LA BAMBINA PUGILE | CHANDRA LIVIA CANDIANI

Femme Poète
Certe mattine al risveglio
c'è una bambina pugile 
nello specchio,
i segni della lotta 
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l'alto
e un filo d'erba impassibile
che lo aspetta 
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti. 

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Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. Poetessa e traduttice di testi buddhisti, conduce laboratori di poesia presso le scuole elementari più periferiche di Milano, per tirare fuori la poesia che i bambini hanno entro. Ha pubblicato le seguenti raccolte:  Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (La biblioteca di Vivarium 2005), La porta (La biblioteca di Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) e La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014). È presente nell’antologia Nuovi poeti italiani 6 curata da Giovanna Rosadini (Einaudi 2012).

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IL CASTELLO ARAGONESE DI VENOSA

LaVoceDellOpera

Meraviglie Lucane di casa mia:

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Somiglia al Maschio Angioino di Napoli, questo castello –
una fortificazione a pianta quadrangolare con quattro torrioni cilindrici angolari, posti ai vertici del quadrilatero, e un fossato difensivo con ponte di pietra dinanzi alla facciata principale – che sorge all’estremità meridionale di Venosa (oggi cuore del centro storico e della movida serale) e che fu edificato dal duca Pirro Del balzo, a partire dal 1470. Proprio Pirro scelse questa strategica ubicazione: alla confluenza del vallone del Reale e del vallone del Ruscello. Per far spazio a tale maniero bisognò demolire la cattedrale romanica. castello 02
Venosa veniva da un dominio svevo prima e angioino poi, ma proprio in questi annì finì sotto il dominio aragonese: nel 1486, infatti, Alfonso d’Aragona conquistò il borgo, e Pirro prese la dura decisione di sottomettervisi. I quattro torrioni a base scarpata, esattamente come quelli del Maschio Angioino, contenevano le armerie, mentre nei sotterranei erano ubicate le prigioni.
Pare che lo stesso Pirro sia morto proprio qui, strangolato nel suo stesso castello a seguito della congiura dei Baroni.
E fine più triste non avrebbe potuto fare!
Secondo una leggenda popolare ogni 24 ottobre, festa di San Felice, di notte si svolgerebbe una processione di anime purganti e martiri cristiani, proprio laggiù… nel fossato difensivo.

Io non ho mai osato affacciarmi!

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[Giovanna Lacedra]

PERSEO TRIONFANTE CON TESTA DI MEDUSA

LaVoceDellOpera

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E va bene Perseo! Me l’hai fatta!

Sei stato più forte e lungimirante di me.

Mi hai tagliato la testa con l’inganno.

Sei giunto sin qui mentre dormivo, senza fare rumore. Non ho potuto svegliarmi perchè il capestio dei tuoi passi sul terreno era inesistente. Hai volato, Perseo.

Hai volato.

Sei venuto sin qui per ammazzarmi, in volo. E senza che io potessi accorgermi di nulla. Senza che nessuno potesse vederti. Invisibile e inconsistente. Il tuo giovane corpo, dai volumi Michelangioleschi e dalla perfezione Policletea, riempirebbe di stupore e ammirazione qualsiasi sguardo. Ma nessuno ti ha visto attraversare questo bosco di pietra.
Sei arrivato qui indossando i calzari alati di Mercurio, l’elmo dell’invisibilità di Plutone, e con il tuo affilato falcetto di diamante hai preso la mira guardandomi riflessa nello scudo di Minerva, cosicchè se anche avessi aperto gli occhi, il mio sguardo di Gorgone non ti avrebbe impietrito.

Sei stato astuto. Me l’hai fatta. Bravo!
Hai ucciso Medusa, la Gorgone che nessuno poteva guardare negli occhi.
Ora mi sovrasti, trionfi gravitando sul mio torace. Il mio corpo decapitato è tappeto per i tuoi piedi.

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Il mio collo fiotta sangue. Ancora e ancora.
Ma tu, da 463 anni, mostri al mondo la mia testa come un trionfo.
Io sono il tuo trionfo.

[Giovanna Lacedra]

 

BENVENUTO CELLINI

“Perseo trionfante con testa di Medusa”

fusione in bronzo a cera persa e piedistallo in marmo

Altezza: 550 cm

Anno: 1554

Firenze – Loggia dei Lanzi, Piazza della Signoria.

Committente: Cosimo I duca De’ Medici

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Per Voce Creativa: Intervista ad Alessadra Maio

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Alessandra Maio  (Bologna, 1982):

La memoria è liquida. Sovente è una pozzanghera che ha dentro il colore dell’ultimo ricordo. Il colore della voce dell’ultimo ricordo. Il colore dell’ultima parola inceppata nella voce di quel ricordo. Ancora vivo. Perchè la memoria è liquida, è una pozzanchera che si fa lago e poi fiume e poi oceano. E poi: carta. Carta come fondale. Come un fondale marino che raccoglie tutto ciò che nel presente non ha più il diritto di stare a galla. E allora sprofonda. Sprofonda sui fondali di quella memoria liquida che la carta racconta. Non c’è amore che si dimentichi, nè rumore che si dimentichi, nè carne che si dimentichi, nè colpa che si dimentichi. E non c’è voce che smetta di tuonare, laggiù, in fondo a quel mare di carta, dove la verità indicibile è parola viva e schiumante. Un discorso lucido e perpetrante che dal calligrafico sfocia nel liquido. Ma è pur sempre una questione di memoria e poesia. Le parole fluiscono e diventano la velatura blu di un ricordo. O rossa di una ferita. O nera di una paura. E si ripetono all’infinito, come la curva delle onde che torna a perdersi nel ventre del mare.

La ricerca di Alessandra mescola la trasparenza dell’acquerello con la densità della parola, delicatamente vergata con un inchiostro del medesimo colore; è una parola archetipica, una eco remota. Che torna dall’infinito per non farsi dimenticare.

Alessandra Maio vive e lavora a Bologna. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

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G.: Chi è Alessandra?

A.: Un’idealista sognatrice.

G.: Quale buio ti fa paura?

A.: Non so se mi fa ancora paura il buio. Sicuramente mi fa più paura la luce che mette in evidenza i difetti, la situazione reale, il buio mi permette di immaginare ciò che ci potrebbe essere, mi permette di sognare. In alcuni dei miei ultimi lavori la frase “non devo avere paura del buio” compone campiture che sfumano nel nero profondo dell’acquerello, come se questa paura primordiale alla fine diventasse consapevolezza della bellezza e della forza del buio.

G.: Quanto può essere perfetto il caso! Ti ho chiesto del buio e tu stai lavorando sul buio. Questa coincidenza  ha del meraviglioso! Dimmi una cosa: se fossi tuo figlio cosa vorresti imparare da te?

A.: Questa è una domanda difficilissima forse perché un figlio c’è. Comunque se fossi lui da me vorrei imparare la curiosità, ma penso sia già sulla buona strada. Essere curiosi vuol dire non fermarsi mai al primo sguardo, significa indagare, andare a fondo, studiare, e penso che questo sia importantissimo.

G.: Quanto pesano le parole?

A.: Le parole pesano tanto ma non tutte allo stesso modo.

G.: Se non fossi un’artista chi saresti?

A.: Non so, quello che faccio è una parte molto importante della mia vita, non riesco a immaginarmi senza.

G.: Perché lo fai?

A.: Perché ne sento il bisogno. I miei lavori hanno una forte componente performativa, io ho bisogno di quel fare.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Non credo ci siano compiti specifici per una donna-artista, per un artista penso sia solo importante essere il più sinceri possibili nel perseguire la propria ricerca.

G.: È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?

A.: Sì, direi di sì.IMG_20160120_112414

G.: La leggerezza liquida e semitrasparente dell’acquerello e una foresta di piccolissime parole. Da dove nasce questa ricerca?

A.: Nasce dalla volontà di un dialogo, di un arricchimento. Cerco l’accordo giusto tra colore e parole: il colore che sfuma, trova coraggio e si esprime attraverso frasi, le parole invece si schiariscono e si nascondono, diventano colore.

G.: Cosa racconti quando il tuo colore diventa discorso?

A.: Racconto sensazioni, momenti, sentimenti.

G.: Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?

A.: Il mio lavoro è molto autobiografico per cui la memoria ha certamente un ruolo centrale. Alcuni lavori sono come matasse di ricordi che ho sbrogliato e a cui ho dato forma.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?

