Per Voce Creativa: Intervista a Francesca Lolli

Art Feminism, Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Francesca Lolli (Perugia, 1976):

Attrice e scenografa, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Perugia, Francesca sceglie come proprio linguaggio il video e la performance. È il suo corpo a farsi narrazione. A volte solo, a volte coadiuvato dalla presenza di altri attori. E come lei stessa suggerisce, a spingerla verso l’azione comportamentale o la rielaborazione metaforica del video è da sempre una certa “urgenza”. L’urgenza di dire, di sottolineare, di gridare qualcosa. Qualcosa che ci  riguarda tutti, che non esclude nessuno e che quindi non necessariamente affiora dall’autobiografia. Ma che è, anzì, sempre più spesso piaga del sociale, ferita pregiudiziale. Divario tra ciò che per qualcuno è normale e ciò che non lo è. 

Francesca Lolli si racconta per voi. Questa è la sua Voce Creativa…

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Ci sono momenti in cui mi sento tutto e in tutte le cose, senza forma, pronta ad accogliere e diventare tutte le forme del mondo, ed altre in cui semplicemente non sono e non voglio essere.

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 G.: E se non fossi un’artista?

 F.: Fino a poco tempo fa non amavo definirmi artista. Ho sempre trovato molto pretenziose e presuntuose le persone che si definiscono così. Poi ho iniziato a capire che noi tutti abbiamo bisogno di definizioni, bisogno di catalogare esperienze, persone e più in generale tutto quello che ci circonda. Definire ci fa sentire comodi.

 G.: Perché lo fai?

 F.: Lo faccio solo quando sento un’esigenza, una spinta che si concretizza.

 G.: Perché il corpo?

 F.: Perché è l’estensione più vicina (anche se spesso scomoda) al pensiero, perché tutti lo possediamo, ne abbiamo più o meno coscienza, perché è uno strumento universale ed è quello a me (noi) più naturale.

 G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

 F.: A posteriori posso affermare che lo è sempre stato, ho infatti iniziato a sperimentare e ricercare con il teatro.

Backstage video performance 'Duty of Beauty'_MUA Giulia Riccardizi_pic Massimo Palmieri_2014

 G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

 F.: Posso dire quale sia, secondo me, il compito di un artista oggi: quello di parlare del presente. Che sia una donna a farlo è una questione di nascita. Io sono nata donna, mi sento donna e inevitabilmente quello che esce da me è visto, vissuto, mangiato e vomitato da una donna. Non posso e non voglio prescindere da questo ma è solo il punto inevitabile di partenza. La mia ricerca non è a priori una ‘questione di genere’.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

 F.: I temi della mia ricerca sono sempre legati al qui e ora, non riesco a slegarmi dal momento storico in cui vivo, è anche difficile dire quanto ci sia di autobiografico nei miei lavori, sicuramente tanto, ma questo per il semplice fatto di essere io (e di conseguenza la mia vita, le mie sensazioni rispetto ad essa) il mezzo dal quale esce e prende vita un mio lavoro.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

 F.: Nasce da una necessità fortemente legata al momento. A volte le necessità non si concretizzano in azioni.

Backstage 'NowHere'_pic Gazal Shamloo_2014.jpg

 G.: E come nasce un tuo video?

 F.: Nello stesso modo, cambia solo il mezzo espressivo.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

 F.: Non sempre, a volte si tratta di un suono, un ricordo o un’immagine. Di getto direi che ‘Le 10 strategie di manipolazione dei mass media’ di Chomsky sono state di grande ispirazione per creare alcune delle mie performance (vedi ‘Fino a qui tutto bene’).

 G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

 F.: Lavorando spesso con i software di montaggio,.nessuna.

