Per Voce Creativa: Intervista a Mandra Cerrone

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mandra Cerrone  (Civitaluparella – Chieti –  1959):

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Mandra Cerrone | Autoritratto

Appena ho conosciuto Mandra ho avuto come la sensazione di avere di fronte a me la personificazione della calma. Parlare con lei, essere “ascoltati” da lei è come essere accolti in un abbraccio silenzioso, discreto e rispettoso. Il tepore delicato della comprensione, della totale assenza di giudizio. Ma questa “lei” che io ho incontrato, trascorrendo qualche giorno nel suo piccolo regno – una casa “bianca” su due piani affacciata sul mare – è certamente il risultato di un percorso profondissimo. Dentro sé e dentro l’altro, Un percorso in cui l’arte diventa contatto, incontro con l’autenticità dei sentimenti,  propri e dell’altro. In una parola: terapia. E nella commistione con altre pratiche, anche possibilità di “guarigione”. Al piano terra della sua abitazione, immense vetrate fasciano lo spazio puro del suo atelier, il “Mistic Driver Art Lab”, che oltre ad essere focolaio della sua personale ricerca, accoglie presentazioni, proiezioni e incontri culturali dedicati all’arte contemporanea.

Mandra Cerrone vive e lavora a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G: Chi sei tu?

M: Sono quel contenitore vuoto al termine di ogni identificazione. Ancora non so com’è…

G: In quali occasioni ti capita di tornare bambina?

M: Nel 2000 ho realizzato “Il fanciullo che c’è in te”, unico lavoro in collaborazione con un’altra artista, Francesca Maffei. Ritratti di uomini e donne ottenuti dalla sovrapposizione delle foto del bambino e dell’adulto, immagini dinamiche dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo. L’innocenza, la promessa dell’infanzia e la consapevolezza dell’adulto ci fissano con i tratti dell’eterna fanciullezza in una malinconia adulta. Uomini e donne rappresentati in una ambivalenza senza inizio ne fine.

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Il fanciullo che è in te – ritratto fotografico – 2000

G: Perché lo fai?

M: La motivazione principale sta nella gratificazione di poter assecondare quel centro stabile a cui sempre ritorno, il nucleo di interessi e passioni in cui posso vivere. Nel silenzio della vita interiore vive l’immaginazione e l’arte le da voce. La spinta sta nel sentirsi intimamente autorizzati ad intervenire nel malessere sociale con mezzi immaginali. L’immaginazione è sovversiva e s’interessa di comportamenti e sentimenti e si materializza nel mondo producendo emozioni. Essere un’artista è ridare spazio alla potenza dell’immaginazione in un sistema in cui le immagini mostrano una  grande vulnerabilità alla critica e al mercato.

G: E se non fossi un’artista cosa saresti?

M: Forse una psicanalista, o meglio una psicomaga, ma questa è ancora arte.  Un tempo dicevo di me “sono” un’artista, in realtà sono una moltitudine…

G: Qual è la radice della tua ricerca e in che direzione si muove?

M: L’arte è la medicina, la politica e la religione del futuro. La radice è fare della mia arte un mezzo, uno strumento di condivisione, di relazione. La direzione è un’arte che cura, conoscitiva e trasformativa.

G: Sei una donna estremamente introspettiva, questo viaggio dentro di te, così profondo e così prolifico, quando ha avuto inizio e perché?

M: E’ iniziato con me. I latini lo chiamano genius, i greci daimon, gli sciamani spirito, o ancora carattere, vocazione, si tratta sempre di un’immagine che ci definisce e alla quale per tutta la vita cerchiamo di aderire.

G: Parlaci del tuo incontro e del tuo percorso con Christobal e Alejandro Jodorowsky?

M: Nei primi anni 2000 ho cercato e poi incontrato per la prima volta il regista Alejandro Jodorowsky e la sua famiglia ad un reading con a seguire uno spettacolo di teatro panico (Parma , La corte Ospitale), in quell’occasione ho saputo dei workshop condotti da Alejandro e ne ho frequentato alcuni. La mia curiosità (necessità) mi ha portata ad incontrare molti ricercatori e a conoscere molte tecniche di terapie artistiche, tra tutte la psicomagia e la psicogenealogia mi hanno conquistata. Grazie a Cristobal Jodorowsky, magnifico artista terapeuta e insegnante, ho avuto la possibilità di conoscerle profondamente in un percorso formativo triennale in cui acquisire e sperimentare di persona le ricerche di Alejandro. La mia personale sintesi è stata la contaminazione e l’integrazione con le altre tecniche e con gli strumenti delle arti visive e performative.

G: Tra le tue prime e più importanti performance c’è la serie “Ostie”, ce ne parli?

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Ostie | Performance 2006-2015

M: La prima Ostia è del  2002 quando ho conosciuto la dottoressa Mereu, è nata un’amicizia importante. Stavo molto male, insieme abbiamo sperimentato l’ostia psicomagica e sono immediatamente guarita dopo anni di cure.  Lo stupore, la gioia; nel 2006 ho desiderato condividere quest’atto poetico con una performance pubblica a Spoltore. Poi di nuovo nel 2015 a Pescara nell’appartamento Lago e a Venezia da Vitraria Glass +A Museum. Con quest’atto poetico (tecnicamente dovrei dire performance) usiamo il simbolo con finalità e consapevolezza, in modo intenso, per ritrovare “l’anima alle cose e compiere l’atto fanciullesco di immaginare il mondo”. Il senso di questo lavoro è “mangiandoti assimilo la tua essenza”. Le “Ostie” sono cibo spirituale ad uso psicomagico. Metaforicamente realizzano una necessità dell’anima. Mangiando l’immagine della realtà ne assimiliamo l’essenza. La tua bellezza, la mangio, diventa mia. Il dono che non ho, lo mangio e lo lascio germogliare.

G:Audĭentĭa – città in ascolto è invece la tua ultima performance. Come nasce e cosa racconta?

