardini-31072015ALa foto della bimba a cui mi sono ispirata è una delle mie preferite e più utilizzate, il quadro prende ispirazione anche da Brillo, un personaggio apparso su Linus qualche anno fa.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Sono tantissime le opere d’arte che ammiro e mi emozionano, ma non mi è mai venuta in mente questa frase.

Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.:  Cavoli! Come si fa a dirlo?

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: In realtà non avrei mai voluto essere un artista.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Cerco di divertirmi a fare bene ogni cosa che faccio.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

Al momento ho due personali una a Rovereto a Dicembre e l’altra a Roma ad aprile. Ho in mente anche un progetto: fare un esposizione della mia collezione di foto d’epoca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: Le cose devono appartenere a chi se ne prende cura.

Giampaolo Calza¦Ç-0773

Selena Leardini su Facebook: https://www.facebook.com/selena.leardini?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

FAITH WILDING | Waiting – 1971

Lei nell'opera

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

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“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

Per Voce Creativa: Intervista a Sara Cancellieri

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Sara Cancellieri (Benevento, 1976):

Sara dipinge quasi accidentalmente. La sua vocazione iniziale era la scultura, ma nel tempo ha compreso che sulla superficie bianca il colore può evocare tutti quei mondi “altri” che, come direbbe Lennon, “accadono” mentre noi siamo distratti da altro. Nel suo lavoro rintraccio echi di Simbolismo e Surrealismo. Del resto, lei stessa afferma che si è veramente liberi quando si conquista la libertà di credere a tutto, soprattutto a ciò che non è razionalmente spiegabile. La pittura, allora, può tradurre tutto ciò che di incredibile accade mentre noi siamo impegnati a fare altro.

Sara Cancellieri vive  e crea a Foglianise (BN). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

S.: Io sono. Ho un impegno verso me stessa che è quello di trovare un centro entro cui far convergere tutti gli aspetti della mia personalità. Sono quindi donna, animale e artista .

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G.: E se non fossi un’artista?

S.: Se non fossi un’artista continuerei ad essere Sara, non riesco ad immaginare una differenza.

Potrei chiedermi in quale altro modo avrei potuto vivere la mia espressività, forse attraverso la contemplazione della natura, l’osservazione interiore. Da bambina volevo fare l’antropologa, ma ho preferito poi applicare questo studio partendo da me stessa, del resto il nostro bagaglio crea un microcosmo compless , uno specchio in cui si riflette la storia dell’uomo, tutto sta a saper osservare, a volerlo fare.

G.: Perché lo fai?

S.: In realtà credo di non farlo, lo sono, perché è nella mia natura esserlo.

G.: Perché la pittura?

S.: Quando mi sono iscritta all’accademia di Belle Arti di Firenze ho scelto scultura. La trovavo più completa come disciplina. Dopo gli studi ho iniziato a dipingere per pura esigenza espressiva:  non avevo uno studio in cui poter scolpire, così ho iniziato ad usare il colore e inaspettatamente si è aperto un nuovo mondo.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista oggi?

S.: Durante le prime lezioni in accademia il mio professore di scultura spiegò che la linea verticale rappresenta il maschile, la linea orizzontale il femminile, il campanile è un simbolo fallico, la caverna invece rappresenta il sesso della donna e così via. Da queste affermazioni mi appassionai allo studio del simbolismo, degli archetipi, in arte come nelle discipline che studiano l’uomo in tutti i suoi aspetti e l’ho fatto perchè volevo superare questi confini analitici. L’artista-donna oggi si è riappropriata della sua potenza espressiva, femminile e maschile emergono perchè coesistono nel vissuto di ognuna di noi, trovo che superare questo confine e far emergere la persona nella sua complessità sia davvero un grande lavoro, e alcune donne artiste ci sono riuscite.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

S.: Mi interesso all’essere umano, alla sua contemporaneità, alle sue contraddizioni, ai suoi orrori.

Osservo molto fuori da me, e so che se qualcosa mi colpisce tanto è perchè in quel momento stanno riaffiorando aspetti del mio vissuto. Sono proiezioni che aiutano a guarire determinati stati.

G.: Lavori soprattutto con l’acquerello. Perché?

S.: L’acquerello mi ha conquistata quando ho visto in lui una duplicità espressiva incredibile. La sua apparente delicatezza e freschezza nasconde un grande controllo tecnico. Sono li a controllare ogni segno, ogni goccia di colore, tutto è assolutamente calibrato dalla mia volontà.  Un vero e proprio esercizio di concentrazione durante il quale devo essere presente. “La libertà è disciplina”.DSC_0153

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Alcune volte sono immagini che emergono dalla mia memoria visiva, si sovrappongono e trovano il loro significato. Altre volte vengo affascinata da temi particolari che vado poi a sviscerare. In ogni caso, non forzo mai ciò che voglio rappresentare, decido  solo come devo farlo.  .

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Si, moltissime. Ma un libro in particolare mi viene in mente, lo  nomino spesso, è Flatlandia di Abbot. Lessi questo libro quando avevo 19 anni, lo ricordo ancora, e compresi quanto il nostro vedere è in realtà limitato all’esperienza dei nostri sensi. Ogni momento accadono cose straordinarie dentro e fuori di noi, ma non le percepiamo perchè non siamo in grado di farlo, perchè ci limitiamo al nostro mondo esperienziale. Compresi cos’è il pensiero analogico, mi sentii libera, libera di credere a tutto, libera di poter vedere in una linea verticale una linea orizzontale vista da un punto di osservazione differente, che puo diventare anche un punto se mi sposto su di un altro piano. Nel mio lavoro davanti all’evidenza di ciò che è rappresentato vorrei che ognuno si astraesse dal proprio punto di vista e cercasse oltre. Di solito vengono fuori i mostri.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Accendo la radio o lo stereo, scelgo sempre musiche che non superino certe frequenze che trovo poi dissonanti . Dalla classica ai MercanDede, dai Jefferson Airplane a Battiato, ascolto tutto, tranne la musica stoner.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontare il tuo lavoro:

Sara Cancellieri -L'adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180x20 cm (20x20 cm cadauno), 2014

Sara Cancellieri -L’adorazione di se in un unico pensiero- polittico, acquerello su carta intelata 180×20 cm (20×20 cm cadauno), 2014