 G.: Scegli 3 delle tue performance per raccontarmi il tuo lavoro…

F.: 1- Fino a qui tutto bene, 2014

Fino a qui tutto bene_Francesca Lolli_Performance_2014_Pic Mauchi.jpg

La vita quotidiana è a nostra insaputa sicuramente regolata dai mass media; le informazioni, attraverso il filtro del linguaggio giornalistico, ci arrivano già classificate e ordinate secondo una scala d’importanza prestabilita. Basti pensare alla prima pagina dei quotidiani e alla rilevanza di taluni titoli rispetto ad altri, coadiuvata dall’utilizzo di font particolari o sottolineature strategiche. Ciò che al lettore medio è dato fare è sorbire passivamente le notizie sobbarcandosene il peso emotivo che  risulta assai più rilevante e centrale della loro analisi critica. Ed è proprio ciò che la performance “Fino a qui tutto bene” intende sottolineare; le informazioni che ci circondano ci pesano addosso come mattoni che non riusciamo a lasciare a terra, siamo costantemente bombardati da notizie di cui probabilmente potremmo fare a meno, ma che l’abile sistema mediatico ci propone come “fatti da sapere”. Attraverso la durata nel tempo e la fatica fisica cerco di palesare metaforicamente la spossatezza mentale, il progressivo affaticamento emotivo che deriva dal trascinarsi dietro costantemente i “mattoni dell’informazione”.

 F.: 2- Non riesco a dare forma alle cose, 2015 (Francesca Lolli e Filippo Ciccioli)

Non riesco a dare forma alle cose_Francesca Lolli e Filippo Ciccioli_Performance_2015_pic Maurizio Geraci (1).jpeg

La performance “Non riesco a dare forma alle cose” rappresenta una vetta fuori controllo, unita all’esito del fato, su cui accadono le più insolite vicende, come l’incontro tra la memoria del proprio essere e della propria sostanza con le sembianze di un striscia di passato, fatto di territori e strumenti desolati e, a volte, isolati a cui, ad un certo punto della carriera artistica e della vita, si sente l’intima esigenza di concedere nuovi significati, abbandonando gli involucri della forma, attraverso il meccanismo del contrario che prevede la tensione verso un ordinato incastro nel disordine; una magia che volge alla ricerca di un rinnovato assetto della mente, in cui non ci sono più regole, imposizioni, costrizioni, pregiudizi, diffidenze, convenzioni, barriere. Francesca Lolli si ferma dinanzi a se stessa e sceglie di mostrarsi al centro della scena, osservata dal pubblico del Festival d’arte contemporanea Estrazione/Astrazione; si lega e si reprime accanto al corpo di Filippo Ciccioli, seduto con l’anima che si contrae in una musica sempre varia, diversa, che si adatta al moto morboso, tormentato, opprimente della performer; il chitarrista è il compagno d’avventura che, in musica, si aggrappa al telaio della storia artistica di lei e poi si perde nel contrario di quella violenza, come ad amare e riposare … avvolto dall’idea di una violata libertà del sentire; questo gioco degli opposti, appare come un esorcismo contro le ferite ed i vincoli endogeni ed esogeni della vita. Quando l’arte appartiene all’aria che respiri, alla cura per i luoghi che calpesti … corpo e anima … materia e musica … la donna e l’uomo, i sorrisi e le lacrime … il bianco ed il nero dell’esistenza … avvolgono ed, al contempo, liberano dalle pene più cupe, come a sentirsi più leggeri, in un bisogno maniacale di superare i limiti, usando l’antidoto di affrontarli nel profondo, fino alle intimità. L’idea dell’estrazione dalla propria memoria, come dal luogo e dalla luce emanata dalle pietre quasi d’oro del Quartiere Angeli di Caltanissetta, hanno ispirato una performance artistica capace di raccogliere le emozioni più pure, quelli dei bambini, fino all’esaltazione salata del sentire pulsante dell’arte. Quando dobbiamo ritrovare coraggio per riscriverci sotto i riflessi di un cielo nuovo, di un sole nuovo … quando sentiamo odore di semplice primordialità nei luoghi, nei valori e negli occhi di tutto ciò che ci circonda, capita di sentire voglia di iniziare a fare passi indietro per estrarre dal nocciolo duro della propria umanità scalpitante, e poi ricominciare con una novella energia. Gli artisti utilizzano numerosi e datati elementi espressivi propri con l’intento, quasi per mistico destino, di dar loro un nuovo significato; i due ricercano la forma nelle sostanze delle loro arti che, per la prima volta, sentono di far dialogare. E’ come un punto e a capo per ricapitolare se stessi, per una volta intimamente in coppia, dinanzi agli occhi di una memoria storica arabo – normanna. Francesca Lolli e Filippo Ciccioli vanno alla ricerca di un’esperienza, come di una sperimentazione e la ritrovano a Caltanissetta. Il dono è un’epifania dell’essere fatta di musica, intese, compensazioni, costrizioni, vincoli e speranze trasparenti, scritte su fogli bianchi … che sia un augurio per riempirli di scarabocchi fatti di palpiti e trascendenze! Un percorso che inizia dal packaging della performer … dall’impacchettare se stessa, un atto che continua e si ripete per tutta la performance con l’inclusione continua ed ossessiva di lui che, lentamente, distorce le braccia, il collo, la testa, le gambe… e poi la musica, che va ben oltre quella scultura performativa costituita dalla loro materia, improvvisamente vivida, dinanzi agli occhi della platea come nelle loro anime, ormai completamente astratte, finalmente sulla vetta del nirvana, al culmine del sentire … quello della libertà oltre i limiti che, forse, è giusto concretamente esorcizzare per poi respirare aria nuova, quella di una vera catarsi … un rito. L’immagine che concede spazio alla sola arte, è quella occlusione personale che, volgendo lo sguardo verso l’alterità di lui che dondola … apparentemente libero … a ritmo d’acida musica elettronica, si compensa nei legami, come per dare forma a loro stessi, partendo da lì … fino al resto del sentire. La sostanza di “Non so dare forma alle cose” si è rivelata con le sembianze di un esperimento, trasformatosi in una “ninna nanna noir” (Annarita Borrelli)