A.: Amo leggere, romanzi e poesie, per lo più di scrittori contemporanei, e ci sono libri che rileggo spesso o che mi porto dentro. Libri diversissimi tra loro, solo per citarne alcuni, “La linea d’ombra” di Conrad, un libro che mi ha preso per mano da adolescente, “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Jodorowsky, un romanzo che mi ha fatto capire tante cose di me,  “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e Calvino (che ora inizio a raccontare anche a mio figlio) e tanti altri… vicino al letto in questo momento ci sono Simona Vinci , di cui sto leggendo l’ultimo libro, e una raccolta di poesie di Elisa Biagini.

G.: Elisa Biagini… conosco bene i suoi versi. Ti consiglio, se non l’hai ancora letta, Mariangela Gualtieri. Ora invece dimmi, che musica ascolti quando crei?

A.: Difficilmente ascolto musica. Spesso sono in silenzio, a volte metto un film come sottofondo o un documentario.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

A.: Errata corrige (correggi le cose sbagliate) – Penna su fogli protocollo – 87cm x 126cm – 2014

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Su 9 fogli protocollo ho scritto “non devo ripetere sempre gli stessi errori”, mentre facevo quest’azione dovevo correggere con la penna rossa gli eventuali errori di cui mi accorgevo. Una volta terminato il lavoro non ho corretto gli errori che mi sono sfuggiti.

A.: Rosso – Non riesco a ricordare come ero – Acquerello e penna su carta di cotone- 23×30,5cm – 2017

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Uno dei miei ultimi lavori dove acquerello e penna si fondono per formare il colore giusto per descrivere la mia sensazione.

A.: Carta da parati – repetita iuvant – Penna rossa e nera su carta – 120cm x 100cm – 2010carta da parati 2 Un lavoro a cui sono molto legata e che ha segnato un cambiamento per me. Due fogli lunghi, la “conta” del girotondo ripetuta tantissime volte copiando il disegno di una vecchia carta da parati. Ricordi che si nascondono al primo sguardo, sotto il disegno e che riemergono fortemente durante “il farsi” del lavoro.

G.: E se il mare non fosse azzurro?

A.: Penso sarebbe tutto diverso, e dobbiamo stare attenti perché il mare sta già cambiando e a volte è talmente inquinato da essere marrone…

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

A.: Quando mi trovo davanti a un’opera che mi emoziona mi capita spesso di dire “questa avrei voluto realizzarla io!” e questo mi succede perché sento una sintonia profonda con quel lavoro. Per esempio mi capita di fronte a alcune opere di Sabrina Mezzaqui, a molti lavori di Giuseppe Penone, tanti di Irma Blank e così fermo l’elenco che ovviamente sarebbe molto più lungo e non coinvolgerebbe solo artisti contemporanei!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Non saprei, non è mai stato un mio desiderio, piuttosto mi sarebbe piaciuto conoscerne un paio!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.: In cucina (non riesco mai a seguire una ricetta e faccio molti pasticci) e con mio figlio, ci inventiamo tantissimi giochi.P1220120

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

A.: Tanti sogni nel cassetto e molti lavori pensati da realizzare, qualche mostra.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.

(Pessoa)

 

Per  approfondire:

www.alessandramaio.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Cristina Costanzo

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Cristina Costanzo (Piacenza – 1970):

Lei ricorda le carezze di sua madre al risveglio, con le dita sporche di colore. Sua madre che dipingeva di notte e lasciava i pennelli per svegliare i suoi figli. Lei ricorda la sensibilità ad ogni forma d’arte che ha abitato la sua infanzia. Ricorda l’impronta che l’ha resa la donna che oggi è: una scultrice lirica e delicata. Mi piace dire che Cristina modella sogni con le sue dita. E forse il suo tocco nell’argilla ha la stessa delicatezza di quello di sua madre sul suo volto di bambina, al mattino. Un’immagine dolce, che va dalla sua storia alla materia. Ogni volta che guardo le donne di Cristina, io le sento come modellate da carezze. Delicate figure femminili dai lineamenti sottili. E dagli sguardi che si perdono lontano. Nelle vastità della memoria.

Cristina vive e lavora a Pittolo, nei pressi di Piacenza. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

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G.: Chi sei tu?
C.: Nasco nel 1970 a Piacenza da papà Gianni, impiegato di banca, e da mamma Lucia, pittrice. Seconda di cinque figli, in casa si è sempre respirato arte. I miei genitori ci hanno cresciuto con rigide regole, non hanno voluto la televisione e ci hanno incoraggiato e stimolato a leggere e ad ascoltare musica, per lo più classica. Quando ero ragazzina questa educazione mi stava stretta, era spesso soffocante, ma è stato forse grazie ad essa se noi figli abbiamo potuto sviluppare una sensibilità ed una creatività che altrimenti non si sarebbe manifestata (ho un fratello violinista professionista, una sorella diplomata in clarinetto e un fratello che realizza sculture in legno a livello hobbistico). Dopo gli studi al liceo linguistico, frequentato con poco entusiasmo, ho avuto l’opportunità di lavorare come apprendista presso una ditta di restauro di affreschi di Parma in alcune chiese della mia città. Ma il lavoro, seppure interessante, era anche limitante per me poiché non potevo esprimermi liberamente come invece sentivo l’esigenza di fare.
G.: Perché la scultura?
C.: Come dicevo, sin da bambina ho respirato arte. Mia madre dipingeva la notte. Ricordo quando la mattina ci svegliava e, accarezzandoci i capelli, ci lasciava le tracce di colore che ci portavamo a scuola. Spesso visitavo mostre. Già allora amavo la pittura espressionista ed avevo una passione per Schiele, ma non disdegnavo la pittura italiana dei primi del Novecento, in particolare mi affascinava la pittura sofisticata e essenziale di Giorgio Morandi che sicuramente ha influenzato le sculture del mio primo periodo: figure stilizzate senza braccia che richiamano la forma delle bottiglie morandiane. Ciò che comunque mi fece decidere che strada prendere fu una bellissima mostra di Sergio Zanni che visitai nella mia città nei primi anni ’80, alla galleria Rosso Tiziano. Grazie alle sue sculture in argilla, mi venne la curiosità di provare a fare qualcosa di mio con un materiale che mi affascinava moltissimo e presto crebbe il desiderio di studiare e migliorare la tecnica. Così mi diplomai privatamente al liceo artistico e mi iscrissi poi all’Accademia di Brera, ai corsi di scultura.

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?
C.:  È difficile se come me decidi di farti una famiglia e seguire prima i figli. Per anni ho “sacrificato” la mia arte per crescere Carolina, Arianna e Lorenzo. L’ho fatto volentieri, perché loro sono state le mie prime vere opere d’arte, ma dal punto di vista artistico, è stato senz’altro penalizzante ed ha rallentato la mia crescita espressiva. Ho fatto però la scelta che allora ritenevo più giusta e, sebbene ora i miei figli stiano diventando indipendenti, essi restano la priorità. I sacrifici sono stati tanti, ma ho avuto la fortuna di incontrare un uomo che mi ha sempre sostenuto e aiutato.

G.:La materia da plasmare, quali emozioni ti restituisce?
C.: Modellare e manipolare l’argilla é un gesto primordiale che ti rimanda alle origini della specie umana. Quando affondi le dita trasmetti la tua energia alla materia e le dai vita. Il primo uomo Dio lo ha creato con terra e acqua e dopo pare fosse piuttosto soddisfatto…così si legge nella Genesi. Ebbene, una volta terminata una figura in argilla, io credo di provare la stessa sensazione di soddisfazione che deve avere provato Lui; manca solo il gesto di alitarci sopra per dargli vita! L’argilla per me è maestra di vita: mi ha insegnato a non aver fretta, ad aspettare e rimandare il lavoro se sono troppo nervosa; ad aver pazienza e rispettare i suoi tempi per non aver compromessa l’opera, ad aver cura di essa dalla nascita alla cottura e oltre, proprio come si fa con un figlio!

