HO TENTATO TRE INIZI | Alessandra Baldoni Solo Show

“Fotografia e poesia sono diventate il suo linguaggio. La sonda con cui attraversa l’universo e scaglia l’indicibile, tra luci silenti e ombre di pece. La bellezza, però, vince sempre.  La bellezza è nella vita che trionfa – che cola dalla piaga – oltre le ombre. Anche quando “germoglia dalla ferita”.La ricerca di Alessandra Baldoni  sta tutta nel saper perdere e ritrovare le tracce dell’inafferrabile: quello di un’immagine senza tempo o di una poesia precipitata sul foglio, dall’eternità.”

[Giovanna Lacedra]

Sabato 10 ottobre la Pinacoteca e Museo Civici di Camerino, in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, inaugurano la mostra personale dell’artista Alessandra Baldoni, fotografa e scrittrice, che resterà aperta fino al 17 gennaio 2016.
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“Ho tentato tre inizi “ è il titolo della mostra personale curata dall’Associazione culturale Verticale d’Arte e dalla Pinacoteca e Museo Civici di Camerino. L’esposizione, che aprirà i battenti al grande pubblico in occasione dell’undicesima Giornata del Contemporaneo il prossimo sabato 10 ottobre, si protrarrà sino al 17 gennaio 2016.
Alla Giornata del Contemporaneo, importante appuntamento annuale a carattere nazionale dedicato ai linguaggi artistici della contemporaneità, aderiscono quest’anno anche la Pinacoteca e Museo Civici di Camerino ospitando le istallazioni dell’artista perugina Alessandra Baldoni in un originale e intrigante dialogo con le opere antiche della Pinacoteca. Ecco dunque il “tentare”, il mettersi in gioco della Baldoni, che per la fotografa nasce propriamente dalla visita alle collezioni civiche di Camerino, dove, di sala in sala, la magnificenza e la bellezza di ciò che i suoi occhi si trovavano davanti, hanno suscitato in lei la voglia e il desiderio di confrontarsi con queste opere e far dialogare l’arte contemporanea con lo splendore del passato.
Il tentare “tre volte” corrisponde, dunque, a tre inizi, o meglio a “tre innamoramenti”, tre storie che iniziano e che andranno poi scritte nell’incontro con il pubblico, disseminando indizi e misteri affinché gli sguardi possano raccogliere segni e farne un racconto a più voci. Alcuni scatti tratti dal ciclo delle Vite di uomini non illustri si trovano, così, a colloquiare con i ritratti di personaggi illustri, cosi come l’opera Un tempo per noi dialoga con la quattrocentesca Madonna della Misericordia di Girolamo di Giovanni, per finire poi con gli scrigni di I need protection, intesi come piccole mappe, cardini dell’anima, che si trovano idealmente a fare da contraltare alle Carte geografiche dello Stato di Camerino, in un binomio di indizi terrestri e indizi esistenziali.
L’artista Alessandra Baldoni, che durante la permanenza della mostra presso le sale della Pinacoteca e Museo Civici di Camerino terrà un ciclo di workshop aperti anche alle scuole, attualmente vive e lavora a Perugia dove, attraverso i propri scatti, sviluppa i temi della memoria, del sogno e dell’amore, intessendo storie e narrazioni quasi suggerite, evocate ed enigmatiche a un tempo, le quali, molto spesso, percorrono il doppio canale dell’immagine figurativa e della scrittura.
La mostra è curata dall’Associazione culturale Verticale d’Arte di Macerata, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli e Silvia Bartolini, con Federica Facchini, docente di Storia dell’Arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, e da Barbara Mastrocola curatrice delle collezioni civiche di Camerino.
L’iniziativa, fortemente voluta dall’attuale amministrazione comunale, rappresenta un primo passo di apertura nei confronti dei nuovi linguaggi della contemporaneità, sulla scia delle importanti rassegne da sempre promosse e sostenute dalla città di Camerino.
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ALESSANDRA BALDONI | HO TENTATO TRE INIZI
Camerino (MC)
Musei Civici, Piazza dei Costanti n. 1
Vernissage sabato 10 ottobre 2015 ore 17.00 – Ingresso libero
Orario di apertura della mostra: 10.00/13.00 – 15.00/18.00 – Chiuso i lunedì non festivi, 25 dicembre, 1° gennaio