S.: L’adorazione di se in un unico pensiero. L’assenza dello sguardo che catalizza l’attenzione pone degli interrogativi. Si cerca nell’espressione un sentimento che affiora, un ricordo, un pensiero. L’idea di questa installazione nasce proprio dalla ricerca di una comunicazione sottile tra il soggetto che si lascia ritrarre (l’uomo esteriore) e il se interiore, che emerge di fronte l’impossibilità di controllare la propria immagine nel momento in cui si chiede di chiudere gli occhi.
In quell’attimo in cui si prende coscienza della propria nudità la persona si sente a disagio, non si richiede nessuna espressione, solo il proprio volto senza lo sguardo, lo sguardo come espressione dell’anima, e allora cosa rimane? Tutto il mondo che si cela dentro di noi, un sogno o la realtà. Raccogliere volti è una vera e propria schedatura che porto avanti da diversi anni, durante gli scatti racconto del mio progetto, e noto che le persone sono curiose di sapere cosa apparirà della loro persona, una sorta di analisi psicologica , da dove emergono le differenti personalità che si affollano in ognuno di noi. Ma quando lo sguardo si cela non c’è menzogna. L’utilizzo della tecnica ad acquerello mi consente di trattare il volto con leggerezza e trasparenza, i tratti somatici si fondono nel bianco del foglio, quasi ad emergere da esso o ad inabissarsi in un vuoto di luce.

Arma-te - installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

Arma-te – installazione, bollini e acquerelli su carta intelata, dimensioni variabili, 2015

S.: Arma-te. Tra i lavori più recenti “Arma-te” si proietta in una tematica sulla quale sto lavorando in questo periodo, la forza, l’energia, come spinta vitale, come forza interiore, l’energia che abita il mondo sottile, quello spazio invisibile che mette in comunione tutte le cose del mondo”. Le armi sono rivestite da una pelle, non hanno il foro di uscita del proiettile, sono corpi che evocano la loro potenza ma non la esercitano.

Sara Cancellieri - Interno #1, metafora del risveglio - Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

Sara Cancellieri – Interno #1, metafora del risveglio – Tecnica mista, 50x17x10 cm, 2015

S.: Interno # 1, metafora del risveglio. Ogni giorno si compie l’atto del risveglio. Il risveglio del corpo e della mente, che da uno stato di coscienza parallela, passa da una stanza surreale ad un ambiente reale, dove la presenza di sé è percepita tramite un bagliore di luce che attraversa la fessura della porta. Non tutto è ancora compiuto. La vita, come un’esplosione, rende reale il sogno, l’energia si libera sopra gli interni metafisici.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: Una delle tempeste di Turner

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Andy Wharol

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Qui vado in tilt, sono tanti gli autori che amo, ma se devo parlare di emozioni forti che ho provato davanti un’opera desiderando di esserne l’autore mi viene in mente tanto Rotko, quanto Canova.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: Nella vita in generale, il bicchiere è sempre mezzo pieno, bisogna essere creativi per non arrendersi mai.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

S.: L’energia come forza vitale, ci sto lavorando da un po’. Per il futuro non so, dipende da cosa faccio per il mio presente, cerco evoluzione, il cambiamento mi affascina, nella vita come nell’arte l’autoreferenzialità è la morte della creatività.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Niente è come sembra”, ed è proprio vero, e aggiungerei …per fortuna!!

Per approfondire: cancellierisara.wix.com

IO SOTTRAGGO PERFORMANCE A VENEZIA

articoli

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COMUNICATO STAMPA:

4 Luglio 2005
“Lasciarsi morire di fame. Sottrarsi al mondo.
Farlo con coscienza. Sceglierlo, ogni giorno, con vocazione.
Oggi: 475 Kilocalorie.”

Trasformare in arte la patologia.
Fare in modo che il corpo – per anni ostaggio di rituali ossessivi, per anni contenitore di vuoti affettivi, di assenze e di mancanze –, diventi racconto espressivo di una tra le più paradossali malattie: il disturbo anoressico-bulimico.
Mangiare niente come mangiare tutto. Svuotarsi come ingombrarsi.
Mettere dentro il mondo intero, o il mondo intero rifiutare.
Sbranare pulsionalmente l’amore che non si ha o scegliere stoicamente la rinuncia.
Controllare il corpo per illudersi di controllare la vita intera.
Operare calcoli minuziosi, e istituire una vera e propria aritmetica del desiderio.
Sottrarsi chili per sottrarsi ai desideri. Scarnificarsi per rendersi visibili.
E tutto questo per sopravvivere ad altro.

Donne che si sfondano di cibo e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo e non vomitano, creando – con un corpo in dilatazione –
barriere con le quali difendersi dal mondo e da una dimensione dell’affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio siano capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Donne che si riempiono di cibo. Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire è in verità un dolore profondissimo. Che a volte neppure loro conoscono.

Al di là della fame e della sua negazione, esiste un’altra fame. Più feroce, più legittima, più importante. Una fame del cuore. Che ha il diritto di essere ascoltata.

Il corpo di un’anoressica-bulimica, è un corpo rotto.
È corpo-contenitore di vuoti e di parole. Troppi vuoti e troppe parole.
Tutto nasce da una frattura nella relazione, da una crepa tellurica nella comunicazione.
Digiunare e divorare sono prese di posizione estreme. Punizioni. Penitenze.
Il corpo si trasforma in una conca sgombra o una pattumiera. E il cibo-non-cibo diventa il solo strumento capace di mettere a tacere ciò che si agita dentro.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene. La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina. Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina. Cibo non-più-cibo.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.
Anoressia, Bulimia, Binge Eating e Obesità sono espedienti autodistruttivi, ricercati per sopravvivere a tutto il resto. Per tentare di governare il vuoto. Per provare a non sprofondare.
Presto però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere, di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire. IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità. IO SOTTRAGGO è un atto di coraggio che mira a combattere la vergogna e l’omertà. In nome di una verità che vive rovesciata dall’altra parte dello specchio.INVITO2-WEB

(testo di Giovanna Lacedra)

Giovanna Lacedra performing
IO SOTTRAGGO
Sabato 9 maggio ore 20,00
Presso EL MAGAZEN DELL’ARTE
DORSODURO 1375 – nei pressi dello Squero di San Trovaso
VENEZIA
Info-press: ass.rosam@gmail.com

Per Voce Creativa: Intervista a Federica Gonnelli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Federica Gonnelli  (Firenze,1981):

Il passato, la memoria. Il sentimento. Fuggevolissimi frammenti di vita da trattenere, da arrestare, da sublimare, da tramutare in opera. Valicando i naturali confini tra i linguaggi visivi. Andando verso la contaminazione. Universalizzando esperienze personali. Dando forma alle suggestioni. Dal disegno al velo d’organza, dall’installazione al video. Tutto può essere narrazione. Come un moderno Leonardo, Federica prova, sperimenta, mescola e ricerca. In un’azione creativa sempre sospesa tra lo studio e lo stupore.

