FAITH WILDING | Waiting – 1971

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

fAITH-Wilding-waiting

“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

KETTY LA ROCCA | Appendice per una supplica

Ketty Larocca - Appendice per una supplica - stampa fotografica in b/n - 1974

Ketty La Rocca – Appendice per una supplica – still da video – 1972

Nel 1972 Ketty La Rocca realizzò “Appendice per una Supplica”, uno dei primi video della storia dell’arte contemporanea. Fu girato in bianco e nero e a camera fissa. Sulla pellicola scorrevano mani. E sulla pelle nuda di queste mani la parolayou si tatuava in mille sé. Coppie di mani afferravano un vuoto nero e desolante. E chiamavano – a pugni stretti e dita intrecciate – un Tu che pareva godere della sua stessa assenza. Per questo progetto performativo e video-fotografico, presentato poi alla XXXVI Biennale di Venezia insieme al suo libro d’artista “Principio erat” , Ketty La Rocca utilizzò le proprie mani. Mani chiare, dalle dita lunghe e affusolate, che sbocciavano da un fondale nero. Implorando l’altro. Come in un loop. Lo stessoyou”  si riproporrà qualche anno dopo, per la precisione nel 1975, in “Le mie parole. E tu?”  una performance realizzata prima presso la Galleria Nuovi Strumenti di Brescia e poi presso la Galleria Tartaruga di Roma. Ketty descrisse la sua ultima azione comportamentale con queste parole:

“In questa azione che chiamerei coniugazione io sono esempio a me stessa e agli altri di un totale asservimento al linguaggio (…) gli altri che partecipano all’azione coniugano sia un dramma reale che il mio dramma interiore (…) il linguaggio non determina libertà seppure illusorie, ma prolifica contagiosamente, crea vittime che coniugano la loro stessa condizione e la definiscono <>”.

Ketty La Rocca, ligure di origine ma sempre vissuta a Firenze, è stata una delle più importanti artiste italiane del XX secolo, esponente di primo piano della Poesia Visiva, performer e body artist. Morta precocemente, all’età di 38 anni, a causa di un tumore alla testa, Ketty fu una delle poche artiste italiane di quegli anni a ricevere un riconoscimento internazionale. La sua è una ricerca profonda ed intima sull’universo della comunicazione.

Oggi “L’Archivio Ketty La Rocca” è gestito dal figlio dell’artista, Michelangelo Vasta, prof. di Storia economica presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena.

LILIANA MORO | Avvinghiatissimi

Liliana Moro - Avvinghiatissimi - 1992

Liliana Moro – Avvinghiatissimi – 1992

 

Autore: Liliana Moro

Titolo: AVVINGHIATISSIMI

Materiali: Legno, materassi in gommapiuma, cinghia, casse acustiche, walkman, 2 cassette audio.

Misure: 125,5×195,5×53

Anno: 1992

Collezione Privata

LILIANA MORO (1961) è un’artista milanese. Allieva di Fabro e influenzata dall’arte Poverista, ha  portavo avanti negli anni una ricerca ispirata all’infanzia, alla favola, ma anche e soprattutto alle dinamiche psico-emotive che agiscono nel soggetto.  La luce e il suono, sono medium da lei prediletti, insieme all’uso di materiali di recupero nella realizzazione delle sue installazioni.

AVVINGHIATISSIMI è un’opera realizzata 23 anni fa in materiali semplici, e caratterizzata da un impatto emotivo diretto e feroce. Le cinghie rosse da trasporto presentificano la morsa di una passione avviluppante, di un amore stringente, di un legame che fu vissuto come inscindibile assolo di due corpi e due anime. Il “noi”, l’unisono carnale ed emozionale che si crea nella fusione dei corpi, viene mistificato dalla quasi costrizione di un legame che niente potrà mai slegare. Ma che invece il destino slega. Il letto degli amanti – dove fu il fuoco degli sguardi liquidi – viene infine smembrato. I due materassi in gommapiuma che componevano le due piazze, vengono sovrapposti. Stanno l’uno sull’altro, stretti, pressati, come in un amplesso: uno starsi dentro per sempre. L’artista avvinghia la memoria di quel prendersi e perdersi con lacci elastici rossi. Alle estremità, due casse acustiche rimandano in loop le canzoni della memoria, colonne sonore di un amore finito.

La Moro realizzò quest’opera in seguito alla fine della più importante storia d’amore della sua vita.

Un modo, questo, per elaborare un dolorosissimo lutto sentimentale.

La distanza incede, ma l’amore ci lascia, nella memoria, l’uno all’altro avvinghiati.

Se non nel qui-ed-ora, nel per sempre.

 

(Giovanna Lacedra)

Regina José Galindo: “Mientras, ellos siguen libres” – 2007

 

Regina José Galindo: "Mientras, ellos siguen libres" - Live performance 2007.

Regina José Galindo:
“Mientras, ellos siguen libres” – Live performance 2007.

Il corpo di Regina è un corpo ribelle, polemico e politico. Uno strumento che le serve per raccontare con la carne stessa, la violenza subita dalle donne del suo paese. Per questa ragione non si pone limiti, perchè la violenza stessa in Guatemala, durante gli anni del conflitto armato, non ne ha conosciuti. Nessun rispetto per le donne, per il loro corpo, per la loro vita, per la loro dignità. Neppure quando erano incinte.

