UMORI DI FONDO | Sara Cancellieri Solo Show

Sabato 18 aprile 2015, dalle ore 19:00,

presso la BE FOOD GALLERY, in corso Umberto I 215, ad Avellino, sarà inaugurata “Umori di fondo” la mostra personale di Sara Cancellieri.

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La mostra sarà visitabile fino al 13 maggio 2015.

Info
+39 334 884 3077
befoodgallery@gmail.com
www.casinadelprincipegusto.it

Il mondo figurativo di Sara Cancellieri è costantemente in bilico. Le sue coordinate oscillano tra presenza e leggerezza. Che siano corpi nudi o animali, tutte le forme appaiono rivestite da un’aura fluida di sospensione, come icone in un tempo immobile.
L’acquerello è una tecnica intima e imprevedibile, i pigmenti dialogano tra loro sul supporto con vivacità, ricercando effetti di trasparenza, giochi di luce, sovrapposizioni, sfumature e scivolamenti del colore. Le immagini sono cariche dell’afflato personale e lo spettatore riesce a instaurare un rapporto puro con il momento creativo.

01 Sara Cancellieri - Anime - dittico, watercolor on paper, 2014, 33.5 x 59 cm

Gli atteggiamenti percettivi e le esigenze rappresentative, condizionano le scelte strumentali e i modi di plasmare la materia, oltre il condizionamento storico. Per questo, può capitare che i modi di espressione contemporanei possano trovare corrispondenza con la lettura figurativa della storia dell’arte. Secondo Erwin Panofsky, nell’arte medievale, la tendenza alla schematizzazione derivava dallo studio di un canone antropometrico universale, nel quale, però, la soggettività era ignorata, perché le proporzioni del corpo umano venivano spiegate mediante l’armonico piano della creazione divina.
La ricerca di Cancellieri procede in questa direzione strumentale e concettuale. Le opere sono aperte, l’equilibrio è raggiunto ma non è stabile, anzi, il punto critico è accentuato. La rappresentazione gioca sul confine del provvisorio e, da un lato, i simboli si mostrano con naturalezza sfacciata, dall’altro, il carattere di sospensione eccede nel “non finito”.
La traccia dell’acquerello si asciuga sul bianco della carta, le immagini prendono consistenza e perdono concretezza nello stesso momento. Lo sfondo chiaro e la superficie morbida si compenetrano, diventando figura unica, un’estesa campitura di impressioni che crea l’ambientazione per figure impalpabili. Volti, mani, ali e zampe sono presenti, mimetici, ma rimandano all’altrove. Simboli del femminino sacro, evocano il tempo dei cicli della natura e della nascita delle mitologie. Il nudo, allora, è lo specchio attraverso il quale entrare in sintonia con il concetto di fondo, una promessa di complicità tra l’opera e chi osserva. In questo caso, il corpo femminile diventa un piccolo cosmo di leonardesca memoria. Le rughe e le pieghe vengono modellate calligraficamente, sfumando i riferimenti anatomici, come allegorie dello scorrere imperscrutabile del tempo.

Sara Cancellieri - Giochi pericolosi, acquerello e matita su carta, 60x40 cm, 2015-

I segni sono quelli ruvidi del corpo reale eppure i gesti appaiono bloccati nella ieraticità delle pose frontali. Così, i tratti somatici perdono rilevanza individuale, abbandonando il dato umano per diventare tipi universali.
In questo universo fluido, sono impressi i segni di una presenza immutabile. Quella del tempo naturale delle cose, che imprime la sua armonia sulla carta e sulla pelle.

“Il tempo dell’equilibrio”  – Testo di Mario Francesco Simeone.

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Per Voce Creativa: Intervista a Federica Gonnelli

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Federica Gonnelli  (Firenze,1981):

Il passato, la memoria. Il sentimento. Fuggevolissimi frammenti di vita da trattenere, da arrestare, da sublimare, da tramutare in opera. Valicando i naturali confini tra i linguaggi visivi. Andando verso la contaminazione. Universalizzando esperienze personali. Dando forma alle suggestioni. Dal disegno al velo d’organza, dall’installazione al video. Tutto può essere narrazione. Come un moderno Leonardo, Federica prova, sperimenta, mescola e ricerca. In un’azione creativa sempre sospesa tra lo studio e lo stupore.

Federica Gonnelli vive e crea tra Firenze e Prato. Questa è la sua voce creativa per voi….

