Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Mandra Cerrone

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mandra Cerrone  (Civitaluparella – Chieti –  1959):

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Mandra Cerrone | Autoritratto

Appena ho conosciuto Mandra ho avuto come la sensazione di avere di fronte a me la personificazione della calma. Parlare con lei, essere “ascoltati” da lei è come essere accolti in un abbraccio silenzioso, discreto e rispettoso. Il tepore delicato della comprensione, della totale assenza di giudizio. Ma questa “lei” che io ho incontrato, trascorrendo qualche giorno nel suo piccolo regno – una casa “bianca” su due piani affacciata sul mare – è certamente il risultato di un percorso profondissimo. Dentro sé e dentro l’altro, Un percorso in cui l’arte diventa contatto, incontro con l’autenticità dei sentimenti,  propri e dell’altro. In una parola: terapia. E nella commistione con altre pratiche, anche possibilità di “guarigione”. Al piano terra della sua abitazione, immense vetrate fasciano lo spazio puro del suo atelier, il “Mistic Driver Art Lab”, che oltre ad essere focolaio della sua personale ricerca, accoglie presentazioni, proiezioni e incontri culturali dedicati all’arte contemporanea.

Mandra Cerrone vive e lavora a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G: Chi sei tu?

M: Sono quel contenitore vuoto al termine di ogni identificazione. Ancora non so com’è…

G: In quali occasioni ti capita di tornare bambina?

M: Nel 2000 ho realizzato “Il fanciullo che c’è in te”, unico lavoro in collaborazione con un’altra artista, Francesca Maffei. Ritratti di uomini e donne ottenuti dalla sovrapposizione delle foto del bambino e dell’adulto, immagini dinamiche dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo. L’innocenza, la promessa dell’infanzia e la consapevolezza dell’adulto ci fissano con i tratti dell’eterna fanciullezza in una malinconia adulta. Uomini e donne rappresentati in una ambivalenza senza inizio ne fine.

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Il fanciullo che è in te – ritratto fotografico – 2000

G: Perché lo fai?

M: La motivazione principale sta nella gratificazione di poter assecondare quel centro stabile a cui sempre ritorno, il nucleo di interessi e passioni in cui posso vivere. Nel silenzio della vita interiore vive l’immaginazione e l’arte le da voce. La spinta sta nel sentirsi intimamente autorizzati ad intervenire nel malessere sociale con mezzi immaginali. L’immaginazione è sovversiva e s’interessa di comportamenti e sentimenti e si materializza nel mondo producendo emozioni. Essere un’artista è ridare spazio alla potenza dell’immaginazione in un sistema in cui le immagini mostrano una  grande vulnerabilità alla critica e al mercato.

G: E se non fossi un’artista cosa saresti?

M: Forse una psicanalista, o meglio una psicomaga, ma questa è ancora arte.  Un tempo dicevo di me “sono” un’artista, in realtà sono una moltitudine…

G: Qual è la radice della tua ricerca e in che direzione si muove?

M: L’arte è la medicina, la politica e la religione del futuro. La radice è fare della mia arte un mezzo, uno strumento di condivisione, di relazione. La direzione è un’arte che cura, conoscitiva e trasformativa.

G: Sei una donna estremamente introspettiva, questo viaggio dentro di te, così profondo e così prolifico, quando ha avuto inizio e perché?

M: E’ iniziato con me. I latini lo chiamano genius, i greci daimon, gli sciamani spirito, o ancora carattere, vocazione, si tratta sempre di un’immagine che ci definisce e alla quale per tutta la vita cerchiamo di aderire.

G: Parlaci del tuo incontro e del tuo percorso con Christobal e Alejandro Jodorowsky?

M: Nei primi anni 2000 ho cercato e poi incontrato per la prima volta il regista Alejandro Jodorowsky e la sua famiglia ad un reading con a seguire uno spettacolo di teatro panico (Parma , La corte Ospitale), in quell’occasione ho saputo dei workshop condotti da Alejandro e ne ho frequentato alcuni. La mia curiosità (necessità) mi ha portata ad incontrare molti ricercatori e a conoscere molte tecniche di terapie artistiche, tra tutte la psicomagia e la psicogenealogia mi hanno conquistata. Grazie a Cristobal Jodorowsky, magnifico artista terapeuta e insegnante, ho avuto la possibilità di conoscerle profondamente in un percorso formativo triennale in cui acquisire e sperimentare di persona le ricerche di Alejandro. La mia personale sintesi è stata la contaminazione e l’integrazione con le altre tecniche e con gli strumenti delle arti visive e performative.

G: Tra le tue prime e più importanti performance c’è la serie “Ostie”, ce ne parli?

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Ostie | Performance 2006-2015

M: La prima Ostia è del  2002 quando ho conosciuto la dottoressa Mereu, è nata un’amicizia importante. Stavo molto male, insieme abbiamo sperimentato l’ostia psicomagica e sono immediatamente guarita dopo anni di cure.  Lo stupore, la gioia; nel 2006 ho desiderato condividere quest’atto poetico con una performance pubblica a Spoltore. Poi di nuovo nel 2015 a Pescara nell’appartamento Lago e a Venezia da Vitraria Glass +A Museum. Con quest’atto poetico (tecnicamente dovrei dire performance) usiamo il simbolo con finalità e consapevolezza, in modo intenso, per ritrovare “l’anima alle cose e compiere l’atto fanciullesco di immaginare il mondo”. Il senso di questo lavoro è “mangiandoti assimilo la tua essenza”. Le “Ostie” sono cibo spirituale ad uso psicomagico. Metaforicamente realizzano una necessità dell’anima. Mangiando l’immagine della realtà ne assimiliamo l’essenza. La tua bellezza, la mangio, diventa mia. Il dono che non ho, lo mangio e lo lascio germogliare.

G:Audĭentĭa – città in ascolto è invece la tua ultima performance. Come nasce e cosa racconta?

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Audientia – città in ascolto | Performance 2014-16

M: E’ un momento di arte relazionale incentrato sull’ascolto profondo del cuore e di Roma, dal cuore all’orecchio per contatto diretto del corpo, della pelle: un performer offre nuda la zona del cuore, il suo battito è l’unico messaggio, a chiunque voglia appoggiare l’orecchio e ascoltare, in un cubo bianco, isolati dal resto. L’ascolto profondo diventa un atto spirituale con un intento estetico e terapeutico. La prima edizione a piazza San Giovanni a Roma per lo Spazio TraLeVolte nel 2014  e la seconda nel mio studio nel 2016, entrambe promosse da Cappa Arte.

G: Cos’è un albero genealogico e come è entrato a far parte della tua arte?

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Mandra Cerrone in una Family performance

M: La genealogia studia l’influenza della famiglia sull’individuo. L’albero genealogico (metagenealogia) è uno strumento in cui arte e scienza, razionale e irrazionale, collaborano alla ricerca dell’identità. Diventare autenticamente se stessi è riconoscere l’identità acquisita con le imposizioni, i divieti, le tradizioni ecc. E’ indispensabile conoscere l’eredità materiale e spirituale dell’albero genealogico senza ricondurre l’uomo a un risultato di forze ereditarie e sociali. Al centro di ogni vita c’è un mistero. Nell’affrontare le mie fragilità, nel disordine, nei primi anni 2000, ho incontrato l’albero genealogico capace di accogliere fragilità e disordine e come tutto ciò che attraversa la mia vita è entrato a far parte della mia arte.

G: “Genealogical Love” e le successive “Family” che hai realizzato, rimettono in scena dinamiche famigliari e affettive anche piuttosto nodose. Com’è sbocciata questa idea e qual è il fine ultimo di ciascuna rappresentazione?

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Genealogical Love

M: I tableaux vivant delle “Silent Family” nascono da una fascinazione. Aver frequentato e appreso le tecniche ormai note come costellazioni familiari mi ha sedotta non per l’aspetto banalmente terapeutico ma per la bellezza in sé della composizione scenica, è su quella che io lavoro. Sull’immagine che ne ottengo. E l’immagine si da tutta contemporaneamente, il paradigma temporale che misura tutte le cose si azzera, emerge un’immagine senza tempo, la pura bellezza dell’esistenza. “Genealogical Love” è una “Silent Family” particolare, realizzata per Privata, mostra itinerante sul femminicidio. In questa performance la protagonista è una donna che ha realmente subito violenza e si è offerta di rappresentare il suo albero alla ricerca di un senso, un esorcismo, i segreti sono alla base di molte malattie, rivelarli è un atto catartico. A lei la mia gratitudine per aver accolto la mia richiesta di un’azione così generosa e potente.

G: Come “arruoli” i performers delle tue Family?

M: Non ho mai usato modelli professionisti, sono i miei amici, persone che si offrono spontaneamente di partecipare per vivere l’esperienza.

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Silent Family | Performance 2015

G: Pensi che l’onesta sia una virtù imprescindibile per un artista?

M: Ho stima di chi come me lavora per l’opera e non per l’applauso, questa scelta è foriera di ogni conseguenza…

G: La lettera che non hai mai spedito… che fine ha fatto?

M: Scrivere una lettera è un segno importante. Le  ho spedite tutte. Nella lunga performance “Amore”, azioni orazioni raccomandazioni (2008/2016 non ancora conclusa) ho chiesto a molte persone di scrivere per me una raccomandazione…

G: Un autore o artista che non ti ha mai emozionato:

M: Se non mi ha emozionato perchè parlarne? Sorrido…

G: Un autore o un artista che avresti voluto essere tu:

M: Io voglio essere Mandra ma sono produttrice e consumatrice d’arte, sono molti gli artisti che amo.

G: Come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

M: L’arte è, o dovrebbe essere, trasversale ad ogni attività umana, in questo senso credo che le donne siano portatrici di un profondo rinnovamento superando anche le distinzioni di genere.

G: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M: Non ho mai pensato all’arte in questi termini. Ciò nonostante, in merito alla mia performance “Denaro Santo” ho spesso pensato che “lavare” è un gesto molto femminile, forse un uomo avrebbe scelto un’altra azione metaforica e reale per ripensare il senso del denaro.

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Denaro Santo | Performance

G: Work in progress e progetti per il futuro:

M: Continuare… La perfetta realizzazione di sé non esiste, la permanente trasformazione sì.

G: TU in una citazione che ti sta a cuore:

M: “Quando sboccia un fiore è primavera in tutto il mondo”.

Per approfondire:

www.mandracerrone.com

www.mandracerrone.blogspot.com

 

 

RESALIO|Federica Gonnelli Solo Show

articoli, Giovanna Lacedra.

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Il prossimo 29 gennaio, presso gli spazi espositivi della Ex Chiesa di San Giovanni a Prato, inaugura la mostra personale di Federica Gonnelli: RESALIO.
Letteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, nata in una Prato fiorente che ha assaporato e vissuto, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. E’ il caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P)e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili. (Stefania Rinaldi)

La mostra è il primo appuntamento della rassegna YIA 2016 -Young Italian Artists, un progetto di avvicinamento all’Arte Contemporanea con mostre, percorsi didattici e incontri con i giovani artisti emergenti italiani, a cura di Stefania Rinaldi, promosso da Fonderia Cultart, presso gli Spazi dell’Ex Chiesa di San Giovanni a Prato.

RESALIO
Mostra di Federica Gonnelli
a cura di Stefania Rinaldi
Vernissage: 29 Gennaio 2016 dalle ore 19.00

Dal 30 gennaio al 19 febbraio 2016
Ex Chiesa di San Giovanni – Prato

INGRESSO LIBERO
SEGUE APERITIVO E DJ SET by DIS0RDER
Per informazioni:
Stefania – 3293233936
www.exchiesasangiovanni.it

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Per Voce Creativa: Intervista a Francesca Lolli

Art Feminism, Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Francesca Lolli (Perugia, 1976):

Attrice e scenografa, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Perugia, Francesca sceglie come proprio linguaggio il video e la performance. È il suo corpo a farsi narrazione. A volte solo, a volte coadiuvato dalla presenza di altri attori. E come lei stessa suggerisce, a spingerla verso l’azione comportamentale o la rielaborazione metaforica del video è da sempre una certa “urgenza”. L’urgenza di dire, di sottolineare, di gridare qualcosa. Qualcosa che ci  riguarda tutti, che non esclude nessuno e che quindi non necessariamente affiora dall’autobiografia. Ma che è, anzì, sempre più spesso piaga del sociale, ferita pregiudiziale. Divario tra ciò che per qualcuno è normale e ciò che non lo è. 