 F.: 3 – Ninna Nanna Salata, 2013 (audio artist Vittorio M. Bianchi)

Ninna Nanna Salata_performance_Francesca Lolli e Vittorio M. Bianchi_pic Gianpiero Galimberti_2014.jpg

“La performance riprende un modello già proposto dagli artisti nella loro ultima collaborazione: uno spazio sonoro ideato da Vittorio M. Bianchi ospita il corpo di Francesca Lolli. Cambia il tema, prima legato alla formazione di identità da corpi neutri ( Io non sono qui, 2013), ora diventa l’identità di genere, la sua classificazione nell’ordine sociale, l’impossibilità di allontanarsene, quella traccia per natura indelebile.

Un filo rosso viene utilizzato da Francesca Lolli come simbolo dell’identità femminile: un rimando fisico e culturale ai riti di passaggio legati all’entrata nella pubertà per mezzo del ciclo mestruale, un legame invece iconografico alle tradizionali narrazioni sul destino luoghi di tessitori, fili e tagli improvvisi.

Per sfondo risuona l’audio di Vittorio M. Bianchi che racconta dell’infanzia e la sua neutralità solo apparente, una composizione di suoni che stimolano i ricordi sul tempo della nostra vita”. (Caterina Molteni)

 G.: La performance o il video di un altro artista che più ti commuove?

 F.: “Think of me sometimes”, di Ruben Montini e Alexander Pohnert. Un’azione semplice di una potenza straordinaria.

G.: La performance o il video di un altro artista che avresti voluto realizzare tu?

 F.: “Think of me sometimes”

 G.: Una performance che non ti ha mai emozionato:

 F.: “The artist is present”: mi spiace, non riesce proprio ad emozionarmi!

 G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

 F.: Ti accorgi della creatività quando credi di averla persa, soprattutto dopo un lavoro intenso. Allora ti senti attraversata da una grande ambivalenza: da una parte speri di essere di nuovo invasa dalla sensazione che si prova quando si crea qualcosa e dall’altra quasi ti senti graziata dal pensiero di non essere più capace di provare quel tumulto.

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 G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 F.: Una nuova video performance con mia madre. sto cercando da anni ed in tutti i modi di convincerla.