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

F.: Sono sicuramente l’artista. Mi identifico totalmente e in modo viscerale in tutto quello che creo. Ed è proprio questa visceralità, talvolta molto forte, che mi porta spesso a essere anche un animale. Considerando i miei progetti passati e futuri, se dovessi scegliere un animale sarei sicuramente un baco da seta!

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

Federica Gonnelli | Autoritratto 1

G.: E se non fossi un’artista?

F.: È difficile dirlo, se non fossi un’artista non sarei io. Se non fossi un’artista significherebbe che mi sarei fermata prima, a uno degli scalini precedenti del mio percorso di crescita personale e creativo. Mi sarei potuta fermare allo scalino nel quale volevo fare la stilista, oppure in quello in cui volevo fare l’architetto o la designer o infine sullo scalino nel quale volevo studiare e poi insegnare storia dell’arte. Ho sentito fin da piccolissima la necessità di creare, progettare, fare, amare l’arte. Sono nata a Firenze nel 1981, città d’arte e di moda. Sono cresciuta vicino a Prato, città del tessile, nella stanza di lavoro di mia mamma: tra stoffe, scatoline di cartone, fili colorati, manichini, carte, abiti, matite, grucce e quant’altro concorre alla realizzazione di un abito o di un’opera d’arte. Elementi che nella mia giocosa creatività di bambina ho indifferentemente, sempre mescolato. Elementi inscindibili, che per me avevano un’unica base: il disegno. Per questo, il desiderio espresso durante lo spegnimento delle candeline del mio quinto compleanno, fu esattamente: “voglio saper disegnare”! Ho sempre pensato che il disegno è la base per ogni progetto, per ogni creazione in ogni ambito del fare umano, il disegno è la traccia, la radice dalla quale si sviluppa tutto. Se da piccola il mio obiettivo era “creare abiti”, crescendo e scegliendo il Liceo Artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il mio obiettivo è stato creare, creare indistintamente, “creare”. Scegliendo di fermarmi sullo scalino dell’artista, sono riuscita a unificare gli scalini precedenti in un unico scalino. Essere un’artista mi permette di sperimentare sul corpo come farebbe uno stilista, nello spazio come un architetto, sull’oggetto come un designer, sui percorsi dell’arte come uno storico. Quello dell’artista non è un mestiere uguale agli altri, questo non perché è migliore o al di sopra degli altri mestieri, ma solo perché non è un mestiere, anche se le opere si definiscono lavori, anche se come in altri “mestieri” appunto, l’artista impiega la sua mente e le sue mani. Per la precisione credo che ci siano molti “mestieri” definiti genericamente così, ma che in realtà sono vere e proprie scelte di vita: come il “mestiere” dell’artista.

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G.: Perché lo fai?

F.: Lo faccio perché mi piace, mi fa stare bene e mi rende felice anche quando non mi piace niente di quello che mi circonda, sto male e sono triste. Lo faccio perché mi permette di condividere tutte queste emozioni con chi mi circonda, con chi vive l’opera, in una sorta di catarsi collettiva.

G.: La tua ricerca si avvale di una contaminazione di linguaggi: pittura, scultura, fotografia. Mi racconti da dove sei partita e come ci sei arrivata?