Francesca Lolli si racconta per voi. Questa è la sua Voce Creativa…

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Ci sono momenti in cui mi sento tutto e in tutte le cose, senza forma, pronta ad accogliere e diventare tutte le forme del mondo, ed altre in cui semplicemente non sono e non voglio essere.

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 G.: E se non fossi un’artista?

 F.: Fino a poco tempo fa non amavo definirmi artista. Ho sempre trovato molto pretenziose e presuntuose le persone che si definiscono così. Poi ho iniziato a capire che noi tutti abbiamo bisogno di definizioni, bisogno di catalogare esperienze, persone e più in generale tutto quello che ci circonda. Definire ci fa sentire comodi.

 G.: Perché lo fai?

 F.: Lo faccio solo quando sento un’esigenza, una spinta che si concretizza.

 G.: Perché il corpo?

 F.: Perché è l’estensione più vicina (anche se spesso scomoda) al pensiero, perché tutti lo possediamo, ne abbiamo più o meno coscienza, perché è uno strumento universale ed è quello a me (noi) più naturale.

 G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

 F.: A posteriori posso affermare che lo è sempre stato, ho infatti iniziato a sperimentare e ricercare con il teatro.

Backstage video performance 'Duty of Beauty'_MUA Giulia Riccardizi_pic Massimo Palmieri_2014

 G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

 F.: Posso dire quale sia, secondo me, il compito di un artista oggi: quello di parlare del presente. Che sia una donna a farlo è una questione di nascita. Io sono nata donna, mi sento donna e inevitabilmente quello che esce da me è visto, vissuto, mangiato e vomitato da una donna. Non posso e non voglio prescindere da questo ma è solo il punto inevitabile di partenza. La mia ricerca non è a priori una ‘questione di genere’.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

 F.: I temi della mia ricerca sono sempre legati al qui e ora, non riesco a slegarmi dal momento storico in cui vivo, è anche difficile dire quanto ci sia di autobiografico nei miei lavori, sicuramente tanto, ma questo per il semplice fatto di essere io (e di conseguenza la mia vita, le mie sensazioni rispetto ad essa) il mezzo dal quale esce e prende vita un mio lavoro.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

 F.: Nasce da una necessità fortemente legata al momento. A volte le necessità non si concretizzano in azioni.

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 G.: E come nasce un tuo video?

 F.: Nello stesso modo, cambia solo il mezzo espressivo.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

 F.: Non sempre, a volte si tratta di un suono, un ricordo o un’immagine. Di getto direi che ‘Le 10 strategie di manipolazione dei mass media’ di Chomsky sono state di grande ispirazione per creare alcune delle mie performance (vedi ‘Fino a qui tutto bene’).

 G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

 F.: Lavorando spesso con i software di montaggio,.nessuna.

 G.: Scegli 3 delle tue performance per raccontarmi il tuo lavoro…

F.: 1- Fino a qui tutto bene, 2014

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La vita quotidiana è a nostra insaputa sicuramente regolata dai mass media; le informazioni, attraverso il filtro del linguaggio giornalistico, ci arrivano già classificate e ordinate secondo una scala d’importanza prestabilita. Basti pensare alla prima pagina dei quotidiani e alla rilevanza di taluni titoli rispetto ad altri, coadiuvata dall’utilizzo di font particolari o sottolineature strategiche. Ciò che al lettore medio è dato fare è sorbire passivamente le notizie sobbarcandosene il peso emotivo che  risulta assai più rilevante e centrale della loro analisi critica. Ed è proprio ciò che la performance “Fino a qui tutto bene” intende sottolineare; le informazioni che ci circondano ci pesano addosso come mattoni che non riusciamo a lasciare a terra, siamo costantemente bombardati da notizie di cui probabilmente potremmo fare a meno, ma che l’abile sistema mediatico ci propone come “fatti da sapere”. Attraverso la durata nel tempo e la fatica fisica cerco di palesare metaforicamente la spossatezza mentale, il progressivo affaticamento emotivo che deriva dal trascinarsi dietro costantemente i “mattoni dell’informazione”.

 F.: 2- Non riesco a dare forma alle cose, 2015 (Francesca Lolli e Filippo Ciccioli)

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La performance “Non riesco a dare forma alle cose” rappresenta una vetta fuori controllo, unita all’esito del fato, su cui accadono le più insolite vicende, come l’incontro tra la memoria del proprio essere e della propria sostanza con le sembianze di un striscia di passato, fatto di territori e strumenti desolati e, a volte, isolati a cui, ad un certo punto della carriera artistica e della vita, si sente l’intima esigenza di concedere nuovi significati, abbandonando gli involucri della forma, attraverso il meccanismo del contrario che prevede la tensione verso un ordinato incastro nel disordine; una magia che volge alla ricerca di un rinnovato assetto della mente, in cui non ci sono più regole, imposizioni, costrizioni, pregiudizi, diffidenze, convenzioni, barriere. Francesca Lolli si ferma dinanzi a se stessa e sceglie di mostrarsi al centro della scena, osservata dal pubblico del Festival d’arte contemporanea Estrazione/Astrazione; si lega e si reprime accanto al corpo di Filippo Ciccioli, seduto con l’anima che si contrae in una musica sempre varia, diversa, che si adatta al moto morboso, tormentato, opprimente della performer; il chitarrista è il compagno d’avventura che, in musica, si aggrappa al telaio della storia artistica di lei e poi si perde nel contrario di quella violenza, come ad amare e riposare … avvolto dall’idea di una violata libertà del sentire; questo gioco degli opposti, appare come un esorcismo contro le ferite ed i vincoli endogeni ed esogeni della vita. Quando l’arte appartiene all’aria che respiri, alla cura per i luoghi che calpesti … corpo e anima … materia e musica … la donna e l’uomo, i sorrisi e le lacrime … il bianco ed il nero dell’esistenza … avvolgono ed, al contempo, liberano dalle pene più cupe, come a sentirsi più leggeri, in un bisogno maniacale di superare i limiti, usando l’antidoto di affrontarli nel profondo, fino alle intimità. L’idea dell’estrazione dalla propria memoria, come dal luogo e dalla luce emanata dalle pietre quasi d’oro del Quartiere Angeli di Caltanissetta, hanno ispirato una performance artistica capace di raccogliere le emozioni più pure, quelli dei bambini, fino all’esaltazione salata del sentire pulsante dell’arte. Quando dobbiamo ritrovare coraggio per riscriverci sotto i riflessi di un cielo nuovo, di un sole nuovo … quando sentiamo odore di semplice primordialità nei luoghi, nei valori e negli occhi di tutto ciò che ci circonda, capita di sentire voglia di iniziare a fare passi indietro per estrarre dal nocciolo duro della propria umanità scalpitante, e poi ricominciare con una novella energia. Gli artisti utilizzano numerosi e datati elementi espressivi propri con l’intento, quasi per mistico destino, di dar loro un nuovo significato; i due ricercano la forma nelle sostanze delle loro arti che, per la prima volta, sentono di far dialogare. E’ come un punto e a capo per ricapitolare se stessi, per una volta intimamente in coppia, dinanzi agli occhi di una memoria storica arabo – normanna. Francesca Lolli e Filippo Ciccioli vanno alla ricerca di un’esperienza, come di una sperimentazione e la ritrovano a Caltanissetta. Il dono è un’epifania dell’essere fatta di musica, intese, compensazioni, costrizioni, vincoli e speranze trasparenti, scritte su fogli bianchi … che sia un augurio per riempirli di scarabocchi fatti di palpiti e trascendenze! Un percorso che inizia dal packaging della performer … dall’impacchettare se stessa, un atto che continua e si ripete per tutta la performance con l’inclusione continua ed ossessiva di lui che, lentamente, distorce le braccia, il collo, la testa, le gambe… e poi la musica, che va ben oltre quella scultura performativa costituita dalla loro materia, improvvisamente vivida, dinanzi agli occhi della platea come nelle loro anime, ormai completamente astratte, finalmente sulla vetta del nirvana, al culmine del sentire … quello della libertà oltre i limiti che, forse, è giusto concretamente esorcizzare per poi respirare aria nuova, quella di una vera catarsi … un rito. L’immagine che concede spazio alla sola arte, è quella occlusione personale che, volgendo lo sguardo verso l’alterità di lui che dondola … apparentemente libero … a ritmo d’acida musica elettronica, si compensa nei legami, come per dare forma a loro stessi, partendo da lì … fino al resto del sentire. La sostanza di “Non so dare forma alle cose” si è rivelata con le sembianze di un esperimento, trasformatosi in una “ninna nanna noir” (Annarita Borrelli)

 F.: 3 – Ninna Nanna Salata, 2013 (audio artist Vittorio M. Bianchi)

Ninna Nanna Salata_performance_Francesca Lolli e Vittorio M. Bianchi_pic Gianpiero Galimberti_2014.jpg

“La performance riprende un modello già proposto dagli artisti nella loro ultima collaborazione: uno spazio sonoro ideato da Vittorio M. Bianchi ospita il corpo di Francesca Lolli. Cambia il tema, prima legato alla formazione di identità da corpi neutri ( Io non sono qui, 2013), ora diventa l’identità di genere, la sua classificazione nell’ordine sociale, l’impossibilità di allontanarsene, quella traccia per natura indelebile.

Un filo rosso viene utilizzato da Francesca Lolli come simbolo dell’identità femminile: un rimando fisico e culturale ai riti di passaggio legati all’entrata nella pubertà per mezzo del ciclo mestruale, un legame invece iconografico alle tradizionali narrazioni sul destino luoghi di tessitori, fili e tagli improvvisi.

Per sfondo risuona l’audio di Vittorio M. Bianchi che racconta dell’infanzia e la sua neutralità solo apparente, una composizione di suoni che stimolano i ricordi sul tempo della nostra vita”. (Caterina Molteni)

 G.: La performance o il video di un altro artista che più ti commuove?

 F.: “Think of me sometimes”, di Ruben Montini e Alexander Pohnert. Un’azione semplice di una potenza straordinaria.

G.: La performance o il video di un altro artista che avresti voluto realizzare tu?

 F.: “Think of me sometimes”

 G.: Una performance che non ti ha mai emozionato:

 F.: “The artist is present”: mi spiace, non riesce proprio ad emozionarmi!

 G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

 F.: Ti accorgi della creatività quando credi di averla persa, soprattutto dopo un lavoro intenso. Allora ti senti attraversata da una grande ambivalenza: da una parte speri di essere di nuovo invasa dalla sensazione che si prova quando si crea qualcosa e dall’altra quasi ti senti graziata dal pensiero di non essere più capace di provare quel tumulto.

Backstage videoclip 'Ringor Snai' by GattuZan_pic Jin QuianQuian_2015.jpg

 G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 F.: Una nuova video performance con mia madre. sto cercando da anni ed in tutti i modi di convincerla.

 G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

 F.: “La vita è colpa dell’arte”, fantastica frase di Pierre Restany che porto sempre con me incisa sul mio avambraccio destro.

Per approfondire:

vimeo.com/francescalolli

https://vimeo.com/francescalolli

 

 

 

https://vimeo.com/francescalolli

 

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

FAITH WILDING | Waiting – 1971

Lei nell'opera

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

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“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

INFINITO MINIMO | Valentina Biasetti Solo Show

articoli

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INFINITO MINIMO. VALENTINA BIASETTI

L’Associazione Culturale Eikòn è lieta di presentare
“Infinito minimo”, mostra personale di Valentina Biasetti

(a cura di Angela Troilo e Michele Montanaro),

ospitata dal Filic – Festival Lanciano in Contemporanea.
Vernissage ore 18 del 4 lluglio. La mostra resterà aperta fino al 15 luglio.
Durante la serata sarà presentata, tra le altre cose, la VI edizione del Premio Art in the Dunes della quale l’artista Valentina Biasetti ha realizzato l’immagine,
Sarà allestito anche un buffet e si potranno degustare i vini della Cantina San Michele di Vasto.
A conclusione della serata ci sarà il concerto dei Joel.

