Per Voce Creativa: Intervista a Cristina Costanzo

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Cristina Costanzo (Piacenza – 1970):

Lei ricorda le carezze di sua madre al risveglio, con le dita sporche di colore. Sua madre che dipingeva di notte e lasciava i pennelli per svegliare i suoi figli. Lei ricorda la sensibilità ad ogni forma d’arte che ha abitato la sua infanzia. Ricorda l’impronta che l’ha resa la donna che oggi è: una scultrice lirica e delicata. Mi piace dire che Cristina modella sogni con le sue dita. E forse il suo tocco nell’argilla ha la stessa delicatezza di quello di sua madre sul suo volto di bambina, al mattino. Un’immagine dolce, che va dalla sua storia alla materia. Ogni volta che guardo le donne di Cristina, io le sento come modellate da carezze. Delicate figure femminili dai lineamenti sottili. E dagli sguardi che si perdono lontano. Nelle vastità della memoria.

Cristina vive e lavora a Pittolo, nei pressi di Piacenza. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

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G.: Chi sei tu?
C.: Nasco nel 1970 a Piacenza da papà Gianni, impiegato di banca, e da mamma Lucia, pittrice. Seconda di cinque figli, in casa si è sempre respirato arte. I miei genitori ci hanno cresciuto con rigide regole, non hanno voluto la televisione e ci hanno incoraggiato e stimolato a leggere e ad ascoltare musica, per lo più classica. Quando ero ragazzina questa educazione mi stava stretta, era spesso soffocante, ma è stato forse grazie ad essa se noi figli abbiamo potuto sviluppare una sensibilità ed una creatività che altrimenti non si sarebbe manifestata (ho un fratello violinista professionista, una sorella diplomata in clarinetto e un fratello che realizza sculture in legno a livello hobbistico). Dopo gli studi al liceo linguistico, frequentato con poco entusiasmo, ho avuto l’opportunità di lavorare come apprendista presso una ditta di restauro di affreschi di Parma in alcune chiese della mia città. Ma il lavoro, seppure interessante, era anche limitante per me poiché non potevo esprimermi liberamente come invece sentivo l’esigenza di fare.
G.: Perché la scultura?
C.: Come dicevo, sin da bambina ho respirato arte. Mia madre dipingeva la notte. Ricordo quando la mattina ci svegliava e, accarezzandoci i capelli, ci lasciava le tracce di colore che ci portavamo a scuola. Spesso visitavo mostre. Già allora amavo la pittura espressionista ed avevo una passione per Schiele, ma non disdegnavo la pittura italiana dei primi del Novecento, in particolare mi affascinava la pittura sofisticata e essenziale di Giorgio Morandi che sicuramente ha influenzato le sculture del mio primo periodo: figure stilizzate senza braccia che richiamano la forma delle bottiglie morandiane. Ciò che comunque mi fece decidere che strada prendere fu una bellissima mostra di Sergio Zanni che visitai nella mia città nei primi anni ’80, alla galleria Rosso Tiziano. Grazie alle sue sculture in argilla, mi venne la curiosità di provare a fare qualcosa di mio con un materiale che mi affascinava moltissimo e presto crebbe il desiderio di studiare e migliorare la tecnica. Così mi diplomai privatamente al liceo artistico e mi iscrissi poi all’Accademia di Brera, ai corsi di scultura.

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?
C.:  È difficile se come me decidi di farti una famiglia e seguire prima i figli. Per anni ho “sacrificato” la mia arte per crescere Carolina, Arianna e Lorenzo. L’ho fatto volentieri, perché loro sono state le mie prime vere opere d’arte, ma dal punto di vista artistico, è stato senz’altro penalizzante ed ha rallentato la mia crescita espressiva. Ho fatto però la scelta che allora ritenevo più giusta e, sebbene ora i miei figli stiano diventando indipendenti, essi restano la priorità. I sacrifici sono stati tanti, ma ho avuto la fortuna di incontrare un uomo che mi ha sempre sostenuto e aiutato.