F.: Già dal racconto del mio percorso personale e artistico, credo che appaia chiaramente la mia insofferenza verso le classificazioni, le distinzioni e le categorie chiuse. Confesso di non sentirmi pienamente parte di alcun compartimento. La mia ricerca, ma credo che valga per la ricerca in genere, è volta al superamento dei confini, qualsiasi essi siano, che relegano in compartimenti stagni le varie arti così come i confini che dividono gli individui. Mi piace pensare di sorpassare in qualche modo con la mia ricerca, sempre al limite tra bidimensionalità e tridimensionalità, la diatriba tra Michelangelo e Leonardo su quale delle arti tra pittura o scultura fosse più alta. La piena consapevolezza di tutto ciò è avvenuta con il passaggio all’Accademia di Belle Arti, dopo un anno di durissima ricerca, ho capito che non dovevo ignorare le mie sperimentazioni di bambina e anzi, le dovevo riscoprire. L’esperienza di confronto con l’arte è avvenuta fin da molto piccola nelle chiesette della campagna toscana più o meno note, tra le architetture rinascimentali e quelle contemporanee di Michelucci, tra scrigni di preziosi tesori, durante le passeggiate a Firenze con la mia famiglia, nel vedere nascere il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci progettato da Gamberini. In particolare di quegli anni ricordo due mostre: la Fondazione Nasher nel 1988 al Forte Belvedere e Klimt a Palazzo Strozzi nel 1991. Due mostre che per me furono di grande suggestione. Ricordo le grandi emozioni all’interno del Museo degli Uffizi di fronte al susseguirsi delle opere di Giotto, Cimabue, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo… fino ad arrivare a Bronzino, Leonardo Michelangelo, Caravaggio… Da tutte queste esperienze ho ereditato l’amore per le proporzioni; per la figura umana; per il corpo; per la maestosità della presenza, fiera e ieratica; ho ereditato l’attenzione alla spazialità; la ricerca dei significati e dei simboli. Grande importanza ha avuto per me negli anni successivi lo studio di artisti come Brancusi, Duchamp, Oppenhein, Beuys, Bourgeois, Manzoni, Fontana, Kahlo, Lai, Paolini, Hesse, Pane… Artisti dai quali ho capito che il gioco è importante quanto la coerenza. Perché la coerenza dell’artista è prima di tutto dentro se stesso, nella sua vita, nel suo percorso e di conseguenza successivamente in ogni sua opera, ma al tempo stesso occorre a ogni opera sapersi mettere in gioco. Ho capito che la razionalità è importante quanto il sogno, ho capito che ogni elemento dell’opera ha un suo perché, ho capito che i limiti si superano, ma occorre sapersi fermare. Ho capito ancora una volta che non ci sono distinzioni tra le arti. A un certo punto della mia ricerca artistica, nel 2001, dopo aver sovrapposto: velature di colori, carte, elementi vegetali e fili sulla tela ho sentito il bisogno di avere più profondità, ho sentito il bisogno di dare più spazio e respiro alle stratificazioni che componevano le mie opere. Ho deciso di sfruttare lo spessore del telaio, applicando sul retro un pannello di legno e trasformandolo in una sorta di scatola, all’interno della quale avevo lo spazio necessario per porre i vari elementi. Piccole sculture biomorfe o antropomorfe di terracotta o altri materiali; vetri, specchi, fibre naturali e sintetiche; oggetti semplici elevati a bene prezioso, a reliquia. Rivestendo infine la composizione con un velo d’organza, grazie alla cui trasparenza posso soprapporre immagini ad altre immagini. Sul velo d’organza appaiono immagini e figure che si sovrappongono e instaurano un dialogo con ciò che si trova oltre il velo stesso. La consapevolezza del superamento dei compartimenti nella mia ricerca si è ulteriormente rafforzata con l’utilizzo del video. Le nuove tecnologie in generale elidono ogni tipo di distinzione nella società e nell’arte, proponendo nuovi rapporti sociali e nuovi supporti artistici, al di sopra delle costrizioni precedenti e dei compartimenti usuali. Questo sviluppo tecnologico è assolutamente positivo, l’importante è che l’uomo – l’artista – non ne venga totalmente soggiogato e che non perda la capacità di aggirare gli ostacoli posti talvolta dalla stessa tecnologia. Ciò non significa abolire disegno, pittura e scultura, anzi, quest’ultime sono le basi conoscitive che unite alla tecnologia, offrono vere e proprie espansioni per l’opera e per l’artista stesso. Attraverso le ibridazioni si amplia il respiro dell’arte. Un respiro tanto ampio quanto quello rinascimentale, basta pensare a un grande artista come Leonardo da Vinci, sperimentatore, ricercatore, inventore. Oggi Leonardo avrebbe coniugato il disegno al video o alla tv, la realtà virtuale con la pittura, le installazioni con le fantastiche macchine leonardiane, i suoi testi scritti con le performance e le proiezioni con gli affreschi e le pitture murali. Assolutamente, andando oltre ogni distinzione tra i mezzi artistici. Il video e di conseguenza le video installazioni e tutte le ibridazioni con le altre discipline artistiche, che ne derivano, sfuggono a qualsiasi tentativo di classificazione e di riconduzione ad uno dei generi tradizionali delle arti visive, diventando emblemi della caduta di ogni compartimento stagno.