Federica Gonnelli vive e crea tra Firenze e Prato. Questa è la sua voce creativa per voi….

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Sono sicuramente l’artista. Mi identifico totalmente e in modo viscerale in tutto quello che creo. Ed è proprio questa visceralità, talvolta molto forte, che mi porta spesso a essere anche un animale. Considerando i miei progetti passati e futuri, se dovessi scegliere un animale sarei sicuramente un baco da seta!

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

G.: E se non fossi un’artista?

F.: È difficile dirlo, se non fossi un’artista non sarei io. Se non fossi un’artista significherebbe che mi sarei fermata prima, a uno degli scalini precedenti del mio percorso di crescita personale e creativo. Mi sarei potuta fermare allo scalino nel quale volevo fare la stilista, oppure in quello in cui volevo fare l’architetto o la designer o infine sullo scalino nel quale volevo studiare e poi insegnare storia dell’arte. Ho sentito fin da piccolissima la necessità di creare, progettare, fare, amare l’arte. Sono nata a Firenze nel 1981, città d’arte e di moda. Sono cresciuta vicino a Prato, città del tessile, nella stanza di lavoro di mia mamma: tra stoffe, scatoline di cartone, fili colorati, manichini, carte, abiti, matite, grucce e quant’altro concorre alla realizzazione di un abito o di un’opera d’arte. Elementi che nella mia giocosa creatività di bambina ho indifferentemente, sempre mescolato. Elementi inscindibili, che per me avevano un’unica base: il disegno. Per questo, il desiderio espresso durante lo spegnimento delle candeline del mio quinto compleanno, fu esattamente: “voglio saper disegnare”! Ho sempre pensato che il disegno è la base per ogni progetto, per ogni creazione in ogni ambito del fare umano, il disegno è la traccia, la radice dalla quale si sviluppa tutto. Se da piccola il mio obiettivo era “creare abiti”, crescendo e scegliendo il Liceo Artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il mio obiettivo è stato creare, creare indistintamente, “creare”. Scegliendo di fermarmi sullo scalino dell’artista, sono riuscita a unificare gli scalini precedenti in un unico scalino. Essere un’artista mi permette di sperimentare sul corpo come farebbe uno stilista, nello spazio come un architetto, sull’oggetto come un designer, sui percorsi dell’arte come uno storico. Quello dell’artista non è un mestiere uguale agli altri, questo non perché è migliore o al di sopra degli altri mestieri, ma solo perché non è un mestiere, anche se le opere si definiscono lavori, anche se come in altri “mestieri” appunto, l’artista impiega la sua mente e le sue mani. Per la precisione credo che ci siano molti “mestieri” definiti genericamente così, ma che in realtà sono vere e proprie scelte di vita: come il “mestiere” dell’artista.

Giovanna_Lacedra_Federcia-Gonnelli-Autoritratti-Ellepourart

G.: Perché lo fai?

F.: Lo faccio perché mi piace, mi fa stare bene e mi rende felice anche quando non mi piace niente di quello che mi circonda, sto male e sono triste. Lo faccio perché mi permette di condividere tutte queste emozioni con chi mi circonda, con chi vive l’opera, in una sorta di catarsi collettiva.

G.: La tua ricerca si avvale di una contaminazione di linguaggi: pittura, scultura, fotografia. Mi racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

F.: Già dal racconto del mio percorso personale e artistico, credo che appaia chiaramente la mia insofferenza verso le classificazioni, le distinzioni e le categorie chiuse. Confesso di non sentirmi pienamente parte di alcun compartimento. La mia ricerca, ma credo che valga per la ricerca in genere, è volta al superamento dei confini, qualsiasi essi siano, che relegano in compartimenti stagni le varie arti così come i confini che dividono gli individui. Mi piace pensare di sorpassare in qualche modo con la mia ricerca, sempre al limite tra bidimensionalità e tridimensionalità, la diatriba tra Michelangelo e Leonardo su quale delle arti tra pittura o scultura fosse più alta. La piena consapevolezza di tutto ciò è avvenuta con il passaggio all’Accademia di Belle Arti, dopo un anno di durissima ricerca, ho capito che non dovevo ignorare le mie sperimentazioni di bambina e anzi, le dovevo riscoprire. L’esperienza di confronto con l’arte è avvenuta fin da molto piccola nelle chiesette della campagna toscana più o meno note, tra le architetture rinascimentali e quelle contemporanee di Michelucci, tra scrigni di preziosi tesori, durante le passeggiate a Firenze con la mia famiglia, nel vedere nascere il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci progettato da Gamberini. In particolare di quegli anni ricordo due mostre: la Fondazione Nasher nel 1988 al Forte Belvedere e Klimt a Palazzo Strozzi nel 1991. Due mostre che per me furono di grande suggestione. Ricordo le grandi emozioni all’interno del Museo degli Uffizi di fronte al susseguirsi delle opere di Giotto, Cimabue, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo… fino ad arrivare a Bronzino, Leonardo Michelangelo, Caravaggio… Da tutte queste esperienze ho ereditato l’amore per le proporzioni; per la figura umana; per il corpo; per la maestosità della presenza, fiera e ieratica; ho ereditato l’attenzione alla spazialità; la ricerca dei significati e dei simboli. Grande importanza ha avuto per me negli anni successivi lo studio di artisti come Brancusi, Duchamp, Oppenhein, Beuys, Bourgeois, Manzoni, Fontana, Kahlo, Lai, Paolini, Hesse, Pane… Artisti dai quali ho capito che il gioco è importante quanto la coerenza. Perché la coerenza dell’artista è prima di tutto dentro se stesso, nella sua vita, nel suo percorso e di conseguenza successivamente in ogni sua opera, ma al tempo stesso occorre a ogni opera sapersi mettere in gioco. Ho capito che la razionalità è importante quanto il sogno, ho capito che ogni elemento dell’opera ha un suo perché, ho capito che i limiti si superano, ma occorre sapersi fermare. Ho capito ancora una volta che non ci sono distinzioni tra le arti. A un certo punto della mia ricerca artistica, nel 2001, dopo aver sovrapposto: velature di colori, carte, elementi vegetali e fili sulla tela ho sentito il bisogno di avere più profondità, ho sentito il bisogno di dare più spazio e respiro alle stratificazioni che componevano le mie opere. Ho deciso di sfruttare lo spessore del telaio, applicando sul retro un pannello di legno e trasformandolo in una sorta di scatola, all’interno della quale avevo lo spazio necessario per porre i vari elementi. Piccole sculture biomorfe o antropomorfe di terracotta o altri materiali; vetri, specchi, fibre naturali e sintetiche; oggetti semplici elevati a bene prezioso, a reliquia. Rivestendo infine la composizione con un velo d’organza, grazie alla cui trasparenza posso soprapporre immagini ad altre immagini. Sul velo d’organza appaiono immagini e figure che si sovrappongono e instaurano un dialogo con ciò che si trova oltre il velo stesso. La consapevolezza del superamento dei compartimenti nella mia ricerca si è ulteriormente rafforzata con l’utilizzo del video. Le nuove tecnologie in generale elidono ogni tipo di distinzione nella società e nell’arte, proponendo nuovi rapporti sociali e nuovi supporti artistici, al di sopra delle costrizioni precedenti e dei compartimenti usuali. Questo sviluppo tecnologico è assolutamente positivo, l’importante è che l’uomo – l’artista – non ne venga totalmente soggiogato e che non perda la capacità di aggirare gli ostacoli posti talvolta dalla stessa tecnologia. Ciò non significa abolire disegno, pittura e scultura, anzi, quest’ultime sono le basi conoscitive che unite alla tecnologia, offrono vere e proprie espansioni per l’opera e per l’artista stesso. Attraverso le ibridazioni si amplia il respiro dell’arte. Un respiro tanto ampio quanto quello rinascimentale, basta pensare a un grande artista come Leonardo da Vinci, sperimentatore, ricercatore, inventore. Oggi Leonardo avrebbe coniugato il disegno al video o alla tv, la realtà virtuale con la pittura, le installazioni con le fantastiche macchine leonardiane, i suoi testi scritti con le performance e le proiezioni con gli affreschi e le pitture murali. Assolutamente, andando oltre ogni distinzione tra i mezzi artistici. Il video e di conseguenza le video installazioni e tutte le ibridazioni con le altre discipline artistiche, che ne derivano, sfuggono a qualsiasi tentativo di classificazione e di riconduzione ad uno dei generi tradizionali delle arti visive, diventando emblemi della caduta di ogni compartimento stagno.