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Valentina Biasett

Nota introduttiva dell’artista:

“Infinito Minimo è uno spazio immaginato, la linea di confine tra un luogo reale e un “altrove”, un intervallo di tempo immaginario. I disegni che saranno presentati in mostra al Polo Museale Santo Spirito di Lanciano sono tutti lavori recenti ( 2014 2015 ) un discorso ancora aperto quindi che si dibatte sul tema del Vuoto, proprio perché credo che nell’assenza e nel “non detto” si nascondano molte più deviazioni immaginarie e molte più possibilità di interpretazione. Lo spazio apparentemente vuoto dei miei disegni è tacitamente affidato all’osservatore. Talvolta è possibile incontrare nubi dense di colori e cariche di storie che hanno raccolto nel loro vagare, altre volte, invece, sono le costruzioni geometriche che tracciano un dialogo silezioso tra due figure che probabilmente si incontreranno solo nel sogno del colore. Le figure in bianco e nero sono l’unico aggancio alla realtà, sono corpi che si cercano, si amano e talvolta si rifiutano con urgenza di attenzioni, sono corpi sensibili che percepiscono e trasmettono sensazioni di cose minime.”

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MILLIMETRI ( sensazioni di cose minime) .5 – tecnica necessaria su carta, mm 1000×1000, 2015

UMORI DI FONDO | Sara Cancellieri Solo Show

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Sabato 18 aprile 2015, dalle ore 19:00,

presso la BE FOOD GALLERY, in corso Umberto I 215, ad Avellino, sarà inaugurata “Umori di fondo” la mostra personale di Sara Cancellieri.

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La mostra sarà visitabile fino al 13 maggio 2015.

Info
+39 334 884 3077
befoodgallery@gmail.com
www.casinadelprincipegusto.it

Il mondo figurativo di Sara Cancellieri è costantemente in bilico. Le sue coordinate oscillano tra presenza e leggerezza. Che siano corpi nudi o animali, tutte le forme appaiono rivestite da un’aura fluida di sospensione, come icone in un tempo immobile.
L’acquerello è una tecnica intima e imprevedibile, i pigmenti dialogano tra loro sul supporto con vivacità, ricercando effetti di trasparenza, giochi di luce, sovrapposizioni, sfumature e scivolamenti del colore. Le immagini sono cariche dell’afflato personale e lo spettatore riesce a instaurare un rapporto puro con il momento creativo.

01 Sara Cancellieri - Anime - dittico, watercolor on paper, 2014, 33.5 x 59 cm

Gli atteggiamenti percettivi e le esigenze rappresentative, condizionano le scelte strumentali e i modi di plasmare la materia, oltre il condizionamento storico. Per questo, può capitare che i modi di espressione contemporanei possano trovare corrispondenza con la lettura figurativa della storia dell’arte. Secondo Erwin Panofsky, nell’arte medievale, la tendenza alla schematizzazione derivava dallo studio di un canone antropometrico universale, nel quale, però, la soggettività era ignorata, perché le proporzioni del corpo umano venivano spiegate mediante l’armonico piano della creazione divina.
La ricerca di Cancellieri procede in questa direzione strumentale e concettuale. Le opere sono aperte, l’equilibrio è raggiunto ma non è stabile, anzi, il punto critico è accentuato. La rappresentazione gioca sul confine del provvisorio e, da un lato, i simboli si mostrano con naturalezza sfacciata, dall’altro, il carattere di sospensione eccede nel “non finito”.
La traccia dell’acquerello si asciuga sul bianco della carta, le immagini prendono consistenza e perdono concretezza nello stesso momento. Lo sfondo chiaro e la superficie morbida si compenetrano, diventando figura unica, un’estesa campitura di impressioni che crea l’ambientazione per figure impalpabili. Volti, mani, ali e zampe sono presenti, mimetici, ma rimandano all’altrove. Simboli del femminino sacro, evocano il tempo dei cicli della natura e della nascita delle mitologie. Il nudo, allora, è lo specchio attraverso il quale entrare in sintonia con il concetto di fondo, una promessa di complicità tra l’opera e chi osserva. In questo caso, il corpo femminile diventa un piccolo cosmo di leonardesca memoria. Le rughe e le pieghe vengono modellate calligraficamente, sfumando i riferimenti anatomici, come allegorie dello scorrere imperscrutabile del tempo.

Sara Cancellieri - Giochi pericolosi, acquerello e matita su carta, 60x40 cm, 2015-

I segni sono quelli ruvidi del corpo reale eppure i gesti appaiono bloccati nella ieraticità delle pose frontali. Così, i tratti somatici perdono rilevanza individuale, abbandonando il dato umano per diventare tipi universali.
In questo universo fluido, sono impressi i segni di una presenza immutabile. Quella del tempo naturale delle cose, che imprime la sua armonia sulla carta e sulla pelle.

“Il tempo dell’equilibrio”  – Testo di Mario Francesco Simeone.

Per Voce Creativa: Intervista a Federica Gonnelli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Federica Gonnelli  (Firenze,1981):

Il passato, la memoria. Il sentimento. Fuggevolissimi frammenti di vita da trattenere, da arrestare, da sublimare, da tramutare in opera. Valicando i naturali confini tra i linguaggi visivi. Andando verso la contaminazione. Universalizzando esperienze personali. Dando forma alle suggestioni. Dal disegno al velo d’organza, dall’installazione al video. Tutto può essere narrazione. Come un moderno Leonardo, Federica prova, sperimenta, mescola e ricerca. In un’azione creativa sempre sospesa tra lo studio e lo stupore.

Federica Gonnelli vive e crea tra Firenze e Prato. Questa è la sua voce creativa per voi….

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Sono sicuramente l’artista. Mi identifico totalmente e in modo viscerale in tutto quello che creo. Ed è proprio questa visceralità, talvolta molto forte, che mi porta spesso a essere anche un animale. Considerando i miei progetti passati e futuri, se dovessi scegliere un animale sarei sicuramente un baco da seta!

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

G.: E se non fossi un’artista?

F.: È difficile dirlo, se non fossi un’artista non sarei io. Se non fossi un’artista significherebbe che mi sarei fermata prima, a uno degli scalini precedenti del mio percorso di crescita personale e creativo. Mi sarei potuta fermare allo scalino nel quale volevo fare la stilista, oppure in quello in cui volevo fare l’architetto o la designer o infine sullo scalino nel quale volevo studiare e poi insegnare storia dell’arte. Ho sentito fin da piccolissima la necessità di creare, progettare, fare, amare l’arte. Sono nata a Firenze nel 1981, città d’arte e di moda. Sono cresciuta vicino a Prato, città del tessile, nella stanza di lavoro di mia mamma: tra stoffe, scatoline di cartone, fili colorati, manichini, carte, abiti, matite, grucce e quant’altro concorre alla realizzazione di un abito o di un’opera d’arte. Elementi che nella mia giocosa creatività di bambina ho indifferentemente, sempre mescolato. Elementi inscindibili, che per me avevano un’unica base: il disegno. Per questo, il desiderio espresso durante lo spegnimento delle candeline del mio quinto compleanno, fu esattamente: “voglio saper disegnare”! Ho sempre pensato che il disegno è la base per ogni progetto, per ogni creazione in ogni ambito del fare umano, il disegno è la traccia, la radice dalla quale si sviluppa tutto. Se da piccola il mio obiettivo era “creare abiti”, crescendo e scegliendo il Liceo Artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il mio obiettivo è stato creare, creare indistintamente, “creare”. Scegliendo di fermarmi sullo scalino dell’artista, sono riuscita a unificare gli scalini precedenti in un unico scalino. Essere un’artista mi permette di sperimentare sul corpo come farebbe uno stilista, nello spazio come un architetto, sull’oggetto come un designer, sui percorsi dell’arte come uno storico. Quello dell’artista non è un mestiere uguale agli altri, questo non perché è migliore o al di sopra degli altri mestieri, ma solo perché non è un mestiere, anche se le opere si definiscono lavori, anche se come in altri “mestieri” appunto, l’artista impiega la sua mente e le sue mani. Per la precisione credo che ci siano molti “mestieri” definiti genericamente così, ma che in realtà sono vere e proprie scelte di vita: come il “mestiere” dell’artista.

Giovanna_Lacedra_Federcia-Gonnelli-Autoritratti-Ellepourart

G.: Perché lo fai?

F.: Lo faccio perché mi piace, mi fa stare bene e mi rende felice anche quando non mi piace niente di quello che mi circonda, sto male e sono triste. Lo faccio perché mi permette di condividere tutte queste emozioni con chi mi circonda, con chi vive l’opera, in una sorta di catarsi collettiva.

G.: La tua ricerca si avvale di una contaminazione di linguaggi: pittura, scultura, fotografia. Mi racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

F.: Già dal racconto del mio percorso personale e artistico, credo che appaia chiaramente la mia insofferenza verso le classificazioni, le distinzioni e le categorie chiuse. Confesso di non sentirmi pienamente parte di alcun compartimento. La mia ricerca, ma credo che valga per la ricerca in genere, è volta al superamento dei confini, qualsiasi essi siano, che relegano in compartimenti stagni le varie arti così come i confini che dividono gli individui. Mi piace pensare di sorpassare in qualche modo con la mia ricerca, sempre al limite tra bidimensionalità e tridimensionalità, la diatriba tra Michelangelo e Leonardo su quale delle arti tra pittura o scultura fosse più alta. La piena consapevolezza di tutto ciò è avvenuta con il passaggio all’Accademia di Belle Arti, dopo un anno di durissima ricerca, ho capito che non dovevo ignorare le mie sperimentazioni di bambina e anzi, le dovevo riscoprire. L’esperienza di confronto con l’arte è avvenuta fin da molto piccola nelle chiesette della campagna toscana più o meno note, tra le architetture rinascimentali e quelle contemporanee di Michelucci, tra scrigni di preziosi tesori, durante le passeggiate a Firenze con la mia famiglia, nel vedere nascere il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci progettato da Gamberini. In particolare di quegli anni ricordo due mostre: la Fondazione Nasher nel 1988 al Forte Belvedere e Klimt a Palazzo Strozzi nel 1991. Due mostre che per me furono di grande suggestione. Ricordo le grandi emozioni all’interno del Museo degli Uffizi di fronte al susseguirsi delle opere di Giotto, Cimabue, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo… fino ad arrivare a Bronzino, Leonardo Michelangelo, Caravaggio… Da tutte queste esperienze ho ereditato l’amore per le proporzioni; per la figura umana; per il corpo; per la maestosità della presenza, fiera e ieratica; ho ereditato l’attenzione alla spazialità; la ricerca dei significati e dei simboli. Grande importanza ha avuto per me negli anni successivi lo studio di artisti come Brancusi, Duchamp, Oppenhein, Beuys, Bourgeois, Manzoni, Fontana, Kahlo, Lai, Paolini, Hesse, Pane… Artisti dai quali ho capito che il gioco è importante quanto la coerenza. Perché la coerenza dell’artista è prima di tutto dentro se stesso, nella sua vita, nel suo percorso e di conseguenza successivamente in ogni sua opera, ma al tempo stesso occorre a ogni opera sapersi mettere in gioco. Ho capito che la razionalità è importante quanto il sogno, ho capito che ogni elemento dell’opera ha un suo perché, ho capito che i limiti si superano, ma occorre sapersi fermare. Ho capito ancora una volta che non ci sono distinzioni tra le arti. A un certo punto della mia ricerca artistica, nel 2001, dopo aver sovrapposto: velature di colori, carte, elementi vegetali e fili sulla tela ho sentito il bisogno di avere più profondità, ho sentito il bisogno di dare più spazio e respiro alle stratificazioni che componevano le mie opere. Ho deciso di sfruttare lo spessore del telaio, applicando sul retro un pannello di legno e trasformandolo in una sorta di scatola, all’interno della quale avevo lo spazio necessario per porre i vari elementi. Piccole sculture biomorfe o antropomorfe di terracotta o altri materiali; vetri, specchi, fibre naturali e sintetiche; oggetti semplici elevati a bene prezioso, a reliquia. Rivestendo infine la composizione con un velo d’organza, grazie alla cui trasparenza posso soprapporre immagini ad altre immagini. Sul velo d’organza appaiono immagini e figure che si sovrappongono e instaurano un dialogo con ciò che si trova oltre il velo stesso. La consapevolezza del superamento dei compartimenti nella mia ricerca si è ulteriormente rafforzata con l’utilizzo del video. Le nuove tecnologie in generale elidono ogni tipo di distinzione nella società e nell’arte, proponendo nuovi rapporti sociali e nuovi supporti artistici, al di sopra delle costrizioni precedenti e dei compartimenti usuali. Questo sviluppo tecnologico è assolutamente positivo, l’importante è che l’uomo – l’artista – non ne venga totalmente soggiogato e che non perda la capacità di aggirare gli ostacoli posti talvolta dalla stessa tecnologia. Ciò non significa abolire disegno, pittura e scultura, anzi, quest’ultime sono le basi conoscitive che unite alla tecnologia, offrono vere e proprie espansioni per l’opera e per l’artista stesso. Attraverso le ibridazioni si amplia il respiro dell’arte. Un respiro tanto ampio quanto quello rinascimentale, basta pensare a un grande artista come Leonardo da Vinci, sperimentatore, ricercatore, inventore. Oggi Leonardo avrebbe coniugato il disegno al video o alla tv, la realtà virtuale con la pittura, le installazioni con le fantastiche macchine leonardiane, i suoi testi scritti con le performance e le proiezioni con gli affreschi e le pitture murali. Assolutamente, andando oltre ogni distinzione tra i mezzi artistici. Il video e di conseguenza le video installazioni e tutte le ibridazioni con le altre discipline artistiche, che ne derivano, sfuggono a qualsiasi tentativo di classificazione e di riconduzione ad uno dei generi tradizionali delle arti visive, diventando emblemi della caduta di ogni compartimento stagno.