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G.:Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?
C.: All you need is love, cantavano i Beatles. Le mie figure abbracciano con il loro sguardo e chiedono Il bisogno primario dell’uomo è esattamente quello di sentirsi amato, ancora prima che nutrito. Un contatto, anche fisico, che trasmetta tutto il bello e il buono che ognuno ha dentro e che necessita solo di trovare il modo di essere espresso. Spesso incontro persone che hanno sentito l’esigenza di parlare e accarezzare le mie figure. Il mio intento è esattamente questo: creare un dialogo e un rapporto tra le mie donne e lo spettatore e, attraverso l’incontro di sguardi, trasmettere sentimenti positivi. Quando mi viene detto che le mie opere danno pace mi sento realizzata! E’ il complimento più bello, perché significa che sono riuscita nel mio intento, quello di creare il Luogo nel quale avvenga un incontro di anime, nel silenzio di uno sguardo, nel silenzio di un abbraccio… così come dovrebbe avvenire tra le persone. Ogni artista ha una missione da compiere e la mia credo sia questa.
Nelle mie opere spesso recupero oggetti appartenuti a persone che per qualche ragione hanno dovuto sbarazzarsene. Dò una seconda opportunità a tali oggetti, perché sicuramente per qualcuno hanno avuto un valore, anche se per poco. Rifare vivere in una mia scultura un oggetto ritrovato abbandonato in qualche mercatino di periferia, tra la polvere, è come rifare vivere l’anima della persona a cui è appartenuto e trasferirla nelle mie donne, e spolverare il ricordo di essa. Nelle mie sculture ci sono spesso elementi con valenza simbolica: l’uovo, simbolo di nascita e di rinascita dell’uomo; l’orologio, senza lancette, che indica il tempo che scorre inesorabile, ma che riescono a fermare i momenti spesi bene; piume di pavone, che simboleggiano l’eternità dell’anima; fili che legano e collegano le sculture perché le persone sono collegate tra loro spesso al di là delle parole e delle frequentazioni, ed altri oggetti a cui di volta in volta do una valenza simbolica. Chi nota questi particolari è costretto a porsi delle domande e a riflettere sul valore della vita.

G.:Raccontami il tuo lavoro attraverso tre opere:

Segui la luce - terracotta, ferro, corda, rame, acciaio, led luminosi, cm 180, 2011.jpg

“SEGUI LA LUCE” – terracotta, rame, ferro – 2010

C.:Segui la luce” segna per me l’inizio di una nuova stagione artistica, la prima di una lunga serie di opere di grandi dimensioni, stilisticamente presenta gli elementi di stilizzazione delle opere di piccole dimensioni degli anni precedenti, ma con una nuova attenzione per il volto e l’intensità dello sguardo. Da quest’opera in avanti, sono cresciuta esponenzialmente e ogni opera ha avuto una evoluzione notevole.

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“IL TEMPO” – terracotta policroma, vecchio orologio a cipolla – 2015

C.:“Il tempo” è una figura a mezzobusto, molto delicata. Scolpendola ho scolpito il tempo e il suo scorrere inesorabile di cui ci si rende conto soprattutto da adulti, quando è più frequente tirare delle somme e rammaricarsi se questo è stato speso male, perché consapevoli che è difficile recuperarlo. (L’opera fa parte della Collezione MaCs di Catania)

La sposa, terracotta policroma, riciclo, 2016.JPG

“LA SPOSA” – terracotta, iuta, assi di una vecchia botte, vechia lanterna, decorazione appartenuta ad un vecchio trespolo – 2015

C.: Per “La sposa”mi sono ispirata alla parabola delle dieci vergini, in attesa dello sposo che non si sa quando arriverà. La nostra vita è fatta di attese. Solo la pazienza e la costanza premiano.

G.: La musica che ascolti quando scolpisci o quando entri in dialogo con te stessa?
C.: Mentre lavoro, per avere un buon risultato è fondamentale la scelta della musica. Per creare figure delicate e dolci devo rilassarmi, per cui ascolto tutta quella musica che distende i miei nervi, non solo la musica classica (Chopin, Beethoven, Arvo Part…), ma anche la musica elettronica dei Massive Attack, dei Portished, dei Nouvelle Vague, o, ancora, la musica e le belle parole dei testi di Battiato, fonte per me grande di ispirazione.

G.: Dove ti nascondevi da bambina, quando avevi paura di qualcosa?
C.: Nel posto più sicuro: tra le braccia di mia madre.

G.: La tua opera più cara?
C.: È sempre quella che devo dare via! Faccio molta fatica a separarmi dalle mie creature.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?
C.: Leggo di tutto, soprattutto romanzi. Attualmente sto leggendo “L’altalena del respiro”, di Herta Muller. Ma le mie figure sono trasposizione di me stessa, di ciò che sono o di ciò che vorrei essere e tutto nella vita concorre a formare la personalità e il carattere di una persona. Letture, osservazione di maestri del passato e del presente che hanno tanto da insegnarmi…

G.:L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?
C.: “Le tre età della donna” di Gustave Klimt. Trovo tutte le opere di Klimt molto femminili, ma questa in particolare, per il modo di affrontare il tema, la delicatezza e gli elementi pittorici decorativi che, come gioielli, adornano e rendono nobili e sacre le tre età della donna.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?
C.: Sono indecisa tra la potenza e la perfezione de “La pietà” di Michelangelo e una scultura di Bruno Walpoth che adoro.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?
C.: Forse avrei continuato a seguire la mia prima passione: restauratrice di quadri e affreschi.

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G.: Work in progress e progetti per il futuro:
C.: Per il nuovo anno appena iniziato, una mostra nella mia città alla galleria Biffi, curata da Alessandra Redaelli a febbraio e a marzo la partecipazione a una collettiva con tema il mondo della bicicletta, in occasione del Giro d’Italia, curata da Daniele Lunghini. Riguardo alle nuove opere, vorrei realizzare una serie di figure grandi, in scala 1:1, donne ovviamente, vestite di abiti bianchi leggeri, per essere fedele alla mia tematica delle “anime”, legate fra loro da un filo sottile, simbolo di una comunanza tra le persone.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:
C.: E per il resto lasciatevi accadere la vita. Credetemi, la vita ha sempre ragione, in tutti i casi”, di R.M.Rilke

Per approfondire:
http://www.cristinacostanzo.com
Facebook: pagina personale Cristina Costanzo Arte

Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com

 

SE CONTINUARE IL GIORNO | Franca Bacchiega

Femme Poète

Si sgretola
la dignità di sopportarsi
quando la maschera
d’improvviso diventa il volto
nell’attimo in cui scorgo,
trattenendo nelle labbra il tremito,
l’immagine deforme di me stessa
offerta dal tuo sguardo
che suppone in me una scelta
non conforme a verità.
S’offusca l’oro chiaro del rispetto
nella parvenza di un equivoco
tra l’anarchia e i sistemi
tra la confitta e la speranza
di dialogare ancora
incapace di decidere
o comporre tra queste un’armonia.
Immerse nel tramonto
le dune sulla spiaggia dell’Agarve
per poco ancora illuminate, orlo a orlo
lottano con l’ombra
E con la luce.

 

f-bacchiega

Franca Bacchiega, nata e a Bassano del Grappa nel 1936, è traduttrice, scrittrice di narrativa, poesia e saggistica. Insegna Letteratura americana presso l’università di Urbino. Vive a Firenze. Le sue poesie sono pubblicate in diverse raccolte – da Nella musica delle fontane (Vallecchi, 1984) a Vivaio (Passigli, 1998) e Aelia Laelia (Garzanti, 2003) – il cui ultimo capitolo è il Sentiero delle upupe (2008). Numerosi sono i contributi alla traduzione di poesia e narrativa degli scrittori americani degli stati del Sud-Ovest, ai quali ha dedicato molti anni di studio (Sotto il quinto sole, Passigli, 1989).

 

ALCESTI – Mariangela Gualtieri

Femme Poète, Giovanna Lacedra.

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze —
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due
.

mariangelagualtieri

Mariangela Gualtieri è nata a Cesena, in Romagna, nel 1951. Si è laureata in architettura all’IUAV di Venezia. Nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga e attrice.

Nel Simposio di Platone la creatura mitologica che porta il nome di Alcesti assurge a emblema dell’amore disinteressato, dell’Eros più autentico, per cui solo chi ama è disposto a morire per la persona cui ha consacrato il proprio cuore.

Per Voce Creativa: Intervista a Mandra Cerrone

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mandra Cerrone  (Civitaluparella – Chieti –  1959):

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Mandra Cerrone | Autoritratto

Appena ho conosciuto Mandra ho avuto come la sensazione di avere di fronte a me la personificazione della calma. Parlare con lei, essere “ascoltati” da lei è come essere accolti in un abbraccio silenzioso, discreto e rispettoso. Il tepore delicato della comprensione, della totale assenza di giudizio. Ma questa “lei” che io ho incontrato, trascorrendo qualche giorno nel suo piccolo regno – una casa “bianca” su due piani affacciata sul mare – è certamente il risultato di un percorso profondissimo. Dentro sé e dentro l’altro, Un percorso in cui l’arte diventa contatto, incontro con l’autenticità dei sentimenti,  propri e dell’altro. In una parola: terapia. E nella commistione con altre pratiche, anche possibilità di “guarigione”. Al piano terra della sua abitazione, immense vetrate fasciano lo spazio puro del suo atelier, il “Mistic Driver Art Lab”, che oltre ad essere focolaio della sua personale ricerca, accoglie presentazioni, proiezioni e incontri culturali dedicati all’arte contemporanea.