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

Federica Gonnelli | Autoritratti 2

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

F.: Credo che non debba esistere un’arte di genere, un’arte femminile. L’arte non ha genere, non ha sesso, ma è superfluo dire che ancora oggi esiste spesso un gap tra artista donna e artista uomo e più in generale un gap tra donna e uomo nel mondo dell’arte. Questo gap può essere colmato se la donna non si trincera dietro un’arte di genere e al tempo stesso se non azzera o appiattisce la sua personalità artistica per “assomigliare” allo stereotipo dell’uomo artista. Credo fortemente che l’emancipazione della donna non passi attraverso l’assunzione o la copia delle caratteristiche dell’uomo. Tanto meno delle peggiori caratteristiche dell’uomo. Faccio spesso un esempio in proposito, un esempio molto forte: l’emancipazione della donna non può passare attraverso la donna kamikaze. La forza di un’artista e di una donna sta nell’essere se stessa, la forza di un artista e di un uomo sta nell’essere se stesso. Le differenze sono minime, un apostrofo e una vocale, ma sono solo una questione di grammatica italiana. Entrambi devono parlare, comunicare, esprimersi e farsi capire con la propria voce. Credo che il compito dell’artista donna non sia diverso da quello di un artista uomo. Il compito degli artisti è proporre agli osservatori, attraverso le proprie opere dei dispositivi attraverso i quali vedere il mondo che ci circonda. Talvolta ingrandito come attraverso una lente o alterato come attraverso uno specchio deformante. Talvolta il dispositivo serve per dare risposte o talvolta il dispositivo serve a fare scaturire domande.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

F.: Fin dall’inizio ho sviluppato una profonda ricerca sul rapporto contenuto-contenitore, che si snoda intorno al rapporto tra opera d’arte e corpo e tra corpo e natura/spazio, rafforzata dalla spiccata tridimensionalità delle mie opere. Determinante per lo sviluppo di questa ricerca è stato l’inserimento del velo, che non deve assolutamente essere considerato come un mero supporto, ma come un determinante mezzo espressivo che concorre nel significato dell’opera. Il velo d’organza è un abito, una pelle, una protezione, un confine sottilissimo, una membrana osmotica che mette in comunicazione le varie parti. Il velo d’organza è un abito per un’opera d’arte-corpo. Il velo è quindi l’abito che veste questo corpo e che gli dona una voce, un’apparenza, un’identità sempre diversa, attraverso le immagini che su di esso sono realizzate, Un velo che ogni volta mostra, racconta qualcosa di diverso, ma che allo stesso tempo impone uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro. Il telaio in questo percorso si è evoluto diventando un corpo, un corpo che muta nella forma, ma che resta sempre tale, un corpo che contiene al suo interno qualcosa. L’organza si adatta ai contenitori di legno delle opere tridimensionali come un abito sul corpo, assumendone le stesse caratteristiche. Contemporaneamente questa ricerca di spazio mi ha portato ad ampliare i miei progetti e ad affiancare alla realizzazione delle opere tridimensionali: performance, suoni, video proiezioni, installazioni e videoinstallazioni. Nel mio percorso il video mi ha permesso di superare il concetto di contenitore reale presente nella mia opera, acquisendo un contenitore virtuale (il video stesso), nel quale le immagini scorrono fluide, elastiche, pulsanti, vitali, leggere e semitrasparenti mantenendo così gli aspetti più tipici del mio lavoro. In questa dialettica tra contenitore-contenuto, velo-opera d’arte, abito-corpo si inserisce il tema della presenza-assenza del corpo stesso. Molto spesso questa presenza corporea è costituita dalla mia presenza stessa. Non è una questione di egocentrismo, ma è il frutto della scelta dello strumento che mi è più accessibile e che conosco di più: il mio corpo. In questi casi il mio corpo diventa un corpo generale nel quale può riconoscersi anche lo spettatore. Concludendo, di là dall’uso della mia immagine, tutto nella mia ricerca è autobiografico, non fosse altro perché ogni esperienza vissuta è filtrata attraverso la mia sensibilità. È un’affermazione comune dire che in ogni ritratto eseguito da un artista è insito il suo autoritratto. Vissuto, memoria familiare, habitat e sentimenti implicano che mi debba necessariamente mettere in gioco, prima esternando i miei sentimenti e successivamente, molto spesso, esponendomi in prima persona come soggetto dell’opera. Il dato biografico e intimo permette l’analisi generale del tema. Queste tematiche hanno avuto per me una tale importanza che al rapporto tra arte e abito (e quindi tra opera d’arte e corpo) ho voluto dedicare nel 2006, la mia tesi di diploma a conclusione del quadriennio in Accademia, tesi che ha ri-cucito due parti di me per troppo tempo disgiunte, scucite. Nel 2013, terminato il Biennio di Specializzazione in Arti Visive e Linguaggi Multimediali, ho cucito con ancora più forza opera d’arte e corpo nella tesi “Videoinstallazioni tra Corpo SpazioTempo”.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