PRESS:
Associazione culturale Verticale d’Arte
Borgo San Giuliano 200, Macerata
verticaledarte.comunicazione@gmail.com
T. +39 3471071873
T. +39 3393329624

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Per Voce Creativa: Intervista a Mona Lisa Tina

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana -BR- 1977):

Mona Lisa Tina è un’artista visiva, performer e arteterapeuta. Specializzata presso Art Therapy Italiana è oggi membro del gruppo di ricerca Medical Art Therapy di Firenze sulle applicazioni delle arti terapie in ambito clinico ed insegna Arte Terapia  presso il “Centro Sarvas”, scuola di counseling umanistico di Bologna, e presso il Corso triennale di formazione in Arte Terapia a Roma. Collabora, tra le altre, con A.G.E.O.P. Ricerca (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica) di Bologna, svolgendovi laboratori di arte terapia rivolti ai bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali. Il corpo è da sempre perno della sua ricerca in ambito artistico e performativo. Il corpo del dolore, ma anche della consapevolezza. Il corpo della scoperta. Il corpo come territorio di attivazione di percorsi introspettivi e cambiamenti. Il corpo nudo e puro. Esposto. Costretto o libero come un dono. Ma il corpo vero. Vero sempre. Carne di un linguaggio intimo ed universale. Il corpo come racconto. Il racconto del corpo in azione. Il corpo dell’identità e dell’alterità. Il corpo dell’accoglienza, dell’accettazione, della verità. Il corpo come “ spazio sacro”, per usare le sue stesse parole. Il lavoro di arte terapeuta si intreccia con quello di performer, perché il punto da cui si parte – e quello in cui si vuole arrivare – è alla fine lo stesso: è il contatto intimo, autentico, profondo con sé e con l’altro. Attraverso il tatto, attraverso lo sguardo, attraverso l’azione. Attraverso l’essenziale.

Attraverso il corpo.

Mona Lisa vive  a Bologna. Lavora tra Bologna, Roma, Torino, Firenze.

Questa è la sua voce creativa per voi:

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G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

M.: Bella domanda! Credo di essere un po’ tutte queste istanze. Da anni ormai lavoro su tematiche relative al “Corpo” e all’identità di genere e sono convinta che ciascuno di noi, in particolare l’artista dotato di una sua speciale sensibilità, possiamo avere l’opportunità di assumere, attraverso un processo di consapevolezza interiore, dimensioni psichiche tra loro apparentemente differenti ma, a ben vedere, assolutamente interdipendenti.

G.: E se non fossi un’artista?

M.: Se non fossi un artista sarei un chirurgo – di quelli che operano i nostri organi interni…Sono estremamente affascinata dal “Corpo”, scritto con la “C” maiuscola che per me è lo spazio sacro nel suo significato più ampio e universale di incontro autentico con l’altro e con il mondo. E ciò è possibile solo se permane da parte dell’individuo  una ricerca continua di integrazione, soprattutto tra i suoi aspetti più specificamente spirituali e mentali e  quelli più carnali e fisiologici.

G.: Perché lo fai?

M.: Lo faccio perché è il modo più naturale che ho di esprimermi e di riflettere sui temi che da sempre affliggono l’uomo e ai quali non si è mai riusciti a dare una risposta esauriente se non accogliendo e valorizzando la seduzione e l’attrazione che suscitano su di noi il mistero della vita, le sue trasformazioni rigeneratrici e della morte. Inoltre, non conosco altra possibilità di provare emozioni altrettanto forti. Emozioni che letteralmente mi attraversano. Sta di fatto che ricevo dagli altri, nel caso specifico dal pubblico che assiste ad una mia azione performativa, più di quanto io sia in grado di offrire.