Mandra Cerrone vive e lavora a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G: Chi sei tu?

M: Sono quel contenitore vuoto al termine di ogni identificazione. Ancora non so com’è…

G: In quali occasioni ti capita di tornare bambina?

M: Nel 2000 ho realizzato “Il fanciullo che c’è in te”, unico lavoro in collaborazione con un’altra artista, Francesca Maffei. Ritratti di uomini e donne ottenuti dalla sovrapposizione delle foto del bambino e dell’adulto, immagini dinamiche dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo. L’innocenza, la promessa dell’infanzia e la consapevolezza dell’adulto ci fissano con i tratti dell’eterna fanciullezza in una malinconia adulta. Uomini e donne rappresentati in una ambivalenza senza inizio ne fine.

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Il fanciullo che è in te – ritratto fotografico – 2000

G: Perché lo fai?

M: La motivazione principale sta nella gratificazione di poter assecondare quel centro stabile a cui sempre ritorno, il nucleo di interessi e passioni in cui posso vivere. Nel silenzio della vita interiore vive l’immaginazione e l’arte le da voce. La spinta sta nel sentirsi intimamente autorizzati ad intervenire nel malessere sociale con mezzi immaginali. L’immaginazione è sovversiva e s’interessa di comportamenti e sentimenti e si materializza nel mondo producendo emozioni. Essere un’artista è ridare spazio alla potenza dell’immaginazione in un sistema in cui le immagini mostrano una  grande vulnerabilità alla critica e al mercato.

G: E se non fossi un’artista cosa saresti?

M: Forse una psicanalista, o meglio una psicomaga, ma questa è ancora arte.  Un tempo dicevo di me “sono” un’artista, in realtà sono una moltitudine…

G: Qual è la radice della tua ricerca e in che direzione si muove?

M: L’arte è la medicina, la politica e la religione del futuro. La radice è fare della mia arte un mezzo, uno strumento di condivisione, di relazione. La direzione è un’arte che cura, conoscitiva e trasformativa.

G: Sei una donna estremamente introspettiva, questo viaggio dentro di te, così profondo e così prolifico, quando ha avuto inizio e perché?

M: E’ iniziato con me. I latini lo chiamano genius, i greci daimon, gli sciamani spirito, o ancora carattere, vocazione, si tratta sempre di un’immagine che ci definisce e alla quale per tutta la vita cerchiamo di aderire.

G: Parlaci del tuo incontro e del tuo percorso con Christobal e Alejandro Jodorowsky?

M: Nei primi anni 2000 ho cercato e poi incontrato per la prima volta il regista Alejandro Jodorowsky e la sua famiglia ad un reading con a seguire uno spettacolo di teatro panico (Parma , La corte Ospitale), in quell’occasione ho saputo dei workshop condotti da Alejandro e ne ho frequentato alcuni. La mia curiosità (necessità) mi ha portata ad incontrare molti ricercatori e a conoscere molte tecniche di terapie artistiche, tra tutte la psicomagia e la psicogenealogia mi hanno conquistata. Grazie a Cristobal Jodorowsky, magnifico artista terapeuta e insegnante, ho avuto la possibilità di conoscerle profondamente in un percorso formativo triennale in cui acquisire e sperimentare di persona le ricerche di Alejandro. La mia personale sintesi è stata la contaminazione e l’integrazione con le altre tecniche e con gli strumenti delle arti visive e performative.

G: Tra le tue prime e più importanti performance c’è la serie “Ostie”, ce ne parli?

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Ostie | Performance 2006-2015

M: La prima Ostia è del  2002 quando ho conosciuto la dottoressa Mereu, è nata un’amicizia importante. Stavo molto male, insieme abbiamo sperimentato l’ostia psicomagica e sono immediatamente guarita dopo anni di cure.  Lo stupore, la gioia; nel 2006 ho desiderato condividere quest’atto poetico con una performance pubblica a Spoltore. Poi di nuovo nel 2015 a Pescara nell’appartamento Lago e a Venezia da Vitraria Glass +A Museum. Con quest’atto poetico (tecnicamente dovrei dire performance) usiamo il simbolo con finalità e consapevolezza, in modo intenso, per ritrovare “l’anima alle cose e compiere l’atto fanciullesco di immaginare il mondo”. Il senso di questo lavoro è “mangiandoti assimilo la tua essenza”. Le “Ostie” sono cibo spirituale ad uso psicomagico. Metaforicamente realizzano una necessità dell’anima. Mangiando l’immagine della realtà ne assimiliamo l’essenza. La tua bellezza, la mangio, diventa mia. Il dono che non ho, lo mangio e lo lascio germogliare.

G:Audĭentĭa – città in ascolto è invece la tua ultima performance. Come nasce e cosa racconta?

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Audientia – città in ascolto | Performance 2014-16

M: E’ un momento di arte relazionale incentrato sull’ascolto profondo del cuore e di Roma, dal cuore all’orecchio per contatto diretto del corpo, della pelle: un performer offre nuda la zona del cuore, il suo battito è l’unico messaggio, a chiunque voglia appoggiare l’orecchio e ascoltare, in un cubo bianco, isolati dal resto. L’ascolto profondo diventa un atto spirituale con un intento estetico e terapeutico. La prima edizione a piazza San Giovanni a Roma per lo Spazio TraLeVolte nel 2014  e la seconda nel mio studio nel 2016, entrambe promosse da Cappa Arte.

G: Cos’è un albero genealogico e come è entrato a far parte della tua arte?

Giovanna_Lacedra_Ellepourart_Mandra-Cerrone-Ritratto al lavoro

Mandra Cerrone in una Family performance

M: La genealogia studia l’influenza della famiglia sull’individuo. L’albero genealogico (metagenealogia) è uno strumento in cui arte e scienza, razionale e irrazionale, collaborano alla ricerca dell’identità. Diventare autenticamente se stessi è riconoscere l’identità acquisita con le imposizioni, i divieti, le tradizioni ecc. E’ indispensabile conoscere l’eredità materiale e spirituale dell’albero genealogico senza ricondurre l’uomo a un risultato di forze ereditarie e sociali. Al centro di ogni vita c’è un mistero. Nell’affrontare le mie fragilità, nel disordine, nei primi anni 2000, ho incontrato l’albero genealogico capace di accogliere fragilità e disordine e come tutto ciò che attraversa la mia vita è entrato a far parte della mia arte.

G: “Genealogical Love” e le successive “Family” che hai realizzato, rimettono in scena dinamiche famigliari e affettive anche piuttosto nodose. Com’è sbocciata questa idea e qual è il fine ultimo di ciascuna rappresentazione?

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Genealogical Love

M: I tableaux vivant delle “Silent Family” nascono da una fascinazione. Aver frequentato e appreso le tecniche ormai note come costellazioni familiari mi ha sedotta non per l’aspetto banalmente terapeutico ma per la bellezza in sé della composizione scenica, è su quella che io lavoro. Sull’immagine che ne ottengo. E l’immagine si da tutta contemporaneamente, il paradigma temporale che misura tutte le cose si azzera, emerge un’immagine senza tempo, la pura bellezza dell’esistenza. “Genealogical Love” è una “Silent Family” particolare, realizzata per Privata, mostra itinerante sul femminicidio. In questa performance la protagonista è una donna che ha realmente subito violenza e si è offerta di rappresentare il suo albero alla ricerca di un senso, un esorcismo, i segreti sono alla base di molte malattie, rivelarli è un atto catartico. A lei la mia gratitudine per aver accolto la mia richiesta di un’azione così generosa e potente.

G: Come “arruoli” i performers delle tue Family?

M: Non ho mai usato modelli professionisti, sono i miei amici, persone che si offrono spontaneamente di partecipare per vivere l’esperienza.

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Silent Family | Performance 2015

G: Pensi che l’onesta sia una virtù imprescindibile per un artista?

M: Ho stima di chi come me lavora per l’opera e non per l’applauso, questa scelta è foriera di ogni conseguenza…

G: La lettera che non hai mai spedito… che fine ha fatto?

M: Scrivere una lettera è un segno importante. Le  ho spedite tutte. Nella lunga performance “Amore”, azioni orazioni raccomandazioni (2008/2016 non ancora conclusa) ho chiesto a molte persone di scrivere per me una raccomandazione…

G: Un autore o artista che non ti ha mai emozionato:

M: Se non mi ha emozionato perchè parlarne? Sorrido…

G: Un autore o un artista che avresti voluto essere tu:

M: Io voglio essere Mandra ma sono produttrice e consumatrice d’arte, sono molti gli artisti che amo.