F.: Le mie opere nascono da fulminee suggestioni: un’immagine, una sensazione, un sogno, una parola o un titolo. Queste suggestioni possono scaturire da qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Per questo porto sempre con me una vecchia agenda nella quale appunto tutto attraverso bozzetti e descrizioni. Per me è essenziale congelare ogni più piccolo dettaglio della suggestione, perché anche se spesso queste suggestioni si trasformano subito in progetti, opere, installazioni o video, altre volte accade che possano passare degli anni prima che la suggestione si trasformi in un progetto concreto. Questo perché sento fortemente la relazione tra l’opera e lo spazio in cui l’espongo e quindi ogni opera vede la luce nel momento in cui ho capito di aver trovato il luogo giusto e tempo giusto per presentarla. Per quanto riguarda la realizzazione materiale, cerco il più possibile di occuparmi in prima persona della lavorazione e dell’assemblaggio di ogni pezzo: dal taglio del legno, alla preparazione dei veli, all’allestimento dei set per le foto e i video, al montaggio di questi ultimi. Tutto passa per le mie mani. È una scelta molto impegnativa dal punto di vista fisico e del tempo di realizzazione, ma è una scelta che mi permette di essere dentro ogni mia singola opera, di poterne osservare da vicino i meccanismi, per migliorarne gli aspetti e risolvere eventuali problemi, una possibilità da non sottovalutare in particolar modo nelle installazioni.

Federica Gonnelli in studio

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOazione

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

F.: In casa ho libri dappertutto: dentro l’armadio, sotto il letto, chiusi nella cassapanca, stipati nelle credenze… perché ormai le mensole delle librerie sono stracolme e qualcuna si è piegata perfino sotto il peso di tanta carta. Perché lo devo ammettere, sono feticista: amo il libro, oggetto reale. Amo le storie in esso contenute. Amo i grandi tomi, i libri con un corpo sostanzioso nel quale immergermi completamente, sognare, immaginare, ricreare e finita la lettura voglio sentirmi ancora affamata. Amo l’odore della carta, il fruscio delle pagine. Amo possedere i libri. Non mi pento mai dell’acquisto di un libro nuovo preso dallo scaffale della libreria preferita, scovato sul banco del mercatino dell’antiquariato o salvato accanto al cassonetto della carta! Primo libro amato: “Novelle fatte a macchina”di Rodari, poi in ordine sparso “La Storia Infinita” di Ende, “Casa di Bambola” di Ibsen, “La Storia”di Elsa Morante, “Le Metamorfosi” di Ovidio, “Casa, Amori, Universi” di Maraini, “Alla Ricerca del Tempo Perduto”di Marcel Proust, “Il rosso e il Nero” di Stendhal, “Le Affinità Elettive” di Goethe, “Il Pranzo di Babette” di Blixen, “Ulisse” di Joyce, “Morte a Venezia” di Mann, “Libro dell’Inquietudine” di Pessoa, fino all’ultimo libro letto “L’Arte della Gioia” di Sapienza… per l’ultimo libro letto nutro sempre un sentimento particolare, un affetto, una voglia di trattenerlo e non lasciarlo andare via… come dopo una lunga chiacchierata con l’amica che da tempo non sentivamo… La lista potrebbe essere ancora più lunga, più rifletto e più mi tornano in mente titoli significativi. Ogni lettura arricchisce, ogni lettura comporta un cambiamento. Diffido dei best sellers contemporanei, preferisco le letture storicizzate. Sono effettivamente molto vintage!

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

F.: Di solito ascolto la radio, sempre la stessa emittente: Controradio, da più di 15 anni, che sostengo anche come socia. È una radio fiorentina, che fa parte di Popolare Network. Mi piace perché alterna ottima musica, spesso indipendente, mai commerciale, all’informazione e alla cultura. In particolare le mie preferenze si muovono dalla musica classica e lirica, adoro Mozart e Puccini; al rock dei grandi gruppi del passato come The Doors; alla canzone d’autore italiana e non, al folk rock delle canzoni di protesta, ho amato fin da piccola De André, passando attraverso il Brit Pop di Oasis e Blur, arrivando agli italiani Baustelle, Gatti Mézzi, Offlaga Disco Pax, Bobo Rondelli e Modena City Ramblers.

G.: Scegli 3 delle tue opere per raccontarmi il tuo lavoro:

“Resistenza” 2014

RESISTENZA assemblaggio di materiali vari 70x100x5 cm ciascuno 2014 (2)

RESISTENZA – assemblaggio di materiali vari – cm70x100x5 ciascuno – 2014.

