IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

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RESALIO|Federica Gonnelli Solo Show

articoli, Giovanna Lacedra.

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Il prossimo 29 gennaio, presso gli spazi espositivi della Ex Chiesa di San Giovanni a Prato, inaugura la mostra personale di Federica Gonnelli: RESALIO.
Letteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, nata in una Prato fiorente che ha assaporato e vissuto, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. E’ il caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P)e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili. (Stefania Rinaldi)

La mostra è il primo appuntamento della rassegna YIA 2016 -Young Italian Artists, un progetto di avvicinamento all’Arte Contemporanea con mostre, percorsi didattici e incontri con i giovani artisti emergenti italiani, a cura di Stefania Rinaldi, promosso da Fonderia Cultart, presso gli Spazi dell’Ex Chiesa di San Giovanni a Prato.

RESALIO
Mostra di Federica Gonnelli
a cura di Stefania Rinaldi
Vernissage: 29 Gennaio 2016 dalle ore 19.00

Dal 30 gennaio al 19 febbraio 2016
Ex Chiesa di San Giovanni – Prato

INGRESSO LIBERO
SEGUE APERITIVO E DJ SET by DIS0RDER
Per informazioni:
Stefania – 3293233936
www.exchiesasangiovanni.it

(P)E(R)SISTENZA frame video in loop con sonoro, 17,43 minuti, 2015..jpg

LOREDANA GALANTE | CREAZIONE DI VALORE

articoli

LOREDANA GALANTE | CREAZIONE DI VALORE

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Workshop con il collage

“Percepire altrimenti”

Lunedi’ 30 novembre dalle 17.30 alle 19.30

Per iscrizioni scrivere a info@loredanagalante.it

Cos’ è il valore? Il valore emerge dall’interazione tra gli esseri umani ed il loro ambiente, è qualcosa che nasce dalla relazione tra un oggetto e il soggetto che lo esamina. Si definisce “ di valore “ qualcosa che soddisfa sufficientemente le nostre esigenze del momento. Il diverso grado del valore di un oggetto dipende quindi dal suo tipo di rapporto con la vita della persona che lo valuta. Si tratta di una sorta di “ potere relazionale dell’oggetto, misurato dalla risposta quantitativa del soggetto”

..” Quando parliamo di “creazione” di valore ci riferiamo a quel processo che, “frugando” tra gli elementi già esistenti in natura, consente di portare alla luce tutto ciò che ha una relazione con la vita umana, di valutare e potenziare le relazioni così individuate tramite l’intervento umano. La creazione, rielabora l’ordine già esistente in natura per produrne un altro particolarmente vantaggioso per l’umanita’. ….Può anche capitarci di “scoprire” il valore: dare rilievo a cose che non erano mai state notate prima e renderli evidenti è una atto di scoperta e non di creazione. Ma quando qualcuno correla cose inizialmente prive di legame con il progresso umano, o sviluppa ciò che gli altri hanno fatto in questa direzione allora stiamo parlando d’invenzione, d’ ideazione, di creazione”

(T Makiguchi)

lor.galante

CREAZIONE DI VALORE

Dal 30 novembre al  16 gennaio

Inaugurazione 30 novembre  19 alle ore 21.30 presso Azimut Consulenza Sim S.p.A

AZIMUT CONSULENZA SIM S.p.A.

20121 Milano (MI) – Corso Venezia 48

orari di apertura dal lunedi al giovedi  8 -19; venerdi’  8-17

caffè con l’artista su prenotazione scrivendo a info@loredanagalante.it

HO TENTATO TRE INIZI | Alessandra Baldoni Solo Show

articoli

“Fotografia e poesia sono diventate il suo linguaggio. La sonda con cui attraversa l’universo e scaglia l’indicibile, tra luci silenti e ombre di pece. La bellezza, però, vince sempre.  La bellezza è nella vita che trionfa – che cola dalla piaga – oltre le ombre. Anche quando “germoglia dalla ferita”.La ricerca di Alessandra Baldoni  sta tutta nel saper perdere e ritrovare le tracce dell’inafferrabile: quello di un’immagine senza tempo o di una poesia precipitata sul foglio, dall’eternità.”

[Giovanna Lacedra]

Sabato 10 ottobre la Pinacoteca e Museo Civici di Camerino, in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, inaugurano la mostra personale dell’artista Alessandra Baldoni, fotografa e scrittrice, che resterà aperta fino al 17 gennaio 2016.
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“Ho tentato tre inizi “ è il titolo della mostra personale curata dall’Associazione culturale Verticale d’Arte e dalla Pinacoteca e Museo Civici di Camerino. L’esposizione, che aprirà i battenti al grande pubblico in occasione dell’undicesima Giornata del Contemporaneo il prossimo sabato 10 ottobre, si protrarrà sino al 17 gennaio 2016.
Alla Giornata del Contemporaneo, importante appuntamento annuale a carattere nazionale dedicato ai linguaggi artistici della contemporaneità, aderiscono quest’anno anche la Pinacoteca e Museo Civici di Camerino ospitando le istallazioni dell’artista perugina Alessandra Baldoni in un originale e intrigante dialogo con le opere antiche della Pinacoteca. Ecco dunque il “tentare”, il mettersi in gioco della Baldoni, che per la fotografa nasce propriamente dalla visita alle collezioni civiche di Camerino, dove, di sala in sala, la magnificenza e la bellezza di ciò che i suoi occhi si trovavano davanti, hanno suscitato in lei la voglia e il desiderio di confrontarsi con queste opere e far dialogare l’arte contemporanea con lo splendore del passato.
Il tentare “tre volte” corrisponde, dunque, a tre inizi, o meglio a “tre innamoramenti”, tre storie che iniziano e che andranno poi scritte nell’incontro con il pubblico, disseminando indizi e misteri affinché gli sguardi possano raccogliere segni e farne un racconto a più voci. Alcuni scatti tratti dal ciclo delle Vite di uomini non illustri si trovano, così, a colloquiare con i ritratti di personaggi illustri, cosi come l’opera Un tempo per noi dialoga con la quattrocentesca Madonna della Misericordia di Girolamo di Giovanni, per finire poi con gli scrigni di I need protection, intesi come piccole mappe, cardini dell’anima, che si trovano idealmente a fare da contraltare alle Carte geografiche dello Stato di Camerino, in un binomio di indizi terrestri e indizi esistenziali.
L’artista Alessandra Baldoni, che durante la permanenza della mostra presso le sale della Pinacoteca e Museo Civici di Camerino terrà un ciclo di workshop aperti anche alle scuole, attualmente vive e lavora a Perugia dove, attraverso i propri scatti, sviluppa i temi della memoria, del sogno e dell’amore, intessendo storie e narrazioni quasi suggerite, evocate ed enigmatiche a un tempo, le quali, molto spesso, percorrono il doppio canale dell’immagine figurativa e della scrittura.
La mostra è curata dall’Associazione culturale Verticale d’Arte di Macerata, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli e Silvia Bartolini, con Federica Facchini, docente di Storia dell’Arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, e da Barbara Mastrocola curatrice delle collezioni civiche di Camerino.
L’iniziativa, fortemente voluta dall’attuale amministrazione comunale, rappresenta un primo passo di apertura nei confronti dei nuovi linguaggi della contemporaneità, sulla scia delle importanti rassegne da sempre promosse e sostenute dalla città di Camerino.
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ALESSANDRA BALDONI | HO TENTATO TRE INIZI
Camerino (MC)
Musei Civici, Piazza dei Costanti n. 1
Vernissage sabato 10 ottobre 2015 ore 17.00 – Ingresso libero
Orario di apertura della mostra: 10.00/13.00 – 15.00/18.00 – Chiuso i lunedì non festivi, 25 dicembre, 1° gennaio