G.: Perché il corpo?identità

M.: Perché è la prima cosa di cui disponiamo quando veniamo al mondo e l’ultima che abbandoniamo a conclusione della nostra breve permanenza su questa terra. Ma tra la prima fase e l’ultima il Corpo è prima di tutto il luogo di battaglie amorose, di sofferenze patologiche, di gioia delirante. Tutte esperienze che precedono la nostra evoluzione e il nostro equilibrio in un work in progress continuo.

G.: Quando il tuo corpo è diventato performante; quando la performance è diventata il tuo linguaggio?

M.: Credo che il “Corpo” sia sempre performante in qualsiasi modo lo si usi. Ma per rispondere alla tua domanda, la perfomance è diventata il mio linguaggio quando ho capito che gli altri mezzi estetici rappresentavano un compromesso troppo alto rispetto all’urgenza di immediatezza espressiva di cui aveva bisogno la mia indagine artistica.

G.: Quanto il tuo lavoro di arte terapeuta contamina, influenza, ispira e arricchisce il tuo ruolo artistico di performer?

 M.: Moltissimo.Tutta la mia indagine artistica trae ispirazione dai miei vissuti, anche le esperienze legate al mio essere arte terapeuta non fanno eccezione. Lavoro in contesti clinici estremi con pazienti (adulti e bambini) affetti da patologie gravi e a volte irreversibili. Si tratta di dimensioni di assoluto dolore in cui gli equilibri psicofisici della persona sono seriamente compromessi dalla patologia. Attraverso trattamenti di arte terapia individuali e/o di gruppo, mediante l’utilizzo dei materiali artistici e di tecniche espressive, sostengo e promuovo le risorse psicologiche delle persone che incontro. All’interno di un percorso terapeutico delicatissimo, il paziente è stimolato nel processo creativo e incoraggiato a dare forma ai propri sentimenti, anche a quelli più difficili, così da poter essere accompagnato in un processo di integrazione. La mia personale indagine artistica mi permette, a sua volta, di elaborarne ulteriormente i contenuti. Se da un lato, nei miei progetti performativi è possibile ritrovare citazioni e riflessioni che rimandano al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive, dall’altro, nello svolgimento di un’azione, desidero aprire con il pubblico un momento di riflessione collettiva che può accogliere aspetti dell’esistenza profondamente sconvolgenti per la loro drammaticità.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

M.: Non credo ad una distinzione di ruolo e di genere così netta tra il lavoro artistico di una donna e quello di un uomo; sono convinta che il messaggio e i linguaggi estetici dell’arte siano prima di tutto strumenti di comunicazione, trasversali e trans-gender: cioè portatori di senso universali, in grado di sensibilizzare chiunque si appresti ad usufruirne alla riflessione sul mondo e sulla realtà, al di là di qualsiasi condizionamento di tipo religioso, etnico, identitario e nazionalistico. Certo è che nel lavoro di ogni artista è possibile ritrovare caratteristiche particolari appartenenti alla propria biografia, ma questo non può far altro che  amplificare l’autenticità e la spontaneità dell’indagine creativa dell’autore stesso.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

M.: Le tematiche della mia indagine artistica ruotano intorno ai temi dell’identità di genere e del Corpo come spazio di accoglienza, di cura, di incontro e scontro profondi con l’altro, in relazione al mistero complesso dei cicli della vita. Questi argomenti sono i perni su cui poggia naturalmente tutta la mia biografia e attraverso i quali – mi auguro – chiunque partecipi ad una mia performance, possa sentire vibrare, in modo intimo e privato, qualcosa  che appartiene anche a lui.

G.: Come nasce una tua azione performativa?