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

F.: Credo che non debba esistere un’arte di genere, un’arte femminile. L’arte non ha genere, non ha sesso, ma è superfluo dire che ancora oggi esiste spesso un gap tra artista donna e artista uomo e più in generale un gap tra donna e uomo nel mondo dell’arte. Questo gap può essere colmato se la donna non si trincera dietro un’arte di genere e al tempo stesso se non azzera o appiattisce la sua personalità artistica per “assomigliare” allo stereotipo dell’uomo artista. Credo fortemente che l’emancipazione della donna non passi attraverso l’assunzione o la copia delle caratteristiche dell’uomo. Tanto meno delle peggiori caratteristiche dell’uomo. Faccio spesso un esempio in proposito, un esempio molto forte: l’emancipazione della donna non può passare attraverso la donna kamikaze. La forza di un’artista e di una donna sta nell’essere se stessa, la forza di un artista e di un uomo sta nell’essere se stesso. Le differenze sono minime, un apostrofo e una vocale, ma sono solo una questione di grammatica italiana. Entrambi devono parlare, comunicare, esprimersi e farsi capire con la propria voce. Credo che il compito dell’artista donna non sia diverso da quello di un artista uomo. Il compito degli artisti è proporre agli osservatori, attraverso le proprie opere dei dispositivi attraverso i quali vedere il mondo che ci circonda. Talvolta ingrandito come attraverso una lente o alterato come attraverso uno specchio deformante. Talvolta il dispositivo serve per dare risposte o talvolta il dispositivo serve a fare scaturire domande.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

F.: Fin dall’inizio ho sviluppato una profonda ricerca sul rapporto contenuto-contenitore, che si snoda intorno al rapporto tra opera d’arte e corpo e tra corpo e natura/spazio, rafforzata dalla spiccata tridimensionalità delle mie opere. Determinante per lo sviluppo di questa ricerca è stato l’inserimento del velo, che non deve assolutamente essere considerato come un mero supporto, ma come un determinante mezzo espressivo che concorre nel significato dell’opera. Il velo d’organza è un abito, una pelle, una protezione, un confine sottilissimo, una membrana osmotica che mette in comunicazione le varie parti. Il velo d’organza è un abito per un’opera d’arte-corpo. Il velo è quindi l’abito che veste questo corpo e che gli dona una voce, un’apparenza, un’identità sempre diversa, attraverso le immagini che su di esso sono realizzate, Un velo che ogni volta mostra, racconta qualcosa di diverso, ma che allo stesso tempo impone uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro. Il telaio in questo percorso si è evoluto diventando un corpo, un corpo che muta nella forma, ma che resta sempre tale, un corpo che contiene al suo interno qualcosa. L’organza si adatta ai contenitori di legno delle opere tridimensionali come un abito sul corpo, assumendone le stesse caratteristiche. Contemporaneamente questa ricerca di spazio mi ha portato ad ampliare i miei progetti e ad affiancare alla realizzazione delle opere tridimensionali: performance, suoni, video proiezioni, installazioni e videoinstallazioni. Nel mio percorso il video mi ha permesso di superare il concetto di contenitore reale presente nella mia opera, acquisendo un contenitore virtuale (il video stesso), nel quale le immagini scorrono fluide, elastiche, pulsanti, vitali, leggere e semitrasparenti mantenendo così gli aspetti più tipici del mio lavoro. In questa dialettica tra contenitore-contenuto, velo-opera d’arte, abito-corpo si inserisce il tema della presenza-assenza del corpo stesso. Molto spesso questa presenza corporea è costituita dalla mia presenza stessa. Non è una questione di egocentrismo, ma è il frutto della scelta dello strumento che mi è più accessibile e che conosco di più: il mio corpo. In questi casi il mio corpo diventa un corpo generale nel quale può riconoscersi anche lo spettatore. Concludendo, di là dall’uso della mia immagine, tutto nella mia ricerca è autobiografico, non fosse altro perché ogni esperienza vissuta è filtrata attraverso la mia sensibilità. È un’affermazione comune dire che in ogni ritratto eseguito da un artista è insito il suo autoritratto. Vissuto, memoria familiare, habitat e sentimenti implicano che mi debba necessariamente mettere in gioco, prima esternando i miei sentimenti e successivamente, molto spesso, esponendomi in prima persona come soggetto dell’opera. Il dato biografico e intimo permette l’analisi generale del tema. Queste tematiche hanno avuto per me una tale importanza che al rapporto tra arte e abito (e quindi tra opera d’arte e corpo) ho voluto dedicare nel 2006, la mia tesi di diploma a conclusione del quadriennio in Accademia, tesi che ha ri-cucito due parti di me per troppo tempo disgiunte, scucite. Nel 2013, terminato il Biennio di Specializzazione in Arti Visive e Linguaggi Multimediali, ho cucito con ancora più forza opera d’arte e corpo nella tesi “Videoinstallazioni tra Corpo SpazioTempo”.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

F.: Le mie opere nascono da fulminee suggestioni: un’immagine, una sensazione, un sogno, una parola o un titolo. Queste suggestioni possono scaturire da qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Per questo porto sempre con me una vecchia agenda nella quale appunto tutto attraverso bozzetti e descrizioni. Per me è essenziale congelare ogni più piccolo dettaglio della suggestione, perché anche se spesso queste suggestioni si trasformano subito in progetti, opere, installazioni o video, altre volte accade che possano passare degli anni prima che la suggestione si trasformi in un progetto concreto. Questo perché sento fortemente la relazione tra l’opera e lo spazio in cui l’espongo e quindi ogni opera vede la luce nel momento in cui ho capito di aver trovato il luogo giusto e tempo giusto per presentarla. Per quanto riguarda la realizzazione materiale, cerco il più possibile di occuparmi in prima persona della lavorazione e dell’assemblaggio di ogni pezzo: dal taglio del legno, alla preparazione dei veli, all’allestimento dei set per le foto e i video, al montaggio di questi ultimi. Tutto passa per le mie mani. È una scelta molto impegnativa dal punto di vista fisico e del tempo di realizzazione, ma è una scelta che mi permette di essere dentro ogni mia singola opera, di poterne osservare da vicino i meccanismi, per migliorarne gli aspetti e risolvere eventuali problemi, una possibilità da non sottovalutare in particolar modo nelle installazioni.

Federica Gonnelli in studio

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOazione

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

F.: In casa ho libri dappertutto: dentro l’armadio, sotto il letto, chiusi nella cassapanca, stipati nelle credenze… perché ormai le mensole delle librerie sono stracolme e qualcuna si è piegata perfino sotto il peso di tanta carta. Perché lo devo ammettere, sono feticista: amo il libro, oggetto reale. Amo le storie in esso contenute. Amo i grandi tomi, i libri con un corpo sostanzioso nel quale immergermi completamente, sognare, immaginare, ricreare e finita la lettura voglio sentirmi ancora affamata. Amo l’odore della carta, il fruscio delle pagine. Amo possedere i libri. Non mi pento mai dell’acquisto di un libro nuovo preso dallo scaffale della libreria preferita, scovato sul banco del mercatino dell’antiquariato o salvato accanto al cassonetto della carta! Primo libro amato: “Novelle fatte a macchina”di Rodari, poi in ordine sparso “La Storia Infinita” di Ende, “Casa di Bambola” di Ibsen, “La Storia”di Elsa Morante, “Le Metamorfosi” di Ovidio, “Casa, Amori, Universi” di Maraini, “Alla Ricerca del Tempo Perduto”di Marcel Proust, “Il rosso e il Nero” di Stendhal, “Le Affinità Elettive” di Goethe, “Il Pranzo di Babette” di Blixen, “Ulisse” di Joyce, “Morte a Venezia” di Mann, “Libro dell’Inquietudine” di Pessoa, fino all’ultimo libro letto “L’Arte della Gioia” di Sapienza… per l’ultimo libro letto nutro sempre un sentimento particolare, un affetto, una voglia di trattenerlo e non lasciarlo andare via… come dopo una lunga chiacchierata con l’amica che da tempo non sentivamo… La lista potrebbe essere ancora più lunga, più rifletto e più mi tornano in mente titoli significativi. Ogni lettura arricchisce, ogni lettura comporta un cambiamento. Diffido dei best sellers contemporanei, preferisco le letture storicizzate. Sono effettivamente molto vintage!

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

F.: Di solito ascolto la radio, sempre la stessa emittente: Controradio, da più di 15 anni, che sostengo anche come socia. È una radio fiorentina, che fa parte di Popolare Network. Mi piace perché alterna ottima musica, spesso indipendente, mai commerciale, all’informazione e alla cultura. In particolare le mie preferenze si muovono dalla musica classica e lirica, adoro Mozart e Puccini; al rock dei grandi gruppi del passato come The Doors; alla canzone d’autore italiana e non, al folk rock delle canzoni di protesta, ho amato fin da piccola De André, passando attraverso il Brit Pop di Oasis e Blur, arrivando agli italiani Baustelle, Gatti Mézzi, Offlaga Disco Pax, Bobo Rondelli e Modena City Ramblers.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontarmi il tuo lavoro:

“Resistenza” 2014

RESISTENZA assemblaggio di materiali vari 70x100x5 cm ciascuno 2014 (2)

RESISTENZA – assemblaggio di materiali vari – cm70x100x5 ciascuno – 2014.

 

F.: La serie di opere che costituisce il progetto “Resistenza” è ambientata nel Lanificio Cocchi, dove ha lavorato mio padre fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica ormai chiusa da trenta anni è come fossilizzata. Il luogo e di conseguenza le persone a esso legate sembrano tentare di resistere, cercare di restare fedeli a se stesse, inamovibili; nonostante lo scorrere deleterio del tempo, l’azione degli agenti atmosferici e la condizione di abbandono, riuscendoci, dato che sullo stabilimento non è stato effettuato alcun intervento. Il tema biografico come già accennato, implica ancora che mi esponga in prima persona, nei panni di una delle tante donne (ma anche uomini) che nella fabbrica hanno lavorato: completamente vestita di bianco e intenta alacremente nella lavorazione della mia opera. Le opere della serie “Resistenza” riportano la figura umana all’interno dello spazio di lavoro, ormai abbandonato, grazie alla sovrapposizione della mia immagine stampata su organza all’immagine sottostante dell’ambiente stampata su stoffa. Le opere portano all’interno del “luogo espositivo” il “luogo del lavoro”, sia esso il luogo di lavoro per la creazione di un tessuto di lana o di un’opera d’arte. Le mie opere offrono sempre una stratificazione di interpretazioni che, di volta in volta, privilegiano diverse componenti costitutive. Si può esaminare un’opera dal punto di vista dei simboli e dei significati, dei materiali utilizzati, soprattutto tessuti e organza, ma anche dal punto di vista dell’immagine, o del rapporto tra questa e linguaggio. Ogni percorso interpretativo finisce per supporne un altro, così che non possa mai dirsi completamente esaurita la lettura.