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

F.: Credo che non debba esistere un’arte di genere, un’arte femminile. L’arte non ha genere, non ha sesso, ma è superfluo dire che ancora oggi esiste spesso un gap tra artista donna e artista uomo e più in generale un gap tra donna e uomo nel mondo dell’arte. Questo gap può essere colmato se la donna non si trincera dietro un’arte di genere e al tempo stesso se non azzera o appiattisce la sua personalità artistica per “assomigliare” allo stereotipo dell’uomo artista. Credo fortemente che l’emancipazione della donna non passi attraverso l’assunzione o la copia delle caratteristiche dell’uomo. Tanto meno delle peggiori caratteristiche dell’uomo. Faccio spesso un esempio in proposito, un esempio molto forte: l’emancipazione della donna non può passare attraverso la donna kamikaze. La forza di un’artista e di una donna sta nell’essere se stessa, la forza di un artista e di un uomo sta nell’essere se stesso. Le differenze sono minime, un apostrofo e una vocale, ma sono solo una questione di grammatica italiana. Entrambi devono parlare, comunicare, esprimersi e farsi capire con la propria voce. Credo che il compito dell’artista donna non sia diverso da quello di un artista uomo. Il compito degli artisti è proporre agli osservatori, attraverso le proprie opere dei dispositivi attraverso i quali vedere il mondo che ci circonda. Talvolta ingrandito come attraverso una lente o alterato come attraverso uno specchio deformante. Talvolta il dispositivo serve per dare risposte o talvolta il dispositivo serve a fare scaturire domande.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

F.: Fin dall’inizio ho sviluppato una profonda ricerca sul rapporto contenuto-contenitore, che si snoda intorno al rapporto tra opera d’arte e corpo e tra corpo e natura/spazio, rafforzata dalla spiccata tridimensionalità delle mie opere. Determinante per lo sviluppo di questa ricerca è stato l’inserimento del velo, che non deve assolutamente essere considerato come un mero supporto, ma come un determinante mezzo espressivo che concorre nel significato dell’opera. Il velo d’organza è un abito, una pelle, una protezione, un confine sottilissimo, una membrana osmotica che mette in comunicazione le varie parti. Il velo d’organza è un abito per un’opera d’arte-corpo. Il velo è quindi l’abito che veste questo corpo e che gli dona una voce, un’apparenza, un’identità sempre diversa, attraverso le immagini che su di esso sono realizzate, Un velo che ogni volta mostra, racconta qualcosa di diverso, ma che allo stesso tempo impone uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro. Il telaio in questo percorso si è evoluto diventando un corpo, un corpo che muta nella forma, ma che resta sempre tale, un corpo che contiene al suo interno qualcosa. L’organza si adatta ai contenitori di legno delle opere tridimensionali come un abito sul corpo, assumendone le stesse caratteristiche. Contemporaneamente questa ricerca di spazio mi ha portato ad ampliare i miei progetti e ad affiancare alla realizzazione delle opere tridimensionali: performance, suoni, video proiezioni, installazioni e videoinstallazioni. Nel mio percorso il video mi ha permesso di superare il concetto di contenitore reale presente nella mia opera, acquisendo un contenitore virtuale (il video stesso), nel quale le immagini scorrono fluide, elastiche, pulsanti, vitali, leggere e semitrasparenti mantenendo così gli aspetti più tipici del mio lavoro. In questa dialettica tra contenitore-contenuto, velo-opera d’arte, abito-corpo si inserisce il tema della presenza-assenza del corpo stesso. Molto spesso questa presenza corporea è costituita dalla mia presenza stessa. Non è una questione di egocentrismo, ma è il frutto della scelta dello strumento che mi è più accessibile e che conosco di più: il mio corpo. In questi casi il mio corpo diventa un corpo generale nel quale può riconoscersi anche lo spettatore. Concludendo, di là dall’uso della mia immagine, tutto nella mia ricerca è autobiografico, non fosse altro perché ogni esperienza vissuta è filtrata attraverso la mia sensibilità. È un’affermazione comune dire che in ogni ritratto eseguito da un artista è insito il suo autoritratto. Vissuto, memoria familiare, habitat e sentimenti implicano che mi debba necessariamente mettere in gioco, prima esternando i miei sentimenti e successivamente, molto spesso, esponendomi in prima persona come soggetto dell’opera. Il dato biografico e intimo permette l’analisi generale del tema. Queste tematiche hanno avuto per me una tale importanza che al rapporto tra arte e abito (e quindi tra opera d’arte e corpo) ho voluto dedicare nel 2006, la mia tesi di diploma a conclusione del quadriennio in Accademia, tesi che ha ri-cucito due parti di me per troppo tempo disgiunte, scucite. Nel 2013, terminato il Biennio di Specializzazione in Arti Visive e Linguaggi Multimediali, ho cucito con ancora più forza opera d’arte e corpo nella tesi “Videoinstallazioni tra Corpo SpazioTempo”.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