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Audientia – città in ascolto | Performance 2014-16

M: E’ un momento di arte relazionale incentrato sull’ascolto profondo del cuore e di Roma, dal cuore all’orecchio per contatto diretto del corpo, della pelle: un performer offre nuda la zona del cuore, il suo battito è l’unico messaggio, a chiunque voglia appoggiare l’orecchio e ascoltare, in un cubo bianco, isolati dal resto. L’ascolto profondo diventa un atto spirituale con un intento estetico e terapeutico. La prima edizione a piazza San Giovanni a Roma per lo Spazio TraLeVolte nel 2014  e la seconda nel mio studio nel 2016, entrambe promosse da Cappa Arte.

G: Cos’è un albero genealogico e come è entrato a far parte della tua arte?

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Mandra Cerrone in una Family performance

M: La genealogia studia l’influenza della famiglia sull’individuo. L’albero genealogico (metagenealogia) è uno strumento in cui arte e scienza, razionale e irrazionale, collaborano alla ricerca dell’identità. Diventare autenticamente se stessi è riconoscere l’identità acquisita con le imposizioni, i divieti, le tradizioni ecc. E’ indispensabile conoscere l’eredità materiale e spirituale dell’albero genealogico senza ricondurre l’uomo a un risultato di forze ereditarie e sociali. Al centro di ogni vita c’è un mistero. Nell’affrontare le mie fragilità, nel disordine, nei primi anni 2000, ho incontrato l’albero genealogico capace di accogliere fragilità e disordine e come tutto ciò che attraversa la mia vita è entrato a far parte della mia arte.

G: “Genealogical Love” e le successive “Family” che hai realizzato, rimettono in scena dinamiche famigliari e affettive anche piuttosto nodose. Com’è sbocciata questa idea e qual è il fine ultimo di ciascuna rappresentazione?

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Genealogical Love

M: I tableaux vivant delle “Silent Family” nascono da una fascinazione. Aver frequentato e appreso le tecniche ormai note come costellazioni familiari mi ha sedotta non per l’aspetto banalmente terapeutico ma per la bellezza in sé della composizione scenica, è su quella che io lavoro. Sull’immagine che ne ottengo. E l’immagine si da tutta contemporaneamente, il paradigma temporale che misura tutte le cose si azzera, emerge un’immagine senza tempo, la pura bellezza dell’esistenza. “Genealogical Love” è una “Silent Family” particolare, realizzata per Privata, mostra itinerante sul femminicidio. In questa performance la protagonista è una donna che ha realmente subito violenza e si è offerta di rappresentare il suo albero alla ricerca di un senso, un esorcismo, i segreti sono alla base di molte malattie, rivelarli è un atto catartico. A lei la mia gratitudine per aver accolto la mia richiesta di un’azione così generosa e potente.

G: Come “arruoli” i performers delle tue Family?

M: Non ho mai usato modelli professionisti, sono i miei amici, persone che si offrono spontaneamente di partecipare per vivere l’esperienza.

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Silent Family | Performance 2015

G: Pensi che l’onesta sia una virtù imprescindibile per un artista?

M: Ho stima di chi come me lavora per l’opera e non per l’applauso, questa scelta è foriera di ogni conseguenza…

G: La lettera che non hai mai spedito… che fine ha fatto?

M: Scrivere una lettera è un segno importante. Le  ho spedite tutte. Nella lunga performance “Amore”, azioni orazioni raccomandazioni (2008/2016 non ancora conclusa) ho chiesto a molte persone di scrivere per me una raccomandazione…

G: Un autore o artista che non ti ha mai emozionato:

M: Se non mi ha emozionato perchè parlarne? Sorrido…

G: Un autore o un artista che avresti voluto essere tu:

M: Io voglio essere Mandra ma sono produttrice e consumatrice d’arte, sono molti gli artisti che amo.

G: Come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

M: L’arte è, o dovrebbe essere, trasversale ad ogni attività umana, in questo senso credo che le donne siano portatrici di un profondo rinnovamento superando anche le distinzioni di genere.

G: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M: Non ho mai pensato all’arte in questi termini. Ciò nonostante, in merito alla mia performance “Denaro Santo” ho spesso pensato che “lavare” è un gesto molto femminile, forse un uomo avrebbe scelto un’altra azione metaforica e reale per ripensare il senso del denaro.

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Denaro Santo | Performance

G: Work in progress e progetti per il futuro:

M: Continuare… La perfetta realizzazione di sé non esiste, la permanente trasformazione sì.

G: TU in una citazione che ti sta a cuore:

M: “Quando sboccia un fiore è primavera in tutto il mondo”.

Per approfondire:

www.mandracerrone.com

www.mandracerrone.blogspot.com

 

 

Per Voce Creativa: Intervista a Loredana Galante

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Loredana Galante (Genova, 1970):

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Loredana Galante | Ph. Marco Curatolo 2013

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: La persona. Sono io: mi cerco per riconoscermi ogni istante .

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei comunque per la trasformazione.

G.: Perché lo fai?

L.: L’ ho scelto molto tempo fa con tanta convinzione. E lo riconfermo perché lo faccio allineandomi ai miei valori e con finalità contributive. Quello che faccio oggi per la mia vita è portatore di senso.

G.: Parli mai con la bambina che hai dentro?

L.: Ho partecipato ad un workshop sulla bambina interiore. E’rappresentata da un pelouche a forma di scoiattolo che dorme con me e che porto sempre nei miei spostamenti. A volte la metto vicino alle mie Ragazze (le micie Masha e Irina). Credo che le piaccia stare con loro. Non facciamo grandi discorsi, ma le dimostro che mi ricordo che c’è. Una volta le ho promesso di portarla più spesso al mare e vicino agli alberi.

G.: Il buio, cos’è?