“Louise & Herbert” 2013

LOUISE & HERBERT - videoinstallazione - misure d'ambiente - 2013

LOUISE & HERBERT – videoinstallazione – misure d’ambiente – 2013

F.: La videoinstallazione “Louise & Herbert” compie un ulteriore passo avanti rispetto i miei progetti precedenti, sia concettualmente sia tecnicamente. Alla razionalità delle composizioni oggi si aggiunge l’irrazionalità, l’imprevisto, l’indeterminatezza, la precarietà della vita; grazie ai piani inclinati creati dai veli. La struttura cubica rivestita dai veli rappresenta simbolicamente la casa, l’alcova, il luogo d’amore della coppia evocata nel titolo, il bianco rimanda alla purezza del sentimento mentre il rosso fa riferimento alla passione e allo stesso tempo al dolore, il rosa è un’ulteriore sfaccettatura tra i vari sentimenti possibili. I veli inclinati all’interno della struttura creano una croce, due sentieri che si incrociano, che rappresentano l’incontro di Louise e Herbert e allo stesso tempo il loro lasciarsi, di nuovo la croce e quindi la morte. Infatti, al centro dell’installazione troviamo le rovine dell’amore, come ci comunica Louise: un amore torturato, avvelenato, accecato, mutato in odio. Un sostegno nero dal quale è caduta l’anima ritrovandosi per terra tra viticci vegetali e fiori essiccati di clematide trasformata in mortale edera nera. Le otto vele rosse che compongono la croce rimandano agli otto anni del loro fidanzamento evocati da Louise, otto vele che rimandano alle stelle evocate come corrispondenti ai loro cuori da Herbert. Otto veli che sommati agli altri veli rimandano ai petali di un fiore, intriso di quel profumo di cui Louise avrebbe voluto che la sua vita fosse pervasa. “Louise & Herbert” è un’opera estremamente effimera e precaria come le vite, in particolare di questi due protagonisti dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nell’Antologia i protagonisti delle poesie appaiono così palpitanti, vivi per assurdo, nella loro diafana entità di trapassati, di pure parvenze. Presenze effimere, eteree, leggere come le presenze raccontate di volta in volta sui miei veli, come la serie di volti in continuo mutamento, proiettata sull’installazione: uomini, donne, Herbert, Louise, volti conosciuti e sconosciuti, il mio volto, i volti degli altri. In questo volto uomo-donna in continuo mutamento si rinnova nell’attimo eterno del video l’incontro-scontro dei due protagonisti, che trovano l’identificazione, nonostante tutto, nell’essere sommati l’uno all’altra, nell’essere per sempre insieme. Questa profonda identificazione, che avviene sempre per strati, comporta delle letture su più livelli. In Louise è possibile riconoscere Frida Kahlo, e in Herbert il mio nonno materno: Goretto. Ho scelto di inserire dei frammenti di questi volti per rappresentare i due protagonisti delle poesie, per raccontare una storia parallela a quella narrata nell’Antologia: nonno-Herbert lascia Louise-Frida che simbolicamente rappresenta l’arte. Come Herbert, Goretto sceglie un futuro più sicuro, più certo, forse meno emozionante, ma sincero. Ho molto a cuore questa videoinstallazione, non solo per le forti implicazioni biografiche.  Sento una comunanza profonda tra l’Antologia e la mia ricerca artistica, dovuta principalmente alla volontà comune di salvare e preservare il ricordo o il frammento di vita, da una possibile perdita. Inoltre i personaggi dell’Antologia sono parte della mia vita fin da quando ero piccola: prima ancora di poter leggere le poesie di Masters, conoscevo ogni anima di Spoon River grazie alle canzoni di De André.

“Guest/Ghost” 2012-13

GUEST-GHOST - assemblaggio - cm32x28x10  ciascuno  - 2012\13.

GUEST-GHOST – assemblaggio – cm32x28x10 ciascuno – 2012\13.

F.: L’opera “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” che ha origine dall’installazione “Effimeri Parati” realizzata nell’ottobre 2011 a Casa Vasari, a Firenze, in occasione della mostra celebrativa dei 500 anni dalla nascita del maestro, ne diviene oggi una protesi, un’inestimabile reliquia. Un tema, come ho già detto, a me molto caro, che oggi nella mia ricerca si carica di un nuovo significato ancor più legato al mio percorso e all’impossibilità di ricreare nella stessa forma e allo stesso modo un’installazione site specific come quella realizzata appunto per le commemorazioni vasariane. L’installazione traeva spunto da alcune esperienze artistiche e vicende umane di Giorgio Vasari, in particolar modo dalla progettazione e realizzazione di eventi e scenografie spettacolari in occasione di visite in città di papi, imperatori o di importanti nozze: opere bellissime, ma del tutto effimere, molto richieste in quegli anni allo stesso Vasari e ai suoi contemporanei. Questo stralcio di storia dell’arte è il pretesto per riflettere sull’effimero, sulla labilità, sull’apparenza ed estrema fugacità dell’arte, della vita e della società anche contemporanea, caratteristiche che lette e viste dai nostri occhi oggi, rendono quella prima metà del ‘500 molto familiare. Nasce così “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” nella quale, qualcosa di estremamente effimero come la luce e il tempo è ora stampato sull’organza e sulla carta, amplificato grazie alla sovrapposizione in trasparenza dei due materiali, moltiplicando il giglio ad origami o la figura femminile. Opera dove, come in un cerchio che si chiude la luce contenuta all’interno dell’opera torna a dare voce e a rendere visibile un’entità che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta. In tutte le mie opere che sfruttano l’elemento luminoso il passaggio da spento ad acceso segna un cambiamento: l’accensione della luce svela qualcosa, mostra, traccia segni, dona la parola o nuovi significati, rimarcando ancora quella labilità, incertezza e senso di effimero della società e dell’arte.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

Non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista. Invece mi è capitato spesso di pensare di fronte ad un’opera di un altro artista cosa avrei realizzato io al suo posto, come l’avrei realizzato se mi fossi trovata nella stessa situazione, nella necessità di affrontare un determinato tema o problematica.

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

F.: Non posso fare nomi e anche se potessi non ne vorrei fare. Se un’artista non mi emoziona… lo dimentico. Trattengo nella mente solo ciò che mi emoziona. Posso dire ciò che di solito non mi emoziona… non mi emozionano gli artisti che urlano, gli artisti che cavalcano lo scandalo, lo scalpore, il clamore a tutti i costi, non mi emozionano gli artisti che copiano o copiano se stessi all’infinito.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

F.: Allo stesso modo, come non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista, non ho mai desiderato essere qualcun altro. Prendo molto seriamente questa domanda, perché la mia generazione è cresciuta con “l’incubo” generato da certi film degli anni ’80 dove bastava appena desiderare di essere qualcun altro che c’era il rischio la mattina seguente di svegliarsi nei panni della persona in questione! Ironia a parte, credo che sia molto pericoloso desiderare di essere un’altra persona, significa che le proprie certezze sono minate, significa che c’è il rischio di crollare. Ci sono molti aspetti da valutare. Mi verrebbe da usare un bel modo di dire… “non è tutto oro quel che luccica” dietro ogni carriera artistica, dietro ogni bella carriera si possono nascondere infinite problematiche risolte o meno… quindi non è meglio tenersi i propri problemi, le proprie risoluzioni, i propri dubbi, le proprie certezze e fare del proprio meglio nel personale, unico, irripetibile percorso artistico? Mai vivere di “se” o “ma”… Ma se proprio dovessi essere un altro o un’altra artista vorrei essere…

Federica Gonnelli presso lo studio InCUBOAzione

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOAzione

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

F.: Sfodero la mia creatività in vari ambiti, riconducibili in linea di massima alle mie passioni arte-moda-design, rielaboro e creo per me: oggetti, abiti, gioielli. Ma c’è un ambito del quale fino ad ora non ho parlato ed è la mia passione per la cucina. In cucina applico lo stesso metodo e mi muovo allo stesso modo che nella mia ricerca artistica: sperimentando contaminazioni, sovrapposizioni e sapori. Prestando attenzione a forme, colori, consistenze e emozioni. Mi piace rielaborare le ricette tradizionali in chiave contemporanea, più leggera e con pochi grassi. Mi piacerebbe un giorno far convogliare tutte queste passioni in un unico straordinario evento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

F.: Il 19 ottobre scorso è stata una data storica nel mio percorso creativo: finalmente è arrivato presso il mio studio “InCUBOAzione”, che ho inaugurato nel 2011, il torchio calcografico tanto sognato. Grazie all’amico restauratore Stefano, di Campi Bisenzio, che 40 anni fa l’ha costruito ex-novo insieme ad altri studenti dell’Accademia di Belle Arti, sotto l’attenta supervisione del Professore Domenico Viggiano, lo stesso professore con il quale anche io ho seguito i corsi di incisione in Accademia. Dopo mille traversie, un’alluvione e un lungo riposo il torchio è arrivato al mio studio. Adesso non mi resta che terminare i lavori di riorganizzazione dello spazio apposito che l’ospiterà e testarne la pressione per iniziare a sperimentare di nuovo con carta, fondini ed inchiostro. Spero di riuscire a presentare in autunno il progetto “InCUNAboli” che raccoglierà le nuove opere grafiche. Nel frattempo sto ultimando i preparativi per due progetti che mi vedranno impegnata in estate, entrambi mi metteranno in stretto contatto con la natura, quindi dovrò assolutamente potenziare la mia parte animale e soprattutto dovrò “risvegliare il baco da seta” che ho in me. Il primo progetto è la realizzazione di un’installazione site-specific in un bosco per un simposio all’Abetone. Il secondo progetto è la mostra personale “Corrispondenze di Sensi/o” curata da Barbara Cianelli direttore del museo MuSA, a San Giorgio di Pesaro, che farà parte degli eventi della Biennale Arteinsime 2015 – Cultura e culture senza barriere, un tema, questo dell’accessibilità e fruizione dell’arte per tutti che mi sta molto a cuore. La mostra proporrà una serie di opere, installazioni e videoinstallazioni con l’obiettivo di permettere un’esperienza emozionale totale alla portata di tutti, al di là da differenze di età, conoscenze o capacità motorie e sensoriali. Ogni opera sarà inserita in modo tale da permetterne la completa esperienza a ogni visitatore. Oltre a stimolare la vista attraverso le immagini, le opere in mostra solleciteranno anche gli altri sensi: l’udito grazie ai suoni, alcuni dei quali registrati negli ambienti esterni e interni del MuSA, l’olfatto attraverso la diffusione degli aromi tipici della zona e infine il tatto grazie ai calchi in gesso alabastrino posti sui piedistalli, degli oggetti legati in qualche modo alla storia, architettonica o naturale e all’attualità del luogo.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

F.: “…sono una grande artista, mesdames… non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista. Un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla…” è un brano a cui tengo molto, tratto da “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen, un libro che per me è stato fonte di ispirazione per una proficua serie di progetti dedicati al rapporto tra arte e cibo, sviluppati nell’arco di quasi 15 anni di percorso artistico. Forse a un primo impatto può sembrare una frase molto presuntuosa, ma ad una lettura attenta racchiude una verità profonda sull’essere artista, sulla forza creatrice che ci pervade, su quella ricchezza non quantificabile di cui siamo colmi e su quella radice sensibile e antica che custodiamo gelosi e che nessuno può toccare o tanto meno copiare.

Per approfondire:

http://www.federicagonnelli.it

 

LA NEVE NON HA VOCE

articoli

LA NEVE NON HA VOCE

Cinque artiste indagano la violenza del malamore

Domenica 8 marzo ore 18.00

Chiostro di Voltorre – Gavirate  (VA)

Piazza Chiostro, 23, 21026 Gavirate

 copertina

Fotografia, pittura, scultura, disegno, ricamo, installazione e performance si incontrano al Chiostro di Voltorre per raccontare l’amore sbagliato. Una lunga stagione di mostre dedicate alle donne si apre con un tema forte, quello della violenza di genere, che cinque tra le artiste più interessanti e promettenti dell’ultima generazione hanno deciso di raccontare con delicatezza, in toni sussurrati, scegliendo di affrontare il tema per vie traverse, silenzi allusivi e gesti d’amore.

Salva con nome, la serie fotografica che presenta Alessandra Baldoni, nasce come un omaggio alle poetesse e alle scrittrici del passato morte suicide, da Virginia Woolf ad Amelia Rosselli e Antonia Pozzi: immagini pulite, costruite attraverso una puntualissima messa in scena di sapore cinematografico, semplici e tuttavia intensissime, costruite per elementi simbolici. Non la violenza, l’atto folle del possesso come sopraffazione, dunque, ma piuttosto la solitudine disperata frutto dell’incomunicabilità, i corridoi bui e sottili dell’incomprensione, la morte come estremo tragico anelito alla libertà.

Raccontano invece la negazione del vissuto traumatico le ceramiche di Alice Olimpia Attanasio. Sono candidi broshourebusti femminili di sapore neorinascimentale sui quali irrompe l’imprevisto sotto forma di un elemento disturbante, che può essere un uccellino annidato tra i capelli – chinato a bucare col becco la fronte – o un piccolo missile conficcato nel cranio. Anche i disegni, delicatissimi, si pongono in bilico tra canto lirico e oscura minaccia, creando un senso di spaesamento e di inquietudine.