G: Come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

M: L’arte è, o dovrebbe essere, trasversale ad ogni attività umana, in questo senso credo che le donne siano portatrici di un profondo rinnovamento superando anche le distinzioni di genere.

G: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M: Non ho mai pensato all’arte in questi termini. Ciò nonostante, in merito alla mia performance “Denaro Santo” ho spesso pensato che “lavare” è un gesto molto femminile, forse un uomo avrebbe scelto un’altra azione metaforica e reale per ripensare il senso del denaro.

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Denaro Santo | Performance

G: Work in progress e progetti per il futuro:

M: Continuare… La perfetta realizzazione di sé non esiste, la permanente trasformazione sì.

G: TU in una citazione che ti sta a cuore:

M: “Quando sboccia un fiore è primavera in tutto il mondo”.

Per approfondire:

www.mandracerrone.com

www.mandracerrone.blogspot.com

 

 

L’INVENZIONE

Ellepoems, MIEPOESIE

Tu non sei niente.

Sono stata io

a renderti qualcosa,

Io

a farmi nido dentro te.

Ma ho scelto

l’albero sbagliato,

quello spoglio

e senza radici.

 

Tu non sei niente.

Sono stata io

a trasformarti

nella volta celeste.

Ma non hai stelle

e mi son perduta.

Il buio inghiotte,

non guida.

Mi sono smarrita

perchè in te

non esisteva

alcuna strada.

 

Tu non sei un luogo

e non sei un nido,

tu non sei un albero

e non sei un cielo.

Tu non sei voce

e non sei poesia.

 

Tu non sei.

 

(Giovanna Lacedra 2016)

 

 

Per Voce Creativa: Intervista a Liliana Cecchin

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Liliana Cecchin  (Santhià ,1955):

studio 3

Lo studio di Liliana Cecchin

La solitudine è una distanza interiore. Un luogo isolato dentro di noi. È un silenzio che alberga nel cuore del frastuono. È l’essere affannosamente vicini, eppure intoccabili.

Nella frenesia del vivere odierno vite si sfiorano, sguardi si lambiscono o rifuggono altri sguardi, gomiti si scontrano, corpi si stipano sveltamente in vagoni che, rapidissimi, li condurranno ovunque. Ciascuno verso la propria destinazione, ignota a chi gli alita ad un palmo. Ciascuno verso un altrove che non ci riguarda.

Liliana Cecchin dipinge la folla. Il sentimento della fretta, della distanza. Il movimento di chi torna, di chi va, di chi non accadrà mai per l’altro, se non nella fugace scia di movimento con cui macchierà il suo campo visivo.

Infondo non siamo altro che una legione di sconosciuti, che navigano pelle a pelle in città liquide e annichilenti. Chi ci siede accanto non saprà mai chi siamo. Solitudini accanto ad altre solitudini.

Liliana Cecchin vive e lavora a Santhià, in provincia di Vercelli. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi è Liliana?  

L.: È una sognatrice con tanta voglia di fare, scoprire e viaggiare…

G.: E se non fossi un’artista… chi e cosa saresti ?

L.: Una giramondo!

G.: Perché lo fai?

L.: Lo faccio per passione, perchè non potrei stare senza.

G.: Perché la pittura?

L.: Perché trovo sia ancora la tecnica migliore per realizzare le mie idee.

G.: I luoghi dell’effimera e anonima folla, sono quelli che immortali sulla tela. Perchè?

L.: Ho sempre avuto un’attrazione particolare per tutto quello che rappresentava il movimento. Ho colto la sfida di immortalarlo sulle tele, affascinata da Balla e Boccioni. Quando sono in mezzo al caos delle stazioni e delle metropolitane, vorrei poter magicamente fermare tutto nei miei quadri.

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Liliana Cecchin at work

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: La quotidianità vista attraverso gli spostamenti che possono essere quelli di lavoro o vacanza. Un pezzo della nostra giornata, della nostra vita. L’azione del muoversi tra tante altre persone che in comune con noi hanno solo l’andare o il tornare da un luogo di cui non sappiamo nulla.  La metropolitana che si riempie di gente, le scale mobili che brulicano di persone nelle ore di punta, appiccicate una all’altra ma perfettamente estranee. In realtà, tutto questo movimento di folla nasconde una profonda solitudine di anime. Anime che si sfiorano ma non si toccano. Lo spazio che lascio sotto ai piedi della gente vuole esprimere il senso di solitudine che si prova anche quando si è  in mezzo agli altri. Forse l’aver svolto per tantissimi anni un lavoro in cui sono stata a stretto contatto con le persone ha contribuito ad alimentare  questo mio “bisogno” di dipingere gente che corre, che cammina, che ha fretta. Come ho sempre corso io e come ancora corro.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Scelgo il posto dove scattare un po’ di foto (stazione, metro, strade affollate). Vado, scatto sequenze ripetitive, privilegiando pavimentazioni che creano riflessi. Stampo il tutto e comincio a scegliere le inquadrature che mi ispirano di più e in cui vi sia maggiore dinamismo denunciato da scie di luce che accentuino la non definizione del movimento. Nel caso di lavori grandi, per le parti più particolareggiate traccio un quadrettato sulla foto che riporto poi sulla tela ( a cui ho dato un fondo leggero in acrilico color pastello). Disegno il tutto e poi passo alla parte pittorica. Di solito lavoro su due tele in contemporanea, mentre aspetto che asciughino alcune zone dove vado poi a fare le velature.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: No… anche se io adoro Kafka.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: “Cadorna 1”  – olio su tela  -cm 120×100 – 2006.

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Quest’opera  rappresenta la stazione Cadorna della Metro milanese. È volutamente giocata sui toni del bianco e nero.

L.: “Torino metro – fermata Porta Nuova”  – olio su tela – cm 148×112 – 2014.

torino metro fermata porta nuova 148x112 2014.JPG

L’immagine pittorica immortala il momento in cui si aprono le porte della metro e la gente esce con passo affrettato dirigendosi verso le scale; gli uomini d’affari si mescolano con le donne che tornano dal supermercato con i sacchetti della spesa, o con gli studenti.

L.: “Hong kong airport last call for the flight” – olio su tela –  2015.

Hong Kong Airport last call for the flight -olio su tela 100x70 2015 .jpg

In questa tela la fisicità delle persone non si distingue quasi più. Qualcuno vorrebbe considerare   astratto quest dipinto. In realtà io mi ostino a cercare minuziosamente i particolari che riconducono all’identificazione della figura.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Cercare di dare tutta se stessa all’arte senza scendere mai a compromessi, anche se purtroppo checché se ne dica, er le donne è sempre molto difficile.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Tra i contemporanei, uno dei ritratti di Benjamin Bjorklund, oppure “la ronda di notte” di Rembrandt.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Pollock.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Gerard Richter

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando ho tempo, in cucina.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Sto preparando dei lavori dove lo spazio vuoto è predominante e i toni di colore sono più soffusi. Tra i miei progetti c’è anche quello di tradurre in versione tridimensionale le cose che finora ho fatto sulla tela, oltre ad altre sperimentazioni.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

L.: Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia. (Ghandi)

Per approfondire:

www.puntosullarte.com

www.saatchiart.com

 

Per Voce Creativa: Intervista a Loredana Galante

Giovanna Lacedra., Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Loredana Galante (Genova, 1970):

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Loredana Galante | Ph. Marco Curatolo 2013

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: La persona. Sono io: mi cerco per riconoscermi ogni istante .

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei comunque per la trasformazione.

G.: Perché lo fai?

L.: L’ ho scelto molto tempo fa con tanta convinzione. E lo riconfermo perché lo faccio allineandomi ai miei valori e con finalità contributive. Quello che faccio oggi per la mia vita è portatore di senso.

G.: Parli mai con la bambina che hai dentro?

L.: Ho partecipato ad un workshop sulla bambina interiore. E’rappresentata da un pelouche a forma di scoiattolo che dorme con me e che porto sempre nei miei spostamenti. A volte la metto vicino alle mie Ragazze (le micie Masha e Irina). Credo che le piaccia stare con loro. Non facciamo grandi discorsi, ma le dimostro che mi ricordo che c’è. Una volta le ho promesso di portarla più spesso al mare e vicino agli alberi.

G.: Il buio, cos’è?

L.: C’è il buio di quando chiudo gli occhi e respiro che include tutto e restituisce conforto, possibilità e fiducia. C’è il buio “dell’oscurità fondamentale”, l’incapacità di vedere anche con gli occhi aperti in piena luce. Questo buio sottrae a sé stessi e agli altri ed è la fonte di tutto ciò che è male: se mi è consentita una definizione, male è ciò che non sostiene e rispetta l’afflato vitale, in tutte le sue forme.