G.:La materia da plasmare, quali emozioni ti restituisce?
C.: Modellare e manipolare l’argilla é un gesto primordiale che ti rimanda alle origini della specie umana. Quando affondi le dita trasmetti la tua energia alla materia e le dai vita. Il primo uomo Dio lo ha creato con terra e acqua e dopo pare fosse piuttosto soddisfatto…così si legge nella Genesi. Ebbene, una volta terminata una figura in argilla, io credo di provare la stessa sensazione di soddisfazione che deve avere provato Lui; manca solo il gesto di alitarci sopra per dargli vita! L’argilla per me è maestra di vita: mi ha insegnato a non aver fretta, ad aspettare e rimandare il lavoro se sono troppo nervosa; ad aver pazienza e rispettare i suoi tempi per non aver compromessa l’opera, ad aver cura di essa dalla nascita alla cottura e oltre, proprio come si fa con un figlio!

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G.:Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?
C.: All you need is love, cantavano i Beatles. Le mie figure abbracciano con il loro sguardo e chiedono Il bisogno primario dell’uomo è esattamente quello di sentirsi amato, ancora prima che nutrito. Un contatto, anche fisico, che trasmetta tutto il bello e il buono che ognuno ha dentro e che necessita solo di trovare il modo di essere espresso. Spesso incontro persone che hanno sentito l’esigenza di parlare e accarezzare le mie figure. Il mio intento è esattamente questo: creare un dialogo e un rapporto tra le mie donne e lo spettatore e, attraverso l’incontro di sguardi, trasmettere sentimenti positivi. Quando mi viene detto che le mie opere danno pace mi sento realizzata! E’ il complimento più bello, perché significa che sono riuscita nel mio intento, quello di creare il Luogo nel quale avvenga un incontro di anime, nel silenzio di uno sguardo, nel silenzio di un abbraccio… così come dovrebbe avvenire tra le persone. Ogni artista ha una missione da compiere e la mia credo sia questa.
Nelle mie opere spesso recupero oggetti appartenuti a persone che per qualche ragione hanno dovuto sbarazzarsene. Dò una seconda opportunità a tali oggetti, perché sicuramente per qualcuno hanno avuto un valore, anche se per poco. Rifare vivere in una mia scultura un oggetto ritrovato abbandonato in qualche mercatino di periferia, tra la polvere, è come rifare vivere l’anima della persona a cui è appartenuto e trasferirla nelle mie donne, e spolverare il ricordo di essa. Nelle mie sculture ci sono spesso elementi con valenza simbolica: l’uovo, simbolo di nascita e di rinascita dell’uomo; l’orologio, senza lancette, che indica il tempo che scorre inesorabile, ma che riescono a fermare i momenti spesi bene; piume di pavone, che simboleggiano l’eternità dell’anima; fili che legano e collegano le sculture perché le persone sono collegate tra loro spesso al di là delle parole e delle frequentazioni, ed altri oggetti a cui di volta in volta do una valenza simbolica. Chi nota questi particolari è costretto a porsi delle domande e a riflettere sul valore della vita.

G.:Raccontami il tuo lavoro attraverso tre opere:

Segui la luce - terracotta, ferro, corda, rame, acciaio, led luminosi, cm 180, 2011.jpg

“SEGUI LA LUCE” – terracotta, rame, ferro – 2010

C.:Segui la luce” segna per me l’inizio di una nuova stagione artistica, la prima di una lunga serie di opere di grandi dimensioni, stilisticamente presenta gli elementi di stilizzazione delle opere di piccole dimensioni degli anni precedenti, ma con una nuova attenzione per il volto e l’intensità dello sguardo. Da quest’opera in avanti, sono cresciuta esponenzialmente e ogni opera ha avuto una evoluzione notevole.

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“IL TEMPO” – terracotta policroma, vecchio orologio a cipolla – 2015

C.:“Il tempo” è una figura a mezzobusto, molto delicata. Scolpendola ho scolpito il tempo e il suo scorrere inesorabile di cui ci si rende conto soprattutto da adulti, quando è più frequente tirare delle somme e rammaricarsi se questo è stato speso male, perché consapevoli che è difficile recuperarlo. (L’opera fa parte della Collezione MaCs di Catania)

La sposa, terracotta policroma, riciclo, 2016.JPG

“LA SPOSA” – terracotta, iuta, assi di una vecchia botte, vechia lanterna, decorazione appartenuta ad un vecchio trespolo – 2015

C.: Per “La sposa”mi sono ispirata alla parabola delle dieci vergini, in attesa dello sposo che non si sa quando arriverà. La nostra vita è fatta di attese. Solo la pazienza e la costanza premiano.