Con i suoi toni leggeri, la pittura liquida, il tratto morbido Jara Marzulli racconta il malamore per contrasto, attraverso l’amore, l’accoglienza e l’abbraccio incarnati da lievi figure femminili. Amiche, sorelle, madri e figlie rafforzano sulle sue tele il senso dell’unione positiva, della “sorellanza” salvifica, accanto a donne che al di là della delicatezza dei gesti si rivelano indomabili guerriere; mentre i colori tenui e gli sfondi indefiniti pongono i personaggi in un limbo fatato, onirico, in bilico tra realtà e memoria.

Una sola donna – una zia avvolta da un’aura peccaminosa, perché colpevole di essere attrice e modella nei puritani anni Cinquanta – è la protagonista dell’installazione proposta da Florencia Martinez. Stampate su stoffa colorata o su seta, esaltate da cornici in tessuto imbottito che si avviluppano introno al soggetto, le immagini spiazzano per il contrasto tra il taglio classico e la mancanza di un dettaglio fondamentale. Gli occhi scompaiono, chiudendo ogni comunicazione con la realtà. Oppure è la bocca a essere sostituita dal vuoto, in uno straziante grido silenzioso.

Tre poetesse, Sylvia Plath, Anne Sexton e la giovane libanese Joumana Haddad, sono le donne che Giovanna Lacedra pone al centro del suo lavoro. I visi delle prime due autrici confessional, declinati in serie di acquerelli leggerissimi, raccontano da un lato la dissoluzione dell’io e dall’altro la strenua ricerca di sé. Dalle fendenti parole della Haddad, invece, l’artista recupera e reinterpreta  l’orrore delle spose bambine. L’aspirante, una performance ispirata all’omonima poesia della Plath, aprirà la mostra il giorno dell’inaugurazione, mentre un video racconterà il dramma subdolo dell’abuso all’infanzia.

Vernissage ore 18.00

Ore 19.00 : L’ASPIRANTE – Dai versi di Sylvia Plath la performance di Giovanna Lacedra con Roberto Milani.

Alessandra Redaelli | Curatrice

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Per Voce Creativa: Intervista a Erica Campanella

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Erica Campanella (Milano, 1974):

Pittrice di cuore e di pancia. Madre di due splendide bambine, Giulia e Sofia. Erica è una donna autentica, di quelle che non badano a fronzoli e convenevoli, ma si donano in tutta la loro semplice spontaneità. Non porta maschere. Erica è una di quelle donne – e devo ammettere di averne incontrate poche, me stessa compresa – che scelgono immediatamente di essere se stesse di fronte all’altro, e che riescono morbidamente a schiudere la propria genuinità. Una donna dalla vita interiore molto intensa, piena di luci come anche di spettri. Ma un animo coraggioso, di quelli che accettano di avere piaghe da tornare a toccare, ogni tanto, per sentire la vita più fervidamente. Erica non teme di incontrare la verità, la sua come quella degli altri. Dolce, accogliente, delicata e materna, è una donna generosa che io per prima ho avuto la fortuna di conoscere da vicino. Alcuni mesi fa, per una mia nuova performance, cercavo una creatura che avesse non più di cinque o sei anni di età, alla quale fare interpretare il ruolo della bambina interiore, la bambina stata e mai stata, di una donna – io –  ferita, perché dall’infanzia abusata. Il ruolo della piccola era dunque delicato, e capivo che non sarebbe stato semplice trovarla, anche se sapevo che l’avrei messa a proprio agio e le avrei richiesto un azione performativa simbolica, che nulla avrebbe avuto di violento o traumatico. Trovarla iniziò ad apparirmi un’ardua impresa: le madri alle quali lo proponevo si mostravano giustamente protettive nei confronti delle proprie figlie, e il timore che una partecipazione performativa su un tema come quello potesse non essere una buona esperienza per loro, era una costante. Erica, invece, mi contattò proponendomi di incontrare sua figlia Giulia perché pensava potesse fare al mio caso, e perché le interessava l’idea che la bimba stessa potesse cimentarsi in un’esperienza artistica di questo tipo. Naturalmente ho presentato ad entrambi i genitori l’intero progetto con sceneggiatura dettagliata, perché fossero chiare le poche e semplici azioni che Giulia avrebbe compiuto in performance, e solo dopo aver vagliato con attenzione il progetto, entrambi hanno accettato. Quella con Giulia ed Erica è stata un’esperienza straordinaria. Piena. Emozionante. Che mi ha permesso di conoscere più intimamente l’artista che vi sto presentando. Una donna che non avrebbe potuto partorire lavori di questo calibro se non avesse avuto un animo così nobile.

Erica Campanella vive in provincia di Lodi, dove dipinge, insegna e fa la mamma.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista?

E.: Forse solo Erica. Figlia…. donna……madre. Sono assolutamente un essere simbiotico e passionale, che ama il silenzio e  la contemplazione.

Erica Campanella

Erica Campanella

G.: E se non fossi artista?

E.: Ah beh! Se non fossi artista non so cosa farei. Sicuramente la voglia di ricerca e di contatto con le emozioni e l’animo umano mi avrebbero portato a diventare una studiosa della mente!

G.: Perché lo fai?

E.: E’come se fin da piccola la mano mi avesse detto di disegnare. Ricordo ancora la moltitudine di libri disegnati: figure e volti si susseguivano e si infilavano tra le poesie e i racconti che in me suscitavano forti emozioni. Poi pian piano la vita mi ha messo nelle condizioni di dover esprimere ciò che vivevo e provavo attraverso le immagini. La superficie lucente del quadro è diventato il supporto ideale per raccontare la mia vita.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché la pittura è istintiva…è materia… è gesto…..è colore…. è luce. Perché la pittura mi trasporta in un mondo in cui mi sembra di volare. Perché la pittura è profumo e musica. Perché la amo!

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista?

E.: Il compito di una donna-artista oggi è quello di destreggiarsi tra mille ruoli diversi, cercando di lasciare uscire quel senso di libertà che le è proprio.

Erica Campanella in studio.

Erica Campanella in studio.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?

E.: La donna è stata al centro della mia ricerca sin dall’inizio. Non avrebbe potuto essere diversamente!  Ho sentito il bisogno come donna e artista di dire quello che pensavo sulla dignità e l’uguaglianza delle donne e sulla relazione con gli uomini. Ho poi cominciato a scrutare me stessa anche attraverso una discesa introspettiva, sino a condividere la mia più intima spiritualità, scoprendo quel profondo anelito religioso inteso come RI-CONGIUNZIONE con noi stessi, con l’armonia cosmica e con l’energia primordiale.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: I lavori nascono nella mia mente…di notte, in silenzio. Una volta partorita l’idea,  passo a individuare il soggetto più vicino alle mie emozioni. Di solito sono persone che vivono intorno a me . Raccolgo foto, tante foto che saranno poi lo spunto del disegno che verrà infine rigorosamente riprodotto su pregiate lastre di rame (in latino “ar-Amen”, locuzione di dense suggestioni sacre). E così, arriva finalmente il momento che amo di più: il tuffo impetuoso nelle morbide sfumature di tonalità rosse e brune.

G.: Ad ispirarti  a influenzarti ci sono state lettura?

E.: Tante letture e tanta musica. Ma  più d’ogni altra cosa, la mia reale fonte d’ispirazione sono le persone che mi circondano.

G.: Scegli alcune delle tue opere per raccontarmi la tua ricerca artistica:

UOMO-DONNA – Olio su tela 100x150cm – 2007.

1. UOMO-DONNA - Olio su tela 100x150cm – 2007

E.: Sulle schiene dipinte si legge: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono per esse i loro beni. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano 4.34).  Questo quadro mi sta molto a cuore. È stato uno dei primi in cui ho trattato il tema della donna nella religione. Sono partita da una frase del Corano e come un tatuaggio l’ho applicata sulla parte a noi più vulnerabile, l’unica parte del corpo che non riusciamo a vedere ma che è esposta agli altri: la schiena.

PREGA PER ME –  olio su rame 90×90- 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-PREGA PER ME 90x90 olio su rame  (2011)

 

LUCIA – olio su ottone – 90X90 – 2011.

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-LUCIA (2011) olio su ottone 90x90

E.: Qui esploro me stessa guardando gli altri. Alter-ego significa dualità, significa riconoscere se sessi attraverso il proprio riflesso nelle persone che ci vivono accanto. Un riflesso che non ha tracce di narcisismo, perché è la dimensione più profonda dell’intimità dell’essere umano, spogliato di compiacimenti e di difese, abbandonato all’essenza più autentica.

“Dolce, solare, vivo

triste , remissivo, spento

due luci contrastanti che si fondono.

L’animo umano è come un pozzo profondo

dove l’acqua a volte sembra strabordare

ed a volte è misteriosamente secco, quasi

arso.

Scoprire il pozzo occulto,

incomprensibile alla mente umana

per la sua intrinseca debolezza

ed aver una sete insaziabile di bere e dar da bere,

un pozzo così profondo,

che bisogna lanciare una corda così lunga,

così lunga,

da sembrare asciutto.”

                                                   (Angelo Passera)

NEL CUORE – Afrodite – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-Nel cuore olio su ottone (2011) 67x67cm

 

NELLA MENTE-Atena – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-NELLA MENTE-ATENA olio su ottone 70x70

E.: Qui descrivo i labirinti della mente, i dubbi, gli ideali, le emozioni di una giovane donna e le dee mitologiche che vivono in essa. Dee vergini  (Artemide, Atena,  Estia), dee vulnerabili (Era, Demetra, Persefone) e la Dea dell’amore, Afrodite. La forza che abbiamo dentro genera una dimensione in cui ci si mette in comunicazione con il mondo esterno. Questa “riflessione” sull’uomo e sull’essere è una vertigine perché ci si trova ad affrontare, senza veli, il senso della vanitas e della propria finitezza.

È una sorta di sintesi di tutto ciò che ci accade quotidianamente. Cerco di mettere in luce come il contatto con un’identità differente dalla propria possa non essere percepito come minaccia, ma come invito a superare il muro dell’indifferenza e del timore. “In questa educazione dello sguardo, dell’empatia, della profonda partecipazione reciproca, c’è l’ascolto, un cammino concreto verso la crescita profonda come artista e come donna. Erica che guarda nello specchio, lo attraversa come nuova Alice, Erica che non ha paura di guardare il fondo del pozzo e di potersi perdere, con la vertigine… Gli occhi di una ragazza, una giovane madre, ci restituiscono un po’ di ossigeno nei giorni crudeli dell’indifferenza e aprono alla speranza di un’unica famiglia umana che possa imparare a vivere in pace. Noi siamo da questa parte, noi siamo nello specchio”  (Paola Artoni)

G.: L’opera d’arte che  avrei voluto realizzare io?

E.: Autoritratto di Lucian Freud

G.: Un artista che non mi ha mai emozionato?

E.: Nel bene e nel male tutto emoziona.

G.:   Una artista che avresti voluto essere?

E.: Avrei voluto essere Artemisia Gentileschi: donna-artista indipendente-

G.:  In quale altro ambito sfoderi la creatività?

E.: Mi diverto con le mie figlie, insegno loro ad esprimersi liberamente.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

E.: Stanno terminando alcune mostre in Italia ma i progetti futuri sono rivolti all’estero. L’Inghilterra sarà la mia meta futura.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il Paradiso ed entrateci dentro”
(Nikos Kazantzakis.)

 

www.ericacampanella.com

Per Voce Creativa: Intervista a Tiziana Vanetti

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Tiziana Vanetti (Bengasi –Libia, 1968):

Dipingere come mangiare, bere, respirare. Dipingere come nutrirsi. Dipingere per espandersi. Per comprendere il mondo. Per essere.

Dipingere è una pratica indispensabile per Tiziana Vanetti. È un atto spiritualmente necessario, pur nella sua concretezza. È  perdersi per afferrare l’imprendibile. La sua è una pittura fatta di lirica gestualità. Con una pennellata rapida, a volte fluida e altre materica, Tiziana materializza la fuggevolezza del presente. Tutto scorre, tutto fugge, tutto è e non è più. Sulla tela, la realtà stessa fluisce.

Memore della rivoluzionaria lezione Romantica di Sir William Turner, la pittura di Tiziana nasce dalla casualità e vive di dinamismo. La sua è una figurazione vibrante, immediata. Una figurazione in cui pennellate sferzanti costruiscono e suggeriscono frangenti mai statici, sempre in rapida evoluzione e dissoluzione. Il tempo, inafferrabile, è assoluto protagonista, sia che si tratti di interni familiari che di scorci naturali.

