SE CONTINUARE IL GIORNO | Franca Bacchiega

Femme Poète

Si sgretola
la dignità di sopportarsi
quando la maschera
d’improvviso diventa il volto
nell’attimo in cui scorgo,
trattenendo nelle labbra il tremito,
l’immagine deforme di me stessa
offerta dal tuo sguardo
che suppone in me una scelta
non conforme a verità.
S’offusca l’oro chiaro del rispetto
nella parvenza di un equivoco
tra l’anarchia e i sistemi
tra la confitta e la speranza
di dialogare ancora
incapace di decidere
o comporre tra queste un’armonia.
Immerse nel tramonto
le dune sulla spiaggia dell’Agarve
per poco ancora illuminate, orlo a orlo
lottano con l’ombra
E con la luce.

 

f-bacchiega

Franca Bacchiega, nata e a Bassano del Grappa nel 1936, è traduttrice, scrittrice di narrativa, poesia e saggistica. Insegna Letteratura americana presso l’università di Urbino. Vive a Firenze. Le sue poesie sono pubblicate in diverse raccolte – da Nella musica delle fontane (Vallecchi, 1984) a Vivaio (Passigli, 1998) e Aelia Laelia (Garzanti, 2003) – il cui ultimo capitolo è il Sentiero delle upupe (2008). Numerosi sono i contributi alla traduzione di poesia e narrativa degli scrittori americani degli stati del Sud-Ovest, ai quali ha dedicato molti anni di studio (Sotto il quinto sole, Passigli, 1989).

 

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ALCESTI – Mariangela Gualtieri

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze —
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due
.

mariangelagualtieri

Mariangela Gualtieri è nata a Cesena, in Romagna, nel 1951. Si è laureata in architettura all’IUAV di Venezia. Nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga e attrice.

Nel Simposio di Platone la creatura mitologica che porta il nome di Alcesti assurge a emblema dell’amore disinteressato, dell’Eros più autentico, per cui solo chi ama è disposto a morire per la persona cui ha consacrato il proprio cuore.

ENTRO IN QUESTO AMORE | Maria Luisa Spaziani

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

 

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

Maria_Luisa_Spaziani

Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014) è stata tra le più note e significative poetesse contemporanee europee. Nata a Torino ha vissuto a Messina, Milano e Parigi prima di stabilirsi a Roma dove ha svolto un’intensa attività pubblicistica. A diciannove anni ha fondato e diretto la rivista «Il dado» che aveva tra i collaboratori Vasco Pratolini, Sandro Penna, Vincenzo Ciaffi. Pare che poco prima di morire,Virginia Woolf le inviò un capitolo del romanzo Le onde con una dedica autografa: «Alla piccola direttrice». Nel 1949 incontrò, al Teatro Carignano di Torino, Eugenio Montale al quale si legò in un sodalizio intellettuale e affettivo. La Spaziani è stata autrice di teatro, scrittrice di aforismi, poesie, prose d’invenzione e racconti. Ha ottenuto premi prestigiosi e fondato la Cattedra di Poesia. Ha collaborato con il Corriere della Sera e il mensile internazionale Poesia dell’Editore Crocetti. 

LA LIBELLULA – Amelia Rosselli

Femme Poète

Fluisce fra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si Può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire…

[dal poema “LA LIBELLULA” – 1958]

Giovanna-Lacedra- AmeliaRosselliPOETESSA

Amelia Rosselli, scrittrice e poetessa italiana, nata a Parigi da madre inglese e padre esule antifascista, è stata inoltre traduttrice e giornalista. All’età di vent’anni si stabilisce a Roma e la sua poesia diviene nota quando Pier Paolo Pasolini decide di pubblicare una selezione di sue liriche sulla rivista “Menabò”. Seguirà tutta la sua produzione di poemetti e raccolte. Vittima di gravi crisi depressive, Amelia si  suicida l’11 febbraio del 1996, lo stesso giorno e lo stesso mese in cui si suicidò Sylvia Plath nel 1963. E non è forse un caso, dal momento che la Plath fu da lei tradotta, studiata e profondamente amata.