G.: La musica che ascolti quando scolpisci o quando entri in dialogo con te stessa?
C.: Mentre lavoro, per avere un buon risultato è fondamentale la scelta della musica. Per creare figure delicate e dolci devo rilassarmi, per cui ascolto tutta quella musica che distende i miei nervi, non solo la musica classica (Chopin, Beethoven, Arvo Part…), ma anche la musica elettronica dei Massive Attack, dei Portished, dei Nouvelle Vague, o, ancora, la musica e le belle parole dei testi di Battiato, fonte per me grande di ispirazione.

G.: Dove ti nascondevi da bambina, quando avevi paura di qualcosa?
C.: Nel posto più sicuro: tra le braccia di mia madre.

G.: La tua opera più cara?
C.: È sempre quella che devo dare via! Faccio molta fatica a separarmi dalle mie creature.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?
C.: Leggo di tutto, soprattutto romanzi. Attualmente sto leggendo “L’altalena del respiro”, di Herta Muller. Ma le mie figure sono trasposizione di me stessa, di ciò che sono o di ciò che vorrei essere e tutto nella vita concorre a formare la personalità e il carattere di una persona. Letture, osservazione di maestri del passato e del presente che hanno tanto da insegnarmi…

G.:L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?
C.: “Le tre età della donna” di Gustave Klimt. Trovo tutte le opere di Klimt molto femminili, ma questa in particolare, per il modo di affrontare il tema, la delicatezza e gli elementi pittorici decorativi che, come gioielli, adornano e rendono nobili e sacre le tre età della donna.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?
C.: Sono indecisa tra la potenza e la perfezione de “La pietà” di Michelangelo e una scultura di Bruno Walpoth che adoro.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?
C.: Forse avrei continuato a seguire la mia prima passione: restauratrice di quadri e affreschi.

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G.: Work in progress e progetti per il futuro:
C.: Per il nuovo anno appena iniziato, una mostra nella mia città alla galleria Biffi, curata da Alessandra Redaelli a febbraio e a marzo la partecipazione a una collettiva con tema il mondo della bicicletta, in occasione del Giro d’Italia, curata da Daniele Lunghini. Riguardo alle nuove opere, vorrei realizzare una serie di figure grandi, in scala 1:1, donne ovviamente, vestite di abiti bianchi leggeri, per essere fedele alla mia tematica delle “anime”, legate fra loro da un filo sottile, simbolo di una comunanza tra le persone.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:
C.: E per il resto lasciatevi accadere la vita. Credetemi, la vita ha sempre ragione, in tutti i casi”, di R.M.Rilke

Per approfondire:
http://www.cristinacostanzo.com
Facebook: pagina personale Cristina Costanzo Arte

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Per Voce Creativa: Intervista a Marica Fasoli

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Marica Fasoli  (Bussolengo (Vr) – 1977):

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Marica Fasoli

Se non fosse stata una pittrice sarebbe diventata una biologa. Ha due splendidi figli. Ama leggere trattati matematici e dipingere le mille pieghe che crea la carta lavorata degli origami, neutralizzando così la linea di confine tra iperrealismo e astrazione pura. Sto parlando di Marica Fasoli, artista veronese la cui prima formazione è avvenuta nell’ambito del restauro. L’attività di restauratrice è stata altamente formativa da un punto di vista tecnico, ma a questa ha presto preferito la strada di ricerca della propria pittura.

Marica Fasoli vive e lavora a San Giorgio In Salici (Verona). Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu?

M.: Sono una persona fortunata: ho trasformato una passione in un lavoro senza perdere la passione…

G.: Perché la pittura?

M.: Non ho mai pensato ad un altro mezzo espressivo, pur  apprezzando altri mezzi. Probabilmente quel po’ di talento innato, coltivato con il tempo e con la pratica (appena conclusa la scuola di restauro ho lavorato su opere di Tiziano, Giotto, Bassano, ecc.) , ha fatto sì che mi concentrassi, penso con buoni risultati, solo sulla pittura

G.: Trovi faticoso essere una donna ed essere un’artista oggi?