Tiziana si è specializzata in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Insegnante di pittura e storia dell’arte presso l’Universiter di Castellanza e l’Università di Fagnano Olona, ha inoltre lavorato presso centri socio-educativi con ragazzi diversamente abili.

Attualmente vive e lavora a Busto Garolfo, in provincia di Milano.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

T.:  Credo di avere qualcosa di tutte e tre le figure, ma la parte di pittrice è chiaramente dominante.

Tiziana Vanetti

Tiziana Vanetti

G.:  E se non fossi un’artista?

T.:  Mi sarebbe piaciuto molto fare l’antropologa, forse perché mi piace scoprire e conoscere l’essere umano nei vari aspetti, in un certo modo questo lo faccio anche con la pittura.

G.: Perché lo fai?

T.:  Dipingere per me è un esigenza primaria, quasi allo stesso livello del mangiare, bere, respirare. Quando dipingo sento che mi nutro spiritualmente.

G.: Perché la pittura?

T.:  Fin da bambina sono stata rapita dal suo fascino, quella dei dipinti per me era una realtà apparente che poi si trasformava in qualcos’altro; mi immaginavo all’interno di una tela, in un mondo che vedevo solo io.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

T.:  Non vorrei generalizzare, non fa parte di me, posso solo dire che il mio compito come artista non è definito, è sempre in evoluzione, è probabilmente una continua ed infinita ricerca della verità che diventa estetica. Penso che non sia un compito prefissato, sono semplicemente me stessa, non mi preoccupo di ricercare una originalità a tutti i costi.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

T.:  La tematica principale è il figurativo nei suoi diversi generi pittorici. I miei lavori sono prevalentemente autobiografici, nel senso che hanno una componente che riguarda parte della mia vita, ed altre che riguardano situazioni famigliari, sociali, attuali e storiche.

Tiziana Vanetti in studio.

Tiziana Vanetti in studio.

G.: Come nasce un tuo lavoro ?

T.:  Parto dalle immagini. Immagini che mi emozionano, che ho nella mia mente, o fotografie che testimoniano i miei appunti di viaggio e le mie esperienze. Imposto la tela, e nei primissimi minuti realizzo l’opera nella sua totalità, tracciando forme in costruzione e distruzione, accompagnate da una forte componente di casualità, fino a raggiungere un equilibrio dinamico. Successivamente mi dedico alla cura del dipinto in tutti i suoi dettagli, attraverso le luci e i colori.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

T.:  Sono molte le letture, e con tematiche differenti. Tra queste: “Francis Bacon. Logica della sensazione” di  Gilles Deleuze, per l’interessante valutazione sull’esorcizzazione del carattere figurativo.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

T.:  Ascolto vari generi, spesso però prediligo la musica classica; tra i miei CD preferiti vi è “Prospero’s books” di Michael Nyman.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

Interno Familiare 8, olio su tela, cm90x120, anno 2006. Collezione permanente, Museo Palazzo d’Avalos, Vasto (CH).

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

 T.:  Questo dipinto rappresenta un momento di quotidianità famigliare, un piccolo angolo che poi si amplifica e si riflette nella realtà esterna, nella sua tensione psicologica ed esistenziale.

Wild 8, acrilico su tela, cm 80×100, anno 2012. Collezione privata.

Tiziana Vanetti_Wild 8_acrilico su tela_80x100_2012

Tiziana Vanetti,Wild 8 – acrilico su tela, cm80x100, anno 2012

 T.: Questo dipinto, come altri della serie “Wild”, rappresenta uno dei luoghi legati alla mia infanzia. I boschi di quei luoghi, non solo mi riportano indietro nel tempo emozionale, ma diventano protagonisti di una realtà storica lontana, custodiscono segreti e misteri delle trincee della Linea Cadorna, retaggio della Prima Guerra Mondiale.

Birth 9, acrilico su tela, 80×120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80x120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80×120, anno 2014.

 

T.: Il dipinto fa parte della serie “Birth”, un ciclo di opere dedicate alla terra in cui sono nata, la Libia. Il dipinto rappresenta delle barche in un mare in tempesta, ed affronta un tema molto attuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

T.: Willem de Kooning, Woman 1.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

T.:  Fernand Léger

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

T.:  William Turner, anche se ne sceglierei uno per ogni secolo.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

T.:  Fuori dal mio studio, nei laboratori di pittura dove insegno alle persone disabili.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:Giovanna_Lacedra-Tiziana-Vanetti-Ritratto-1 (2)

T.:  Per prima cosa, portare avanti la serie di dipinti Birth. Inoltre ho diversi progetti espositivi, nazionali ed internazionali. A breve, nella città di Milano, realizzerò una mostra personale presso l’Ex Studio di Piero Manzoni, in zona Brera.  La mostra, dal titolo “Amori Possibili (Autoritratti in viaggio)”, inaugurerà il 27 febbraio e durerà sino al 6 marzo 2015.

Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

T.:  “L’arte cela l’artista molto più di quanto lo riveli.” (Oscar Wilde)

Per  approfondire:

https://www.facebook.com/TizianaVanettiArte?fref=ts

Per Voce Creativa: Intervista ad Alessandra Baldoni

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) :

E’ nata il 6 maggio 1976 sotto il segno del toro, ed ha presto intrapreso uno dei viaggi più magici e faticosi che si possano scegliere: quello dentro di se stessa. Lo ha fatto attraverso la penna e l’obiettivo fotografico; vecchi album di famiglia e indimenticabili pagine di letteratura al femminile.

Fotografia e poesia sono diventate il suo linguaggio. La sonda con cui attraversa l’universo e scaglia l’indicibile, tra luci silenti e ombre di pece. La bellezza, però, vince sempre.  La bellezza è nella vita che trionfa – che cola dalla piaga – oltre le ombre. Anche quando “germoglia dalla ferita”.

La sua ricerca sta tutta nel saper perdere e ritrovare le tracce dell’inafferrabile: quello di un’immagine senza tempo o di una poesia precipitata sul foglio, dall’eternità.

Alessandra Baldoni ha una semplice urgenza: raccontare lo splendore riassumendolo in un’immagine. A suggerirle la visione sono sovente  versi di autrici come Amelia Rosselli, Antonia Pozzi,Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann… oppure i suoi. Perchè Alessandra, prima di tutto scrive.

Lo scatto non è che l’arrivo. È l’approdo di un viaggio minuziosamente raccontato in appunti, annotazioni, progetti. E i luoghi che scandaglia, le stanze che attraversa, i boschi che setaccia e i laghi che capovolge, sono tutti sulla mappa della sua anima.

“Ho il mio mondo dentro

e la verità è uno spiraglio

per ricongiungere cielo e terra

ma deve passare di quà

dentro il mio ventre

dove sopito giace

il suono del tuo nome “

[Alessandra Baldoni  | MA.Rea | 1999]

 

Laureata in filosofia, sente, legge, fotografa e ama tra Roma e le sue amate sponde del lago Trasimeno.

Questa è la Voce Creativa di Alessandra, per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

 A.:  Sono l’animale che cerca una tana per la notte, che respira bosco dalla narici – sono la fedeltà immediata alla terra. Sono la donna che ama, che siede sulle rovine e pensa come raccontare lo splendore. Sono l’artista che naviga a vista nel destino ma con il nord inciso sulla pelle per non perdere mai le mie stelle anche nel buio di pece delle difficoltà.

Giovanna_Lacedra_Alessandra-Baldoni

Alessandra Baldoni

 

A.:  Sin da bambina non ho avuto altro desiderio se non quello di essere un’artista. Non so neppure se posso parlare di scelta – almeno all’inizio. Era scritto nelle cavità delle ossa, viaggiava come messaggio luminoso nel mio sistema nervoso. La scelta è nella coerenza e la perseveranza, nell’andare avanti nonostante tutto. La scelta è sapere che la bellezza germoglia dalla ferita.

G.: Perché lo fai?

A.:  Perché non potrei essere altrimenti né fare altro. Perché credo che l’arte sia strumento per la crescita, credo abbia il potere salvifico di mostrarci le cose in modo diverso. Perché l’arte si ferma e racconta ciò che perdiamo, ciò che lasciamo indietro… ci porta ad ascoltare le voci minori, a fare spazio, a correre il rischio di indagare realmente chi siamo. (Ma se proprio devo pensare a qualcosa d’altro … direi l’illusionista, perché amo vedere lo stupore negli occhi).

G.: Perché la fotografia?

Alessandra Baldoni - C'er un volto - stampa fotografica da negativo, dibond cm 50x60 - 2005

Alessandra Baldoni | “Le mie parole sono Balocchi” dalla serie “C’era un volto” – stampa fotografica da negativo, dibond cm 50×60 – 2005

A.:  Un po’per caso (mio padre che a otto anni mi regala la mia prima “compattina”, una Olympus e da lì non ho mai smesso di fare foto) e un po’per necessità personale. Ho sempre amato la fotografia, i vecchi album di famiglia, le immagini in bianco e nero di nonni e antenati di cui a me arrivava si e no solo il ricordo del nome. Da piccola stavo ore ad inventarmi storie su quei volti sbiaditi. La fotografia ferma solo un istante – uno solo – e non svela mai tutto. Intorno ad una foto si può immaginare, si può scrivere, supporre, indagare. E’quella crepa nella memoria, quello strappo nel tempo dalla cui fessura nasce la bellezza.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Credo sia quella di raccontare l’altra metà del cielo e della terra, l’orizzonte capovolto – al polo opposto. Credo sia quello di essere coerente e fedele alla propria sensibilità, di mostrarci con il suo sguardo altre possibilità, altre storie, altre verità.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

A.: In un certo senso, ogni mia opera è assolutamente biografica. Parlo di amore, memoria, sogno, perdita, letteratura. Non potrebbe essere diversamente. Devo “sentire” ciò che racconto con le mie opere, altrimenti tutto diventerebbe maniera, esercizio di stile. Tanto più è intimo il racconto, tanto più tocca corde universali e permette un riconoscimento. Parto sempre dalle mie stanze, da me, ma poi cerco il simbolo, cerco di rappresentare storie e accadimenti con metafore visive.

G.: Come nasce un tuo lavoro (step by step) ?

A.: Prima c’è il fuoco, il sentimento di qualcosa che attira i miei occhi: l’ispirazione può arrivare da qualsiasi direzione e innesca un cortocircuito in me. All’inizio, all’origine – c’è sempre la parola. Ogni mia immagine nasce e si solleva dalla scrittura. Scrittura di altri o parole mie che spesso entrano anche a far parte del lavoro. Diciamo che stendo sulle pagine del mio diario piccole sceneggiature per uno scatto. Lavoro per serie fotografiche quindi in primo luogo c’è lo studio, la ricerca, la lettura. Poi il diario raccoglie anche idee spunti ricerche.  Preparo ogni cosa, scelgo volti, luoghi, abiti, accessori e oggetti per il mio set. Quando arrivo allo scatto ho tutto talmente inciso nella mente che paradossalmente è il momento più veloce. Arrivare a quello scatto, alla costruzione del set e della mise en scène può richiedere settimane intere. Il lavoro è pronto quando le immagini si specchiano nei titoli e nelle parole da cui sono partita e la serie è coerente nell’insieme.

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Foto in copertina: Opera di Alessandra Baldoni | “C’è come un dolore nella stanza ed è superato in parte” dalla serie “Salva con nome” – 2013.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

A.: Le mie emozioni sono sempre appese al rigo della pagina. La letteratura è nutrimento, acqua di gestazione, placenta di carta che avvolge l’immagine. Sono cresciuta trae con i libri, e restano un amore incondizionato. Negli ultimi anni leggo soprattutto poesia e ho una grande passione per i racconti, perché richiedono esattezza e disciplina e non ammettono concessioni, né esitazioni. Sono i luoghi dove si sperimenta, dove le parole sono scardinate dall’abitudine che le consuma e tornano ad avere una potenza quasi esoterica. Ultimamente, una mia immagine ispirata ad Amelia Rosselli (“C’è come un dolore nella stanza ed è superato in parte”) ha avuto il privilegio di essere scelta come copertina della raccolta di racconti “E’di vetro quest’aria” della scrittrice e traduttrice Monica Pareschi. Ne sono molto fiera e credo che questa foto non avrebbe potuto sentirsi “più a casa”, al posto giusto, che sulla copertina di questo libro incredibile.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

A.: Musica diversa secondo il progetto a cui sto lavorando. Molto jazz, musica classica, ma anche Tori amos, Joan as Police Woman, Mogwai, Cat Power, Antony and The Jonson…

 

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

A.: “Fino a te”, dalla serie “Le cose che vedi” 2008.