M.: Tutto inizia da un’immagine mentale, considerala come una visione che emerge in sogno oppure durante un momento di quotidiana routine. Successivamente tento di trasformare l’immagine visiva in un testo scritto che chiarifichi la poetica e la dimensione più squisitamente tecnica del progetto generale. Infine ricerco concretamente i materiali e metto in atto il confronto diretto con alcuni specifici professionisti di settore tecnico ( suono, luci, video)  che mi permetteranno di capire in ogni dettaglio le modalità di realizzazione del lavoro.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

M.: Si molte in effetti, ma tra i testi più interessanti segnalo: “Il corpo come linguaggio” di Lea Vergine, “Identità Mutanti” e “Il Manuale delle passioni” di F. Alfano Miglietti,  “Il corpo postorganico. Sconfinamenti della performance” di Teresa Macrì, “Il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, “Il corpo virtuale” di Antonio Caronia, “Performance Art” di RoseLee Goldberg, “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” di Ilaria Palomba, “Il Corpo dell’artista” di Helena Reckitt e “L’uomo di superficie” del noto psichiatra Vittorino Andreoli.

G.:  Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

M.: Alterno una selezione di brani dell’artista siciliano Franco Battiato, al silenzio.

G.: Scegli 3 delle tue performance, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione:

M.: “Io non ho vergogna” Performance, luoghi vari, Genova, 2014:

Monalisa Tina | Io Non Ho Vergogna - Performance. Genova 2014

Monalisa Tina “Io Non Ho Vergogna” Performance. Genova 2014

Sono seduta al centro della Piazza San Giorgio, leggo  un testo sul tema della vergogna. Esso propone riflessioni legate all’identità come espressione di sé e all’incapacità di reazione di fronte ad alcuni comportamenti che il mondo esterno a volte ci comunica senza darci la possibilità di difenderci e quindi amplificando un senso di impotenza che blocca la nostra crescita emotiva e psichica. Infatti, quando si costringe qualcuno a vergognarsi, lo si umilia. È un modo di spogliare l’altro di ogni dignità, di isolarlo in quanto colpevole e indegno della nostra considerazione. Per fortuna, sappiamo che la vergogna, come emozione, esprime due facce della stessa medaglia: la prima conduce all’annullamento e alla perdita di sé, l’altro invece può dare inizio a un processo di riflessione e di ricostruzione del sé. Il progetto è incentrato proprio sul dialogo ambivalente di questi due contenuti. Terminata la lettura del testo in Piazza, insieme al corteo di persone che hanno assistito a questa prima parte, attraversiamo le stradine previste dal nostro percorso e prima di giungere a Porto Antico, luogo dove si svolge l’ultima parte del lavoro, entro in alcuni dei locali (ristoranti, bar, negozi) dove ha inizio la parte centrale dell’azione. Prima di tutto, esprimo e condivido con il pubblico del locale una mia “vergogna” e chiedo se, a prescindere da ogni costrizione e in assenza di giudizio, qualcuno sia disposto a ricambiare la mia con una sua “confessione”. Instauro poi con le persone coinvolte anche un contatto fisico attraverso le mani e lo sguardo; le ascolto, mettendo in atto una reciproca condivisione attraverso uno spazio speciale ed empatico dove esorcizzare la nostra emotività, grazie alla dimensione del qui ed ora specifico del linguaggio performativo. Gli argomenti di queste confessioni sulla vergogna riguardano tematiche proprie dell’esistenza umana: la sessualità e quindi l’orientamento di genere, la salute, il lavoro, la morte. Chiedo il permesso di registrare tutte le testimonianze raccolte con le quali mi avvio lungo Porto Antico per la tappa conclusiva del lavoro. A Porto Antico, con un sistema di amplificazione dell’audio, ascoltiamo tutte le testimonianze in una dimensione che è affine a un rituale collettivo di trasformazione emotiva, in grado di superare le prigioni psicologiche dei pregiudizi razziali, religiosi e di genere.