MARIA MADDALENA O DELLA SALVEZZA | Marguerite Yourcenar

Femme Poète

*
Sei il mio prossimo? No, sei prossimo. Ti compiango come me stessa.

*
Mio Dio, rimetto il mio corpo tra le tue mani.

*
Possedere è l’equivalente di conoscere: La scrittura ha sempre ragione.
L’amore è stregone: sa i segreti, è rabdomante, sa le sorgenti. L’indifferenza è guercia;
l’odio è cieco, incespicano a fianco a fianco nel fossato del disprezzo.
L’indifferenza ignora. L’amore sa; va compitando la carne.
Bisogna godere di una creatura per aver l’occasione di contemplarla nuda.
Ho dovuto amarti per capire che la peggiore e la più mediocre delle persone umane
è degna di ispirare lassù l’eterno sacrificio di Dio.

[Marguerite Yourcenar – da FUOCHI]

Giovanna Lacedra-Marguerite-Yourcenar

Marguerite Yourcenar è una scrittrice francese. Il suo vero nome è Marguerite Cleenewerck de Crayencour, ma già all’età di diciassette anni, pubblicando il primo libro in versi dal titolo Le jardin des chimères (Il giardino delle chimere), scelse con complicità paterna, questo pseudonimo anagrammando il suo cognome. Viaggiò molto in Italia, e fu qui ispirata per la stesura di due opere successive: le celebri Mémoires d’Hadrien (Memorie di Adriano) e il romanzo  La denier du rêve (La moneta del sogno).  Amò profondamente una sola donna, Grace Frick, che conobbe nel 1937 e che restò la sua compagna per il resto della sua vita. La sua opera è costellata da temi esistenzialistici come amore e morte. Marguerite Yourcenar muore presso l’ospedale Bar Harbor di Mount Desert nel 1987.

NOTTE D’AMORE | Ingeborg Bachmann

Femme Poète

Io una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola. Ho imparato di nuovo a
camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
dormito di nuovo bene,
confidando.

Nel buio parlavo più felicemente.
Continuavo a farlo ogni giorno.
Muovevo le dita sul mio viso.
Non sono più morta.
Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata.

[Ingeborg Bachmann | Notte d’Amore | 1964]

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Ingeborg Bachmann è  stata redattrice, scrittrice e poetessa austriaca. nata in Carinzia nel 1929, frequentò l’università di Innsbruck e di Vienna, laureandosi in giurisprudenza e germanistica. Divenne poi redattrice radiofonica e presto iniziò a comporre opere letterarie, prima fra tutte ” Un negozio di sogni” del 1952. Nel 1957 ricevette il primo premio letterario del Gruppo 47 con la raccolta di poesie “iL tempo dilazionato”. Il più celebre, forse, dei romanzi pubblicati è “Malina” nel 1971. la Bachmann spinse la sua indagine esistenziale di donna e di scrittrice a un limite estremo. Per lei l’infelicità era la conseguenza di un difetto strutturale della società, che si rifletteva nella feroce autorità paterna e nella violenza contro gli ebrei. La scrittura era allora l’unico mezzo per guarire le ferite provocate dall’esistenza. Soggiornò molto all’estero, tornando di tanto in tanto in Austria: London, Paris, Berlin, ma soprattutto Roma, città in cui decise di trasferirsi definitivamente nel 1965. E a Roma il 17 ottobre 1973 in seguito alle ustioni riportate in un incendio divampato nella notte del 26 settembre, nella sua casa di via Giulia.

L’AMORE CIECO DA UN OCCHIO | Renée Vivien

Femme Poète

Ti amo col mio occhio unico, ti sbircio
come un Cinese l’oppio:
ti amo del mio amore cieco d’un occhio,
ragazza bianca come un gìchero.
Voglio le tue palpebre di bistro,
e la tua voce più lenta di un sistro;
ti amo col mio occhio sinistro
dove riluce la collera del rum.