“Venni violentata ininterrottamente, per quindici volte, sia da soldati, sia da uomini in borghese. Ero incinta di sette mesi, pochi giorni dopo abortii”. Questa è una delle troppe testimonianze raccolte dalla Commissione per il Chiarimento Storico delle Violazioni dei Diritti Umani perpetrati sulla popolazione del Guatemala. Donne incinte, a pochi giorni o a un mese o due dal parto, spietatamente abusate. Doppiamente uccise, perchè oltre all’atroce stupro subito, perdevano anche i loro bambini. Ma questo era lo scopo degli aggressori: farle abortire, così da sterminare sul nascere le popolazioni indigene. Esiste qualcosa di più feroce?

Nel 2007 Regina aspetta un bambino. Raggiunge l’ottavo mese di gravidanza e poi decide di performare questa grave forma di violenza agita sulle sue connazionali: si spoglia, si sdraia su un lettino, divarica le gambe, si fa legare mani e piedi con veri cordoni ombelicali reperiti nelle cliniche dove avvenivano gli aborti delle donne stuprate. I suoi polsi e le sue caviglie legate da cordoni residui di aborti imposti.

(Giovanna Lacedra)

Berthe Morisot: ” Jeune fille mettant son bas” – 1879

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Autore: Berthe Marie Pauline Morisot

Titolo: Jeune fille mettant son bas | La giovane che indossa la calza

Tecnica: Olio su tela

Misure: 55 x 46 cm

Anno: 1879

Ubicazione: Collezione Privata

Berthe Morisot è stata una delle due rappresentanti femminili dell’Impressionismo Francese, e in assoluto la prima pittrice ad aderirvi, abbandonando l’accademismo dei Salon per la rivoluzione del tocco rapido di luce-colore. Pronipote del celebre pittore Rococò Fragonard, dimostrò immediatamente un’innato talento per il disegno e la pittura, ed ebbe genitori che senza alcun preconcetto la incoraggiarono su questo percorso. Espose tutti gli anni ai Salon Parigini dal 1964 al 1873. Fu modella di Eduard Manet. Amica di Degas. E nella celebre mostra parigina del 1874, quella allestita presso lo studio del fotografo Nadar e che diede i natali alla corrente Impressionista, fu lei, la sola donna a presenziare! E ancora, alla quinta mostra Impressionista del 1880 presentò una quindicina di quadri, tra cui questo e Charles Ephrussi, sulla Gazette des Beaux-Arts ne scrisse così: “La Signora Berthe Morisot è francese per signorilità, eleganza, allegria e spensieratezza; ha una predilezione per la pittura allegra e turbolenta; sminuzza sulla sua tavolozza petali di fiori per poi disporli sulla tela in pennellate spiritose, soffiate, buttate giù un po’ a caso, che si armonizzano, si combinano e finiscono col produrre un qualcosa di raffinato, intenso ed affascinante”.

(Giovanna Lacedra)

Marina Abramovic – Rhythm 10 – 1973.

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Autore Performer: Marina Abramovic

Titolo: Rhythm 10.

Luogo dell’esibizione: Edinburgo.

Anno: 1973.

Si tratta della prima storica esecuzione realizzata dalla maestra assoluta della Performance Art. Era il 1973. Marina prese venti coltelli e due registratori allo scopo di valicare i limiti del dolore fisico, sottoponendosi ad un gioco rituale russo.
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I coltelli vennero disposti in maniera ordinata, ben allineati,  e quando partì il sonoro l’artista prese a sferrare colpi di lama tra le sue dita aperte, seguendo il ritmo della registrazione. Ad ogni taglio che si procurava, cambiava coltello e ripartiva. Il secondo registratore le servì a documentarne i rumori.

L’anno seguente la stessa esecuzione venne realizzata in Italia, a Milano, presso la Galleria Diagramma del lungimirante Luciano Inga Pin, lo stesso gallerista che per primo invitò in Italia Gina Pane con la sua “Sentimental Action” e che nel 1993  permise ad una giovane studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Brera di nome Vanessa Beecroft, di portare in una galleria del suo calibro un progetto, il primo della sua carriera, noto ancora oggi con il nome di “Libro del Cibo”.

(Giovanna Lacedra)

Valie Export: “Genital Panic”.

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Valie Export,” Genital Panic” 1968.

Una performance testimoniata da una sequenza fotografica, realizzata per la prima volta presso il teatro comunale di Monaco. L’irriverente artista austriaca espone se stessa, seduta su una sedia. Indossa pantaloni in pelle neri, squarciati esattamente sui genitali. Il corpo vestito, la vagina bene in vista. Resta ferma, immobile, a gambe divaricate. Impugna un fulcile. Guarda dritto negli occhi lo spettatore, o forse “L’altro” maschile.

Eroina della lotta femminista, Valie Export (Linz, 1940) crea e agisce con un solo obiettivo: denunciare  e scardinare la violenza di genere e l’osoleta e riduttiva visione maschilista della donna intesa come mero come bambolina erotica o tata servizievole.