L.: C’è il buio di quando chiudo gli occhi e respiro che include tutto e restituisce conforto, possibilità e fiducia. C’è il buio “dell’oscurità fondamentale”, l’incapacità di vedere anche con gli occhi aperti in piena luce. Questo buio sottrae a sé stessi e agli altri ed è la fonte di tutto ciò che è male: se mi è consentita una definizione, male è ciò che non sostiene e rispetta l’afflato vitale, in tutte le sue forme.

G.: Dove nasce l’arcobaleno?

L.: Da un cassetto piccolo che profuma di legno ed ha il pomello di porcellana dipinta.

G.: Installazioni, performance, pittura e disegno: nella tua ricerca i linguaggi si contaminano e comunicano tra loro. Ci racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

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Ph.: Marco Curatolo 2013

L.: In campo artistico, per passare ad un altro medium, per fare nuove sperimentazioni, ho avuto bisogno di avere quelle che io ho sempre definito “autorizzazioni”. In questo senso Liceo artistico ed Accademia di Belle Arti, indirizzo Pittura, sancivano il mio rapporto con il disegno e la pittura che non si è mai interrotto. Poi il desiderio di sconfinare alla terza dimensione è stato supportato dalla vincita della borsa di studio di Arnaldo Pomodoro ed arricchito da funzionalità sonore, derivanti dallo studio delle percussioni. Creavo composizioni metalliche, misuratori di uno spazio instabile scandito da intervalli calcolati ed equilibri tra i vuoti e i pieni.  Prendevo la materia e la rendevo nuova. In quel periodo la storia singola la sottraevo. Ogni elemento si rinnovava nell’accostamento con gli altri. Ora invece faccio emergere la storia precedente e la faccio confluire in una storia condivisa. La parte sensoriale e interattiva era già presente nelle latenze dinamiche degli oggetti e delle strutture, che includevano l’approccio tattile e le potenzialità sonore. I bozzetti su carta e la produzione pittorica ospitavano le stesse forme dinamiche, appunti, particolari costruttivi venivano evidenziati ed integrati. Tra il mio lavoro ed il pubblico mancavo ancora io: io in carne ed ossa.  Altre “autorizzazioni” mi condussero alla performance. Un anno con Quelli di Grock  a Milano, un anno di  corso “Iat Gong”  a Genova  sul  teatro, danza e musica  dei popoli, nonché vari stage. Genova è una città multietnica e grazie a lei e alla mia indole di animale assolutamente sociale, m’indirizzai alla progettazione e costruzione d’installazioni che mi avrebbero ospitata. Sono lavori finalizzati al rituale sociale, alla socializzazione. Parlo di:  “La pausa del cuore”, “Eggsocentrismo”, “Five minutes social point”, “I’m very WELL”. Ho trattato il tema della socializzazione con delicatezza. Il mio voleva essere un lavoro fruibile da tutti e a tutti i livelli.  Il livello culturale o la non appartenenza al clan degli addetti ai lavori non ne comprometteva l’approccio, e a livello emotivo si poteva scegliere fino a che punto mettersi in gioco. L’intenzione era assolutamente democratica. Il gioco era aperto a tutti. Il clima di festa, di spontaneità e l’esercizio della cura da parte mia, ne assicuravano la riuscita. Le mie interazioni spesso durano delle ore, anche a discapito delle mie ginocchia… Il trasferimento a Milano segna un passaggio che avrà risvolti professionali ed esistenziali di forte impatto. Ho dovuto studiare per me stessa una strategia socializzante per costruirmi una nuova rete di amicizie e di relazioni ed adattarmi a nuovi tempi e nuove distanze. Il tempo ed anche i miei disagi sono intervenuti nel mio lavoro artistico con l’inserimento di una gentilezza e attenzione più profonde e meno estemporanee alla sfera emotiva.  Lo spazio del gioco ha incluso elementi più intimi, come la memoria, l’attenzione all’emozione, l’empatia, il conforto e la riparazione. I miei progetti includono l’attenzione alle fasce deboli, alle presunte diversità, al rispetto dell’ambiente e all’ecosostenibilità.  Alcuni progetti sono “Letto di latte”, “Storie vere di paese”,  “Ninho Gracia”. Le relazioni rimangono il punto focale della mia vita, del mio lavoro ed occupano il primo posto nella mia scala di valori. Di conseguenza compio una scelta che avrebbe profondamente influenzato entrambi: m’iscrivo alla scuola triennale di counseling Manage your life. Assumo consapevolezza dei miei processi emotivi, influenzo e modifico circuiti cognitivi e percezioni disfunzionali con lo studio, la meditazione  e la presenza vigile. Mi accorgo di dinamiche relazionali e di atteggiamenti esistenziali. Coltivo lo spazio neutro, dell’inclusione e dell’ascolto, esercitati anche nella mia pratica ed attività buddista. Mi diplomo in counseling sistemico relazionale nel 2014 con la tesi “Arte e counseling in RELAZIONE”. La mia attività si arricchisce di nuove competenze e di un raggio più ampio e composito di osservazione. Questi apprendimenti mi hanno permesso d’inventare nuove modalità performative e sono molto presenti nella gestione dei work shop come “I redraw your life”, “Rebirth: the second life”, “Incontri in 73 movimenti”, “Appuntamento galante”. La mia storia rimane sempre Una question( e) pubblica come descrive  il titolo del mio catalogo stampato nel 2007. E’ a disposizione, a confronto con  quella degli altri, risuona per similitudine e si emoziona per appartenenza. Nella mia vita ho compiuto cambiamenti e scelte con la finalità di rispettare i miei valori e di allinearmi il più possibile a questi. L’ operazione artistica deve avere per me potenzialità trasformative e valore contributivo. Mi avvalgo della mia sensibilità e interesse per il mondo fenomenologico dell’altro e faccio costante esercizio di ascolto, inclusione e della cura inteso come attenzione empatica. Il buddismo ed il counseling mi hanno insegnato a vedere l’altro come un “perfettamente dotato” ed in possesso delle risorse necessarie per vivere a proprio agio. Da parte mia faccio del mio meglio per mettere le persone in contatto con le loro risorse. Ritengo che Il cambiamento, nonostante presupponga sforzi e ricadute, sia la massima esperienza  creativa. Avere al servizio della “trasformazione” il mezzo entusiasmante della produzione artistica è una delle scelte più sensate della mia vita, nonchè un grande beneficio o fortuna, come la si voglia definire. Il counseling, la psicotearapia, la meditazione hanno portato un livello di consapevolezza più alto e consolidato attitudini che già possedevo ed esercitavo a livello spontaneo. Come un sistema di misurazione più preciso: diciamo che invece di una sassola, ora ho a disposizione una bilancina elettronica più sofisticata.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Penso di aver già risposto in parte, faccio un breve elenco: Ecologia, Democraticità, Inclusione, Memoria, Responsabilità personale, Rispetto per la vita. E’ un lavoro autobiografico perché nasce da un esperire personale ma è condiviso e potenziato con l’esperienza dell’altro. Le mie performance hanno un lungo processo di preparazione e di recupero oggetti…Il giorno della performance però affido tutto agli altri. Il mio è un lavoro di fiducia. La fiducia mi appartiene. Come tutti ho anche qualche aerea in cui albergano le paure ed in cui non riesco ad affidarmi ma è più legata all’incolumità fisica tipo volare.