M.: “Sguardi corporei”Performance, GAM – Torino 2015:

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Monalisa Tina “Sguardi corporei” Performance, GAM – Torino 2015

All’interno dell’azione performativa il  partecipante, che viene prima bendato, percorre  individualmente e per la durata di 20 minuti, una parte delle sale museali, e accoglie una  serie  di  consegne da me suggerite dell’esperienza sinestetica che si accinge a compiere. Il progetto presuppone che il fruitore rifletta a proposito della fiducia che di solito prestiamo al nostro prossimo. È’ curioso il fatto  che  ormai  la  cultura  dei  nostri  giorni  ci  proponga  l’Altro,  così simile e al tempo stesso tanto diverso da noi, non come una presenza positiva su cui investire affidamento e complicità, ma al contrario, come un competitor o una minaccia da eliminare. Lo scopo della performance è di stimolare uno o più d’uno dei sensi del partecipante al fine di fargli percepire una confidenza più profonda con il proprio sé corporeo. Come già segnalato, l’unico senso di cui  non può disporre è quello della vista, il senso che in realtà in primis ci fa da pilota nella scelte del vivere quotidiano. Soltanto alla fine del percorso il fruitore può riacquisirla e vedere finalmente la persona a cui si è totalmente affidato e con la quale ha condiviso, paradossalmente senza conoscerne l’identità, i ricordi e suggestioni molto personali. Il messaggio è chiaro: non è possibile avere un incontro autentico e significativo con l’Altro se prima non abbiamo maturato una consapevolezza profonda di noi stessi che, in ogni caso, è un processo evolutivo costantemente in progress.

M.: “Per la tua carne” Performance, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015:

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Monalisa Tina – “Per la tua carne”, Palazzo Stanga Trecco, Cremona, 2015

Per la tua Carne è un progetto performativo di interazione con il pubblico. Il luogo adibito all’azione è diviso in due spazi. I partecipanti, in silenzio e in fila per due, sostano temporaneamente presso l’entrata del Palazzo. Ciascuno attende il proprio momento d’interazione con me presso la scalinata centrale dello stabile. Io sono ferma in attesa al centro di uno spazio poco illuminato. Ai miei piedi, contenitori in vetro, simili per forma a quelli che un tempo contenevano erbe curative e mediche, accolgono elementi e oggetti naturali, alcuni dei quali rappresentativi e specifici del paese che accoglie l’azione, dai forti rimandi  simbolici. Il fruitore, in modo individuale, mi incontra per pochi minuti; in cambio della sua generosa partecipazione offro a ciascuno un “oggetto”. Ogni partecipante infatti, riceve qualcosa di diverso a seconda della comunicazione silenziosa ed empatica  che si è venuta a creare in quel particolare momento.  Successivamente, ogni oggetto avrà un ruolo importante in quanto contribuisce alla realizzazione di una grande spirale, posta nella corte esterna del complesso architettonico. Essa rappresenta l’essenza collettiva dell’esperienza performativa, essendo materialmente costituita da tutti i materiali offerti. La performance “Per la tua Carne” intende far riflettere sulla sacralità del Corpo come contenitore di significati ancestrali dove  la dimensione carnale dell’individuo incontra, completandosi, quella della sua evoluzione spirituale e psichica.

G.: La performance di un altro artista che più ti commuove?

M.: Questa domanda è difficilissima perché là dove è offerto il Corpo dell’artista io mi commuovo sempre. Se proprio devo citarne una segnalo la tua: “Io sottraggo”. Non chiedermi motivazioni ulteriori, non credo ci sia molto da aggiungere.

G.: Ecco. Adesso mi hai commossa tu. Perché non da tutti viene compresa questa offerta, non solo del corpo, ma dell’esperienza fatta da questo corpo e che non è mai solo mia. Ora ti domando invece… quale performance di un altro artista avresti voluto realizzare tu?