 G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

 F.: “La vita è colpa dell’arte”, fantastica frase di Pierre Restany che porto sempre con me incisa sul mio avambraccio destro.

Per approfondire:

vimeo.com/francescalolli

https://vimeo.com/francescalolli

 

 

 

https://vimeo.com/francescalolli

 

Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

IO SOTTRAGGO PERFORMANCE A VENEZIA

articoli

invito-WEB

COMUNICATO STAMPA:

4 Luglio 2005
“Lasciarsi morire di fame. Sottrarsi al mondo.
Farlo con coscienza. Sceglierlo, ogni giorno, con vocazione.
Oggi: 475 Kilocalorie.”

Trasformare in arte la patologia.
Fare in modo che il corpo – per anni ostaggio di rituali ossessivi, per anni contenitore di vuoti affettivi, di assenze e di mancanze –, diventi racconto espressivo di una tra le più paradossali malattie: il disturbo anoressico-bulimico.
Mangiare niente come mangiare tutto. Svuotarsi come ingombrarsi.
Mettere dentro il mondo intero, o il mondo intero rifiutare.
Sbranare pulsionalmente l’amore che non si ha o scegliere stoicamente la rinuncia.
Controllare il corpo per illudersi di controllare la vita intera.
Operare calcoli minuziosi, e istituire una vera e propria aritmetica del desiderio.
Sottrarsi chili per sottrarsi ai desideri. Scarnificarsi per rendersi visibili.
E tutto questo per sopravvivere ad altro.

Donne che si sfondano di cibo e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo e non vomitano, creando – con un corpo in dilatazione –
barriere con le quali difendersi dal mondo e da una dimensione dell’affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio siano capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Donne che si riempiono di cibo. Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire è in verità un dolore profondissimo. Che a volte neppure loro conoscono.

Al di là della fame e della sua negazione, esiste un’altra fame. Più feroce, più legittima, più importante. Una fame del cuore. Che ha il diritto di essere ascoltata.

Il corpo di un’anoressica-bulimica, è un corpo rotto.
È corpo-contenitore di vuoti e di parole. Troppi vuoti e troppe parole.
Tutto nasce da una frattura nella relazione, da una crepa tellurica nella comunicazione.
Digiunare e divorare sono prese di posizione estreme. Punizioni. Penitenze.
Il corpo si trasforma in una conca sgombra o una pattumiera. E il cibo-non-cibo diventa il solo strumento capace di mettere a tacere ciò che si agita dentro.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene. La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina. Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina. Cibo non-più-cibo.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.
Anoressia, Bulimia, Binge Eating e Obesità sono espedienti autodistruttivi, ricercati per sopravvivere a tutto il resto. Per tentare di governare il vuoto. Per provare a non sprofondare.
Presto però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere, di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire. IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità. IO SOTTRAGGO è un atto di coraggio che mira a combattere la vergogna e l’omertà. In nome di una verità che vive rovesciata dall’altra parte dello specchio.INVITO2-WEB

(testo di Giovanna Lacedra)

Giovanna Lacedra performing
IO SOTTRAGGO
Sabato 9 maggio ore 20,00
Presso EL MAGAZEN DELL’ARTE
DORSODURO 1375 – nei pressi dello Squero di San Trovaso
VENEZIA
Info-press: ass.rosam@gmail.com

Gina Pane: la ferita che divarica il silenzio

articoli

Ferirsi come offrirsi.

Come schiudersi e divaricarsi. Come donarsi.Nel candore di una concentrazione quasi chirurgica, aprirsi. E mostrarsi. All’altro.

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La ferita è un varco nel silenzio. Perentorio e incisivo. Ma anche tenue. E sottile. È un taglio sottopelle. Un dialogo da aprire. Una fenditura ricamata sulla propria carne e nella coscienza dello spettatore. Operata con dolcezza e decisione. Stilla sangue come stilla sgomento. Creando crepe nella quiete dell’altro. La resistenza al dolore è mistificazione di un gesto capace di mozzare distanze.

“Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro.”

Sono le parole che Gina Pane scrive nell’ottobre del 1974, in Lettera a uno/a sconosciuto/a pubblicata sul numero 15/17 di “ArTitudes”. Sono gli anni del successo: importanti riconoscimenti la pongono inopinabilmente sul podio, come una Body Artist di fama internazionale. Ma quel colpo di lametta che fende la carne – il taglio netto, la feritaautoinflitta –  è in realtà molto più che un gesto autolesionistico e provocatorio: è una necessaria frattura nel silenzio; è il tentativo di stabilire un dialogo con l’altro.

Gina Pane nasce in Francia, per la precisione a Biarriz nel 1939, da padre italiano e madre austriaca. A Torino trascorre la sua infanzia e adolescenza, per poi rientrare in Francia  nel 1961, con l’obiettivo di studiare all’atelier di Arte Sacra, presso Ecole del Beaux-Art di Parigi. Sono questi gli anni a cui risale la sua prima produzione artistica: un percorso nella forma e nel colore,  in cui l’azione corporale è ancora assente. Si tratta di una ricerca pittorica molto vicina all’astrattismo minimalista, dove forme geometriche spigolose e taglienti – simili a triangoli, trapezi, lame e frammenti – vengono campite di rosso, arancio, verde o blu. Una ricerca che va dal 1961 al 1967 e che diviene presto anche plastica, mediante la realizzazione di sculture monocromatiche in metallo, memori delle coeve produzioni di Andre o Judd.

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Poi arriva il ’68, e con esso un forte sentimento di protesta e ribellione: è il periodo delle rivolte studentesche, delle manifestazioni femministe, delle sommosse politiche contro il capitalismo. E per un’artista, donna e lesbica, sensibile ai giochi di potere in ogni campo, questo è davvero il momento dicolpire.

Gina Pane decide di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, rendendo quelle stesse tematiche nucleo espressivo della sua indagine.

Abbandonate le tecniche artistiche tradizionalmente intese, inizia ad agire in senso più ampio. È l’esordio delle prime performance, da lei stessa ribattezzateaction, per rimarcarne l’energia gestuale.

Qui il corpo non è ancora protagonista. I suoi primi interventi si riferiscono infatti a quello che lei stessa amava definire “corpo ecologico”: la natura. Un corpo che appartiene a tutti, un corpo che è di ogni uomo e che ogni uomo può dunque scegliere di amare, curare, aggredire, ascoltare. È certamente lei ad interveniresul territorio, ma non desidera avere pubblico attorno a sé.

Rastrella la terra (Stripe-Rake 1969), sposta le travi per creare il prolungamento di un percorso di legno (1970). E fa tutto questo come se si trattasse di un rituale. Il suo desiderio è “creare tracce sulla sabbia, sulla neve, sulla terra, sui sassi”.

In questo caso più che di Body Art, è  opportuno parlare di Land Art: arte del territorio.

Nella prima azione ambientale, intitolata Pierres depilacées (1968),  l’artista interviene spostando ripetitivamente sassi da una zona d’ombra, ad un’altra assolata. E permettere a qualcosa che giace nell’ombra di ricevere il calore dei raggi solari, non può essere altro che un gesto d’amore. Semplice e totale. Un atto esclusivo, nei confronti di una natura violentemente ignorata e manipolata dall’uomo. Una natura che è invece vita pulsante, da curare e proteggere.

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L’energia solare torna ad essere protagonista dell’azione Enfoncement d’un royon de soleil (1969),intervento ambientale in cui l’artista scava un buco nel terreno, e con l’ausilio di due specchietti capta la luce, per poi lasciarla scivolare al centro del fosso. Catturare luce. Catturare energia. Per nutrire. Per amare.

Poi, arriva la ferita.

Arriva la sfida nei confronti del proprio corpo.

Giunge dolce e prepotente, per diventare il significante della sua poetica. Inizialmente questo accade in assenza di spettatori. Gina Pane compie le sue prime azioni corporali all’interno del suo atelier, con la sola presenza della sua fotografa, Françoise Masson, designata a documentarne ogni evento.