F.: Le mie opere nascono da fulminee suggestioni: un’immagine, una sensazione, un sogno, una parola o un titolo. Queste suggestioni possono scaturire da qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Per questo porto sempre con me una vecchia agenda nella quale appunto tutto attraverso bozzetti e descrizioni. Per me è essenziale congelare ogni più piccolo dettaglio della suggestione, perché anche se spesso queste suggestioni si trasformano subito in progetti, opere, installazioni o video, altre volte accade che possano passare degli anni prima che la suggestione si trasformi in un progetto concreto. Questo perché sento fortemente la relazione tra l’opera e lo spazio in cui l’espongo e quindi ogni opera vede la luce nel momento in cui ho capito di aver trovato il luogo giusto e tempo giusto per presentarla. Per quanto riguarda la realizzazione materiale, cerco il più possibile di occuparmi in prima persona della lavorazione e dell’assemblaggio di ogni pezzo: dal taglio del legno, alla preparazione dei veli, all’allestimento dei set per le foto e i video, al montaggio di questi ultimi. Tutto passa per le mie mani. È una scelta molto impegnativa dal punto di vista fisico e del tempo di realizzazione, ma è una scelta che mi permette di essere dentro ogni mia singola opera, di poterne osservare da vicino i meccanismi, per migliorarne gli aspetti e risolvere eventuali problemi, una possibilità da non sottovalutare in particolar modo nelle installazioni.

Federica Gonnelli in studio

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOazione

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

F.: In casa ho libri dappertutto: dentro l’armadio, sotto il letto, chiusi nella cassapanca, stipati nelle credenze… perché ormai le mensole delle librerie sono stracolme e qualcuna si è piegata perfino sotto il peso di tanta carta. Perché lo devo ammettere, sono feticista: amo il libro, oggetto reale. Amo le storie in esso contenute. Amo i grandi tomi, i libri con un corpo sostanzioso nel quale immergermi completamente, sognare, immaginare, ricreare e finita la lettura voglio sentirmi ancora affamata. Amo l’odore della carta, il fruscio delle pagine. Amo possedere i libri. Non mi pento mai dell’acquisto di un libro nuovo preso dallo scaffale della libreria preferita, scovato sul banco del mercatino dell’antiquariato o salvato accanto al cassonetto della carta! Primo libro amato: “Novelle fatte a macchina”di Rodari, poi in ordine sparso “La Storia Infinita” di Ende, “Casa di Bambola” di Ibsen, “La Storia”di Elsa Morante, “Le Metamorfosi” di Ovidio, “Casa, Amori, Universi” di Maraini, “Alla Ricerca del Tempo Perduto”di Marcel Proust, “Il rosso e il Nero” di Stendhal, “Le Affinità Elettive” di Goethe, “Il Pranzo di Babette” di Blixen, “Ulisse” di Joyce, “Morte a Venezia” di Mann, “Libro dell’Inquietudine” di Pessoa, fino all’ultimo libro letto “L’Arte della Gioia” di Sapienza… per l’ultimo libro letto nutro sempre un sentimento particolare, un affetto, una voglia di trattenerlo e non lasciarlo andare via… come dopo una lunga chiacchierata con l’amica che da tempo non sentivamo… La lista potrebbe essere ancora più lunga, più rifletto e più mi tornano in mente titoli significativi. Ogni lettura arricchisce, ogni lettura comporta un cambiamento. Diffido dei best sellers contemporanei, preferisco le letture storicizzate. Sono effettivamente molto vintage!

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

F.: Di solito ascolto la radio, sempre la stessa emittente: Controradio, da più di 15 anni, che sostengo anche come socia. È una radio fiorentina, che fa parte di Popolare Network. Mi piace perché alterna ottima musica, spesso indipendente, mai commerciale, all’informazione e alla cultura. In particolare le mie preferenze si muovono dalla musica classica e lirica, adoro Mozart e Puccini; al rock dei grandi gruppi del passato come The Doors; alla canzone d’autore italiana e non, al folk rock delle canzoni di protesta, ho amato fin da piccola De André, passando attraverso il Brit Pop di Oasis e Blur, arrivando agli italiani Baustelle, Gatti Mézzi, Offlaga Disco Pax, Bobo Rondelli e Modena City Ramblers.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontarmi il tuo lavoro:

“Resistenza” 2014

RESISTENZA assemblaggio di materiali vari 70x100x5 cm ciascuno 2014 (2)

RESISTENZA – assemblaggio di materiali vari – cm70x100x5 ciascuno – 2014.

 

F.: La serie di opere che costituisce il progetto “Resistenza” è ambientata nel Lanificio Cocchi, dove ha lavorato mio padre fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica ormai chiusa da trenta anni è come fossilizzata. Il luogo e di conseguenza le persone a esso legate sembrano tentare di resistere, cercare di restare fedeli a se stesse, inamovibili; nonostante lo scorrere deleterio del tempo, l’azione degli agenti atmosferici e la condizione di abbandono, riuscendoci, dato che sullo stabilimento non è stato effettuato alcun intervento. Il tema biografico come già accennato, implica ancora che mi esponga in prima persona, nei panni di una delle tante donne (ma anche uomini) che nella fabbrica hanno lavorato: completamente vestita di bianco e intenta alacremente nella lavorazione della mia opera. Le opere della serie “Resistenza” riportano la figura umana all’interno dello spazio di lavoro, ormai abbandonato, grazie alla sovrapposizione della mia immagine stampata su organza all’immagine sottostante dell’ambiente stampata su stoffa. Le opere portano all’interno del “luogo espositivo” il “luogo del lavoro”, sia esso il luogo di lavoro per la creazione di un tessuto di lana o di un’opera d’arte. Le mie opere offrono sempre una stratificazione di interpretazioni che, di volta in volta, privilegiano diverse componenti costitutive. Si può esaminare un’opera dal punto di vista dei simboli e dei significati, dei materiali utilizzati, soprattutto tessuti e organza, ma anche dal punto di vista dell’immagine, o del rapporto tra questa e linguaggio. Ogni percorso interpretativo finisce per supporne un altro, così che non possa mai dirsi completamente esaurita la lettura.