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Loredana Galante at work

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Le modalità sono due: nella prima,  il lavoro nasce da una mia suggestione-decisione, area di approfondimento, necessità di “digerire” qualcosa, di provare a osservarlo da più punti di vista. Si presenta la necessità di accettare qualcosa, comprenderla. Per esempio le separazioni a tutti i livelli. Il lavoro qualche volta diventa una strategia di superamento, un modo per spiegarsi o spiegare agli altri qualcosa intraducibile altrimenti Nella seconda mi trovo ad accogliere l’invito di un evento a cui decido di aderire e in cui mi viene dato un tema, un concept, comunque un contenitore o un soggetto da sviluppare nel mio personale modo. Prendo appunti, scrivo, faccio schizzi, colleziono immagini, parole ed esperienze significative. Diventano un date base al quale attingere. Poi una volta scelto di fare un lavoro, faccio una ricerca specifica. In questo secondo caso “a invito” in qualche modo devo forzare le modalità creative anche solo per rispettare  una data di consegna. Non l’ ho mai vissuta come una limitazione, ma come un piacere nel rinnovarsi o nel’addentrarmi in qualche soggetto che non avrei frequentato. Si rivive ogni volta quell’ esperienza d’ intravedere un’ idea, nella foschia, che ti viene incontro e di definirne i particolari nei momenti più inaspettati della tua giornata. Tra i miei momenti più creativi c’è quello di quando ho appena concluso qualcosa. E’ come se i miei processi cognitivi prima impegnati, finalmente di nuovo alleggeriti, si rimettessero subito al lavoro realizzando pensieri nitidi.

G: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sono emotivamente collocata alla fine dell’Ottocento. Sono legata ai libri Locus Solus di Russell ed Il dono di Nabokov. Leggo anche saggi di spiritualità e manuali “auto correttivi”.

G: Sei buddista. Quanto, la tua fede, ha guidato e trasformato l’artista che sei?

L.: Applicare gli insegnamenti buddisti alla mia vita è stato uno degli ambiti di profonda trasformazione. Nel mio lavoro ha praticamente azzerato competitività ed individualismo. Non escludo che possano essere tratti caratteriali “funzionali” alla professione, ma sono “ antifunzionali” al benessere. Supportata dal mio percorso di counseling sistemico relazionale non m’identifico nell’essere artista. Uso l’arte come mezzo trasformativo, mi è congeniale la modalità descrittiva che mi offre, ne amo l’intensità esperienziale, la condivisione, la co-creazione con chi ne partecipa e la possibilità di concentrare tempo, sentimenti, pensieri, ipotesi in una forma o in una azione. Questa forma è definita, quasi oggettiva, per me ma è disponibile per le proiezioni soggettive di ognuno.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: Solitamente: il silenzio. Ora ho messo Satie.

G: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: Opera 1) Coltivare 养 (殖) 2015 performance a cura di Fortunato D’ Amico. Biennale Arte Cina Elisir di Lunga Vita Mastio della Cittadella, a cura di Sandro Orlando Stagi e Mian Bu, 2015 catalogo Maretti Editore.

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 Performance “Coltivare” – 2015

L’ E.D.L.V.( elisir di lunga vita)  per me non è da ricercare per l’immortalità del singolo. VITA non è da intendersi come vita individuale ma come impulso vitale, azione contributiva, afflati evolutivi e costruzione di un valore comune da rispettare e da conservare per la sua importanza.  Vitale è ciò che tiene in vita, che produce senza distruggere, senza compromettere. Essere in vita non è solo respirare ma essere svegli, consapevoli, in ascolto, permeabili.  L’esperienza del singolo deve allinearsi con lo spirito intelligente dell’Assoluto, si alimenta con la Presenza e la Cura, in uno stato di integrazione tra l’effimero e l’eterno, tra l’individuo e l’intelligenza universale. In questa performance quindici persone passavano da un tavolo-mensa presso il quale altri tre ragazzini del pubblico porgevano loro: vecchi cucchiai di alluminio, piatti in porcellana dipinta, bicchieri di cristallo scompagnati, una piantina di quercia, terra, una bibita a scelta tra amore, perdono, cura, rispetto, sintonia e pazienza. Gli oggetti li avevo scelti con molta cura e venivano riposti in una cassetta di legno della frutta che consegnavo a ciascuno come se fosse il vassoio con il quale alle mense si scorre davanti alle pietanze. Un grande tappeto persiano attendeva al suolo di essere Coltivato. Si poteva tornare al tavolo e riempire ancora il piatto di terra o il bicchiere di qualche sostanza nutritiva a scelta al fine si sistemare le querce sul tappeto. Questo tappeto è una porzione di pianeta ma anche del nostro salotto di casa… La coltivazione è a livello sociale ed a livello personale, sono inscindibili. Le mamme hanno portato con sé i bambini che sono stati silenziosi e partecipi alla cocreazione di un’emozione condivisa e custodi di un messaggio.