È il 1971 quando decide di arrampicarsi su una sorta di scala in metallo, avente gradini cosparsi di taglienti punzoni. Quei punzoni somigliano a schegge o spine. E il dolore cui si vuole rimandare è quello – poco gridato – della guerra in Vietnam. Una guerra già tre anni prima vissuta e straordinariamente documentata da un’altra grande figura femminile del giornalismo e della letteratura: Oriana Fallaci.

In Escalade non anesthésiée Gina Pane sale, malgrado il pericolo di ferirsi. Per arrivare in cima, per raggiungere la meta, deve saper sopportare il dolore; deve sviluppare resistenza. Arrampicandosi, le mani e i piedi iniziano a sanguinare. Inevitabilmente. Come inevitabile è il dolore che ogni guerra è capace di causare.

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Con questa azione performativa bodista, Gina Pane introduce il taglio, il sangue, la ferita, all’interno della sua poetica, passando dal corpo ecologico ad un corpo invece sociologico e carnale. L’urgenza è ora quella di tracciare, modificare e solcare, non più la sabbia, la neve o la terra, ma la carne dell’intera umanità.

Col proprio corpo, sentire anche il corpo dell’altro. Con la propria sofferenza, sentire la sofferenza dell’altro. Con la propria resistenza, emulare la resistenza al dolore da parte dell’altro. Perché ciascuno di noi èl’altro, e nessuno può sottrarsi a una tale consapevolezza.

Nel 1972 inizia a colpire lo spettatore. Avviene a Los Angeles durante un’azione chiamata  Il bianco non esiste. L’artista inizia a fendersi il viso con una lametta, e la folla sbigottita grida: “Non lo faccia!”. Ecco che Gina Pane smaschera un’altra grande menzogna contemporanea la dipendenza dal bell’aspetto, dall’involucro estetico, e il terrore di perdere tutto questo, che ne consegue.“La faccia  – afferma la stessa artista – è tabù, è il cuore dell’estetica umana. L’unico luogo che mantiene un potere narcisistico”. Il candore del viso, interrotto dai primi colpi di lametta, sconvolge. Ma si tratta di solchi superficiali, sufficienti a far fuoriuscire quel sangue che genera stordimento. Ferirsi è allora un atto di ribellione nei confronti di quell’estetica femminile preconfezionata, che pone invece sottovuoto le reali ambizioni e le effettive potenzialità dell’individuo-donna. E lo spettatore viene decisamente sbilanciato. Questo senso di sgomento, questa condizione di sospensione, questa ferita nella quiete, crea in lui una sorta di shock, capace forse di nuove consapevolezze.

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Le azioni di Gina Pane palesano all’altro il dolore di ogni donna. Quello dell’oppressione, della subordinazione, dell’abuso e del sopruso. Ogni taglio è una domanda e insieme, una risposta. Ogni taglio è comunicazione. Attiva una relazione. Muta ma intensa. È apertura all’altro. È divaricazione nel vuoto.

Gina Pane è una donna. Idealista e femminista. Ed una delle principali finalità del suo lavoro è quella di provocare nel pubblico femminile una profonda riflessione sulla condizione – esistenziale –  della donna nella società contemporanea. Una riflessione che conduca verso prese di posizione più ferme e più giuste. Sono gli anni del femminismo, come vero e proprio movimento politico e contestatore; anni in cui sbocciano polemiche su questioni riguardanti l’identità di genere e le pari opportunità tra uomo e donna.

La piaga femminile è anche quella di una negazione del diritto ad amare. E laddove questa negazione viene combattuta, si verifica un doloroso ribaltamento di schemi. Un taglio. Netto e necessario.

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Tagliarsi allora non è ferirsi masochisticamente:  è piuttosto, mostrare all’altro il proprio dolore. La ferita dice, svela, racconta di una libertà guadagnata con estremo coraggio; una libertà fatta di scelte radicali che somigliano a fratture, ma che al tempo stesso permettono al dolore di fluire ed abbandonare il corpo.