“Louise & Herbert” 2013

LOUISE & HERBERT - videoinstallazione - misure d'ambiente - 2013

LOUISE & HERBERT – videoinstallazione – misure d’ambiente – 2013

F.: La videoinstallazione “Louise & Herbert” compie un ulteriore passo avanti rispetto i miei progetti precedenti, sia concettualmente sia tecnicamente. Alla razionalità delle composizioni oggi si aggiunge l’irrazionalità, l’imprevisto, l’indeterminatezza, la precarietà della vita; grazie ai piani inclinati creati dai veli. La struttura cubica rivestita dai veli rappresenta simbolicamente la casa, l’alcova, il luogo d’amore della coppia evocata nel titolo, il bianco rimanda alla purezza del sentimento mentre il rosso fa riferimento alla passione e allo stesso tempo al dolore, il rosa è un’ulteriore sfaccettatura tra i vari sentimenti possibili. I veli inclinati all’interno della struttura creano una croce, due sentieri che si incrociano, che rappresentano l’incontro di Louise e Herbert e allo stesso tempo il loro lasciarsi, di nuovo la croce e quindi la morte. Infatti, al centro dell’installazione troviamo le rovine dell’amore, come ci comunica Louise: un amore torturato, avvelenato, accecato, mutato in odio. Un sostegno nero dal quale è caduta l’anima ritrovandosi per terra tra viticci vegetali e fiori essiccati di clematide trasformata in mortale edera nera. Le otto vele rosse che compongono la croce rimandano agli otto anni del loro fidanzamento evocati da Louise, otto vele che rimandano alle stelle evocate come corrispondenti ai loro cuori da Herbert. Otto veli che sommati agli altri veli rimandano ai petali di un fiore, intriso di quel profumo di cui Louise avrebbe voluto che la sua vita fosse pervasa. “Louise & Herbert” è un’opera estremamente effimera e precaria come le vite, in particolare di questi due protagonisti dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nell’Antologia i protagonisti delle poesie appaiono così palpitanti, vivi per assurdo, nella loro diafana entità di trapassati, di pure parvenze. Presenze effimere, eteree, leggere come le presenze raccontate di volta in volta sui miei veli, come la serie di volti in continuo mutamento, proiettata sull’installazione: uomini, donne, Herbert, Louise, volti conosciuti e sconosciuti, il mio volto, i volti degli altri. In questo volto uomo-donna in continuo mutamento si rinnova nell’attimo eterno del video l’incontro-scontro dei due protagonisti, che trovano l’identificazione, nonostante tutto, nell’essere sommati l’uno all’altra, nell’essere per sempre insieme. Questa profonda identificazione, che avviene sempre per strati, comporta delle letture su più livelli. In Louise è possibile riconoscere Frida Kahlo, e in Herbert il mio nonno materno: Goretto. Ho scelto di inserire dei frammenti di questi volti per rappresentare i due protagonisti delle poesie, per raccontare una storia parallela a quella narrata nell’Antologia: nonno-Herbert lascia Louise-Frida che simbolicamente rappresenta l’arte. Come Herbert, Goretto sceglie un futuro più sicuro, più certo, forse meno emozionante, ma sincero. Ho molto a cuore questa videoinstallazione, non solo per le forti implicazioni biografiche.  Sento una comunanza profonda tra l’Antologia e la mia ricerca artistica, dovuta principalmente alla volontà comune di salvare e preservare il ricordo o il frammento di vita, da una possibile perdita. Inoltre i personaggi dell’Antologia sono parte della mia vita fin da quando ero piccola: prima ancora di poter leggere le poesie di Masters, conoscevo ogni anima di Spoon River grazie alle canzoni di De André.

“Guest/Ghost” 2012-13

GUEST-GHOST - assemblaggio - cm32x28x10  ciascuno  - 2012\13.

GUEST-GHOST – assemblaggio – cm32x28x10 ciascuno – 2012\13.

F.: L’opera “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” che ha origine dall’installazione “Effimeri Parati” realizzata nell’ottobre 2011 a Casa Vasari, a Firenze, in occasione della mostra celebrativa dei 500 anni dalla nascita del maestro, ne diviene oggi una protesi, un’inestimabile reliquia. Un tema, come ho già detto, a me molto caro, che oggi nella mia ricerca si carica di un nuovo significato ancor più legato al mio percorso e all’impossibilità di ricreare nella stessa forma e allo stesso modo un’installazione site specific come quella realizzata appunto per le commemorazioni vasariane. L’installazione traeva spunto da alcune esperienze artistiche e vicende umane di Giorgio Vasari, in particolar modo dalla progettazione e realizzazione di eventi e scenografie spettacolari in occasione di visite in città di papi, imperatori o di importanti nozze: opere bellissime, ma del tutto effimere, molto richieste in quegli anni allo stesso Vasari e ai suoi contemporanei. Questo stralcio di storia dell’arte è il pretesto per riflettere sull’effimero, sulla labilità, sull’apparenza ed estrema fugacità dell’arte, della vita e della società anche contemporanea, caratteristiche che lette e viste dai nostri occhi oggi, rendono quella prima metà del ‘500 molto familiare. Nasce così “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” nella quale, qualcosa di estremamente effimero come la luce e il tempo è ora stampato sull’organza e sulla carta, amplificato grazie alla sovrapposizione in trasparenza dei due materiali, moltiplicando il giglio ad origami o la figura femminile. Opera dove, come in un cerchio che si chiude la luce contenuta all’interno dell’opera torna a dare voce e a rendere visibile un’entità che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta. In tutte le mie opere che sfruttano l’elemento luminoso il passaggio da spento ad acceso segna un cambiamento: l’accensione della luce svela qualcosa, mostra, traccia segni, dona la parola o nuovi significati, rimarcando ancora quella labilità, incertezza e senso di effimero della società e dell’arte.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

Non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista. Invece mi è capitato spesso di pensare di fronte ad un’opera di un altro artista cosa avrei realizzato io al suo posto, come l’avrei realizzato se mi fossi trovata nella stessa situazione, nella necessità di affrontare un determinato tema o problematica.