 

F.: La serie di opere che costituisce il progetto “Resistenza” è ambientata nel Lanificio Cocchi, dove ha lavorato mio padre fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica ormai chiusa da trenta anni è come fossilizzata. Il luogo e di conseguenza le persone a esso legate sembrano tentare di resistere, cercare di restare fedeli a se stesse, inamovibili; nonostante lo scorrere deleterio del tempo, l’azione degli agenti atmosferici e la condizione di abbandono, riuscendoci, dato che sullo stabilimento non è stato effettuato alcun intervento. Il tema biografico come già accennato, implica ancora che mi esponga in prima persona, nei panni di una delle tante donne (ma anche uomini) che nella fabbrica hanno lavorato: completamente vestita di bianco e intenta alacremente nella lavorazione della mia opera. Le opere della serie “Resistenza” riportano la figura umana all’interno dello spazio di lavoro, ormai abbandonato, grazie alla sovrapposizione della mia immagine stampata su organza all’immagine sottostante dell’ambiente stampata su stoffa. Le opere portano all’interno del “luogo espositivo” il “luogo del lavoro”, sia esso il luogo di lavoro per la creazione di un tessuto di lana o di un’opera d’arte. Le mie opere offrono sempre una stratificazione di interpretazioni che, di volta in volta, privilegiano diverse componenti costitutive. Si può esaminare un’opera dal punto di vista dei simboli e dei significati, dei materiali utilizzati, soprattutto tessuti e organza, ma anche dal punto di vista dell’immagine, o del rapporto tra questa e linguaggio. Ogni percorso interpretativo finisce per supporne un altro, così che non possa mai dirsi completamente esaurita la lettura.

“Louise & Herbert” 2013

LOUISE & HERBERT - videoinstallazione - misure d'ambiente - 2013

LOUISE & HERBERT – videoinstallazione – misure d’ambiente – 2013

F.: La videoinstallazione “Louise & Herbert” compie un ulteriore passo avanti rispetto i miei progetti precedenti, sia concettualmente sia tecnicamente. Alla razionalità delle composizioni oggi si aggiunge l’irrazionalità, l’imprevisto, l’indeterminatezza, la precarietà della vita; grazie ai piani inclinati creati dai veli. La struttura cubica rivestita dai veli rappresenta simbolicamente la casa, l’alcova, il luogo d’amore della coppia evocata nel titolo, il bianco rimanda alla purezza del sentimento mentre il rosso fa riferimento alla passione e allo stesso tempo al dolore, il rosa è un’ulteriore sfaccettatura tra i vari sentimenti possibili. I veli inclinati all’interno della struttura creano una croce, due sentieri che si incrociano, che rappresentano l’incontro di Louise e Herbert e allo stesso tempo il loro lasciarsi, di nuovo la croce e quindi la morte. Infatti, al centro dell’installazione troviamo le rovine dell’amore, come ci comunica Louise: un amore torturato, avvelenato, accecato, mutato in odio. Un sostegno nero dal quale è caduta l’anima ritrovandosi per terra tra viticci vegetali e fiori essiccati di clematide trasformata in mortale edera nera. Le otto vele rosse che compongono la croce rimandano agli otto anni del loro fidanzamento evocati da Louise, otto vele che rimandano alle stelle evocate come corrispondenti ai loro cuori da Herbert. Otto veli che sommati agli altri veli rimandano ai petali di un fiore, intriso di quel profumo di cui Louise avrebbe voluto che la sua vita fosse pervasa. “Louise & Herbert” è un’opera estremamente effimera e precaria come le vite, in particolare di questi due protagonisti dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nell’Antologia i protagonisti delle poesie appaiono così palpitanti, vivi per assurdo, nella loro diafana entità di trapassati, di pure parvenze. Presenze effimere, eteree, leggere come le presenze raccontate di volta in volta sui miei veli, come la serie di volti in continuo mutamento, proiettata sull’installazione: uomini, donne, Herbert, Louise, volti conosciuti e sconosciuti, il mio volto, i volti degli altri. In questo volto uomo-donna in continuo mutamento si rinnova nell’attimo eterno del video l’incontro-scontro dei due protagonisti, che trovano l’identificazione, nonostante tutto, nell’essere sommati l’uno all’altra, nell’essere per sempre insieme. Questa profonda identificazione, che avviene sempre per strati, comporta delle letture su più livelli. In Louise è possibile riconoscere Frida Kahlo, e in Herbert il mio nonno materno: Goretto. Ho scelto di inserire dei frammenti di questi volti per rappresentare i due protagonisti delle poesie, per raccontare una storia parallela a quella narrata nell’Antologia: nonno-Herbert lascia Louise-Frida che simbolicamente rappresenta l’arte. Come Herbert, Goretto sceglie un futuro più sicuro, più certo, forse meno emozionante, ma sincero. Ho molto a cuore questa videoinstallazione, non solo per le forti implicazioni biografiche.  Sento una comunanza profonda tra l’Antologia e la mia ricerca artistica, dovuta principalmente alla volontà comune di salvare e preservare il ricordo o il frammento di vita, da una possibile perdita. Inoltre i personaggi dell’Antologia sono parte della mia vita fin da quando ero piccola: prima ancora di poter leggere le poesie di Masters, conoscevo ogni anima di Spoon River grazie alle canzoni di De André.