PRESS:
Associazione culturale Verticale d’Arte
Borgo San Giuliano 200, Macerata
verticaledarte.comunicazione@gmail.com
T. +39 3471071873
T. +39 3393329624

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

articoli

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

AUTOSCATTI SBAGLIATI: la mostra di Ilaria Facci

articoli

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Il 10 Luglio 2015 s’inaugura a Perugia, la mostra fotografica ‘Autoscatti
Sbagliati’, di Ilaria Facci, ospitata da Simona Calisti nel suo “Spazio
Calisti” per promuovere la Ricerca contro il tumore della retina: il
Retinoblastoma.
(Perugia) – Dal 10 al 19 luglio, durante Umbria Jazz Festival, presso lo “Spazio Calisti“,
prestigiosa sede di importanti eventi culturali, situato nel cuore del centro storico della città,
in Via Cesare Battisti 19 (a due passi dal teatro Morlacchi), si terrà la mostra fotografica di
Ilaria Facci: ‘Autoscatti sbagliati’, a favore di A.I.G.R. (Associazione Italiana Genitori dei
bambini affetti da Retinoblastoma), una grave forma tumorale che colpisce un bambino
ogni quindicimila nati.
Ilaria Facci, artista romana, residente a Londra, ha subìto a due anni l’enucleazione
dell’occhio sinistro proprio a causa di questa malattia, che è divenuta così un tema importante
nelle sue opere.
Il suo lavoro tende a sensibilizzare e a promuovere la Ricerca contro il Cancro.
L’evento vuole sostenere le numerose iniziative dell’ A.I.G.R. che, da diciannove anni,
assiste i familiari dei piccoli pazienti colpiti da questa malattia, promuove la ricerca
scientifica, informa il pubblico dell’esistenza di questo tumore, che può essere curato con
successo solo se diagnosticato precocemente, quando cioè si trova ancora nello stadio
iniziale..
Tra i fondatori dell’Associazione c’e Theodora Hadjistilianou, la dottoressa che ha curato
anche Ilaria Facci.
Si segnala la collaborazione della Cancer Research UK -Charity Shop Crouch End
(l’Associazione nazionale inglese per la Ricerca contro il Cancro) a cui va un
ringraziamento particolare per la donazione delle cornici con le quali saranno esposte le foto.
Ciascuna di esse è stata regalata da privati ed aziende alla Cancer Research UK, per
contribuire alla raccolta fondi: saranno così anch’esse in vendita, durante l’evento, assieme
alle foto; il ricavato sarà devoluto interamente all’associazione A.I.G.R.

“Autoscatti Sbagliati’ trae ispirazione dalla frase del celebre jazzista, Miles Davis: “Non
esistono note sbagliate”. Per Ilaria non esistono scatti sbagliati, perché per lei non esiste lo
sbaglio, nell’Arte; piuttosto ‘è attraverso l’Arte, la musica, la poesia, che lo sbaglio, il limite,
il dolore, può trasformarsi in un potente strumento di aiuto per se stessi, e per gli altri’.

L’esposizione che aprirà i battenti venerdì 10 luglio alle ore 18:00, durerà fino al 19 luglio,
e sarà aperta al pubblico nei seguenti orari:
• 10,00-13,00
• 18,00-20,00
• 21,30- 23,30
Per info e contatti:
• spaziocalisti@gmail.com
www.aigr.it

Ilaria Facci

                                                                            Ilaria Facci

“Perché l’Arte si nutre del dolore è vero, ma una volta sfamata, quel dolore si trasforma, in altro.
In poesia; forse, in un aiuto per chi leggerà quelle storie illustrate nelle foto, a capire che l’Arte vince, sempre.

L’Arte vince, nelle rovine di una città distrutta.
L’Arte vince, la morte del suo artista.
L’Arte, si riproduce tra le scaglie di una corteccia in un albero, tra migliaia, in luoghi lontani e sconosciuti.”

(Ilaria Facci)

INFINITO MINIMO | Valentina Biasetti Solo Show

articoli

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INFINITO MINIMO. VALENTINA BIASETTI

L’Associazione Culturale Eikòn è lieta di presentare
“Infinito minimo”, mostra personale di Valentina Biasetti

(a cura di Angela Troilo e Michele Montanaro),

ospitata dal Filic – Festival Lanciano in Contemporanea.
Vernissage ore 18 del 4 lluglio. La mostra resterà aperta fino al 15 luglio.
Durante la serata sarà presentata, tra le altre cose, la VI edizione del Premio Art in the Dunes della quale l’artista Valentina Biasetti ha realizzato l’immagine,
Sarà allestito anche un buffet e si potranno degustare i vini della Cantina San Michele di Vasto.
A conclusione della serata ci sarà il concerto dei Joel.

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Valentina Biasett

Nota introduttiva dell’artista:

“Infinito Minimo è uno spazio immaginato, la linea di confine tra un luogo reale e un “altrove”, un intervallo di tempo immaginario. I disegni che saranno presentati in mostra al Polo Museale Santo Spirito di Lanciano sono tutti lavori recenti ( 2014 2015 ) un discorso ancora aperto quindi che si dibatte sul tema del Vuoto, proprio perché credo che nell’assenza e nel “non detto” si nascondano molte più deviazioni immaginarie e molte più possibilità di interpretazione. Lo spazio apparentemente vuoto dei miei disegni è tacitamente affidato all’osservatore. Talvolta è possibile incontrare nubi dense di colori e cariche di storie che hanno raccolto nel loro vagare, altre volte, invece, sono le costruzioni geometriche che tracciano un dialogo silezioso tra due figure che probabilmente si incontreranno solo nel sogno del colore. Le figure in bianco e nero sono l’unico aggancio alla realtà, sono corpi che si cercano, si amano e talvolta si rifiutano con urgenza di attenzioni, sono corpi sensibili che percepiscono e trasmettono sensazioni di cose minime.”

MILLIMETRI ( sensazioni di cose minime) .5 tecnica necessaria su carta, mm1000x1000, 2015

MILLIMETRI ( sensazioni di cose minime) .5 – tecnica necessaria su carta, mm 1000×1000, 2015

IO SOTTRAGGO PERFORMANCE A VENEZIA

articoli

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COMUNICATO STAMPA:

4 Luglio 2005
“Lasciarsi morire di fame. Sottrarsi al mondo.
Farlo con coscienza. Sceglierlo, ogni giorno, con vocazione.
Oggi: 475 Kilocalorie.”

Trasformare in arte la patologia.
Fare in modo che il corpo – per anni ostaggio di rituali ossessivi, per anni contenitore di vuoti affettivi, di assenze e di mancanze –, diventi racconto espressivo di una tra le più paradossali malattie: il disturbo anoressico-bulimico.
Mangiare niente come mangiare tutto. Svuotarsi come ingombrarsi.
Mettere dentro il mondo intero, o il mondo intero rifiutare.
Sbranare pulsionalmente l’amore che non si ha o scegliere stoicamente la rinuncia.
Controllare il corpo per illudersi di controllare la vita intera.
Operare calcoli minuziosi, e istituire una vera e propria aritmetica del desiderio.
Sottrarsi chili per sottrarsi ai desideri. Scarnificarsi per rendersi visibili.
E tutto questo per sopravvivere ad altro.