M.: Te la ricordi la performance “Flesh Dress” dell’artista Praghese Jana Sterback in cui indossava un vestito realizzato con trenta chili di bistecche di manzo cucite tra di loro? Ecco trovo sia stata un’azione estremamente potente  nei suoi complessi rimandi simbolici legati alla transitorietà dell’esistenza e alla contemplazione del mondo spirituale, trattati però con una immediatezza e autenticità come solo il linguaggio performativo e il carisma dell’artista permettono.  Purtroppo, tra le altre cose, si tirò dietro, come immagino si aspettasse anche lei, l’ira  e le polemiche delle associazioni animaliste.

G.: Certo che ricordo e conosco Flesh Dress, di recente ho scritto un dettagliato articolo sul lavoro della Sterback per Wall Street International Magazine e condivido il tuo punto di vista. Ora, invece, mi citeresti …una performance che non ti ha mai emozionato?

M.: In generale tutte le performances dell’artista americano Paul McCarty nonostante comprenda bene le motivazioni profonde del suo lavoro; forse sarebbe più corretto affermare che la sua sensibilità è molto distante dalla mia e per questo ne sono affascinata in ogni caso. C’è da dire che la sua capacità  di provocare disgusto  nella messa in scena delle sue aberranti azioni è qualcosa di assolutamente sorprendente per me!

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

M.: Nelle relazioni con le persone. Sono una persona estremamente curiosa ed amo molto il genere umano, soprattutto nelle sue fragilità.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

M.: Sono stata selezionata al Premio D’arte Fondazione Vaf – Posizioni attuali dell’arte italiana –  da un comitato scientifico Internazionale – per l’edizione 2016/2017. La prima tappa è prevista al Macro di Roma, la seconda e la terza in due musei d’arte contemporanea in Germania.

Prenderò parte con un mio progetto performativo alla quinta edizione del  “Festival der Philosophie” di Hannover e ad una serie di Convegni di settore. Tra i miei desideri nel cassetto, spero di evolvere il progetto “Centrum Naturae” in collaborazione con il performer Giovanni Gaggia, in un museo internazionale che sia in grado di sostenere la nostra ricerca.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

M.: “Sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso.”  [Merleau-Ponty]

Per approfondire:

http://www.monalisatina.it

Metamor(pH) | Eleonora Manca solo show

SPACENOMORE presenta:

Metamor(pH)  | Eleonora Manca solo show

Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

Giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

a cura di Francesca Canfora

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Figure sfuggenti dai contorni fumosi e impastati, corpi eterei, privi di gravità e materia, si dimenano fluttuando nel vuoto, vittime di un’incessante mutazione. È un’impossibile tregua a  rendere il corpo raffigurato percettivamente inafferrabile e a rappresentare il comune denominatore degli autoscatti di Eleonora Manca, in mostra da Spacenomore a Palazzo Graneri della Roccia dall’1 al 31 ottobre.

Soggetto e oggetto rappresentato coincidono, ma l’immagine risulta sempre sdoppiata, confusa, mai univoca e ostinatamente in divenire. L’ineluttabile involucro, luogo di indagine privilegiato dall’artista, è perennemente in fieri, in balia di metamorfosi continue, e si costituisce come archivio sensibile, poichè è tramite i sensi che spesso la memoria si accende. Lenta se asseconda il ritmo naturale dato dallo scorrere del tempo o repentina, se dovuta a eventi traumatici, comunque sempre inesorabile è la muta cui siamo sottoposti ogni giorno, che inevitabilmente lascia segni o cicatrici, procurando talvolta sofferenza.

Cambiare pelle è sinonimo di trasformazione, non certo indolore. “Niente è più fragile della superficie”, ma al contempo nulla è così forte come l’epidermide, capace di autorigenerarsi e di reagire a qualsiasi ferita. Nello stesso tempo il corpo è in grado di riflettere dolori emotivi, inquietudini, disagi o fobie, anche inconsci, e somatizza facendosene portavoce. Fitte, spasmi, crampi, formicolii o capogiri sono spesso spia o campanello d’allarme di ciò che coscienza e raziocinio rimuovono, richiamando così l’attenzione su ciò che viene occultato negli strati più profondi. Per Eleonora Manca “il corpo non mente” ed è necessario recuperare con esso un contatto istintivo per sentirlo, ponendosi in costante ascolto per cogliere i messaggi da esso inviati.