G.: Dove nasce l’arcobaleno?

L.: Da un cassetto piccolo che profuma di legno ed ha il pomello di porcellana dipinta.

G.: Installazioni, performance, pittura e disegno: nella tua ricerca i linguaggi si contaminano e comunicano tra loro. Ci racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

Listener

Ph.: Marco Curatolo 2013

L.: In campo artistico, per passare ad un altro medium, per fare nuove sperimentazioni, ho avuto bisogno di avere quelle che io ho sempre definito “autorizzazioni”. In questo senso Liceo artistico ed Accademia di Belle Arti, indirizzo Pittura, sancivano il mio rapporto con il disegno e la pittura che non si è mai interrotto. Poi il desiderio di sconfinare alla terza dimensione è stato supportato dalla vincita della borsa di studio di Arnaldo Pomodoro ed arricchito da funzionalità sonore, derivanti dallo studio delle percussioni. Creavo composizioni metalliche, misuratori di uno spazio instabile scandito da intervalli calcolati ed equilibri tra i vuoti e i pieni.  Prendevo la materia e la rendevo nuova. In quel periodo la storia singola la sottraevo. Ogni elemento si rinnovava nell’accostamento con gli altri. Ora invece faccio emergere la storia precedente e la faccio confluire in una storia condivisa. La parte sensoriale e interattiva era già presente nelle latenze dinamiche degli oggetti e delle strutture, che includevano l’approccio tattile e le potenzialità sonore. I bozzetti su carta e la produzione pittorica ospitavano le stesse forme dinamiche, appunti, particolari costruttivi venivano evidenziati ed integrati. Tra il mio lavoro ed il pubblico mancavo ancora io: io in carne ed ossa.  Altre “autorizzazioni” mi condussero alla performance. Un anno con Quelli di Grock  a Milano, un anno di  corso “Iat Gong”  a Genova  sul  teatro, danza e musica  dei popoli, nonché vari stage. Genova è una città multietnica e grazie a lei e alla mia indole di animale assolutamente sociale, m’indirizzai alla progettazione e costruzione d’installazioni che mi avrebbero ospitata. Sono lavori finalizzati al rituale sociale, alla socializzazione. Parlo di:  “La pausa del cuore”, “Eggsocentrismo”, “Five minutes social point”, “I’m very WELL”. Ho trattato il tema della socializzazione con delicatezza. Il mio voleva essere un lavoro fruibile da tutti e a tutti i livelli.  Il livello culturale o la non appartenenza al clan degli addetti ai lavori non ne comprometteva l’approccio, e a livello emotivo si poteva scegliere fino a che punto mettersi in gioco. L’intenzione era assolutamente democratica. Il gioco era aperto a tutti. Il clima di festa, di spontaneità e l’esercizio della cura da parte mia, ne assicuravano la riuscita. Le mie interazioni spesso durano delle ore, anche a discapito delle mie ginocchia… Il trasferimento a Milano segna un passaggio che avrà risvolti professionali ed esistenziali di forte impatto. Ho dovuto studiare per me stessa una strategia socializzante per costruirmi una nuova rete di amicizie e di relazioni ed adattarmi a nuovi tempi e nuove distanze. Il tempo ed anche i miei disagi sono intervenuti nel mio lavoro artistico con l’inserimento di una gentilezza e attenzione più profonde e meno estemporanee alla sfera emotiva.  Lo spazio del gioco ha incluso elementi più intimi, come la memoria, l’attenzione all’emozione, l’empatia, il conforto e la riparazione. I miei progetti includono l’attenzione alle fasce deboli, alle presunte diversità, al rispetto dell’ambiente e all’ecosostenibilità.  Alcuni progetti sono “Letto di latte”, “Storie vere di paese”,  “Ninho Gracia”. Le relazioni rimangono il punto focale della mia vita, del mio lavoro ed occupano il primo posto nella mia scala di valori. Di conseguenza compio una scelta che avrebbe profondamente influenzato entrambi: m’iscrivo alla scuola triennale di counseling Manage your life. Assumo consapevolezza dei miei processi emotivi, influenzo e modifico circuiti cognitivi e percezioni disfunzionali con lo studio, la meditazione  e la presenza vigile. Mi accorgo di dinamiche relazionali e di atteggiamenti esistenziali. Coltivo lo spazio neutro, dell’inclusione e dell’ascolto, esercitati anche nella mia pratica ed attività buddista. Mi diplomo in counseling sistemico relazionale nel 2014 con la tesi “Arte e counseling in RELAZIONE”. La mia attività si arricchisce di nuove competenze e di un raggio più ampio e composito di osservazione. Questi apprendimenti mi hanno permesso d’inventare nuove modalità performative e sono molto presenti nella gestione dei work shop come “I redraw your life”, “Rebirth: the second life”, “Incontri in 73 movimenti”, “Appuntamento galante”. La mia storia rimane sempre Una question( e) pubblica come descrive  il titolo del mio catalogo stampato nel 2007. E’ a disposizione, a confronto con  quella degli altri, risuona per similitudine e si emoziona per appartenenza. Nella mia vita ho compiuto cambiamenti e scelte con la finalità di rispettare i miei valori e di allinearmi il più possibile a questi. L’ operazione artistica deve avere per me potenzialità trasformative e valore contributivo. Mi avvalgo della mia sensibilità e interesse per il mondo fenomenologico dell’altro e faccio costante esercizio di ascolto, inclusione e della cura inteso come attenzione empatica. Il buddismo ed il counseling mi hanno insegnato a vedere l’altro come un “perfettamente dotato” ed in possesso delle risorse necessarie per vivere a proprio agio. Da parte mia faccio del mio meglio per mettere le persone in contatto con le loro risorse. Ritengo che Il cambiamento, nonostante presupponga sforzi e ricadute, sia la massima esperienza  creativa. Avere al servizio della “trasformazione” il mezzo entusiasmante della produzione artistica è una delle scelte più sensate della mia vita, nonchè un grande beneficio o fortuna, come la si voglia definire. Il counseling, la psicotearapia, la meditazione hanno portato un livello di consapevolezza più alto e consolidato attitudini che già possedevo ed esercitavo a livello spontaneo. Come un sistema di misurazione più preciso: diciamo che invece di una sassola, ora ho a disposizione una bilancina elettronica più sofisticata.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Penso di aver già risposto in parte, faccio un breve elenco: Ecologia, Democraticità, Inclusione, Memoria, Responsabilità personale, Rispetto per la vita. E’ un lavoro autobiografico perché nasce da un esperire personale ma è condiviso e potenziato con l’esperienza dell’altro. Le mie performance hanno un lungo processo di preparazione e di recupero oggetti…Il giorno della performance però affido tutto agli altri. Il mio è un lavoro di fiducia. La fiducia mi appartiene. Come tutti ho anche qualche aerea in cui albergano le paure ed in cui non riesco ad affidarmi ma è più legata all’incolumità fisica tipo volare.

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Loredana Galante at work

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Le modalità sono due: nella prima,  il lavoro nasce da una mia suggestione-decisione, area di approfondimento, necessità di “digerire” qualcosa, di provare a osservarlo da più punti di vista. Si presenta la necessità di accettare qualcosa, comprenderla. Per esempio le separazioni a tutti i livelli. Il lavoro qualche volta diventa una strategia di superamento, un modo per spiegarsi o spiegare agli altri qualcosa intraducibile altrimenti Nella seconda mi trovo ad accogliere l’invito di un evento a cui decido di aderire e in cui mi viene dato un tema, un concept, comunque un contenitore o un soggetto da sviluppare nel mio personale modo. Prendo appunti, scrivo, faccio schizzi, colleziono immagini, parole ed esperienze significative. Diventano un date base al quale attingere. Poi una volta scelto di fare un lavoro, faccio una ricerca specifica. In questo secondo caso “a invito” in qualche modo devo forzare le modalità creative anche solo per rispettare  una data di consegna. Non l’ ho mai vissuta come una limitazione, ma come un piacere nel rinnovarsi o nel’addentrarmi in qualche soggetto che non avrei frequentato. Si rivive ogni volta quell’ esperienza d’ intravedere un’ idea, nella foschia, che ti viene incontro e di definirne i particolari nei momenti più inaspettati della tua giornata. Tra i miei momenti più creativi c’è quello di quando ho appena concluso qualcosa. E’ come se i miei processi cognitivi prima impegnati, finalmente di nuovo alleggeriti, si rimettessero subito al lavoro realizzando pensieri nitidi.