Donne che si sfondano di cibo e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo e non vomitano, creando – con un corpo in dilatazione –
barriere con le quali difendersi dal mondo e da una dimensione dell’affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio siano capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Donne che si riempiono di cibo. Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire è in verità un dolore profondissimo. Che a volte neppure loro conoscono.

Al di là della fame e della sua negazione, esiste un’altra fame. Più feroce, più legittima, più importante. Una fame del cuore. Che ha il diritto di essere ascoltata.

Il corpo di un’anoressica-bulimica, è un corpo rotto.
È corpo-contenitore di vuoti e di parole. Troppi vuoti e troppe parole.
Tutto nasce da una frattura nella relazione, da una crepa tellurica nella comunicazione.
Digiunare e divorare sono prese di posizione estreme. Punizioni. Penitenze.
Il corpo si trasforma in una conca sgombra o una pattumiera. E il cibo-non-cibo diventa il solo strumento capace di mettere a tacere ciò che si agita dentro.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene. La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina. Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina. Cibo non-più-cibo.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.
Anoressia, Bulimia, Binge Eating e Obesità sono espedienti autodistruttivi, ricercati per sopravvivere a tutto il resto. Per tentare di governare il vuoto. Per provare a non sprofondare.
Presto però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere, di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire. IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità. IO SOTTRAGGO è un atto di coraggio che mira a combattere la vergogna e l’omertà. In nome di una verità che vive rovesciata dall’altra parte dello specchio.INVITO2-WEB

(testo di Giovanna Lacedra)

Giovanna Lacedra performing
IO SOTTRAGGO
Sabato 9 maggio ore 20,00
Presso EL MAGAZEN DELL’ARTE
DORSODURO 1375 – nei pressi dello Squero di San Trovaso
VENEZIA
Info-press: ass.rosam@gmail.com

UMORI DI FONDO | Sara Cancellieri Solo Show

articoli

Sabato 18 aprile 2015, dalle ore 19:00,

presso la BE FOOD GALLERY, in corso Umberto I 215, ad Avellino, sarà inaugurata “Umori di fondo” la mostra personale di Sara Cancellieri.

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La mostra sarà visitabile fino al 13 maggio 2015.

Info
+39 334 884 3077
befoodgallery@gmail.com
www.casinadelprincipegusto.it

Il mondo figurativo di Sara Cancellieri è costantemente in bilico. Le sue coordinate oscillano tra presenza e leggerezza. Che siano corpi nudi o animali, tutte le forme appaiono rivestite da un’aura fluida di sospensione, come icone in un tempo immobile.
L’acquerello è una tecnica intima e imprevedibile, i pigmenti dialogano tra loro sul supporto con vivacità, ricercando effetti di trasparenza, giochi di luce, sovrapposizioni, sfumature e scivolamenti del colore. Le immagini sono cariche dell’afflato personale e lo spettatore riesce a instaurare un rapporto puro con il momento creativo.

01 Sara Cancellieri - Anime - dittico, watercolor on paper, 2014, 33.5 x 59 cm

Gli atteggiamenti percettivi e le esigenze rappresentative, condizionano le scelte strumentali e i modi di plasmare la materia, oltre il condizionamento storico. Per questo, può capitare che i modi di espressione contemporanei possano trovare corrispondenza con la lettura figurativa della storia dell’arte. Secondo Erwin Panofsky, nell’arte medievale, la tendenza alla schematizzazione derivava dallo studio di un canone antropometrico universale, nel quale, però, la soggettività era ignorata, perché le proporzioni del corpo umano venivano spiegate mediante l’armonico piano della creazione divina.
La ricerca di Cancellieri procede in questa direzione strumentale e concettuale. Le opere sono aperte, l’equilibrio è raggiunto ma non è stabile, anzi, il punto critico è accentuato. La rappresentazione gioca sul confine del provvisorio e, da un lato, i simboli si mostrano con naturalezza sfacciata, dall’altro, il carattere di sospensione eccede nel “non finito”.
La traccia dell’acquerello si asciuga sul bianco della carta, le immagini prendono consistenza e perdono concretezza nello stesso momento. Lo sfondo chiaro e la superficie morbida si compenetrano, diventando figura unica, un’estesa campitura di impressioni che crea l’ambientazione per figure impalpabili. Volti, mani, ali e zampe sono presenti, mimetici, ma rimandano all’altrove. Simboli del femminino sacro, evocano il tempo dei cicli della natura e della nascita delle mitologie. Il nudo, allora, è lo specchio attraverso il quale entrare in sintonia con il concetto di fondo, una promessa di complicità tra l’opera e chi osserva. In questo caso, il corpo femminile diventa un piccolo cosmo di leonardesca memoria. Le rughe e le pieghe vengono modellate calligraficamente, sfumando i riferimenti anatomici, come allegorie dello scorrere imperscrutabile del tempo.

Sara Cancellieri - Giochi pericolosi, acquerello e matita su carta, 60x40 cm, 2015-

I segni sono quelli ruvidi del corpo reale eppure i gesti appaiono bloccati nella ieraticità delle pose frontali. Così, i tratti somatici perdono rilevanza individuale, abbandonando il dato umano per diventare tipi universali.
In questo universo fluido, sono impressi i segni di una presenza immutabile. Quella del tempo naturale delle cose, che imprime la sua armonia sulla carta e sulla pelle.

“Il tempo dell’equilibrio”  – Testo di Mario Francesco Simeone.

LA NEVE NON HA VOCE

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LA NEVE NON HA VOCE

Cinque artiste indagano la violenza del malamore

Domenica 8 marzo ore 18.00

Chiostro di Voltorre – Gavirate  (VA)

Piazza Chiostro, 23, 21026 Gavirate

 copertina

Fotografia, pittura, scultura, disegno, ricamo, installazione e performance si incontrano al Chiostro di Voltorre per raccontare l’amore sbagliato. Una lunga stagione di mostre dedicate alle donne si apre con un tema forte, quello della violenza di genere, che cinque tra le artiste più interessanti e promettenti dell’ultima generazione hanno deciso di raccontare con delicatezza, in toni sussurrati, scegliendo di affrontare il tema per vie traverse, silenzi allusivi e gesti d’amore.

Salva con nome, la serie fotografica che presenta Alessandra Baldoni, nasce come un omaggio alle poetesse e alle scrittrici del passato morte suicide, da Virginia Woolf ad Amelia Rosselli e Antonia Pozzi: immagini pulite, costruite attraverso una puntualissima messa in scena di sapore cinematografico, semplici e tuttavia intensissime, costruite per elementi simbolici. Non la violenza, l’atto folle del possesso come sopraffazione, dunque, ma piuttosto la solitudine disperata frutto dell’incomunicabilità, i corridoi bui e sottili dell’incomprensione, la morte come estremo tragico anelito alla libertà.

Raccontano invece la negazione del vissuto traumatico le ceramiche di Alice Olimpia Attanasio. Sono candidi broshourebusti femminili di sapore neorinascimentale sui quali irrompe l’imprevisto sotto forma di un elemento disturbante, che può essere un uccellino annidato tra i capelli – chinato a bucare col becco la fronte – o un piccolo missile conficcato nel cranio. Anche i disegni, delicatissimi, si pongono in bilico tra canto lirico e oscura minaccia, creando un senso di spaesamento e di inquietudine.

Con i suoi toni leggeri, la pittura liquida, il tratto morbido Jara Marzulli racconta il malamore per contrasto, attraverso l’amore, l’accoglienza e l’abbraccio incarnati da lievi figure femminili. Amiche, sorelle, madri e figlie rafforzano sulle sue tele il senso dell’unione positiva, della “sorellanza” salvifica, accanto a donne che al di là della delicatezza dei gesti si rivelano indomabili guerriere; mentre i colori tenui e gli sfondi indefiniti pongono i personaggi in un limbo fatato, onirico, in bilico tra realtà e memoria.