Ma il corpo restituito dall’artista, ancor più rarefatto e smaterializzato da un’acromia ricorrente, dove l’unica alternativa al bianco e nero è il grigio in ogni sua possibile e morbida declinazione, è il punto di partenza individuale e singolare da cui muove una ricerca con un obiettivo plurale, archetipico. Ad esser rappresentato è un corpo libero di esprimersi e di esistere anche privo del suo contenuto, senziente o viscerale, e al contempo foriero di verità poichè non potendo spogliarsi di null’altro, non può che offrire se stesso.

“Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere” afferma l’artista. Fonte di bellezza a prescindere, il corpo nudo anche se irriverente non può essere osceno, poichè “la carne non è merce, non dovrebbe essere ancora un tabù nè l’anticamera della parola sesso”.

La rappresentazione di Eleonora Manca, che ha per oggetto il proprio corpo, è tutto fuorchè autoreferenziale: filtrato in modo da esser spogliato della sua soggettività, privato delle sue particolarità e della sua riconoscibilità, esso ambisce a diventare corpo non più unico e sessuato ma universale.

“Metamor(pH)”, solo-show di Eleonora Manca, è un appuntamento della rassegna CLOSETOFASHION: il progetto espositivo, a cura di Francesca Canfora, che coinvolge diversi artisti, la cui ricerca ha affinità con il mondo della moda secondo diverse prospettive.

Come la moda sconfina sempre di più nel campo delle arti visive, proponendo abiti scultura in cui la ricerca formale giunge sino a comprometterne la funzione, così l’arte contemporanea ormai attinge senza esitazioni dal linguaggio espressivo proprio del fashion e della pubblicità di moda.

Una contaminazione reciproca è in atto, tanto spiazzante da confondere le idee – è arte, è moda, è fotografia d’arte o un’immagine pubblicitaria? – quanto feconda, poiché sono le continue ibridazioni tra le differenti discipline a generare gli esiti più originali e interessanti.

Eleonora Manca (1978). Artista visiva, videoartista e videoperformer utilizza vari media (principalmente fotografia e video) portando avanti una ricerca sulla metamorfosi e la memoria del corpo. Dopo una formazione in Storia dell’Arte a Pisa, si specializza in Teatro e Arti della Scena presso il DAMS di Torino, dove collabora alle attività del Centro Studi di Fenomenologia della Rappresentazione, occupandosi inoltre di critica e saggistica teatrale. Vive e lavora a Torino.

Metamor(pH)

Eleonora Manca solo show

1-31 ottobre 2015

Inaugurazione: giovedì 1 ottobre, dalle ore 18

Spacenomore, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9, Torino

E: info@spacenomore.com

Ufficio stampa: Simona Savoldi

T: 339.6598721 – E: simona@spacenomore.com

LA LIBELLULA – Amelia Rosselli

Fluisce fra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si Può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire…

[dal poema “LA LIBELLULA” – 1958]

Giovanna-Lacedra- AmeliaRosselliPOETESSA

Amelia Rosselli, scrittrice e poetessa italiana, nata a Parigi da madre inglese e padre esule antifascista, è stata inoltre traduttrice e giornalista. All’età di vent’anni si stabilisce a Roma e la sua poesia diviene nota quando Pier Paolo Pasolini decide di pubblicare una selezione di sue liriche sulla rivista “Menabò”. Seguirà tutta la sua produzione di poemetti e raccolte. Vittima di gravi crisi depressive, Amelia si  suicida l’11 febbraio del 1996, lo stesso giorno e lo stesso mese in cui si suicidò Sylvia Plath nel 1963. E non è forse un caso, dal momento che la Plath fu da lei tradotta, studiata e profondamente amata.

