Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

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