La liberta, per una donna è spesso una scelta lacerante. È come recidere il gambo di un fiore, è come afferrare qual gambo con tutte le sue spine, lasciando che queste si conficchino nella carne e diventino la parte dolorosa, ma necessaria, di una nuova identità e di una nuova unione. Come scrive la nota femminista Carla Lonzi – redattrice del Manifesto di Rivolta Femminile –, la donna ha diritto a trovare la sua collocazione nel sociale, iniziando prima di tutto ad esprimere liberamente “emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni”.

Sotto gli occhi dell’altro, è allora necessario aprirsi.Macchiare quel bianco silenzio di rosso. Il contrasto netto tra i due colori diviene una costante nel lavoro performativo di Gina Pane.

Nel 1973 è la volta di Action  Autoportrait, una performance suddivisa in tre momenti, agita presso la Galleria Stadler di Parigi. Gina Pane, dopo essersi sdraiata su un letto in doghe metalliche sotto il quale vi è una fila di candele accese  (resistendo al calore-bruciore) si taglia la lingua, per poi fare lunghi gorgheggi con del latte bianco versato in un bicchiere. Il pubblico tacitamente assiste a questo rituale, e l’intera performance viene documentata da un video e da un reportage fotografico assemblato.

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In Italia arriva invece, nello stesso anno,  con la tanto romantica e discussa, Azione Sentimentale | SentimentaL Action. È il 9 novembre 1973 e presso la Galleria Diaframma di Milano, Luciano Inga Pin la invita a mettere in scena questa nuova azione. Di lei, anni dopo dirà: “Le sue azioni erano veri e propri rituali liturgici in cui Gina creava un contatto con la trascendenza. Entrava in scena immancabilmente coi suoi jeans bianchi, la camicetta bianca, le scarpe da tennis bianche […] era come se venisse dalla luna […]. Tremo ancora  al ricordo della performance con le rose e con le spine, ricordo i suoi graffi, il suo sangue, il suo dolore. La storia della nostra carne, dei nostri dubbi, delle nostre passioni era tutta lì.”

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Un bouquet di rose rosse stretto al petto. Veste bianca. Spine che si conficcano nel braccio. Rosso di sangue su pelle chiara. Lametta che incide il palmo roseo della mano. Poi rose bianche. Purificazione. Rose eroticamente tramutate in vagine. La perdita. L’abbandono. Una performance può servire ad esorcizzare la morte di una relazione di una donna con un’altra donna?

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Ferite dell’amore. Ferite della libertà di amare.
Martirizzanti esercizi del cuore sulla carne.


 La sacralità del corpo si fa veicolo comunicativo del dolore. E divarica una fessura nella verità.

Mostrare il proprio dolore per esserci ed essere con l’altro.

Il contrasto sangue/candore si palesa in un’opera – non una performance – che in questo caso l’accosta a Piero Manzoni: Una settimana del mio sangue mestruale del 1973. 

ImageGina Pane racchiude e sigilla in una teca trasparente, lunga e stretta,  suddivisa in scomparti, sette grandi batuffoli di cotone bianco macchiati del proprio  sangue mestruale. Reliquie d’artista.

E ancora, in Corpo Presentito del 1975, si provoca una serie di tagli sul dorso del piede, per poi posarlo su una superficie bianca emulante la neve (si è trattato probabilmente di gesso).

Gina Pane è stata una donna di straordinaria intelligenza; colta, pignola, severa e sensibile. Una donna che ha fatto dell’arte la propria missione.

Ogni azione, un rituale. E ciò che restava diventava reliquia.

Come nella serie postuma alle sue azioni: Partizioni. Partizioni come parti di azioni compiute, come ricordi, reliquie e memorie. Oggetti usati in azioni performative evocano e raccontano di un corpo che non c’è più. Questo dal 1980 al 1989.

Poi, nel 1990, sarà un cancro a cancellare definitivamente  quel suo corpo. E con esso la genialità sovversiva di un’artista coraggiosa.

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[articolo di Giovanna Lacedra]