FAITH WILDING | Waiting – 1971

Una donna siede su una sedia e guarda in basso, verso un punto indeterminato del pavimento. Ha le mani giunte, posate sul grembo, come in preghiera. Indossa una camicia ed una lunga gonna che pare quasi una coperta. Ha i capelli sciattamente raccolti. Pare quasi ipnotizzata. Si dondola avanti e indietro. E mentre lo fa, la sua voce da inizio ad una sorprendente litania. Una litania apparentemente monotona, ma che in realtà attraversa una intera vita, dalla nascita alla morte. Descrivendo tutte le attese che una donna si trova a vivere. Accade in California, a Los Angeles, nel 1971. La galleria che ospita questa performance è la celebre Womanhouse fondata da Judy Chicago e Miriam Schapiro. E lei che si dondola, lei che ribadisce questa interminabile lista di attese si chiama Faith Wilding:

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“Aspettare, aspettare, aspettare che entri qualcuno….Aspettare che qualcuno venga a prendermi… Aspettare che qualcuno mi tenga in braccio…Aspettare che qualcuno mi allatti… Aspettare che qualcuno mi cambi il pannolino… Aspettare, aspettare…. Aspettare di diventare grande… Aspettare di mettermi il reggiseno… Aspettare la prima mestruazione… Aspettare di leggere libri proibiti… Aspettare di avere un ragazzo… Aspettare di andare a una festa… Aspettare di essere invitata a ballare…. di ballare abbracciata… Aspettare di diventare bella…. Aspettare il segreto… Aspettare che la vita cominci… Aspettare, aspettare di diventare qualcuno… Aspettare che mi spariscano i brufoli… Aspettare di mettermi il rossetto, i tacchi alti, le calze… Aspettare di vestirmi elegante… di depilarmi le gambe…. Aspettare di diventare carina… Aspettare, aspettare…. Aspettare che lui mi chiami… Aspettare che mi chieda di uscire… Aspettare le sue attenzioni…. Aspettare che si innamori di me… Aspettare il matrimonio… Aspettare la prima notte di nozze…. Aspettare che lui torni a casa e che riempia il mio tempo…. Aspettare l’arrivo del mio bambino… Aspettare che la pancia si gonfi… Aspettare che i seni si riempiano di latte… aspettare di sentire il bambino che si muove… Aspettare che le gambe smettano di gonfiarsi… Aspettare le prime contrazioni… Aspettare che finiscano le contrazioni… Aspettare che esca la testa… Aspettare il primo vagito, che esca la placenta… Aspettare che il bambino succhi il mio latte… Aspettare che il bambino smetta di piangere… Aspettare che lui mi dica qualcosa di interessante, che mi chieda come mi sento… Aspettare che lui la smetta di essere intrattabile, che mi prenda la mano, che mi prenda la mano, che mi dia il bacio del buongiorno… Aspettare di essere realizzata… Aspettare che il mio corpo ceda, diventi brutto… Aspettare, aspettare…. Aspettare che le mie carni si affloscino… Aspettare una visita dei miei figli, delle lettere… Aspettare che i miei amici muoiano… Aspettare che il dolore scompaia…. Aspettare che la lotta finisca… Aspettare…”

[Faith Wilding]

Faccio arte psicosomatica …

“Faccio arte psicosomatica …Lavoro, lavoro e ancora lavoro, finché non resto seppellita nel processo. È ciò che chiamo obliterazione.. Applicando pois su tutto il mio corpo e poi ricoprendo di pois anche lo sfondo, io mi annullo!”

Giovana-Lacedra-Yayoi-Kusama

Yayoi Kusama (1929), artista e performer giapponese. Dal 1977 vive per sua scelta in un ospedale psichiatrico. Ossessionata dalle sue allucinazioni e dai pois. Ogni giorno della sua vita dipinge.