Una sola donna – una zia avvolta da un’aura peccaminosa, perché colpevole di essere attrice e modella nei puritani anni Cinquanta – è la protagonista dell’installazione proposta da Florencia Martinez. Stampate su stoffa colorata o su seta, esaltate da cornici in tessuto imbottito che si avviluppano introno al soggetto, le immagini spiazzano per il contrasto tra il taglio classico e la mancanza di un dettaglio fondamentale. Gli occhi scompaiono, chiudendo ogni comunicazione con la realtà. Oppure è la bocca a essere sostituita dal vuoto, in uno straziante grido silenzioso.

Tre poetesse, Sylvia Plath, Anne Sexton e la giovane libanese Joumana Haddad, sono le donne che Giovanna Lacedra pone al centro del suo lavoro. I visi delle prime due autrici confessional, declinati in serie di acquerelli leggerissimi, raccontano da un lato la dissoluzione dell’io e dall’altro la strenua ricerca di sé. Dalle fendenti parole della Haddad, invece, l’artista recupera e reinterpreta  l’orrore delle spose bambine. L’aspirante, una performance ispirata all’omonima poesia della Plath, aprirà la mostra il giorno dell’inaugurazione, mentre un video racconterà il dramma subdolo dell’abuso all’infanzia.

Vernissage ore 18.00

Ore 19.00 : L’ASPIRANTE – Dai versi di Sylvia Plath la performance di Giovanna Lacedra con Roberto Milani.

Alessandra Redaelli | Curatrice

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Camille Claudel: tagliata in un materiale eterno.

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“Il signor Rodin si avvicina a Camille con tenerezza, scostandole un ciuffo scuro che le copre gli occhi – i suoi occhi, sconfinate, devastate voragini – con le mani imbrattate di creta. Vede il profilo di lei controluce. <<Mia pietra nera vibrante d’amore, tu sai quello che Michelangelo aggiungeva: solo le opere che si possono far rotolare dall’alto di una montagna senza che se ne rompa neppure un pezzo sono valide; tutto ciò che si frantuma durante una simile caduta è superfluo. Tu appartieni a quella razza, nulla potrà spezzarti, per quanto alta possa essere la montagna. Sei tagliata in un materiale eterno!>>”.

(Dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

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Camille Claudel

È tagliata nella materia di un sogno, Camille. Imprendibile e inossidabile. Un’allieva che s’innamora del maestro. Una donna che s’innamora dell’arte. Entrambe le traiettorie risultano pericolose – e disdicevoli –, nella Francia di fine Ottocento. Ma Camille, pur zoppicando, cammina dritto. Va. Altera e certa. Nessuno la piega, e nulla la piegherà. Avanza con la fierezza negli occhi. La bocca serrata sotto un naso perfetto. Lo sguardo affilato. Il genio in agguato. È lei. È Camille. Guardatela! È più felina di una gatta. È più dura del marmo. È più evanescente di una poesia.

Suo fratello, il celebre poeta e scrittore diplomatico Paul Claudel, amava descriverla così:

Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi…”

Mentre lo scultore impressionista August Rodin, la cui vita – tra l’insegnamento e l’amore – a quella di lei fervidamente s’intrecciò, la definì così:

Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”.

Camille, la scostante. Camille, la screanzata. Camille la claudicante. Camille, la diversa. Camille voleva scolpire. Era questa la sua diversità. Trasferendosi nel 1880 con l’intera famiglia da una piccola realtà come Villeneuve-sur-Fère (villaggio nella regione della Champagne) ad una grande metropoli come Parigi, fu questo che capì: non sarebbe mai diventata una donna come tante. Lei no! Lei sarebbe diventata di pìù. Sarebbe diventata un’artista. …avrebbe scolpito!

Parigi la catturò immediatamente. Incendiò la sua curiosità di adolescente. Avrebbe voluto sin da subito gridare che c’era. Avrebbe voluto sin da subito lasciare un segno. Scrutava ogni cosa di quel nuovo, caleidoscopico mondo, come se nulla dovesse andare perso. Di Parigi si affamò. A Parigi si appassionò. Girava fiera ed energica per gli alberati boulevard, con passo svelto e sicuro, pur claudicando. Sempre vestita di nero, sempre lasciando selvaggiamente danzare la sua lunga chioma bruna. Gli occhi fendevano, con luce fulminea e femminea, la frangia. Camille sapeva cosa voleva. Sapeva dove voleva arrivare.

Il  marmo, la pioggia di polvere sotto i colpi di uno scalpello. L’arte. Era questo il suo destino. E già a tredici anni prese a modellare le sue visioni nell’argilla. Ma una donna scultrice è una presenza sconveniente. E così, Camille divenne presto la vergogna della famiglia. Sua madre, soprattutto, si vergognava di lei:  non accettava questa sua vocazione. La vedeva come un capriccio, una ribellione, una trasgressione. Mentre per lei era puro amore. Era solita denigrarla. Ferirla oltremisura. Camille ne soffriva. Le critiche materne l’atterrivano. Avrebbe dato chissà cosa per compiacerla, per ricevere la sua approvazione. Ma abbandonare l’arte, mai!

La figura materna divenne per lei quasi irraggiungibile. Prese ad idealizzarla. Era una stella imprendibile. Un desiderio inappagabile.  Una mancanza dolorosa. L’insostenibile peso di una colpa inesistente: l’incapacità di meritarsi il suo amore. Suo padre, invece,  tentò di sostenerla, insieme al fratello Paul. E infatti con la sua morte, svanì anche la tenacia di lei.

Camille  si allontanò dalla famiglia. Piano.

Sentiva di non appartenere a quella realtà. Desiderava oltremodo il loro affetto, ma non poteva per questo cambiare se stessa; non poteva svuotarsi della sua grande passione, quella per la scultura. Ormai conosceva la strada da seguire, e sapeva che nessuno di loro l’avrebbe seguita. Era ostinata, anticonformista. Per nulla ordinaria, né prevedibile. Era ribelle, selvaggia, aggressiva. Profonda. Maschile nel suo agire, femminile nel suo sentire. Emotivamente agitata, dal carattere passionale e irruente. Una donna ipersensibile.

Camille amava con ferocia.

Era ossessiva e vulnerabile,  non temeva affatto il rischio. Desiderava vivere. Sentire la vita a qualunque costo. In lei un tumulto di sentimenti che non riusciva a governare. Un groviglio inesprimibile, sovente la soffocava. Era spesso attanagliata da un senso di incompletezza e insoddisfazione. C’era sempre qualcosa di irrisolto, qualcosa che doveva fare… Le prime lezioni di modellato le prese a Parigi, nello studio di  Alfred Boucher che rimase folgorato dal suo talento.Poi arrivò  l’incontro con Rodin. Un incontro determinante per il suo destino.

August Rodin fotografato da Nadar

August Rodin fotografato da Nadar

Iniziò a frequentare il suo ateliér in rue de l’Universitè, ma il rapporto tra allieva e maestro si trasformò presto in una passione indomabile. In un grande, sconquassante amore. Lo scultore aveva già quarantadue anni ed era ufficialmente legato ad un’altra donna, Rose. Quella con Camille, però, non fu una semplice avventura. La passione che esplose fra i due si rivelò da subito come  un intreccio tra arte e amore, tra il marmo e la carne. Nel pulviscolo di quell’atelier gli sguardi si cercavano. I due si contaminavano artisticamente, e fondevano romanticamente.