“Guest/Ghost” 2012-13

GUEST-GHOST - assemblaggio - cm32x28x10  ciascuno  - 2012\13.

GUEST-GHOST – assemblaggio – cm32x28x10 ciascuno – 2012\13.

F.: L’opera “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” che ha origine dall’installazione “Effimeri Parati” realizzata nell’ottobre 2011 a Casa Vasari, a Firenze, in occasione della mostra celebrativa dei 500 anni dalla nascita del maestro, ne diviene oggi una protesi, un’inestimabile reliquia. Un tema, come ho già detto, a me molto caro, che oggi nella mia ricerca si carica di un nuovo significato ancor più legato al mio percorso e all’impossibilità di ricreare nella stessa forma e allo stesso modo un’installazione site specific come quella realizzata appunto per le commemorazioni vasariane. L’installazione traeva spunto da alcune esperienze artistiche e vicende umane di Giorgio Vasari, in particolar modo dalla progettazione e realizzazione di eventi e scenografie spettacolari in occasione di visite in città di papi, imperatori o di importanti nozze: opere bellissime, ma del tutto effimere, molto richieste in quegli anni allo stesso Vasari e ai suoi contemporanei. Questo stralcio di storia dell’arte è il pretesto per riflettere sull’effimero, sulla labilità, sull’apparenza ed estrema fugacità dell’arte, della vita e della società anche contemporanea, caratteristiche che lette e viste dai nostri occhi oggi, rendono quella prima metà del ‘500 molto familiare. Nasce così “Guest/Ghost – Insostenibile/Leggerezza & Insormontabile/Tenuità” nella quale, qualcosa di estremamente effimero come la luce e il tempo è ora stampato sull’organza e sulla carta, amplificato grazie alla sovrapposizione in trasparenza dei due materiali, moltiplicando il giglio ad origami o la figura femminile. Opera dove, come in un cerchio che si chiude la luce contenuta all’interno dell’opera torna a dare voce e a rendere visibile un’entità che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta. In tutte le mie opere che sfruttano l’elemento luminoso il passaggio da spento ad acceso segna un cambiamento: l’accensione della luce svela qualcosa, mostra, traccia segni, dona la parola o nuovi significati, rimarcando ancora quella labilità, incertezza e senso di effimero della società e dell’arte.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

Non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista. Invece mi è capitato spesso di pensare di fronte ad un’opera di un altro artista cosa avrei realizzato io al suo posto, come l’avrei realizzato se mi fossi trovata nella stessa situazione, nella necessità di affrontare un determinato tema o problematica.

G.:  Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

F.: Non posso fare nomi e anche se potessi non ne vorrei fare. Se un’artista non mi emoziona… lo dimentico. Trattengo nella mente solo ciò che mi emoziona. Posso dire ciò che di solito non mi emoziona… non mi emozionano gli artisti che urlano, gli artisti che cavalcano lo scandalo, lo scalpore, il clamore a tutti i costi, non mi emozionano gli artisti che copiano o copiano se stessi all’infinito.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

F.: Allo stesso modo, come non ho mai desiderato realizzare l’opera di un altro artista, non ho mai desiderato essere qualcun altro. Prendo molto seriamente questa domanda, perché la mia generazione è cresciuta con “l’incubo” generato da certi film degli anni ’80 dove bastava appena desiderare di essere qualcun altro che c’era il rischio la mattina seguente di svegliarsi nei panni della persona in questione! Ironia a parte, credo che sia molto pericoloso desiderare di essere un’altra persona, significa che le proprie certezze sono minate, significa che c’è il rischio di crollare. Ci sono molti aspetti da valutare. Mi verrebbe da usare un bel modo di dire… “non è tutto oro quel che luccica” dietro ogni carriera artistica, dietro ogni bella carriera si possono nascondere infinite problematiche risolte o meno… quindi non è meglio tenersi i propri problemi, le proprie risoluzioni, i propri dubbi, le proprie certezze e fare del proprio meglio nel personale, unico, irripetibile percorso artistico? Mai vivere di “se” o “ma”… Ma se proprio dovessi essere un altro o un’altra artista vorrei essere…