L.:  Opera 2) “A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011 – tessuto, bordo a uncinetto, velluto, terra e pianta – dimensioni,  H 280x L80 cm – “Sebben che siamo donne” Palazzo Libera, Villa Lagarina,Trento; a cura di Angela Madesani, Publistampa edizioni.

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“A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011

La riflessione è questa volta sui ruoli: figlie madri, sorelle che nel tempo si scambiano e si ripetono. Ho messo i ruoli in relazione con le foglie. «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même  limite, toujours des feuille symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge . La lunga calza ospita nella zona pubica una pianta, che cresce nel tempo, viva e in movimento. Come le relazioni occorre prendersene cura, ascoltandone i bisogni. La zona pubica è l’infinito potenziale generativo. Differenze che si assottigliano a diventare un velo, esperienze da indossare. Penso che se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos’è il mondo. Così indugio nelle parole e nelle cose per decifrane il linguaggio universale.

L.: Opera 3) Blue, 300×200 cm acrilico su tela , 2013. Con l’aiuto dei ragni tessitori, GAM, Genova (solo show), testi di Chiara Canali, Fortunato D’Amico, Maria Flora Giubilei, 2014 catalogo Artbook

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 Blue – acrilico su tela – Ph.: Pierluigi Maida 2014

I dipinti in grande formato comprendono sbalzi temporali di stile, citazioni, l’incongruenza dei sogni, l’evocazione dei viaggi, la stratificazione delle esperienze ma anche il cambiamento. La veste pop con echi alle tappezzerie orientali ne fa delle attraenti tele di grande impatto d’insieme, non senza la cura di minuziosi particolari e intriganti calligrafie da osservare da vicino. Le citazioni e gli scritti affiorano ed appartengono a quell’istante e spesso li dimentico e faccio fatica a rileggerli. Il mio lavoro pittorico attinge molto dalla sfera emotiva, come dal viaggio: sia all’esterno che all’interno di me. Entrambi sono d’impatto. I secondi alle volte lasciano tracce ancora più profonde dei primi.In alcuni dipinti ci sono tessuti, passamanerie, segni su carta incollati. La stoffa è un materiale dal potere altamente evocativo e seduttivo. Il mio interesse nel collezionare, conservare, accogliere storie passa anche attraverso i materiali e gli oggetti che ne conservano memoria. La pittura è stata il mio primo medium espressivo e nonostante l’acquisizione di nuovi supporti, non ne ho mai sospeso la pratica.  Blue fa parte di un ciclo che ho raggruppato sotto il nome di  Mood Traveller ed è stato dipinto dopo il viaggio- ricerca di un mese e mezzo in Messico. Il titolo mi sembrava descrittivo della condizione in cui gli essere umani vivono: in movimento tra continui avvenimenti, ricordi, incontri, prove e i relativi stati d’animo che sono a loro volta spiazzanti, spaesanti e producono spostamenti. Mood traveller evoca Città geografiche e Città dell’anima, vere e immaginate, da visitare, da scegliere, da materializzare o da sciogliere, in cui stare, tornare o  lasciare. E’ un viaggio complesso ed interessante. Si consiglia “di lasciarsi andare al flusso, alla varietà di energie, al carattere climatico e  materiale dell’ esperienza”

G: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: L’opera d’arte che avrei voluto realizzare io è mia ed è sempre quella che non ho ancora fatto. Una sorta d’inquietudine mista ad insicurezza alimenta una malinconica insoddisfazione che mi fa rimettere al lavoro. S’ incastrano negli angoli vuoti e tra un lavoro e l’altro anche un po’ di solitudine. Allora evoco l’opera come lo sciamano fa con l’animale guida… e nel mio “inframondo “sto in ascolto. E poi ci sono le aspettative da gestire. Qualcuno le chiama allucinazioni! Qui di seguito alcune artiste il cui lavoro parla un linguaggio che ascolto con interesse:  Leonora Carrington, Louise Borgeois, Sophie Calle, Mona Hatoum,Nathalie Djurberg, Maria Lai.

G: Essere donna ed essere artista. Qual è il limite  –  se c’è un limite –  e qual è il vantaggio – se c’è un vantaggio?

L.: Mi piace molto essere donna.  Vantaggio è una parola che non uso. Posso sostituirla con risorsa? La risorsa principale per me è una naturale predisposizione all’esserci, all’attenzione, alla cura, a essere vigile, a essere permeabile nelle situazioni, generosa e feconda.  Dei miei limiti sono personalmente responsabile. Ringrazio di non essere nata in altri luoghi ed in altre circostanze.

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Letto di Latte Performance, 2010

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando immagino “mondi possibili” per me e per gli altri e m’impegno alla loro costruzione anche solo con uno sguardo benevolo, e quando esercito il mio leggendario “spirito d’adattamento”.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

L.: In questo momento sto cercando una studio-abitazione più grande: ho una sottana di 3 metri da ultimare, un gigantesco fiore di loto di seta di riciclo, qualche workshop in programma ma soprattutto la necessità di fare un po’ di ordine!

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: Fare gli stampini che l’ universo li riempie. Impeccabilità della parola. Ciò che ti sta accadendo è la cosa migliore che possa capitarti per la tua vita. Poi uso tanto queste due parole: Stare insieme. E amo: Flusso Fiume e Andare Verso. Entrambi sono titoli di mie lavori.