Ed ecco, il sogno avvicinarsi all’improvviso…

Nel 1888 Camille espose al Salon des Artistes Francais. L’attesa di quel primo responso fu da lei  vissuto con grande irrequietezza. Una figura scura, agitata e felina, camminava su e giù nel giardino attorno all’edificio del Salon, con la voglia di urlare:

Signori in quest’opera  ci sono ore e ore di lavoro, ore di interminabili interrogativi su me stessa, ore in cui la mia anima si consumava. Mentre voi mangiavate, scherzavate e vi rimpinzavate di cibo e di vita, io ero sola con la mia scultura ed era la mia stessa vita che scivolava a poco a poco in quell’argilla , il mio sangue che lasciavo defluire nel cuore nell’opera medesima, una stagione della mia vita…

(Dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

L’opera in questione era Sakountala ( L’abbandono).

Forse l’opera più bella, più intensa, più carica di pathos che la Claudel abbia mai plasmato. Ritrae l’amore tra Sakountala, figlia adottiva di un eremita, e il principe Douchanta. Si tratta di una storia indiana del V secolo, tragica seppure a lieto fine, poiché i due si uniscono in matrimonio con un antico rito nuziale, ma quando il principe ritorna al suo castello per sortilegio si scorda di lei, che ha tenuto con sé il suo anello come pegno d’amore. Sakuntala decide allora di andare al castello per ricordargli il loro amore grazie all’anello, ma questo le scivola nel fiume e va perso. Lo ritrova un pescatore e lo riporta al principe, il quale  ricordando tutto d’improvviso, corre dalla sua amata  Sakountala che nel frattempo aveva partorito il figlio concepito con lui la notte delle nozze. Douchanta riconosce il bambino come suo figlio, riabbraccia l’amata, e con loro rientra felice al castello. L’opera, non solo fu esposta, ma ricevette anche una Menzione d’Onore.

Camille Claudel, SAKUNTALA |L'Abbandono - marmo bianco - h.92 cm - anno: 1905. Musée Rodin, Paris.

Camille Claudel, SAKUNTALA |L’Abbandono – marmo bianco – h.92 cm – anno: 1905. Musée Rodin, Paris.

Intanto la storia d’amore con Rodin si fece sempre più intensa e complicata. Oltre che allieva e amante, Camille fu anche  la sua modella prediletta. Ritraendola, lui la contemplava. Lo sguardo analitico era anche famelico.E tra le tante allieve a lei soltanto concedeva di modellare i piedi e le mani di certe sue grandi composizioni. Il tempo scorreva lasciando sbocciare nel suo cuore la speranza che August potesse un giorno decidere di lasciare Rose per rendere stabile il loro legame. Questo però non avvenne mai. Il mesi passarono e lei non vide cambiamenti.  Rimase anche incinta e abortì quel figlio. Una ferita che nulla potè mia lenire. Iniziò anzi a sentirsi  usata da lui, sessualmente e artisticamente. Divenne una sua appendice. E la critica contemporanea, dopo una prima fase di riconoscimento, iniziò a sminuire il lavoro di Camille, trovandolo manieristico. Lei scolpiva alla maniera di lui. Dunque operava nell’ombra del grande maestro. E fu proprio quell’ombra a non permetterle di emergere davvero. Si racconta addirittura che lui firmasse alcune creazioni di lei, facendole passare per sue. Le aveva  saccheggiato il cuore! Ed ora cercava anche di impossessarsi delle sue opere! Questo era davvero troppo!

Camille Claudel, Il valzer,  bronzo antico, cm 46,4 x 35,7 x 19,7 cm. Anno: 1905. Parigi collezione privata

Camille Claudel, Il valzer, bronzo antico, cm 46,4 x 35,7 x 19,7 cm. Anno: 1905. Parigi collezione privata

Il rapporto si deteriorò, fino a concludersi intorno al  1892,  anno in cui  ebbe una breve avventura con il musicista Debussy, escogitata allo scopo di far ingelosire August. Ma questo non fu che  l’ennesimo, fallimentare tentativo di recupero. Proprio a questo periodo risale  un’altra delle sue opere più emozionanti: Il valzer.

Una coppia danza appassionatamente, sospesa tra terra e cielo, come se la materia stessa fosse fluttuante. Le due creature vivono in perfetto equilibrio tra movimento e stabilità.

Camille cerca di elaborare il lutto di questo amore ormai spento. August non le apparterrà mai, ma l’arte si. L’arte le è sempre appartenuta.

Nascono opere di una poeticità spiazzante: La suonatrice di Flauto, L’implorante, e soprattutto il complesso de L’età matura, interpretazione scultorea di quel doloroso distacco. Mai altra opera seppe interpretare meglio un così grande travaglio sentimentale. La perdita. L’abbandono. L’umiliazione. Una donna matura (Rose) porta via con sé l’uomo (August) – centro della composizione – dall’implorante preghiera d’amore della fanciulla inginocchiata (Camille) e che vanamente si prostra, alle sue spalle. Lui se ne va. Portato via per sempre da un’altra donna. Se ne va. Non si volterà per guardarla ancora negli occhi. Non ne avrà il coraggio. Il capo semireclinato lo rende rassegnato a quell’addio.Nello sguardo supplichevole della fanciulla un legame viene reciso per sempre. Ma potrebbe essere – come qualche psicanalista contemporaneo ha sostenuto – che stratificata sotto questa palese interpretazione, vi sia una seconda chiave di lettura: la creatura implorante è Camille bambina a cui la madre, che mai la accettò, porta via la presenza fisica e dunque l’amore, di suo padre.

Camille Claudel, L'Età matura, gruppo in bronzo composto da tre elementi, cm 114 x 163 x 72. Anno: 1902.  , Musée d'Orsay, Paris.

Camille Claudel,
L’Età matura, gruppo in bronzo composto da tre elementi, cm 114 x 163 x 72. Anno: 1902, Musée d’Orsay, Paris.

Dopo l’addio  definitivo, Camille si gettò, a capofitto nel lavoro. Cercò di svincolarsi dall’ascendente di Rodin, per di rinascere artisticamente. Voleva trovare la propria cifra stilistica. Voleva imporre la propria personalità. Tutto ciò che desiderava era affermarsi come artista, a prescindere da lui. Uscire dalla sua ombra e  divenire se stessa. Iniziò ad isolarsi, a vivere come una reclusa. E prese a produrre solo opere di piccole dimensioni. Questa scelta fu forse l’ultimo,vano tentativo di arginare uno straripamento emotivo; un modo per  tenere sottocontrollo il vulcanico dilagare delle sue ossessioni. Il suo studio divenne un caos occupato unicamente da lei, dai suoi gatti, e dalle sue piccole creazioni. Creazioni innovative, originali, in cui ancora oggi vibra l’impronta rovente della sua profondità emotiva. Ma l’esperienza vissuta con Rodin, le fece germogliare dentro il seme di un’ossessione, che crebbe sempre più. Quella della persecuzione e del plagio. Camille viveva nel costante terrore di essere privata le sue opere. Temeva che qualcuno potesse sottrargliele. O che lo stesso Rodin la facesse spiare per rubarle le idee. E così, spesso, in preda alla sua stessa nevrosi, le distruggeva. Distruggeva le sue piccole sculture con colpi di martello,  o gettava nel focolare del suo studio, le carte, i suoi bozzetti. Lentamente riprese ad esporre nei Salon, ma  caddè ugualmente in povertà

Suo padre iniziò a sostenerla economicamente, di nascosto dalla madre. Ma dopo il suo decesso, avvenuto nel 1913, morì in Camille anche l’ultimo anelito di pace.   Le sue crisi si fecero più violente, tanto da  convincere la madre e il fratello, ad internarla  in un manicomio,  negandole anche la possibilità di ricevere visite. Camille fu internata,  li rimase per più di trentanni. Sì. Trenta interminabili anni. Perdendo il tempo. Dimenticando come si contino le ore, i giorni, i mesi e gli anni. Sola con se stessa, con le sue ossessioni e con l’amara nostalgia di un grande sogno andato in frantumi: la scultura. Sua madre non andò mai a farle visita. E questo accrebbe il suo dolore. Quella madre tanto agognata e tanto temuta alla fine, aveva trovato il modo di liberarsi di lei. Trascorse quei trent’anni sola, depressa, e affranta. In preda a sentimenti autodistruttivi.