Ti seguo con lo sguardo, lubrico come una scimmia,
ebbro come un pallone senza zavorra.
La tua anima mutevole di Sfinge
oscilla fra un sì e un no.
E io ansimo verso la lusinga
dei seni vibranti, del flessuoso torso
dove la grazia sposa la forza,
e degli occhi verdi come l’occidente.

Il tuo viso sfuma attraverso le cortine;
e tu mediti, un frutto secco
tra le labbra fiorentine
dove si quieta un sorriso greco.
Muoio delle tue parole brevi…
Voglio che coi denti mi cavi
l’occhio dove s’intorbidano i sogni,
come un’ara, con un colpo di becco.

[Renée Vivien | L’amore cieco da un occhio]

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Renée Vivien (Londra, 11 giugno 1877 –  Parigi, 18 novembre 1909) è lo pseudonimo di Pauline Tarn, poetessa britannica soprannominata la Saffo del Novecento, che ebbe vita breve. Morì a soli 32 anni a causa di una pleurite e un indebolimento fisico da denutrizione. Digiunava spesso e a lungo. Presumibilmente anoressica, conduceva una vita lussuosa e dissoluta, nell’ambiente “bohémien” parigino. Viaggiò molto e si appassionò all’Oriente, tanto da farsi realizzare un giardino in stile giapponese per la sua abitazione parigina. Dichiaratamente lesbica, amò passionalmente le donne e la Francia. I suoi versi furono infatti scritti quasi totalmente in lingua francese. Aderì al Simbolismo e approfondì lo studio di Dante, tanto da utilizzare un verso del XXX canto del Purgatorio come titolo di un suo romanzo, “Une femme m’apparut”. Nei suoi versi dalle tematiche saffiche si respira decadentismo e maledettismo.

ACQUA SMOSSA | Elisa Biagini

Femme Poète

Volto la testa da te
verso un altro
mare,
lascio tracce di parole
scie dei nostri ricordi:
il cappotto mi
tiene la forma
sennò sarei neve al sole.

E come acqua smossa
nella mia
testa
con ogni tua parola
mi fai cerchi nel lago del cuore.

Mi perdo
nei liquidi
sgonfiandomi di pianto
bicchiere d’acqua sarò
arriverò dal
mare una mattina.

Bevimi a gocce,
bevimi a sorsi
che io sia in te
in
ogni tuo passo.

[Elisa Biagini | Acqua Smossa]

Giovanna-Lacedra- Elisa-Biagini

Elisa Biagini è nata nel 1970 a Firenze, dove attualmente risiede dopo un lungo periodo di studio e di insegnamento negli Stati Uniti. Ha esordito giovanissima con la raccolta Questi nodi (Gazebo, Firenze 1993), cui ha fatto seguito Uova (Zona, Genova 1999), libro bilingue con testi in italiano e in inglese. Ha pubblicato sue poesie e traduzioni su importanti riviste italiane e americane. Per Einaudi ha pubblicato L’ospite (2004), Nel bosco (2007), Da una crepa (2014). Nel 2012 è stata invitata a rappresentare l’Italia al Poetry Parnassus di Londra. Scrive poesie  per incontrare la realtà.

“Scrivere è un atto di responsabilità che presuppone piena e costante consapevolezza delle proprie azioni, dove l’abbandono c’è ma deve essere controllato.” (Elisa Biagini)

PATRIA | Ana Blandiana

Femme Poète

In te nessuno mi manca mai,
terra tramontata nel sonno
lungo orbite verdi,
e sono straniera se varco il confine
delle tue chiome sfibrate.
Soltanto la tua lingua
so parlare in sogno
e dire fiabe solo per te,
mio precario paradiso,
mio precario signore.
E’ freddo fuori
e fitta è la nebbia,
si fa sera,
il tempo scende lento,
ma come si sta bene e al caldo a casa,
quando l’uno all’altro siamo patria.