Per approfondire:

www.loredanagalante.it

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

Per Voce Creativa: Intervista a Francesca Lolli

Art Feminism, Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Francesca Lolli (Perugia, 1976):

Attrice e scenografa, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Perugia, Francesca sceglie come proprio linguaggio il video e la performance. È il suo corpo a farsi narrazione. A volte solo, a volte coadiuvato dalla presenza di altri attori. E come lei stessa suggerisce, a spingerla verso l’azione comportamentale o la rielaborazione metaforica del video è da sempre una certa “urgenza”. L’urgenza di dire, di sottolineare, di gridare qualcosa. Qualcosa che ci  riguarda tutti, che non esclude nessuno e che quindi non necessariamente affiora dall’autobiografia. Ma che è, anzì, sempre più spesso piaga del sociale, ferita pregiudiziale. Divario tra ciò che per qualcuno è normale e ciò che non lo è. 

Francesca Lolli si racconta per voi. Questa è la sua Voce Creativa…

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Ci sono momenti in cui mi sento tutto e in tutte le cose, senza forma, pronta ad accogliere e diventare tutte le forme del mondo, ed altre in cui semplicemente non sono e non voglio essere.

f lolli

 G.: E se non fossi un’artista?

 F.: Fino a poco tempo fa non amavo definirmi artista. Ho sempre trovato molto pretenziose e presuntuose le persone che si definiscono così. Poi ho iniziato a capire che noi tutti abbiamo bisogno di definizioni, bisogno di catalogare esperienze, persone e più in generale tutto quello che ci circonda. Definire ci fa sentire comodi.

 G.: Perché lo fai?

 F.: Lo faccio solo quando sento un’esigenza, una spinta che si concretizza.

 G.: Perché il corpo?

 F.: Perché è l’estensione più vicina (anche se spesso scomoda) al pensiero, perché tutti lo possediamo, ne abbiamo più o meno coscienza, perché è uno strumento universale ed è quello a me (noi) più naturale.

 G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

 F.: A posteriori posso affermare che lo è sempre stato, ho infatti iniziato a sperimentare e ricercare con il teatro.

Backstage video performance 'Duty of Beauty'_MUA Giulia Riccardizi_pic Massimo Palmieri_2014

 G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

 F.: Posso dire quale sia, secondo me, il compito di un artista oggi: quello di parlare del presente. Che sia una donna a farlo è una questione di nascita. Io sono nata donna, mi sento donna e inevitabilmente quello che esce da me è visto, vissuto, mangiato e vomitato da una donna. Non posso e non voglio prescindere da questo ma è solo il punto inevitabile di partenza. La mia ricerca non è a priori una ‘questione di genere’.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

 F.: I temi della mia ricerca sono sempre legati al qui e ora, non riesco a slegarmi dal momento storico in cui vivo, è anche difficile dire quanto ci sia di autobiografico nei miei lavori, sicuramente tanto, ma questo per il semplice fatto di essere io (e di conseguenza la mia vita, le mie sensazioni rispetto ad essa) il mezzo dal quale esce e prende vita un mio lavoro.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

 F.: Nasce da una necessità fortemente legata al momento. A volte le necessità non si concretizzano in azioni.

Backstage 'NowHere'_pic Gazal Shamloo_2014.jpg

 G.: E come nasce un tuo video?

 F.: Nello stesso modo, cambia solo il mezzo espressivo.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

 F.: Non sempre, a volte si tratta di un suono, un ricordo o un’immagine. Di getto direi che ‘Le 10 strategie di manipolazione dei mass media’ di Chomsky sono state di grande ispirazione per creare alcune delle mie performance (vedi ‘Fino a qui tutto bene’).

 G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

 F.: Lavorando spesso con i software di montaggio,.nessuna.

 G.: Scegli 3 delle tue performance per raccontarmi il tuo lavoro…

F.: 1- Fino a qui tutto bene, 2014

Fino a qui tutto bene_Francesca Lolli_Performance_2014_Pic Mauchi.jpg

La vita quotidiana è a nostra insaputa sicuramente regolata dai mass media; le informazioni, attraverso il filtro del linguaggio giornalistico, ci arrivano già classificate e ordinate secondo una scala d’importanza prestabilita. Basti pensare alla prima pagina dei quotidiani e alla rilevanza di taluni titoli rispetto ad altri, coadiuvata dall’utilizzo di font particolari o sottolineature strategiche. Ciò che al lettore medio è dato fare è sorbire passivamente le notizie sobbarcandosene il peso emotivo che  risulta assai più rilevante e centrale della loro analisi critica. Ed è proprio ciò che la performance “Fino a qui tutto bene” intende sottolineare; le informazioni che ci circondano ci pesano addosso come mattoni che non riusciamo a lasciare a terra, siamo costantemente bombardati da notizie di cui probabilmente potremmo fare a meno, ma che l’abile sistema mediatico ci propone come “fatti da sapere”. Attraverso la durata nel tempo e la fatica fisica cerco di palesare metaforicamente la spossatezza mentale, il progressivo affaticamento emotivo che deriva dal trascinarsi dietro costantemente i “mattoni dell’informazione”.

