Per Voce Creativa: Intervista a Sam Punzina

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Sam Punzina  (Enna,1980):

Ogni creatura che sboccia sulla  tela, figlia di lievi colate di smalto, non è che lei. È Lei, in tutte le creature zoomorfe, fitomorfe e marine, che fili di colore liquido forgiano sulla tela. Un mondo disciolto, dove i sogni si fondono alle memorie. Dove l’anima resta nitida e vive nelle cromie dello stupore. Gli strati di di colore, sovrapposti mediante un dripping orchestrato da bacchette di legno, stuzzicadenti o mollette per il bucato, imprimono il ricordo tramutandolo in fiaba visiva. Una fiaba dove tutto fluttua e ogni presenza esiste in piena armonia con l’ambientazione onirica in cui è collocata.

A guardare le opere di Sam mi pare di precipitare all’insù in tutti i paradisi possibili, dove anche il terrifico subisce la magia del più vivace dei cromatismi, e in qualche modo guarisce da se stesso.

Sam Punzina vive e crea a Enna, nella nobile, splendida, arcobalenica Sicilia.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’infante, l’artista…

S.: Sono l’artista donna, rimasta in parte infante, che nei suoi dipinti personifica animali.

Sam Punzina

Sam Punzina

G.: E se non fossi un’artista?

S.: Bella domanda, davvero, non lo so! Mi sarei inventata di sicuro qualcosa, magari restando nel campo della creatività.

G.: Perché lo fai?

S.: Partiamo dal presupposto che è una scelta necessaria, perché fa parte di me, del mio modo di esprimermi, di affrontare il mondo e di offrirmi ad esso. Una necessità pari al mangiare, al dormire e al respirare. Purtroppo o per fortuna, non sono brava a formulare concetti, a preparare discorsi o parlare in pubblico, non sono portata a questo, non so esprimere quello che provo attraverso l’uso della parola, sono un tipo molto introspettivo, non lascio trapelare facilmente le mie sensazioni o i miei pensieri, ma dipingo. E dipingo perché in qualche modo le mie sensazioni e i miei pensieri  devono uscir fuori per stare bene con me stessa e per poter condividere “parti” di me con gli altri (se non lo facessi rischierei una grossa implosione!)

G.: Perché la pittura?

S.: Perché mi permette di imprimere definitivamente un ricordo, un’idea, un pensiero su un supporto che puoi guardare e riguardare tutte le volte che vuoi, ed ogni volta rispecchiartici dentro. L’uso del dripping di smalti utilizzato da me crea delle stratificazioni, ma  non permette margine di errore, se colo ad esempio colo un fungo velenoso su un prato blu, perché magari segnava un momento particolare, un pensiero forte, esso resterà lì, anche se cercherò di colarci sopra altro smalto e altro ancora, il fungo si vedrà comunque. Questo particolare aspetto della tecnica che ho scelto l’ho adorato da subito, perché trovo sia una metafora importante ed imprescindibile. Nella nostra vita, tutto quello che ci accade ci appartiene, anche se ci fa star male o ci ha creato un danno, fa parte del nostro percorso, non c’è possibilità di cancellare indelebilmente quell’evento, si può cercare di metterlo da parte, coprirlo, ma resterà comunque e sempre parte di noi e del nostro vissuto.

G.: Già, sono profondamente d’accordo con te su quest’idea dell’ineluttabilità degli accadimenti. Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

S.: Non penso che ci sia differenza tra donna-artista e uomo-artista, davanti l’arte esiste solo L’ARTISTA, (asessuato), il cui compito è di dipingere un mondo migliore, lontano dalle brutture che siamo costretti a vedere o vivere ogni giorno, nessun messaggio di denuncia sociale o politica, ci sono altri mezzi che servono a questo scopo. L’artista deve creare illusioni, sogni, mondi migliori, deve trasportare chi osserva in una realtà parallela, dove trovare rifugio, seppur per poco, per la propria mente e la propria anima. L’artista deve ricreare la bellezza, che la vita di tutti i giorni ci sottrae.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

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Sam Punzina in studio

 S.: Il mio lavoro tende alla poesia e al surreale, in un contesto quasi fiabesco. E’ molto autobiografico, è me. Me in tante forme, in ogni colatura di smalto, le mie sensazioni nei colori, i miei pensieri negli animali, le mie emozioni nelle piante e nei fiori; i miei ricordi nei luoghi, giardini perduti, cieli color lavanda, case sospese… Tutto quello che trovate all’interno di un mio dipinto è lì per un motivo e fa parte di me.

G.: Quando guardo i  tuoi lavori mi sembra di  precipitare all’insù in tutti i paradisi possibili, paradisi dove anche il terrifico subisce la magia del colore, e in qualche modo guarisce da se stesso. Quanto di quello che percepisco è nelle tue intenzioni?