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Alessandra Baldoni | “Fino a te” , dalla serie “Le cose che vedi” stampa fotografica a colori da negativo, dibond, cm 140×100  – 2008

C’è questo sentimento del perdersi, questo rischio tutto femminile del bosco. Capita spesso che le protagoniste delle mie foto siano di spalle, rivolte altrove. E’un invito a seguirle, in un certo senso a cercare il lupo insieme a loro, ad immaginarne lo sguardo intento a scoprire l’ignoto – o forse semplicemente l’inascoltato. Si trattiene il fiato – tra il timore e la meraviglia. C’è il rosso, colore che inseguo e mi insegue, e c’è il filo che cuce il destino e ricama le possibilità. C’è il mistero del chi o che cosa ci sia dall’altra parte del filo a tenerne il capo perché ogni bosco ha dietro di sé un luogo, una radice, una nostalgia che si lascia e a cui si torna cambiati. Come se il cuore oscillasse tra ciò che ci trattiene e ciò che ci fa osare.

“Anche io nasco dal fondo di un lago – colmo di pianto”, dalla serie “Salva con nome” 2013

Anche io cresco dal fondo di un lago ÔÇô colmo di pianto

Alessandra Baldoni | “Anche io cresco dal fondo di un lago-colmo di pianto, dalla serie “Salva con nome” – stampa digitale su dibond, cm 70×50 – 2013.

Un omaggio ad una delle mie poetesse preferite, Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni. Le sue parole mi hanno nutrito, accompagnato, ferito e guarito. Ho camminato accanto a lei sulla neve, raccolto stelle alpine con il respiro sopra il crepaccio, amato l’ombra azzurra della montagna e pronunciato poesie come fossero preghiere. Parole incantesimo, bellissime e fragili come ghiaccio sopra l’acqua, parole che possono rompersi e portare via l’anima in un vortice liquido, un fondale di dolore.

“I Need Protection”, installazione- ferro vetro fotografia poesia, 2014

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Alessandra Baldoni | “I need protection”, particolare dell’installazione, ferro vetro poesia fotografia – 2014.

L’anno scorso sono stata invitata alla “Biennale del vetro” di Sansepolcro. Mi sono trovata a lavorare con un materiale per me nuovo e a dover ripensare il mio abituale modo di procedere. Ho chiesto a 21 persone di donarmi il loro segreto-desiderio più profondo o paura impronunciabile, così che io potessi custodirle e proteggerle, togliendo loro il peso e la gravità. Ho raccontato ogni loro frase/verso con un’immagine nascosta all’interno di uno scrigno. E’nata così l’installazione “I need protection”, scrigni di ferro e vetro, archivio sentimentale. Il vetro è fragilità trasparente, amore e spina. Ha cura di cose preziose ma può nello tesso tempo rompersi e diventare lama. Il vetro taglia, lacera la pelle e ne fa ferita. Biancaneve avvelenata dorme un sonno che sembra morte in una bara di vetro. L’amore può vederla e svegliarla con il suo bacio. Il vetro mostra la bellezza,  è diaframma che separa e misura. Teche di vetro proteggono le reliquie dei santi e raccontano il martirio. Noi da fuori osserviamo il miracolo. L’adorazione è fatta di visione. “I Need Protection” è un antidoto, un luogo che accoglie e si prende cura delle parole.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!” ?

A.: Mi succede a volte ed è sempre bellissimo. Perché è come innamorarsi, riconoscere      un’appartenenza. Mi capita con le opere di Maria Lai, di Sophie Calle, di Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora e in molte altre circostanze. Quando qualcosa mi commuove o mi ferisce, quando sento con lo stomaco e lo stupore mi fa tremare il cuore.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

A.: Diciamo che non amo l’arte fatta apposta per stupire, urlata e colorata come un luna park, l’arte che mi dice esattamente cosa provare e che non lascia spazio al mistero. Devo sentire la verità da un’opera d’arte, non mi interessa il gioco o il clamore fine a se stesso.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Più che altro avrei voluto essere Houdini

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.:  Ovunque posso perché da ogni luogo e direzione può venire la scintilla, l’idea. E’un attitudine, un modo di indossare la vita e di camminare nello spazio.

Alessandra Baldoni

Alessandra Baldoni

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 A.: Prima di tutto portare a termine il lavoro Orlando in ordine sparso”, dedicato all’“Orlando”di Virginia Woolf. Ho inoltre in mente di realizzare una serie di workshop dedicati al rapporto tra fotografia e narrazione. E poi un nuovo progetto fotografico/installativo in bianco e nero ed un lavoro dedicato a Vittoria Aganoor Pompilj (poetessa vissuta sulle sponde del mio lago) e una serie di mostre personali in giro per l’Italia.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

A.:Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne”  (Wislawa Szymborska)

“Se ho scritto è per pensiero/ perché ero in pensiero per vita” (Antonella Anedda)

 

Per approfondire:

http://www.alessandrabaldoni.it

 

ARTE DI GENERE?

articoli

Più che artiste, soggetti dell’arte. Modelle in posa o muse ispiratrici.

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     Camille Claudel

Questo sono state le donne, nel corso della storia delle arti visive. Veneri o Madonne; ancelle o contadine. Sulla tela, non di fronte ad essa.  Dipinte, non  pittrici. Era questa la regola, era questo il buon gusto. La casa del padre, poi quella dello sposo, i bambini, e in alternativa il convento. Mai progetti più ambiziosi.

Alle donne non era concesso il diritto alla creatività.

Occuparsi di pittura, di scultura, di architettura, no… non era cosa da donne! Così come interessarsi di cultura in generale. A loro  era consentito tessere o ricamare. Al massimo, dipingere su piccole tele decorative tra le mura domestiche, per puro diletto e
senza alcuna velleità. Una donna non poteva accedere allo studio della matematica, della geometria, delle scienze; non poteva essere avviata all’apprendistato in una bottega d’artista. E in età Medievale, attorno all’identità femminile uomini tessevano pericolosi pregiudizi.

Le donne erano capaci di fare patti con il demonio. Se non erano mansuete madri di famiglia, e non diventavano suore, molto probabilmente erano streghe.  E i dotti di quei tempi, disquisivano con serietà  su questo  inquietante quesito: la donna era davvero dotata di anima, come l’uomo? O ne era priva, come gli animali?

San Tommaso scrisse che la donna era soggetta all’uomo a causa della sua debolezza fisica e spirituale.

Appreso questo, non è difficile capire  per quali ragioni l’arte – così come  altre  manifestazioni dell’animo e dell’intelletto –,  sia stata per secoli prerogativa maschile. Prerogativa maschile, certo. Ma con più di qualche eccezione.

Setacciando la storia, infatti,  non è poi così difficile imbattersi in personalità femminili dal raro coraggio e dal raro talento: donne che hanno saputo guadagnarsi, con tenacia e determinazione, il diritto di essere artiste.

Figure come Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Camille Claudel, Suzanne Valadon… sembrano rifulgere in un’aura di fascinosa trasgressività.

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      Suzanne Valadon

Come se avessero rotto uno schema, infranto una regola, evaso una prigione. E in un certo qual modo, è stato così.

I primi nomi ci arrivano dal Rinascimento. Ma si è trattato per lo più di donne che avevano alle spalle una figura maschile, solitamente un genitore che permettesse loro di inoltrarsi in quella dimensione proibita. Padri pittori, o semplicemente colti e liberali, i quali, riconoscendo il talento innato di queste figlie, accettarono di assecondarlo piuttosto che reprimerlo.

Era il Quattrocento. Alle donne era precluso l’accesso al mestiere della pittura e alla conoscenza della prospettiva come nuovo metodo scientifico di rappresentazione della realtà. Eppure qualcuno fece eccezione a questa regola: Antonia Uccello, figlia del celebre pittore Paolo Uccello, pur diventando presto una suora carmelitana,  potè ugualmente apprendere dal padre le regole della prospettiva applicate al disegno. Giorgio Vasari, nelle sue ‘Vite’ la cita, ricordandone le abilità nel disegno.

Un altro caso analogo è rintracciabile, scorrendo i decenni, nella Venezia del secondo Cinquecento. È il caso di Marietta Robusti, figlia del pittore manierista Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, la quale ebbe addirittura  il privilegio – sino a quel momento negato alle donne – di far pratica in una bottega d’artista, quella di suo padre, nella quale lavorò per ben quindici anni, dimostrando doti pittoriche e genialità.

La prima che riuscì invece ad ottenere l’iscrizione all’Accademia del Disegno, nella Firenze del 1616, fu Artemisia Gentileschi.
Anch’essa ‘figlia d’arte’: suo padre era il pittore caravaggista Orazio Gentileschi, autore di importanti commissioni nella Roma Caput Mundi a cavallo tra Cinquecento e Seicento.

Sbocciavano nelle botteghe dei loro padri e se avevano coraggio e fortuna, riuscivano a spiccare il volo. Recarsi presso corti straniere, però, era un’ipotesi ancor più rara.  Ma Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese, figlia di un uomo colto e profondamente appassionato di pittura, riuscì a raggiungere anche questo traguardo. Avere una padre tanto interessato all’arte fu la sua fortuna, perché questi le permise di allontanarsi dall’Italia e diventare ritrattista ufficiale alla corte di Spagna nel 1559.

La prima a gestire una Scuola d’Arte per fanciulle intorno alla metà del Seicento, fu invece Elisabetta Sirani, precocemente uccisa da un’ulcera perforante, all’età di soli 27 anni.

Nell’Europa del Settecento fece eco il nome di un’artista veneziana, capace di conquistare subito la fama internazionale per i suoi ritratti fortemente introspettivi, realizzati con la inusuale tecnica del pastello: era Rosalba Carriera.

Tamara De Lempicka

Tamara De Lempicka 

Nomi femminili che hanno segnato l’arte del secondo Ottocento sono certamente quelli delle due pittrici Impressioniste: Mary Cassat Berthe Morisot. Quest’ultima fu modella di Monet e  Renoir prima di unirsi al gruppo come pittrice, riuscendo persino ad organizzare il Salon des Femmes, la prima mostra collettiva per sole donne, realizzata nella città di Parigi.

Ed è sempre a Parigi che sul finire dell’Ottocento e agli esordi del Novecento emergono i nomi di Camille Claudel, Susanne Valadon, Sonia Delaunay, Tamara De Lempicka. La prima iniziò come allieva- modella e presto divenne amante, dello scultore August Rodin, e visse all’ombra del suo talento e della sua notorietà. Suzanne fu invece modella del pittore post-impressioonista Toulouse-Lautrec  e divenne poi madre del celebre pittore Utrillo, il fragile amico di Amedeo Modigliani. Allo stesso tempo si distinse come pittrice dalla tavolozza pre-espressionista.Sonia invece,  fu esponente del Cubismo Orfico insieme a Robert Delaunay, suo compagno di vita.

La seducente, elegante e trasgressiva Tamara De Lempicka si distinse invece negli anni Trenta del Novecento, come esponente ufficiale dell’Art Deco’. E nel coevo Messico Rivoluzionario, accanto ad un grande pittore Muralista – Diego Rivera – figurava una straordinaria pittrice, piùvotata all’introspezione: Frida Kahlo.

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   Frida Kalho

Ma  fu negli anni ’60, in seguito alla rivoluzione attuata del Movimento Femminista, che il ruolo della donna nell’arte si fece più attivo  e sferzante.

Da quel momento la donna-artista pretese altro spazio.

Pretese l’azione. Valicò il confine delle arti maggiori: non era più la pittrice introspettiva,  elitaria o d’avanguardia. Era essa stessa
un’opera d’arte, agente e vivente. Nasceva la Body Art. Arte in cui è il corpo stesso a  farsi materia artistica. E i grandi nomi di questa operazione sono stati quelli di Gina Pane, Valie Export, Joan Jonas, Ana Mendieta, Orlan,Marina Abramovic…

Oggi, la presenza femminile nell’arte contemporanea è fortunatamente esuberante.

Le donne indagano, con grande sensibilità, il mondo. Sentono e sanno. Vivono con l’utero quello che poi sublimeranno in arte. Un’altra gestazione. Un’altra maternità.

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    Ana Mendieta

(Articolo di Giovanna Lacedra)