 F.: 2- Non riesco a dare forma alle cose, 2015 (Francesca Lolli e Filippo Ciccioli)

Non riesco a dare forma alle cose_Francesca Lolli e Filippo Ciccioli_Performance_2015_pic Maurizio Geraci (1).jpeg

La performance “Non riesco a dare forma alle cose” rappresenta una vetta fuori controllo, unita all’esito del fato, su cui accadono le più insolite vicende, come l’incontro tra la memoria del proprio essere e della propria sostanza con le sembianze di un striscia di passato, fatto di territori e strumenti desolati e, a volte, isolati a cui, ad un certo punto della carriera artistica e della vita, si sente l’intima esigenza di concedere nuovi significati, abbandonando gli involucri della forma, attraverso il meccanismo del contrario che prevede la tensione verso un ordinato incastro nel disordine; una magia che volge alla ricerca di un rinnovato assetto della mente, in cui non ci sono più regole, imposizioni, costrizioni, pregiudizi, diffidenze, convenzioni, barriere. Francesca Lolli si ferma dinanzi a se stessa e sceglie di mostrarsi al centro della scena, osservata dal pubblico del Festival d’arte contemporanea Estrazione/Astrazione; si lega e si reprime accanto al corpo di Filippo Ciccioli, seduto con l’anima che si contrae in una musica sempre varia, diversa, che si adatta al moto morboso, tormentato, opprimente della performer; il chitarrista è il compagno d’avventura che, in musica, si aggrappa al telaio della storia artistica di lei e poi si perde nel contrario di quella violenza, come ad amare e riposare … avvolto dall’idea di una violata libertà del sentire; questo gioco degli opposti, appare come un esorcismo contro le ferite ed i vincoli endogeni ed esogeni della vita. Quando l’arte appartiene all’aria che respiri, alla cura per i luoghi che calpesti … corpo e anima … materia e musica … la donna e l’uomo, i sorrisi e le lacrime … il bianco ed il nero dell’esistenza … avvolgono ed, al contempo, liberano dalle pene più cupe, come a sentirsi più leggeri, in un bisogno maniacale di superare i limiti, usando l’antidoto di affrontarli nel profondo, fino alle intimità. L’idea dell’estrazione dalla propria memoria, come dal luogo e dalla luce emanata dalle pietre quasi d’oro del Quartiere Angeli di Caltanissetta, hanno ispirato una performance artistica capace di raccogliere le emozioni più pure, quelli dei bambini, fino all’esaltazione salata del sentire pulsante dell’arte. Quando dobbiamo ritrovare coraggio per riscriverci sotto i riflessi di un cielo nuovo, di un sole nuovo … quando sentiamo odore di semplice primordialità nei luoghi, nei valori e negli occhi di tutto ciò che ci circonda, capita di sentire voglia di iniziare a fare passi indietro per estrarre dal nocciolo duro della propria umanità scalpitante, e poi ricominciare con una novella energia. Gli artisti utilizzano numerosi e datati elementi espressivi propri con l’intento, quasi per mistico destino, di dar loro un nuovo significato; i due ricercano la forma nelle sostanze delle loro arti che, per la prima volta, sentono di far dialogare. E’ come un punto e a capo per ricapitolare se stessi, per una volta intimamente in coppia, dinanzi agli occhi di una memoria storica arabo – normanna. Francesca Lolli e Filippo Ciccioli vanno alla ricerca di un’esperienza, come di una sperimentazione e la ritrovano a Caltanissetta. Il dono è un’epifania dell’essere fatta di musica, intese, compensazioni, costrizioni, vincoli e speranze trasparenti, scritte su fogli bianchi … che sia un augurio per riempirli di scarabocchi fatti di palpiti e trascendenze! Un percorso che inizia dal packaging della performer … dall’impacchettare se stessa, un atto che continua e si ripete per tutta la performance con l’inclusione continua ed ossessiva di lui che, lentamente, distorce le braccia, il collo, la testa, le gambe… e poi la musica, che va ben oltre quella scultura performativa costituita dalla loro materia, improvvisamente vivida, dinanzi agli occhi della platea come nelle loro anime, ormai completamente astratte, finalmente sulla vetta del nirvana, al culmine del sentire … quello della libertà oltre i limiti che, forse, è giusto concretamente esorcizzare per poi respirare aria nuova, quella di una vera catarsi … un rito. L’immagine che concede spazio alla sola arte, è quella occlusione personale che, volgendo lo sguardo verso l’alterità di lui che dondola … apparentemente libero … a ritmo d’acida musica elettronica, si compensa nei legami, come per dare forma a loro stessi, partendo da lì … fino al resto del sentire. La sostanza di “Non so dare forma alle cose” si è rivelata con le sembianze di un esperimento, trasformatosi in una “ninna nanna noir” (Annarita Borrelli)

 F.: 3 – Ninna Nanna Salata, 2013 (audio artist Vittorio M. Bianchi)

Ninna Nanna Salata_performance_Francesca Lolli e Vittorio M. Bianchi_pic Gianpiero Galimberti_2014.jpg

“La performance riprende un modello già proposto dagli artisti nella loro ultima collaborazione: uno spazio sonoro ideato da Vittorio M. Bianchi ospita il corpo di Francesca Lolli. Cambia il tema, prima legato alla formazione di identità da corpi neutri ( Io non sono qui, 2013), ora diventa l’identità di genere, la sua classificazione nell’ordine sociale, l’impossibilità di allontanarsene, quella traccia per natura indelebile.

Un filo rosso viene utilizzato da Francesca Lolli come simbolo dell’identità femminile: un rimando fisico e culturale ai riti di passaggio legati all’entrata nella pubertà per mezzo del ciclo mestruale, un legame invece iconografico alle tradizionali narrazioni sul destino luoghi di tessitori, fili e tagli improvvisi.

Per sfondo risuona l’audio di Vittorio M. Bianchi che racconta dell’infanzia e la sua neutralità solo apparente, una composizione di suoni che stimolano i ricordi sul tempo della nostra vita”. (Caterina Molteni)

 G.: La performance o il video di un altro artista che più ti commuove?

 F.: “Think of me sometimes”, di Ruben Montini e Alexander Pohnert. Un’azione semplice di una potenza straordinaria.

G.: La performance o il video di un altro artista che avresti voluto realizzare tu?

 F.: “Think of me sometimes”

 G.: Una performance che non ti ha mai emozionato:

 F.: “The artist is present”: mi spiace, non riesce proprio ad emozionarmi!

 G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

 F.: Ti accorgi della creatività quando credi di averla persa, soprattutto dopo un lavoro intenso. Allora ti senti attraversata da una grande ambivalenza: da una parte speri di essere di nuovo invasa dalla sensazione che si prova quando si crea qualcosa e dall’altra quasi ti senti graziata dal pensiero di non essere più capace di provare quel tumulto.