[Ana Blandiana | Patria]

Ana Blandiana

                                                       Ana Blandiana

Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman, è una poetessa e saggista vivente di orgine rumena. Nata nel 1942 a Blandiana, villaggio dal quale provengono i suoi  genitori, Ana è nota soprattutto per il suo impegno politico contro il regime di Ceausescu. Nota dissidente e sostenitrice dei diritti dell’uomo, ha avuto il coraggio di contestare in numerose interviste e dichiarazioni pubbliche il dittatore. Nel 2005 ha vinto in Italia il Premio Letterario Giuseppe Acerbi,  nella sezione  poesia con la sua opera Un tempo gli alberi avevano gli occhi, Editrice Donzelli, 2005. .A suo avviso “lo scopo della poesia è quello di ripristinare il silenzio, la capacità di tacere.”

Shibata Toyo | La Strada (a te …)

Femme Poète

Se la strada ti piace,
anche se è accidentata,
sei in grado di percorrerla.
Quando sei stanco
ti riposi un pò, guardi il cielo
e poi procedi
dritto.

“Ti seguo,
non mollare!”
ti sussurra
la tua ombra.

Giovanna-Lacedra-Shibata-Toyo-web

Shibata Toyo  (1911 – 2013) è stata una poetessa giapponese. Ha condotto una vita anonima, umile, fatta di fatiche e sacrifici ed ha iniziato a comporre poesie all’età di novantadue anni, per combattere la depressione. I suo versi semplici e pieni di speranza hanno conquistato milioni di lettori in tutto il mondo.  In Itala ha pubblicato la sua prima raccolta nel 2012, per Mondadori, titolata “Se sei triste guarda il cielo”, vendendone ben due milioni di copie

Wislawa Szymborska | Il primo amore

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

Il primo amore

Dicono
che il primo amore sia il più importante.
Ciò è molto romantico
ma non è il mio caso.
Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,
è accaduto e si è perduto.
Non mi tremano le mani
quando mi imbatto in piccoli ricordi
e in un rotolo di lettere legate con lo spago
nemmeno con un nastrino.
Il nostro unico incontro dopo anni,
la conversazione di due sedie
intorno a un freddo tavolino.
Atri amori
ancora respirano profondamente in me.
A questo manca il fiato per sospirare.
Eppure proprio così com’è,
è capace di ciò di cui quelli
non sono ancora capaci:
non ricordato,
neppure sognato,
mi familiarizza con la morte.

(Wisława Szymborska)

Giovanna Lacedra _Wislawa Szymborska

Wisława Szymborska, grande poetessa e saggista polacca, è nata a Kornik il 2 luglio 1923.  Dal 1931 ha vissuto nella città di Cracovia, ed è stata a lungo redattrice della rivista Życie literackie (“Vita letteraria”). Ha esordito con raccolte non estranee alla poetica del realismo socialista (Dla tego żyjemy “Per questo viviamo”, 1952; Pytania zadawane sobie “Domande poste a sé stessi”, 1954). In seguito la sua poesia si è andata liberando da ogni appartenenza a scuole e correnti letterarie, approfondendo un’amara e ironica visione dell’esistenza, e sviluppando uno stile personalissimo che unisce il rigore all’estrema levità dell’espressione. Premata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca contemporanea.

Muore a Cracovia il 1° febbraio 2012.

 

VIVIANE LAMARQUE: LA TOSSE DEL CUORE…

Femme Poète

Senti che tosse

che tosse infernale

la tosse del cuore

fa troppo male

la tosse del cuore

non fa respirare.