Una bestia ferita, da un sogno fattosi coltello. L’unico contatto con l’esterno fu una sequela di lettere che da quel luogo alienante scrisse a qualcuno là fuori. Qualcuno che, immaginava disposto a  leggere le sue preghiere. Nel 1935, otto anni prima di morire, in una lettera ad Eugène Blot scrisse:

“Sono precipitata in un baratro… Del sogno che fu la mia vita, questo è un inferno”.

Camille fra le quattro pareti bianche. La sofferenza dura e amara. La sofferenza che torce il cuore. Camille colpisce il muro con entrambe le mani, grida il nome agli specchi, come se potessero donarle la creatura amata, la luce che aspetta, la lotta che vuol  riprendere. Abbattimento e soprassalto, rifiuto, quando è necessario che si riconosca vinta, eppure sa già che agli occhi del mondo sarà eternamente la triste eco dell’essere amato…”

(dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

Camille Claudel morì, nella pazzia, il 19 ottobre 1943 . Aveva 79 anni. Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale. E nemmeno le fu data una degna sepoltura. Inumata il 21 ottobre del 1943 nel cimitero di Montfavet, il terreno fu presto requisito per necessità di servizio. E delle sue spoglie, della sua tomba, nulla più rimase. La sua arte fu a lungo oscurata dalla gigante ombra del suo maestro-amante. Solo nel 1984 la critica rimise in discussione il suo operato. Da allora diverse mostre a lei dedicate si sono susseguite. Finalmente la sua genialità è stata riconosciuta. Finalmente è stata luce, su lei. Una luce che sempre aveva meritato, ma che in vita non la illuminò degnamente.

 

(Giovanna Lacedra)

Gina Pane: la ferita che divarica il silenzio

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Ferirsi come offrirsi.

Come schiudersi e divaricarsi. Come donarsi.Nel candore di una concentrazione quasi chirurgica, aprirsi. E mostrarsi. All’altro.

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La ferita è un varco nel silenzio. Perentorio e incisivo. Ma anche tenue. E sottile. È un taglio sottopelle. Un dialogo da aprire. Una fenditura ricamata sulla propria carne e nella coscienza dello spettatore. Operata con dolcezza e decisione. Stilla sangue come stilla sgomento. Creando crepe nella quiete dell’altro. La resistenza al dolore è mistificazione di un gesto capace di mozzare distanze.

“Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro.”

Sono le parole che Gina Pane scrive nell’ottobre del 1974, in Lettera a uno/a sconosciuto/a pubblicata sul numero 15/17 di “ArTitudes”. Sono gli anni del successo: importanti riconoscimenti la pongono inopinabilmente sul podio, come una Body Artist di fama internazionale. Ma quel colpo di lametta che fende la carne – il taglio netto, la feritaautoinflitta –  è in realtà molto più che un gesto autolesionistico e provocatorio: è una necessaria frattura nel silenzio; è il tentativo di stabilire un dialogo con l’altro.

Gina Pane nasce in Francia, per la precisione a Biarriz nel 1939, da padre italiano e madre austriaca. A Torino trascorre la sua infanzia e adolescenza, per poi rientrare in Francia  nel 1961, con l’obiettivo di studiare all’atelier di Arte Sacra, presso Ecole del Beaux-Art di Parigi. Sono questi gli anni a cui risale la sua prima produzione artistica: un percorso nella forma e nel colore,  in cui l’azione corporale è ancora assente. Si tratta di una ricerca pittorica molto vicina all’astrattismo minimalista, dove forme geometriche spigolose e taglienti – simili a triangoli, trapezi, lame e frammenti – vengono campite di rosso, arancio, verde o blu. Una ricerca che va dal 1961 al 1967 e che diviene presto anche plastica, mediante la realizzazione di sculture monocromatiche in metallo, memori delle coeve produzioni di Andre o Judd.

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Poi arriva il ’68, e con esso un forte sentimento di protesta e ribellione: è il periodo delle rivolte studentesche, delle manifestazioni femministe, delle sommosse politiche contro il capitalismo. E per un’artista, donna e lesbica, sensibile ai giochi di potere in ogni campo, questo è davvero il momento dicolpire.

Gina Pane decide di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, rendendo quelle stesse tematiche nucleo espressivo della sua indagine.

Abbandonate le tecniche artistiche tradizionalmente intese, inizia ad agire in senso più ampio. È l’esordio delle prime performance, da lei stessa ribattezzateaction, per rimarcarne l’energia gestuale.

Qui il corpo non è ancora protagonista. I suoi primi interventi si riferiscono infatti a quello che lei stessa amava definire “corpo ecologico”: la natura. Un corpo che appartiene a tutti, un corpo che è di ogni uomo e che ogni uomo può dunque scegliere di amare, curare, aggredire, ascoltare. È certamente lei ad interveniresul territorio, ma non desidera avere pubblico attorno a sé.

Rastrella la terra (Stripe-Rake 1969), sposta le travi per creare il prolungamento di un percorso di legno (1970). E fa tutto questo come se si trattasse di un rituale. Il suo desiderio è “creare tracce sulla sabbia, sulla neve, sulla terra, sui sassi”.

In questo caso più che di Body Art, è  opportuno parlare di Land Art: arte del territorio.

Nella prima azione ambientale, intitolata Pierres depilacées (1968),  l’artista interviene spostando ripetitivamente sassi da una zona d’ombra, ad un’altra assolata. E permettere a qualcosa che giace nell’ombra di ricevere il calore dei raggi solari, non può essere altro che un gesto d’amore. Semplice e totale. Un atto esclusivo, nei confronti di una natura violentemente ignorata e manipolata dall’uomo. Una natura che è invece vita pulsante, da curare e proteggere.

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L’energia solare torna ad essere protagonista dell’azione Enfoncement d’un royon de soleil (1969),intervento ambientale in cui l’artista scava un buco nel terreno, e con l’ausilio di due specchietti capta la luce, per poi lasciarla scivolare al centro del fosso. Catturare luce. Catturare energia. Per nutrire. Per amare.

Poi, arriva la ferita.

Arriva la sfida nei confronti del proprio corpo.

Giunge dolce e prepotente, per diventare il significante della sua poetica. Inizialmente questo accade in assenza di spettatori. Gina Pane compie le sue prime azioni corporali all’interno del suo atelier, con la sola presenza della sua fotografa, Françoise Masson, designata a documentarne ogni evento.

È il 1971 quando decide di arrampicarsi su una sorta di scala in metallo, avente gradini cosparsi di taglienti punzoni. Quei punzoni somigliano a schegge o spine. E il dolore cui si vuole rimandare è quello – poco gridato – della guerra in Vietnam. Una guerra già tre anni prima vissuta e straordinariamente documentata da un’altra grande figura femminile del giornalismo e della letteratura: Oriana Fallaci.