Backstage videoclip 'Ringor Snai' by GattuZan_pic Jin QuianQuian_2015.jpg

 G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 F.: Una nuova video performance con mia madre. sto cercando da anni ed in tutti i modi di convincerla.

 G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

 F.: “La vita è colpa dell’arte”, fantastica frase di Pierre Restany che porto sempre con me incisa sul mio avambraccio destro.

Per approfondire:

vimeo.com/francescalolli

https://vimeo.com/francescalolli

 

 

 

https://vimeo.com/francescalolli

 

Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

FAITH WILDING | Waiting – 1971

Lei nell'opera

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

fAITH-Wilding-waiting

“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

Faccio arte psicosomatica …

Perle di Voce

“Faccio arte psicosomatica …Lavoro, lavoro e ancora lavoro, finché non resto seppellita nel processo. È ciò che chiamo obliterazione.. Applicando pois su tutto il mio corpo e poi ricoprendo di pois anche lo sfondo, io mi annullo!”

Giovana-Lacedra-Yayoi-Kusama

Yayoi Kusama (1929), artista e performer giapponese. Dal 1977 vive per sua scelta in un ospedale psichiatrico. Ossessionata dalle sue allucinazioni e dai pois. Ogni giorno della sua vita dipinge.

IO SOTTRAGGO PERFORMANCE A VENEZIA

articoli

invito-WEB

COMUNICATO STAMPA:

4 Luglio 2005
“Lasciarsi morire di fame. Sottrarsi al mondo.
Farlo con coscienza. Sceglierlo, ogni giorno, con vocazione.
Oggi: 475 Kilocalorie.”

Trasformare in arte la patologia.
Fare in modo che il corpo – per anni ostaggio di rituali ossessivi, per anni contenitore di vuoti affettivi, di assenze e di mancanze –, diventi racconto espressivo di una tra le più paradossali malattie: il disturbo anoressico-bulimico.
Mangiare niente come mangiare tutto. Svuotarsi come ingombrarsi.
Mettere dentro il mondo intero, o il mondo intero rifiutare.
Sbranare pulsionalmente l’amore che non si ha o scegliere stoicamente la rinuncia.
Controllare il corpo per illudersi di controllare la vita intera.
Operare calcoli minuziosi, e istituire una vera e propria aritmetica del desiderio.
Sottrarsi chili per sottrarsi ai desideri. Scarnificarsi per rendersi visibili.
E tutto questo per sopravvivere ad altro.

Donne che si sfondano di cibo e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo e non vomitano, creando – con un corpo in dilatazione –
barriere con le quali difendersi dal mondo e da una dimensione dell’affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio siano capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Donne che si riempiono di cibo. Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire è in verità un dolore profondissimo. Che a volte neppure loro conoscono.

Al di là della fame e della sua negazione, esiste un’altra fame. Più feroce, più legittima, più importante. Una fame del cuore. Che ha il diritto di essere ascoltata.

Il corpo di un’anoressica-bulimica, è un corpo rotto.
È corpo-contenitore di vuoti e di parole. Troppi vuoti e troppe parole.
Tutto nasce da una frattura nella relazione, da una crepa tellurica nella comunicazione.
Digiunare e divorare sono prese di posizione estreme. Punizioni. Penitenze.
Il corpo si trasforma in una conca sgombra o una pattumiera. E il cibo-non-cibo diventa il solo strumento capace di mettere a tacere ciò che si agita dentro.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene. La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina. Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina. Cibo non-più-cibo.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.
Anoressia, Bulimia, Binge Eating e Obesità sono espedienti autodistruttivi, ricercati per sopravvivere a tutto il resto. Per tentare di governare il vuoto. Per provare a non sprofondare.
Presto però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere, di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire. IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità. IO SOTTRAGGO è un atto di coraggio che mira a combattere la vergogna e l’omertà. In nome di una verità che vive rovesciata dall’altra parte dello specchio.INVITO2-WEB

(testo di Giovanna Lacedra)

Giovanna Lacedra performing
IO SOTTRAGGO
Sabato 9 maggio ore 20,00
Presso EL MAGAZEN DELL’ARTE
DORSODURO 1375 – nei pressi dello Squero di San Trovaso
VENEZIA
Info-press: ass.rosam@gmail.com

Credo che la violenza pervada tutto…

Perle di Voce

“Credo che la violenza pervada tutto. La violenza è parte dell’individuo, parte dell’essere umano. Non la vedo come una violenza verso me stessa ma semplicemente come un riflesso di quel che succede intorno a me…

Giovanna-Lacedra-regina-josè-galindo

Il mondo è violento, ma non riassumerei il mio lavoro come violento: quel che cerco di fare è trovare la poetica nella stessa violenza”:

[Regina Josè Galindo]

 

ESTOY VIVA  è la prima mostra antologica mai dedicata a questa straordinaria artista-performer guatemalteca. A realizzarla è  il PAC  – Padiglione d’Arte Contemporanea – di Milano. Dal 25 marzo all’8 giugno 2014,a cura di Eugenio Viola e Diego Sileo.

E nel prossimo numero di Frattura Scomposta Magazine un articolo completo e dettagliato su questa mostra e su questa donna, firmato Giovanna Lacedra.

Dare forma e corpo alla parola…

Perle di Voce

“La mia preoccupazione è quella di tradurre la parola in forma.

Dare forma e corpo alla parola, attraverso la creazione di un’immagine positiva

Giovanna Lacedra - Hannah Wilke.

che sappia spazzare via  l’aggressività,  la paura e i pregiudizi connessi a connotazioni negative e riduttive rispetto al corpo femminile. La mia preoccupazione è trasformare il negativo in arte.”

[Hannah Wilke]