 

[Viviane Lamarque]

Giovanna-Lacedra-Viviane-Lamarque

Vivian Lamarque diventa poetessa da bambina, appena si scontra con l’incomprensibilità della vita. Molti pensano che certi sentimenti, alti e nobili, non possano essere compresi dal mondo infantile. Ma non è così. Nasce a Tesero (Trento) il 19 aprile 1946. Dall’età di nove mesi vive a Milano, dove ha insegnato per anni in vari istituti e anche agli stranieri. Ha pubblicato:Teresino (Soc. di poesia & Guanda, 1981, Premio Viareggio Opera Prima), Il Signore d’oro (Crocetti, 1986 e 1997), Poesie dando del lei (Garzanti, 1989), Il Signore degli Spaventati(Pegaso, 1992, Premio Montale), Una quita polvere (Mondadori, 1996), Poesie. 1972-2002 (Mondadori,2002), Poesie di ghiaccio (Einaudi Ragazzi, 2004), Poesie per un gatto(Mondadori, 2007), Poesie della notte (Rizzoli, 2009), La gentilèssa (Stampa, 2009). Ha pubblicato anche una quindicina di libri di fiabe, ottenendo tra gli altri il Premio Rodari (1997) e il Premio Andersen (2000). Ha tradotto: Valéry, Baudelaire, Prévert, La Fontaine, Céline, Grimm, Wilde. Su “Sette” ha tenuto la rubrica settimanale “Gentilmente”, raccolta poi in volume da Rizzoli (Gentilmente, 1998). Collabora al Corriere della Sera e ai suoi inserti e ha una rubrica fissa su TV Sette.

 

Emily Dickinson – Il sorriso di lei…

Femme Poète
Emily Dickinson

Emily Dickinson

Il sorriso di lei non era diverso dagli altri –
Stessa forma, fossette ai lati –
Eppure ti faceva stare male, come quando
un uccello si alza in volo, vuole cantare,
poi ricorda il Proiettile che l’ha ferito –
Allora si aggrappa a un ramo sottile,
convulso e la musica intanto si schianta –
come perle – finite nel Pantano –

[Emily Dickinson -1862]

 

EMILY DICKINSON, poetessa statunitense, nata ad Amherst, un piccola realtà del Massachusetts nel 1830. Creatura dal carattere introverso e riservato, Emily non amava la vita mondana e non abbracciò mai la tradizione puritana della sua terra. La poesia fu il suo bisturi e il suo setaccio; lo strumento con cui sezionò la vita per sondarvi l’ignoto. Poco dopo i trent’anni fece una scelta quasi catartica: per indagare profondamente il proprio mondo interiore si allontanò da quello esterno, limitandosi ad osservarlo da una finestra.
Morì il 15 maggio 1886 ad Amherst. Tutti i suoi scritti, gelosamente nascosti in una cassetta, furono ritrovati dalla sorella. Nel 1890 uscì postumo il primo volumetto di poesie, che fece di lei un vero e proprio caso letterario.

[Giovanna Lacedra : “Emily Dickinson: Tacere per scrivere”]

LA VOCE – Antonia Pozzi

Femme Poète

LA VOCE

Aveva voce in te
l’universo
delle cose mute,
la speranza
che sta senz’ali nei nidi,
che sta sotterra
non fiorita.

Aveva voce in te
il mistero
di tutto che presso una morte
vuol diventare vita,
il filo d’erba
sotto le putride foglie,
il primo riso del bimbo salvato
a fianco di un’agonia
in una corsia
d’ospedale.

Or quando cade dagli alti
rami notturni
dei campanili – un rintocco –
e in cuore affonda come
il frutto dentro il campo arato –

allora hai voce
tu in me –

con quella nota

ampia e sola
che dice i sogni sepolti
del mondo, l’oppressa
nostalgia della luce.