G: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sono emotivamente collocata alla fine dell’Ottocento. Sono legata ai libri Locus Solus di Russell ed Il dono di Nabokov. Leggo anche saggi di spiritualità e manuali “auto correttivi”.

G: Sei buddista. Quanto, la tua fede, ha guidato e trasformato l’artista che sei?

L.: Applicare gli insegnamenti buddisti alla mia vita è stato uno degli ambiti di profonda trasformazione. Nel mio lavoro ha praticamente azzerato competitività ed individualismo. Non escludo che possano essere tratti caratteriali “funzionali” alla professione, ma sono “ antifunzionali” al benessere. Supportata dal mio percorso di counseling sistemico relazionale non m’identifico nell’essere artista. Uso l’arte come mezzo trasformativo, mi è congeniale la modalità descrittiva che mi offre, ne amo l’intensità esperienziale, la condivisione, la co-creazione con chi ne partecipa e la possibilità di concentrare tempo, sentimenti, pensieri, ipotesi in una forma o in una azione. Questa forma è definita, quasi oggettiva, per me ma è disponibile per le proiezioni soggettive di ognuno.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: Solitamente: il silenzio. Ora ho messo Satie.

G: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

L.: Opera 1) Coltivare 养 (殖) 2015 performance a cura di Fortunato D’ Amico. Biennale Arte Cina Elisir di Lunga Vita Mastio della Cittadella, a cura di Sandro Orlando Stagi e Mian Bu, 2015 catalogo Maretti Editore.

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 Performance “Coltivare” – 2015

L’ E.D.L.V.( elisir di lunga vita)  per me non è da ricercare per l’immortalità del singolo. VITA non è da intendersi come vita individuale ma come impulso vitale, azione contributiva, afflati evolutivi e costruzione di un valore comune da rispettare e da conservare per la sua importanza.  Vitale è ciò che tiene in vita, che produce senza distruggere, senza compromettere. Essere in vita non è solo respirare ma essere svegli, consapevoli, in ascolto, permeabili.  L’esperienza del singolo deve allinearsi con lo spirito intelligente dell’Assoluto, si alimenta con la Presenza e la Cura, in uno stato di integrazione tra l’effimero e l’eterno, tra l’individuo e l’intelligenza universale. In questa performance quindici persone passavano da un tavolo-mensa presso il quale altri tre ragazzini del pubblico porgevano loro: vecchi cucchiai di alluminio, piatti in porcellana dipinta, bicchieri di cristallo scompagnati, una piantina di quercia, terra, una bibita a scelta tra amore, perdono, cura, rispetto, sintonia e pazienza. Gli oggetti li avevo scelti con molta cura e venivano riposti in una cassetta di legno della frutta che consegnavo a ciascuno come se fosse il vassoio con il quale alle mense si scorre davanti alle pietanze. Un grande tappeto persiano attendeva al suolo di essere Coltivato. Si poteva tornare al tavolo e riempire ancora il piatto di terra o il bicchiere di qualche sostanza nutritiva a scelta al fine si sistemare le querce sul tappeto. Questo tappeto è una porzione di pianeta ma anche del nostro salotto di casa… La coltivazione è a livello sociale ed a livello personale, sono inscindibili. Le mamme hanno portato con sé i bambini che sono stati silenziosi e partecipi alla cocreazione di un’emozione condivisa e custodi di un messaggio.

L.:  Opera 2) “A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011 – tessuto, bordo a uncinetto, velluto, terra e pianta – dimensioni,  H 280x L80 cm – “Sebben che siamo donne” Palazzo Libera, Villa Lagarina,Trento; a cura di Angela Madesani, Publistampa edizioni.

calza

“A due generazioni di distanza: toujours la même feuille” 2011

La riflessione è questa volta sui ruoli: figlie madri, sorelle che nel tempo si scambiano e si ripetono. Ho messo i ruoli in relazione con le foglie. «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même  limite, toujours des feuille symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge . La lunga calza ospita nella zona pubica una pianta, che cresce nel tempo, viva e in movimento. Come le relazioni occorre prendersene cura, ascoltandone i bisogni. La zona pubica è l’infinito potenziale generativo. Differenze che si assottigliano a diventare un velo, esperienze da indossare. Penso che se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos’è il mondo. Così indugio nelle parole e nelle cose per decifrane il linguaggio universale.

L.: Opera 3) Blue, 300×200 cm acrilico su tela , 2013. Con l’aiuto dei ragni tessitori, GAM, Genova (solo show), testi di Chiara Canali, Fortunato D’Amico, Maria Flora Giubilei, 2014 catalogo Artbook

BLUE dipinto

 Blue – acrilico su tela – Ph.: Pierluigi Maida 2014

I dipinti in grande formato comprendono sbalzi temporali di stile, citazioni, l’incongruenza dei sogni, l’evocazione dei viaggi, la stratificazione delle esperienze ma anche il cambiamento. La veste pop con echi alle tappezzerie orientali ne fa delle attraenti tele di grande impatto d’insieme, non senza la cura di minuziosi particolari e intriganti calligrafie da osservare da vicino. Le citazioni e gli scritti affiorano ed appartengono a quell’istante e spesso li dimentico e faccio fatica a rileggerli. Il mio lavoro pittorico attinge molto dalla sfera emotiva, come dal viaggio: sia all’esterno che all’interno di me. Entrambi sono d’impatto. I secondi alle volte lasciano tracce ancora più profonde dei primi.In alcuni dipinti ci sono tessuti, passamanerie, segni su carta incollati. La stoffa è un materiale dal potere altamente evocativo e seduttivo. Il mio interesse nel collezionare, conservare, accogliere storie passa anche attraverso i materiali e gli oggetti che ne conservano memoria. La pittura è stata il mio primo medium espressivo e nonostante l’acquisizione di nuovi supporti, non ne ho mai sospeso la pratica.  Blue fa parte di un ciclo che ho raggruppato sotto il nome di  Mood Traveller ed è stato dipinto dopo il viaggio- ricerca di un mese e mezzo in Messico. Il titolo mi sembrava descrittivo della condizione in cui gli essere umani vivono: in movimento tra continui avvenimenti, ricordi, incontri, prove e i relativi stati d’animo che sono a loro volta spiazzanti, spaesanti e producono spostamenti. Mood traveller evoca Città geografiche e Città dell’anima, vere e immaginate, da visitare, da scegliere, da materializzare o da sciogliere, in cui stare, tornare o  lasciare. E’ un viaggio complesso ed interessante. Si consiglia “di lasciarsi andare al flusso, alla varietà di energie, al carattere climatico e  materiale dell’ esperienza”

G: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: L’opera d’arte che avrei voluto realizzare io è mia ed è sempre quella che non ho ancora fatto. Una sorta d’inquietudine mista ad insicurezza alimenta una malinconica insoddisfazione che mi fa rimettere al lavoro. S’ incastrano negli angoli vuoti e tra un lavoro e l’altro anche un po’ di solitudine. Allora evoco l’opera come lo sciamano fa con l’animale guida… e nel mio “inframondo “sto in ascolto. E poi ci sono le aspettative da gestire. Qualcuno le chiama allucinazioni! Qui di seguito alcune artiste il cui lavoro parla un linguaggio che ascolto con interesse:  Leonora Carrington, Louise Borgeois, Sophie Calle, Mona Hatoum,Nathalie Djurberg, Maria Lai.

G: Essere donna ed essere artista. Qual è il limite  –  se c’è un limite –  e qual è il vantaggio – se c’è un vantaggio?

L.: Mi piace molto essere donna.  Vantaggio è una parola che non uso. Posso sostituirla con risorsa? La risorsa principale per me è una naturale predisposizione all’esserci, all’attenzione, alla cura, a essere vigile, a essere permeabile nelle situazioni, generosa e feconda.  Dei miei limiti sono personalmente responsabile. Ringrazio di non essere nata in altri luoghi ed in altre circostanze.

Latte

Letto di Latte Performance, 2010

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Quando immagino “mondi possibili” per me e per gli altri e m’impegno alla loro costruzione anche solo con uno sguardo benevolo, e quando esercito il mio leggendario “spirito d’adattamento”.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

L.: In questo momento sto cercando una studio-abitazione più grande: ho una sottana di 3 metri da ultimare, un gigantesco fiore di loto di seta di riciclo, qualche workshop in programma ma soprattutto la necessità di fare un po’ di ordine!