Federica Gonnelli presso lo studio InCUBOAzione

Federica Gonnelli presso il suo studio InCUBOAzione

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

F.: Sfodero la mia creatività in vari ambiti, riconducibili in linea di massima alle mie passioni arte-moda-design, rielaboro e creo per me: oggetti, abiti, gioielli. Ma c’è un ambito del quale fino ad ora non ho parlato ed è la mia passione per la cucina. In cucina applico lo stesso metodo e mi muovo allo stesso modo che nella mia ricerca artistica: sperimentando contaminazioni, sovrapposizioni e sapori. Prestando attenzione a forme, colori, consistenze e emozioni. Mi piace rielaborare le ricette tradizionali in chiave contemporanea, più leggera e con pochi grassi. Mi piacerebbe un giorno far convogliare tutte queste passioni in un unico straordinario evento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

F.: Il 19 ottobre scorso è stata una data storica nel mio percorso creativo: finalmente è arrivato presso il mio studio “InCUBOAzione”, che ho inaugurato nel 2011, il torchio calcografico tanto sognato. Grazie all’amico restauratore Stefano, di Campi Bisenzio, che 40 anni fa l’ha costruito ex-novo insieme ad altri studenti dell’Accademia di Belle Arti, sotto l’attenta supervisione del Professore Domenico Viggiano, lo stesso professore con il quale anche io ho seguito i corsi di incisione in Accademia. Dopo mille traversie, un’alluvione e un lungo riposo il torchio è arrivato al mio studio. Adesso non mi resta che terminare i lavori di riorganizzazione dello spazio apposito che l’ospiterà e testarne la pressione per iniziare a sperimentare di nuovo con carta, fondini ed inchiostro. Spero di riuscire a presentare in autunno il progetto “InCUNAboli” che raccoglierà le nuove opere grafiche. Nel frattempo sto ultimando i preparativi per due progetti che mi vedranno impegnata in estate, entrambi mi metteranno in stretto contatto con la natura, quindi dovrò assolutamente potenziare la mia parte animale e soprattutto dovrò “risvegliare il baco da seta” che ho in me. Il primo progetto è la realizzazione di un’installazione site-specific in un bosco per un simposio all’Abetone. Il secondo progetto è la mostra personale “Corrispondenze di Sensi/o” curata da Barbara Cianelli direttore del museo MuSA, a San Giorgio di Pesaro, che farà parte degli eventi della Biennale Arteinsime 2015 – Cultura e culture senza barriere, un tema, questo dell’accessibilità e fruizione dell’arte per tutti che mi sta molto a cuore. La mostra proporrà una serie di opere, installazioni e videoinstallazioni con l’obiettivo di permettere un’esperienza emozionale totale alla portata di tutti, al di là da differenze di età, conoscenze o capacità motorie e sensoriali. Ogni opera sarà inserita in modo tale da permetterne la completa esperienza a ogni visitatore. Oltre a stimolare la vista attraverso le immagini, le opere in mostra solleciteranno anche gli altri sensi: l’udito grazie ai suoni, alcuni dei quali registrati negli ambienti esterni e interni del MuSA, l’olfatto attraverso la diffusione degli aromi tipici della zona e infine il tatto grazie ai calchi in gesso alabastrino posti sui piedistalli, degli oggetti legati in qualche modo alla storia, architettonica o naturale e all’attualità del luogo.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

F.: “…sono una grande artista, mesdames… non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista. Un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla…” è un brano a cui tengo molto, tratto da “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen, un libro che per me è stato fonte di ispirazione per una proficua serie di progetti dedicati al rapporto tra arte e cibo, sviluppati nell’arco di quasi 15 anni di percorso artistico. Forse a un primo impatto può sembrare una frase molto presuntuosa, ma ad una lettura attenta racchiude una verità profonda sull’essere artista, sulla forza creatrice che ci pervade, su quella ricchezza non quantificabile di cui siamo colmi e su quella radice sensibile e antica che custodiamo gelosi e che nessuno può toccare o tanto meno copiare.

Per approfondire:

http://www.federicagonnelli.it