(Antonia Pozzi –  10 dicembre 1933)

Giovanna-Lacedra-Antonia-Pozzi

Antonia Pozzi nacque a Milano il 13 febbraio del 1912. Figlia di una contessa e di un avvocato, crebbe in un ambiente colto e raffinato. Frequentò il liceo classico e già all’età di sedici anni prese a dedicarsi con costanza e passione alla poesia. Si iscrisse poi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dove si laureò con lode discutendo una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. Ma in sè, nel luogo più intimo della sua anima, albergava un vuoto irrisolvibile, un dramma esistenziale cui riusciva a dar voce soltanto con l’inchiostro. Solo la poesia sapeva filtrare sfumature di quel dramma, di quella depressione. Ma neppure le parole furono abbastanza. Antonia si suicidò il 2 dicembre 1938. Quella mattina Milano era coperta di neve. E lei ugualmente prese a pedalare per le campagne intorno all’Abbazia di Chiaravalle. Poi,  davanti ad un breve corso d’acqua che attraversava i campi, si fermò. Scese dalla sua bici. Aprì il barattolo di pillole che aveva portato con sè, le ingoiò tutte, mandò giù un sorso d’acqua e poi si sdraiò sulla neve. E lì, sdraiata nel bianco immacolato dei campi, attese la morte. La trovarono dopo poche ore. Lasciò al mondo, nei sui cassetti, un vero e proprio diario di poesie, oggi quasi tutte edite. La poesia era tutto. Era il luogo, il nascondiglio, il ristoro, la verità. Aveva infatti scritto: “vivo della poesia come le vene vivono del sangue…” .Quella mattina di dicembre, quando si suicidò, Antonia aveva soltanto 26 anni.

QUANDO L’UOMO ENTRA NELLA DONNA – Anne Sexton

Femme Poète

QUANDO L’UOMO ENTRA NELLA DONNA.

Quando l’uomo
entra nella donna
come l’onda scava la riva,
ripetutamente,
e la donna, godendo, apre la bocca
e i denti le luccicano
come un alfabeto,
il Logos appare mungendo una stella,
e l’uomo
dentro la donna
stringe un nodo
perché mai più loro due
si separino
e la donna si fa fiore
che inghiotte il suo gambo
e il Logos appare
e sguinzaglia i loro fiumi.

Quest’uomo e questa donna
con la loro duplice fame
hanno cercato di spingersi oltre
la cortina di Dio, e ci sono
riusciti per un momento,
anche se poi Dio
nella sua perversione
scioglie il nodo.

[Anne Sexton]

Giovanna-Lacedra-Anne Sexton

Anne Gray Harvey, poi diventata Sexton avendo preso il cognome del marito, era una ragazza di buona famiglia ma  ebbe un’infanzia molto solitaria e non frequentò corsi di studio regolari. I suoi genitori conducevano una vita sociale di un certo livello ed entrambi avevano problemi con l’alcol. Il rapporto col padre fu catastrofico e traumatico, pare che egli la detestasse al punto di dirle che non reggeva la sua vista. All’inizio dell’estate del 1944 Anne conobbe Kayo Sexton, si innamorò, fuggì con lui e lo sposò. La grande passione non le impedì, solo pochi anni dopo, di innamorarsi o di uscire con altri uomini. L’abuso di alcol e di psicofarmaci contribuivano ad acuire il suo temperamento irrequieto e il bisogno costante di novità. Ebbe due figlie. E scoprì la vocazione poetica in seguito alle sue crisi depressive e al suo primo tentativo di suicidarsi. Dopo essere entrata in cura con un nuovo psichiatra, Anne venne da lui convinta di possedere un talento creativo totalmente inespresso. Il medico le consigliò di scrivere e la Sexton si decise a farlo. Visse anni fervidi tra la psicanalisi e la scrittura, per questo la sua opera poetica è da definirsi, insieme a quella di Sylvia Plath, “Confessional”, perchè la scrittura era introspezione, analisi, confessione.  Tentò ancora il suicidio nel 1957. Sviluppo dipendenza da alcol e farmaci, ma non smise mai di scrivere. E poi conobbe Sylvia, con la quale spesso conversò di amore, di poesia, di morte.  Si tolse la vita nel 1974:  si avvolse nella vecchia pelliccia della madre, si versò un bicchiere di vodka, si chiuse nel garage e accese il motore dell’auto.