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

F.: Non posso fare nomi e anche se potessi non ne vorrei fare. Se un’artista non mi emoziona… lo dimentico. Trattengo nella mente solo ciò che mi emoziona. Posso dire ciò che di solito non mi emoziona… non mi emozionano gli artisti che urlano, gli artisti che cavalcano lo scandalo, lo scalpore, il clamore a tutti i costi, non mi emozionano gli artisti che copiano o copiano se stessi all’infinito.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

F.: Allo stesso modo, come non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista, non ho mai desiderato essere qualcun altro. Prendo molto seriamente questa domanda, perché la mia generazione è cresciuta con “l’incubo” generato da certi film degli anni ’80 dove bastava appena desiderare di essere qualcun altro che c’era il rischio la mattina seguente di svegliarsi nei panni della persona in questione! Ironia a parte, credo che sia molto pericoloso desiderare di essere un’altra persona, significa che le proprie certezze sono minate, significa che c’è il rischio di crollare. Ci sono molti aspetti da valutare. Mi verrebbe da usare un bel modo di dire… “non è tutto oro quel che luccica” dietro ogni carriera artistica, dietro ogni bella carriera si possono nascondere infinite problematiche risolte o meno… quindi non è meglio tenersi i propri problemi, le proprie risoluzioni, i propri dubbi, le proprie certezze e fare del proprio meglio nel personale, unico, irripetibile percorso artistico? Mai vivere di “se” o “ma”… Ma se proprio dovessi essere un altro o un’altra artista vorrei essere…

Federica Gonnelli presso lo studio InCUBOAzione

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOAzione

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

F.: Sfodero la mia creatività in vari ambiti, riconducibili in linea di massima alle mie passioni arte-moda-design, rielaboro e creo per me: oggetti, abiti, gioielli. Ma c’è un ambito del quale fino ad ora non ho parlato ed è la mia passione per la cucina. In cucina applico lo stesso metodo e mi muovo allo stesso modo che nella mia ricerca artistica: sperimentando contaminazioni, sovrapposizioni e sapori. Prestando attenzione a forme, colori, consistenze e emozioni. Mi piace rielaborare le ricette tradizionali in chiave contemporanea, più leggera e con pochi grassi. Mi piacerebbe un giorno far convogliare tutte queste passioni in un unico straordinario evento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

F.: Il 19 ottobre scorso è stata una data storica nel mio percorso creativo: finalmente è arrivato presso il mio studio “InCUBOAzione”, che ho inaugurato nel 2011, il torchio calcografico tanto sognato. Grazie all’amico restauratore Stefano, di Campi Bisenzio, che 40 anni fa l’ha costruito ex-novo insieme ad altri studenti dell’Accademia di Belle Arti, sotto l’attenta supervisione del Professore Domenico Viggiano, lo stesso professore con il quale anche io ho seguito i corsi di incisione in Accademia. Dopo mille traversie, un’alluvione e un lungo riposo il torchio è arrivato al mio studio. Adesso non mi resta che terminare i lavori di riorganizzazione dello spazio apposito che l’ospiterà e testarne la pressione per iniziare a sperimentare di nuovo con carta, fondini ed inchiostro. Spero di riuscire a presentare in autunno il progetto “InCUNAboli” che raccoglierà le nuove opere grafiche. Nel frattempo sto ultimando i preparativi per due progetti che mi vedranno impegnata in estate, entrambi mi metteranno in stretto contatto con la natura, quindi dovrò assolutamente potenziare la mia parte animale e soprattutto dovrò “risvegliare il baco da seta” che ho in me. Il primo progetto è la realizzazione di un’installazione site-specific in un bosco per un simposio all’Abetone. Il secondo progetto è la mostra personale “Corrispondenze di Sensi/o” curata da Barbara Cianelli direttore del museo MuSA, a San Giorgio di Pesaro, che farà parte degli eventi della Biennale Arteinsime 2015 – Cultura e culture senza barriere, un tema, questo dell’accessibilità e fruizione dell’arte per tutti che mi sta molto a cuore. La mostra proporrà una serie di opere, installazioni e videoinstallazioni con l’obiettivo di permettere un’esperienza emozionale totale alla portata di tutti, al di là da differenze di età, conoscenze o capacità motorie e sensoriali. Ogni opera sarà inserita in modo tale da permetterne la completa esperienza a ogni visitatore. Oltre a stimolare la vista attraverso le immagini, le opere in mostra solleciteranno anche gli altri sensi: l’udito grazie ai suoni, alcuni dei quali registrati negli ambienti esterni e interni del MuSA, l’olfatto attraverso la diffusione degli aromi tipici della zona e infine il tatto grazie ai calchi in gesso alabastrino posti sui piedistalli, degli oggetti legati in qualche modo alla storia, architettonica o naturale e all’attualità del luogo.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

F.: “…sono una grande artista, mesdames… non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista. Un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla…” è un brano a cui tengo molto, tratto da “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen, un libro che per me è stato fonte di ispirazione per una proficua serie di progetti dedicati al rapporto tra arte e cibo, sviluppati nell’arco di quasi 15 anni di percorso artistico. Forse a un primo impatto può sembrare una frase molto presuntuosa, ma ad una lettura attenta racchiude una verità profonda sull’essere artista, sulla forza creatrice che ci pervade, su quella ricchezza non quantificabile di cui siamo colmi e su quella radice sensibile e antica che custodiamo gelosi e che nessuno può toccare o tanto meno copiare.

Per approfondire:

http://www.federicagonnelli.it

 

Per Voce Creativa: Intervista a Laura Saddi

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Laura Saddi (Cagliari, 1979):

Uno strumento semplice. Lo stesso che chiunque di noi utilizza per prendere appunti, fare calcoli, annotarsi un impegno in agenda: la penna Bic. Con questa Laura disegna volti attraverso linee rapide, dinamiche, vive, talvolta nervose, apparentemente disordinate ma… sempre deliziosamente orchestrate a rivelare l’enigma di volti volutamente “pasticciati” e dalla chiara impronta surrealista.

Laura è nata a Cagliari, ha frequentato il liceo classico, successivamente quello artistico ed infine l’Accademia di Belle Arti di Sassari. La sua ricerca è di evidente matrice simbolista e si incastona bene in quel filone oggi definito Pop-Surrealismo. Bocca e occhi dei suoi soggetti sovente vengono scarabocchiati mediante rapidi segni d’inchiostro, striscianti o vorticanti. Laura considera quel pasticcio come “firma inconscia” o “testimonianza della propria esistenza”. I soggetti raccontano di una solitudine angosciante e di una fatica di interazione con il mondo circostante, che talvolta non si riesce a comprendere e affrontare.