In Escalade non anesthésiée Gina Pane sale, malgrado il pericolo di ferirsi. Per arrivare in cima, per raggiungere la meta, deve saper sopportare il dolore; deve sviluppare resistenza. Arrampicandosi, le mani e i piedi iniziano a sanguinare. Inevitabilmente. Come inevitabile è il dolore che ogni guerra è capace di causare.

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Con questa azione performativa bodista, Gina Pane introduce il taglio, il sangue, la ferita, all’interno della sua poetica, passando dal corpo ecologico ad un corpo invece sociologico e carnale. L’urgenza è ora quella di tracciare, modificare e solcare, non più la sabbia, la neve o la terra, ma la carne dell’intera umanità.

Col proprio corpo, sentire anche il corpo dell’altro. Con la propria sofferenza, sentire la sofferenza dell’altro. Con la propria resistenza, emulare la resistenza al dolore da parte dell’altro. Perché ciascuno di noi èl’altro, e nessuno può sottrarsi a una tale consapevolezza.

Nel 1972 inizia a colpire lo spettatore. Avviene a Los Angeles durante un’azione chiamata  Il bianco non esiste. L’artista inizia a fendersi il viso con una lametta, e la folla sbigottita grida: “Non lo faccia!”. Ecco che Gina Pane smaschera un’altra grande menzogna contemporanea la dipendenza dal bell’aspetto, dall’involucro estetico, e il terrore di perdere tutto questo, che ne consegue.“La faccia  – afferma la stessa artista – è tabù, è il cuore dell’estetica umana. L’unico luogo che mantiene un potere narcisistico”. Il candore del viso, interrotto dai primi colpi di lametta, sconvolge. Ma si tratta di solchi superficiali, sufficienti a far fuoriuscire quel sangue che genera stordimento. Ferirsi è allora un atto di ribellione nei confronti di quell’estetica femminile preconfezionata, che pone invece sottovuoto le reali ambizioni e le effettive potenzialità dell’individuo-donna. E lo spettatore viene decisamente sbilanciato. Questo senso di sgomento, questa condizione di sospensione, questa ferita nella quiete, crea in lui una sorta di shock, capace forse di nuove consapevolezze.

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Le azioni di Gina Pane palesano all’altro il dolore di ogni donna. Quello dell’oppressione, della subordinazione, dell’abuso e del sopruso. Ogni taglio è una domanda e insieme, una risposta. Ogni taglio è comunicazione. Attiva una relazione. Muta ma intensa. È apertura all’altro. È divaricazione nel vuoto.

Gina Pane è una donna. Idealista e femminista. Ed una delle principali finalità del suo lavoro è quella di provocare nel pubblico femminile una profonda riflessione sulla condizione – esistenziale –  della donna nella società contemporanea. Una riflessione che conduca verso prese di posizione più ferme e più giuste. Sono gli anni del femminismo, come vero e proprio movimento politico e contestatore; anni in cui sbocciano polemiche su questioni riguardanti l’identità di genere e le pari opportunità tra uomo e donna.

La piaga femminile è anche quella di una negazione del diritto ad amare. E laddove questa negazione viene combattuta, si verifica un doloroso ribaltamento di schemi. Un taglio. Netto e necessario.

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Tagliarsi allora non è ferirsi masochisticamente:  è piuttosto, mostrare all’altro il proprio dolore. La ferita dice, svela, racconta di una libertà guadagnata con estremo coraggio; una libertà fatta di scelte radicali che somigliano a fratture, ma che al tempo stesso permettono al dolore di fluire ed abbandonare il corpo.

La liberta, per una donna è spesso una scelta lacerante. È come recidere il gambo di un fiore, è come afferrare qual gambo con tutte le sue spine, lasciando che queste si conficchino nella carne e diventino la parte dolorosa, ma necessaria, di una nuova identità e di una nuova unione. Come scrive la nota femminista Carla Lonzi – redattrice del Manifesto di Rivolta Femminile –, la donna ha diritto a trovare la sua collocazione nel sociale, iniziando prima di tutto ad esprimere liberamente “emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni”.

Sotto gli occhi dell’altro, è allora necessario aprirsi.Macchiare quel bianco silenzio di rosso. Il contrasto netto tra i due colori diviene una costante nel lavoro performativo di Gina Pane.

Nel 1973 è la volta di Action  Autoportrait, una performance suddivisa in tre momenti, agita presso la Galleria Stadler di Parigi. Gina Pane, dopo essersi sdraiata su un letto in doghe metalliche sotto il quale vi è una fila di candele accese  (resistendo al calore-bruciore) si taglia la lingua, per poi fare lunghi gorgheggi con del latte bianco versato in un bicchiere. Il pubblico tacitamente assiste a questo rituale, e l’intera performance viene documentata da un video e da un reportage fotografico assemblato.

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In Italia arriva invece, nello stesso anno,  con la tanto romantica e discussa, Azione Sentimentale | SentimentaL Action. È il 9 novembre 1973 e presso la Galleria Diaframma di Milano, Luciano Inga Pin la invita a mettere in scena questa nuova azione. Di lei, anni dopo dirà: “Le sue azioni erano veri e propri rituali liturgici in cui Gina creava un contatto con la trascendenza. Entrava in scena immancabilmente coi suoi jeans bianchi, la camicetta bianca, le scarpe da tennis bianche […] era come se venisse dalla luna […]. Tremo ancora  al ricordo della performance con le rose e con le spine, ricordo i suoi graffi, il suo sangue, il suo dolore. La storia della nostra carne, dei nostri dubbi, delle nostre passioni era tutta lì.”

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Un bouquet di rose rosse stretto al petto. Veste bianca. Spine che si conficcano nel braccio. Rosso di sangue su pelle chiara. Lametta che incide il palmo roseo della mano. Poi rose bianche. Purificazione. Rose eroticamente tramutate in vagine. La perdita. L’abbandono. Una performance può servire ad esorcizzare la morte di una relazione di una donna con un’altra donna?

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Ferite dell’amore. Ferite della libertà di amare.
Martirizzanti esercizi del cuore sulla carne.


 La sacralità del corpo si fa veicolo comunicativo del dolore. E divarica una fessura nella verità.

Mostrare il proprio dolore per esserci ed essere con l’altro.

Il contrasto sangue/candore si palesa in un’opera – non una performance – che in questo caso l’accosta a Piero Manzoni: Una settimana del mio sangue mestruale del 1973. 

ImageGina Pane racchiude e sigilla in una teca trasparente, lunga e stretta,  suddivisa in scomparti, sette grandi batuffoli di cotone bianco macchiati del proprio  sangue mestruale. Reliquie d’artista.

E ancora, in Corpo Presentito del 1975, si provoca una serie di tagli sul dorso del piede, per poi posarlo su una superficie bianca emulante la neve (si è trattato probabilmente di gesso).

Gina Pane è stata una donna di straordinaria intelligenza; colta, pignola, severa e sensibile. Una donna che ha fatto dell’arte la propria missione.

Ogni azione, un rituale. E ciò che restava diventava reliquia.

Come nella serie postuma alle sue azioni: Partizioni. Partizioni come parti di azioni compiute, come ricordi, reliquie e memorie. Oggetti usati in azioni performative evocano e raccontano di un corpo che non c’è più. Questo dal 1980 al 1989.