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: Fare gli stampini che l’ universo li riempie. Impeccabilità della parola. Ciò che ti sta accadendo è la cosa migliore che possa capitarti per la tua vita. Poi uso tanto queste due parole: Stare insieme. E amo: Flusso Fiume e Andare Verso. Entrambi sono titoli di mie lavori.

Per approfondire:

www.loredanagalante.it

IMPRINT – mostra e performance per StudiFestival 2016. A Milano

articoli, Giovanna Lacedra.

IMPRINT

presso

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Locandina-imprint

Dal 15 al 19 marzo 2016, per Studi Festival – il Festival degli Studi d’artista milanesi,  lo Studio di Saba Najafi  artista iraniana classe 1979, si apre al pubblico per una rassegna collettiva d’impronta femminile con opere di pittura, grafica, video e performance.

In mostra: 

Sevil Amini

Mandra Cerrone

Loredana Galante

Giovanna Lacedra

Saba Najafi

Guido Nosari

Il titolo del progetto realizzato per Studi Festival è “IMPRINT”, impronta appunto!

Partendo dal significato proposto dall’artista francese Yves Klein che voleva evocare l’impronta della sentimentalità dell’uomo, quell’impronta che segna l’esistenza dell’uomo e della società in cui vive, questo concept rimanda alle tracce e agli stati-momenti che possono segnare l’intera esistenza dell’uomo.

L’opera d’arte, del resto, non è altro che la traccia della comunicazione dell’artista con il mondo. Come diceva lo stesso  Yves Klein “I miei dipinti non sono altro che la cenere della mia arte”.

Attualizzando questa concezione dello stato dell’arte proporremo opere che vadano ad indicare questi stati sensibili dell’artista, il quale,  in contatto con il mondo, mira  in qualche modo a connettere l’uomo con l’indefinibile. Anche il silenzio può diventare una traccia, può segnare in profondità, può lasciare un’impronta e un impatto immediato nell’individuo.

Inoltre il verbo “imprimere”, riferendosi alla tecnica della stampa, significa esattamente premere in modo da lasciare una traccia, un’impronta. Rapido ed irreversibile, lo stesso verbo può riferirsi anche a qualcosa che s’ imprime nel cuore;  un ricordo che si fissa nella memoria. Un impressione può stravolgere criteri di percezione e mettere in discussioni forme-pensiero alimentate nel tempo.

Questa “impressione” arriva ai nostri sensi: un’immagine, una parola, un tono di voce, un odore, una consistenza….

Il nostro progetto vuole riflettere sull’ imprinting ricevuto e suggerito. Nel primo caso il nostro vissuto, i nostri ambiti educativi e culturali, i nostri riferimenti formativi, i nostri incontri significativi. Nel secondo caso la trasmissione del nostro “punto di vista” all’altro, le tracce lasciate dai nostri pensieri, le impronte delle nostre parole e delle nostre azioni, la seduzione del fare artistico. L’imprinting emozionale originario, l’imprinting affettivo, quello traumatico. Quello che poi può generare un cortocircuito. Ma anche il superamento di tale imprinting. La cancellazione di un’impronta e l’impressione di una nuova, per volontà di cambiamento.

L’individuo e poi l’artista quanto può,  mediante  l’ausilio del mezzo evocativo della creazione artistica, persuadere e condizionare?

Può un segno, in quanto portatore di senso, indurre une credenza o sradicarla?

La possibilità d’ influenzare è illusoria o ripaga l’impegno sotteso del fare artistico?

Riconoscersi in un’intenzione è sufficientemente rassicurante?

IMPRINT è allora  come un bacio che s’imprime sulle labbra della  persona amata,  quel momento così intenso, temporalmente indefinibile  che suggella l’istante; è  l’ichinen dopo il quale qualcosa è cambiato.

L’ichinen: questo fondamentale principio buddista mostra la compenetrazione, momento per momento, tra il mondo fenomenico e la realtà fondamentale della vita, per cui tutti i fenomeni esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante esiste un illimitato potenziale. Semplicemente significa che in un singolo istante, che viene paragonato alla durata della sessantesima parte di uno schiocco delle dita, è contenuto ogni possibile sviluppo di vita. Per cui ogni possibile cambiamento.

 

Con-Temporary Art Circle  | Studio di Saba Najafi

Via Ruggiero Di Lauria n. 15 – Milano

Info:  3271767707 | 02 39443696

Appuntamenti dal  15 al 19 marzo 2016:

15-18 marzo dalle ore 14.00 alle ore 17.00 .

16 marzo doppio appuntamento con doppia sede,

presso LAB7  di Angela Trapani – via Stilicone n. 21

FOCUS:  Sabato 19 marzo dalle ore 18.00 alle ore 21.00

E sempre sabato 19 alle ore 19.00 la nuova

Performance di Giò Lacedra:

EMOTIONAL REVOLUTION [LE MANI IN PASTA AL CUORE]

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Foto di Cecilia D’Aliberti

L’impronta mnemonica è sotto le mie dita e dentro agli occhi. La sento vivere come un rumore.  Ma le mani in pasta al cuore sono la mia rivoluzione…” (Giò Lacedra)

La soglia

Ellepoems, MIEPOESIE

Esiste per tutto una soglia.
La soglia oltre la quale la pazienza non esiste più.
La soglia oltre la quale la fiducia non esiste più.
La soglia oltre la quale la resistenza non esiste più.
La soglia oltre la quale i sogni non passano.
La soglia oltre la quale le bugie, anziché nascondersi, galleggiano.
La soglia oltre la quale tu stessa non avresti mai voluto passare.
Ma spinta a strattoni
non hai più potuto fingere di non avere occhi per vedere
le stesse cose che avevi già visto
e innumerevoli volte perdonato.
Perchè esiste una soglia anche per il perdono.
E il perdono non esiste più, oltre quella soglia.
Esiste una soglia oltre la quale arrivi stanca a capire
che gli schemi si ripetono
e i copioni si ripetono
i vizi si ripetono
le bugie si ripetono
le nevrosi si ripetono
i tradimenti si ripetono
le compulsioni si ripetono
e le scoperte
sono
ogni volta
le stesse.
Esiste una soglia, sempre.
Una soglia oltre la quale le maschere cadono
e gli improvvisati si rivelano.
Una soglia oltre la quale
scopri ogni volta le stesse ombre
e ti lasci ferire dalle stesse lame.
Esiste una soglia oltre la quale
conosci a memoria la forma delle ombre
e la lucentezza delle lame.
Sai perfettamente cosa ti spaventerà
e cosa ti ferirà.
Esiste una soglia oltre la quale il trauma
è dannatamente sempre uguale a se stesso.
Si ripete
e non ti sorprende.
Ma pur senza sorpresa, ti devasta.
Esiste una soglia oltre la quale
ne hai davvero abbastanza di andare,
una soglia frapposta tra la dimensione del sogno che ti ha illuso
e quella dell’incubo che milioni di volte ti ha svegliato.
Esiste una soglia oltre la quale sei così tante volte andata
da conoscere a memoria ciò che ti aspetterà.
Esiste una soglia.
Forse devi capire questo.
Che tra ciò che è pulito e ciò che non lo è
esiste una soglia che non avresti mai voluto oltrepassare.
Esiste una soglia oltre la quale
o ti riprendi te stessa – e la solitudine del tuo cuore –
oppure continui a lasciarti disintegrare.

[Giovanna Lacedra | 5-2-16]

RESALIO|Federica Gonnelli Solo Show

articoli, Giovanna Lacedra.

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Il prossimo 29 gennaio, presso gli spazi espositivi della Ex Chiesa di San Giovanni a Prato, inaugura la mostra personale di Federica Gonnelli: RESALIO.
Letteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, nata in una Prato fiorente che ha assaporato e vissuto, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. E’ il caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P)e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili. (Stefania Rinaldi)

La mostra è il primo appuntamento della rassegna YIA 2016 -Young Italian Artists, un progetto di avvicinamento all’Arte Contemporanea con mostre, percorsi didattici e incontri con i giovani artisti emergenti italiani, a cura di Stefania Rinaldi, promosso da Fonderia Cultart, presso gli Spazi dell’Ex Chiesa di San Giovanni a Prato.

RESALIO
Mostra di Federica Gonnelli
a cura di Stefania Rinaldi
Vernissage: 29 Gennaio 2016 dalle ore 19.00

Dal 30 gennaio al 19 febbraio 2016
Ex Chiesa di San Giovanni – Prato

INGRESSO LIBERO
SEGUE APERITIVO E DJ SET by DIS0RDER
Per informazioni:
Stefania – 3293233936
www.exchiesasangiovanni.it

(P)E(R)SISTENZA frame video in loop con sonoro, 17,43 minuti, 2015..jpg