M.: Essere una artista ed una donna no, non mi è mai pesato, anzi. Trovo invece molto faticoso conciliare l’essere artista (o comunque lavorare a tempo pieno) con l’essere madre. Si supplisce con l’aiuto di chi ti sta intorno.

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Marica Fasoli nel suo atelier

G.: La tua è una figurazione iperrealista, perché questa scelta stilistica?

M.: Non parlerei di scelta, è stato tutto molto naturale. Sono naturalmente portata verso la precisione nell’esecuzione pittorica, l’action painting, la gestualità non fanno per me.  Del resto si dice che quando uno nasce quadrato non può certo diventare tondo! Detto questo, i miei ultimi sviluppi pittorici (gli origami) segnano una svolta rispetto alla precedente produzione, avendo l’obiettivo, penso raggiunto, di non  far più coincidere il mezzo (la tecnica iperrealista) con il fine (l’iperrealismo). Oggi i miei lavori si aprono ad una molteplicità di interpretazioni che vanno dall’iperrealismo  all’arte astratta, dal geometrico al concettuale.

G.: Cosa dai al tuo fruitore, attraverso la tua opera?

M.: Innanzitutto emozioni, sensazioni. Ho sempre cercato di comunicare stati d’animo attraverso le mie opere, ma oltre a questo ho sempre voluto offrire al fruitore la possibilità di avere a disposizione  più  chiavi interpretative, in modo che ciascuno possa scegliere poi quella che preferisce o che più di accorda con la sua sensibilità.  Mi è sempre piaciuto molto lasciare libertà di immaginazione a chi osserva un mio lavoro.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi del tuo percorso pittorico: 

M.: Ne scelgo una per ogni ciclo pittorico:

1.”The mirror”. Quest’opera fa parte del ciclo “3D boxes” e  rappresenta una scatola con all’interno delle spille di movimenti musicali. Vuole essere un omaggio alla cultura Pop.

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“The Mirror”  – olio su tela – 2013

2. “On my skin”, un’opera appartenente al ciclo “Invisible people”, raffigura esclusivamente un “chiodo” in pelle da donna, dove si percepisce però la corporeità di chi lo indossa. Questo lavoro, come l’intera serie, vuole essere una riflessione sui concetti di contenuto/contenitore, apparenza/essenza del mondo d’oggi.

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“On my skin” – olio su tela – 2013

3. “Crane” appartiene invece al mio ultimo ciclo pittorico.Tutto è partito dalla storia di Sadako, bimba di Hiroshima sopravvissuta per pochi anni alla bomba atomica, che arrivò a piegare 644 gru (crane in inglese) di carta (origami). Quando morì i suoi amici portarono a compimento le 1000 gru in onore alla leggenda che vuole che chi pieghi 1000 gru vedrà i suoi desideri esauditi.

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“Crane” – olio su tela  – 2016

G.: La musica che ascolti quando dipingi o quando entri in dialogo con te stessa (che poi è la stessa cosa!):

M.:  Un pò di tutto. Musica rock, oppure radio fm. Ma se devo scegliere, prediligo  Jeff Buckley tra gli stranieri e Vinicio Capossela tra gli italiani.

G.:  Dove nascondevi i tuoi segreti quando eri bambina?

M.: Da piccola mi ricordo che costruivo scatole di carta, casette di cartone, in cui custodire i miei giochi, anche i miei pensieri. E poi, incredibilmente,  trentanni dopo, sono diventate uno spunto artistico!

G.: Quanto ti ha cambiata la maternità… e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

M.:Tantissimo. Pensandoci bene, molti cambiamenti artistici sono coincisi con la nascita dei miei due figli: i bimbi nelle scatole, gli origami dispiegati, sono una derivazione del gioco quotidiano che faccio con loro.

G.: Che magnifica risposta! E… qual è il tuo dipinto più caro?

M.: Un ritratto di mio figlio, seduto a braccia conserte, in una scatola di cartone

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi…

M.: Attualmente prediligo trattati matematici.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

M.: La “Madonna Litta” di Leonardo.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

M.: Una qualsiasi delle “Candles” di Gerhard Richter

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

M.: Biologa.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: La mia personale in corso al Museo Ca’ la Ghironda a Bologna. E poi… dipingere dipingere dipingere…

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare…

 

Per approfondire: http://www.maricafasoli.com