Laura vive e disegna a Capoterra, in provincia di Cagliari, nella meravigliosa Sardegna.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: Sono Laura. Ho piena coscienza di me in quanto essere, ma non saprei come definirmi; sono sicuramente un animale notturno, il sole mi rallenta parecchio, mentre artisticamente parlando mi vedo come le onde del mare: corrono forti infrangendosi sulla terra, dove si scompongono per essere riassorbite dal mare e rinascere all’infinito, ma sempre diverse.

Laura Saddi in studio

Laura Saddi in studio

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei morta, nel senso che non riesco ad immaginare la mia vita in maniera diversa.

G.: Perché lo fai?

L.: Perché non posso farne a meno. Quando disegno, dipingo o costruisco qualcosa, sono pienamente me stessa, in tutta la mia essenza.

G.: Perché il disegno a Bic su carta?

L.: Il disegno è a mio parere la cosa più astratta che esista: con una semplice linea si può rappresentare il mondo intero. La carta e la penna a sfera sono due mezzi che amo particolarmente per la loro elegante semplicità: è facile reperirli, possono essere trasportati senza problemi, chiunque può possederli o assecondarli. La carta può essere accarezzata come fosse pelle candida di un corpo delicato e resistente al tempo stesso, la penna è lo strumento con cui sfiorarla o graffiarla e il suo inchiostro è di un nero intenso.

Laura Saddi

Laura Saddi

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Credo sia lo stesso dei colleghi uomini: rappresentare la contemporaneità traducendo in arte la realtà che si vive.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Tutto è autobiografico, non credo che si possa raccontare bene qualcosa che in fin dei conti non si è vissuto. Le tematiche provengono da casuali fatti di cronaca, da film o dalle fiabe tradizionali della cultura nordica, ruotano tutte attorno all’essere umano in balia del suo esistere tra terra e cielo, visto senza etichette che lo identifichino sessualmente o caratterialmente,. L’uomo si trova solo, spiazzato ad affrontare una natura abnorme di cui non riesce a cogliere il significato e con la quale non riesce a interagire, è costretto a superare i propri pregiudizi e principi educativi per scoprire un mondo privo di regole sociali che rincorre solo la propria sopravvivenza.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Quando qualcosa cattura la mia attenzione inizio a pensarci ossessivamente e scarabocchio sui vari fogliettini di carta che trovo, procedendo sempre per aggiunta e sottrazione di elementi. Una volta che arrivo a una soluzione semi-definitiva preparo uno schizzo più grande che possa adattarsi bene alle dimensioni precise del supporto su cui lo trasferisco, e lì riprende il gioco di aggiunta e sottrazione, finchè non arrivo a qualcosa che mi soddisfi.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sì: sicuramente i vari manuali di storia dell’arte e le monografie di artisti che ricerco o che a volte si possono scoprire casualmente nei mercatini a casa di amici.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: La musica che ascolto è varia. Dipende da come mi sveglio. Solitamente prediligo tutto ciò che ha delle influenze rock. Ultimamentente ascolto di continuo i Rasputina, ma poco tempo fa mi ossessionavano i Sigur Rós.

G.: Scegli tre delle tue opere per raccontare la tua ricerca:

G./Mitomania, 2014

Laura-Saddi, G.-Mitomania, olio su tela, cm. 40x50, 2014

“Laura-Saddi” – G.-Mitomania, olio su tela, cm. 40×50, 2014

L.: Il soggetto si ispira a una foto di un giovane Gandhi, ma l’immagine è solo un pretesto per rappresentare l’idea di un uomo x che poi è diventato mito universale, ma che nonostante l’immensa fama resta comunque solo nelle sue lotte più estreme, più ardue. Così come Gandhi, qualsiasi uomo intraprenda un cammino, anche se sostenuto da altri uomini, percepisce appieno la propria solitudine ogni qualvolta affronta una sfida e combatte una convenzione sociale. Come Ghandi, quando muoriamo, siamo tutti profondamente soli con noi stessi.I pasticci-cerchi sugli occhi sono il filo conduttore dei miei lavori dell’ultimo periodo: si tratta di un’azione che tutti compiono non solo nell’infanzia, ma anche in età adulta, il pasticcio è una firma inconscia che si pone come testimonianza della propria esistenza, del passaggio in un luogo-vita.

Egyptian, 2014

Laura-Saddi, Egyptian, penna bic su carta, cm.30x39, 2014

Laura-Saddi “Egyptian” –  penna bic su carta, cm.30×39, 2014

L.:È un lavoro fondato sull’estetica del bello, anche se rappresenta un soggetto non convenzionalmente bello. È una donna col cranio allungato e filato, quasi fosse fatta di ceramica. Il suo dolore è talmente forte da non poter guardare il mondo, ma anche da non poter essere contenuto tutto dentro di sé, ed è così che si libera, sotto forma di filamenti, per diffondersi oltre e contaminare ciò che le sta intorno.

Come un fiore del camposanto, 2014

Laura-Saddi "Come un fiore del campo santo" - penna bic su carta, 6 x cm.13x18, 2014.

Laura-Saddi “Come un fiore del campo santo” – penna bic su carta, 6 x cm.13×18, 2014.

L.:Camposanto è un termine che si riferisce al cimitero cristiano, ma con una sfumatura di significato che lo rimanda direttamente all’arte monumentale. Quest’opera è un work in progress affrontato sia col disegno che con la pittura, in cui sono raffigurati dei volti di donna o uomini inseriti in contesti naturali. Come le piante riescono a vivere a metà tra cielo e terra tramite fusti e radici, così anche le persone possono avviare una crescita spirituale/intellettuale e corporea, senza far prevalere necessariamente uno dei due aspetti sull’altro.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Il Grande Vetro di Duchamp.

G.:Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Damien Hirst.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Edvard Munch.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Mi diletto in cucina!

Laura Saddi

Laura Saddi

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Per quanto riguarda le arti visive, intendo continuare e approfondire il tema dell’uomo nel suo essere in Natura. Inoltre, è partita una collaborazione di live drawing insieme a due amici musicisti: Angelo Sesselego che mi accompagna col contrabasso e Mario Massa con la tromba.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: “Come si può impedire a una goccia d’acqua di asciugarsi? Gettandola nel mare” (da Samsara di Nalin Pan).

Per approfondire:

https://www.facebook.com/pages/Laura-Saddi/181586235362921