Poi, nel 1990, sarà un cancro a cancellare definitivamente  quel suo corpo. E con esso la genialità sovversiva di un’artista coraggiosa.

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[articolo di Giovanna Lacedra]

ARTE DI GENERE?

articoli

Più che artiste, soggetti dell’arte. Modelle in posa o muse ispiratrici.

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     Camille Claudel

Questo sono state le donne, nel corso della storia delle arti visive. Veneri o Madonne; ancelle o contadine. Sulla tela, non di fronte ad essa.  Dipinte, non  pittrici. Era questa la regola, era questo il buon gusto. La casa del padre, poi quella dello sposo, i bambini, e in alternativa il convento. Mai progetti più ambiziosi.

Alle donne non era concesso il diritto alla creatività.

Occuparsi di pittura, di scultura, di architettura, no… non era cosa da donne! Così come interessarsi di cultura in generale. A loro  era consentito tessere o ricamare. Al massimo, dipingere su piccole tele decorative tra le mura domestiche, per puro diletto e
senza alcuna velleità. Una donna non poteva accedere allo studio della matematica, della geometria, delle scienze; non poteva essere avviata all’apprendistato in una bottega d’artista. E in età Medievale, attorno all’identità femminile uomini tessevano pericolosi pregiudizi.

Le donne erano capaci di fare patti con il demonio. Se non erano mansuete madri di famiglia, e non diventavano suore, molto probabilmente erano streghe.  E i dotti di quei tempi, disquisivano con serietà  su questo  inquietante quesito: la donna era davvero dotata di anima, come l’uomo? O ne era priva, come gli animali?

San Tommaso scrisse che la donna era soggetta all’uomo a causa della sua debolezza fisica e spirituale.

Appreso questo, non è difficile capire  per quali ragioni l’arte – così come  altre  manifestazioni dell’animo e dell’intelletto –,  sia stata per secoli prerogativa maschile. Prerogativa maschile, certo. Ma con più di qualche eccezione.

Setacciando la storia, infatti,  non è poi così difficile imbattersi in personalità femminili dal raro coraggio e dal raro talento: donne che hanno saputo guadagnarsi, con tenacia e determinazione, il diritto di essere artiste.

Figure come Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Camille Claudel, Suzanne Valadon… sembrano rifulgere in un’aura di fascinosa trasgressività.

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      Suzanne Valadon

Come se avessero rotto uno schema, infranto una regola, evaso una prigione. E in un certo qual modo, è stato così.

I primi nomi ci arrivano dal Rinascimento. Ma si è trattato per lo più di donne che avevano alle spalle una figura maschile, solitamente un genitore che permettesse loro di inoltrarsi in quella dimensione proibita. Padri pittori, o semplicemente colti e liberali, i quali, riconoscendo il talento innato di queste figlie, accettarono di assecondarlo piuttosto che reprimerlo.

Era il Quattrocento. Alle donne era precluso l’accesso al mestiere della pittura e alla conoscenza della prospettiva come nuovo metodo scientifico di rappresentazione della realtà. Eppure qualcuno fece eccezione a questa regola: Antonia Uccello, figlia del celebre pittore Paolo Uccello, pur diventando presto una suora carmelitana,  potè ugualmente apprendere dal padre le regole della prospettiva applicate al disegno. Giorgio Vasari, nelle sue ‘Vite’ la cita, ricordandone le abilità nel disegno.

Un altro caso analogo è rintracciabile, scorrendo i decenni, nella Venezia del secondo Cinquecento. È il caso di Marietta Robusti, figlia del pittore manierista Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, la quale ebbe addirittura  il privilegio – sino a quel momento negato alle donne – di far pratica in una bottega d’artista, quella di suo padre, nella quale lavorò per ben quindici anni, dimostrando doti pittoriche e genialità.

La prima che riuscì invece ad ottenere l’iscrizione all’Accademia del Disegno, nella Firenze del 1616, fu Artemisia Gentileschi.
Anch’essa ‘figlia d’arte’: suo padre era il pittore caravaggista Orazio Gentileschi, autore di importanti commissioni nella Roma Caput Mundi a cavallo tra Cinquecento e Seicento.

Sbocciavano nelle botteghe dei loro padri e se avevano coraggio e fortuna, riuscivano a spiccare il volo. Recarsi presso corti straniere, però, era un’ipotesi ancor più rara.  Ma Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese, figlia di un uomo colto e profondamente appassionato di pittura, riuscì a raggiungere anche questo traguardo. Avere una padre tanto interessato all’arte fu la sua fortuna, perché questi le permise di allontanarsi dall’Italia e diventare ritrattista ufficiale alla corte di Spagna nel 1559.

La prima a gestire una Scuola d’Arte per fanciulle intorno alla metà del Seicento, fu invece Elisabetta Sirani, precocemente uccisa da un’ulcera perforante, all’età di soli 27 anni.

Nell’Europa del Settecento fece eco il nome di un’artista veneziana, capace di conquistare subito la fama internazionale per i suoi ritratti fortemente introspettivi, realizzati con la inusuale tecnica del pastello: era Rosalba Carriera.

Tamara De Lempicka

Tamara De Lempicka 

Nomi femminili che hanno segnato l’arte del secondo Ottocento sono certamente quelli delle due pittrici Impressioniste: Mary Cassat Berthe Morisot. Quest’ultima fu modella di Monet e  Renoir prima di unirsi al gruppo come pittrice, riuscendo persino ad organizzare il Salon des Femmes, la prima mostra collettiva per sole donne, realizzata nella città di Parigi.

Ed è sempre a Parigi che sul finire dell’Ottocento e agli esordi del Novecento emergono i nomi di Camille Claudel, Susanne Valadon, Sonia Delaunay, Tamara De Lempicka. La prima iniziò come allieva- modella e presto divenne amante, dello scultore August Rodin, e visse all’ombra del suo talento e della sua notorietà. Suzanne fu invece modella del pittore post-impressioonista Toulouse-Lautrec  e divenne poi madre del celebre pittore Utrillo, il fragile amico di Amedeo Modigliani. Allo stesso tempo si distinse come pittrice dalla tavolozza pre-espressionista.Sonia invece,  fu esponente del Cubismo Orfico insieme a Robert Delaunay, suo compagno di vita.

La seducente, elegante e trasgressiva Tamara De Lempicka si distinse invece negli anni Trenta del Novecento, come esponente ufficiale dell’Art Deco’. E nel coevo Messico Rivoluzionario, accanto ad un grande pittore Muralista – Diego Rivera – figurava una straordinaria pittrice, piùvotata all’introspezione: Frida Kahlo.

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   Frida Kalho

Ma  fu negli anni ’60, in seguito alla rivoluzione attuata del Movimento Femminista, che il ruolo della donna nell’arte si fece più attivo  e sferzante.

Da quel momento la donna-artista pretese altro spazio.

Pretese l’azione. Valicò il confine delle arti maggiori: non era più la pittrice introspettiva,  elitaria o d’avanguardia. Era essa stessa
un’opera d’arte, agente e vivente. Nasceva la Body Art. Arte in cui è il corpo stesso a  farsi materia artistica. E i grandi nomi di questa operazione sono stati quelli di Gina Pane, Valie Export, Joan Jonas, Ana Mendieta, Orlan,Marina Abramovic…

Oggi, la presenza femminile nell’arte contemporanea è fortunatamente esuberante.

Le donne indagano, con grande sensibilità, il mondo. Sentono e sanno. Vivono con l’utero quello che poi sublimeranno in arte. Un’altra gestazione. Un’altra maternità.

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    Ana Mendieta

(Articolo di Giovanna Lacedra)