S.: La tua percezione è più che giusta, fa parte di un processo di autoanalisi, il cercare di vedere il lato positivo in ogni cosa, anche in quella che sembra la più terrificante, applicare questo concetto nella vita reale è molto difficile, richiede parecchio lavoro su se stessi (e nonostante l’impegno ancora non ne sono capace) ma nel mio mondo è diverso, lì è fattibile, diventa quasi una esigenza, quella di escludere tutto ciò che è negativo, brutto o terrificante. Anche se alcuni quadri possono sembrare più cupi perché magari partono dal nero di fondo, un’esplosione di colore illumina sempre  quel buio apparente. Una specie di riscatto dalle cose brutte che la vita ci riserva. Nel mio mondo surreale posso avere tutto sotto controllo. Attraverso le mie opere, lo spettatore viene catapultato all’interno di una dimensione onirica, stravagante, ma allo stesso tempo rassicurante. Viene totalmente assorbito da cieli color lavanda, verde smeraldo o blu fiordaliso in cui colore e calore si fondono per dare vita a delle vere e proprie favole dense sgocciolate da smalti lucidi, per dar luce ad un universo energetico e vitalistico, nel quale si scorgono casette, dolci, fiori e pois. In questi spazi gioiosi e accoglienti, anche gli elementi più pericolosi, sia animali (lupi, meduse, api) sia vegetali (come i velenosissimi funghi Amanita muscaria), sia simbolici (teschi) rientrano all’interno della mia poetica, votata alla spensieratezza, alla dolcezza e alla joie de vivre! Nessuna gravità, nessun elemento della natura al suo posto, cose capovolte e fluttuanti abitano i miei sogni più surreali, un mondo interiore in apnea che scorre facendo perdere il fiato.

Sam Punzina in studio

Sam Punzina in studio

G.: Come nasce un tuo lavoro?

S.: Stendo un enorme foglio di nylon trasparente che ricopre il pavimento di mezza stanza, ci posiziono sopra le tele bianche e poi comincio a colare i fondi con l’ausilio di squadre con le quali spingo il colore oltre i bordi, fino a formare uno strato uniforme di smalto lucido. Aspetto almeno 24 ore che si asciughino per poter proseguire con le colature. A volte appunto idee su fogli di carta, ma mai sulla tela, nessun segno deve esserci sopra, solo colature su colature. Per cui tutto può prendere vie inaspettate e questo mi piace, perché riesco ogni volta a sorprendermi. Non uso pennelli, ma bacchette di legno, a volte sono mollette (per il bucato) o nel caso di cose minuziose stuzzicadenti. Mi aiutano a dirigere il colore. Chi mi ha visto dipingere dice che sembro una sorta di direttore d’orchestra, di un’orchestra muta. Ogni colore che gocciolo sulla tela  richiede un tempo di asciugatura di 24 ore, è un lavoro accurato che richiede pazienza, è un rituale che ha bisogno dei suoi tempi affinché l’opera possa giungere a compimento. La metamorfosi dello smalto nelle varie fasi è affascinante tanto quanto il risultato visivo finale.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

S.: Cerco sempre di variare le mie letture, mi lascio influenzare da molte cose, tra queste la musica, il cinema, ma anche i libri, che vanno dalle poesie giapponesi haiku (brevi poesie che usano linguaggi sensoriali per catturare un sentimento o un’immagine e spesso si ispirano elementi naturali, un momento di bellezza o un’esperienza emozionante) ai racconti di Stefano Benni, alle  “Creature selvagge” di Dave Eggers. Di grande ispirazione per me è stato “L’origine della distanza” di Francesca Scotti, giovane e talentuosa scrittrice nostrana che vive tra Milano e il Giappone. Questo  libro racconta appunto del Giappone dopo il disastro di Fukushima. Ho trovato meravigliosi persino i titoli dei capitoli, tanto da decidere di illustrarli in una serie che, spero presto, si concretizzerà in una mostra a Kyoto. Alle volte basta una frase letta anche di sfuggita o anche il testo di una canzone, ad accendere la mia fantasia.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

S.: Ascolto quello che mi detta l’umore di quel momento, da Bjork ai Korn, dai Pearl Jam ai Katatonia, dal blues alla musica celtica, vario da un estremo all’altro senza alcun problema, non ho un genere prestabilito che mi aiuti o mi accompagni nella creazione di un’opera. Dipende molto dall’umore della giornata a dire il vero.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

SamPunzina - Il Cane Alato Vola Nell'orto Salato - Smalti Su Tela cm20x20 - 2012

SamPunzina – Il Cane Alato Vola Nell’orto Salato – Smalti Su Tela cm20x20 – 2012

S.: Il Cane alato vola nell’orto salato del 2012 – Quest’opera è un omaggio ad un cane randagio che mi ha tenuto compagnia per parecchi anni, quando abitavo in campagna e passavo metà della giornata isolata dal mondo. Jack si rifugiava sempre nell’orto, tra i ravanelli, le lattughe e le carote. Un bel giorno è volato via, ma mi piaceva pensare che la sua anima svolazzasse ancora lì, da qualche parte, quindi l’ho immortalato così.

Sam Punzina - Fuggendo da un sogno ilcielo si squarciò - cm50X50 - smalti su tela - 2013

Sam Punzina – Fuggendo da un sogno ilcielo si squarciò – cm50X50 – smalti su tela – 2013

S.: Fuggendo da un sogno il cielo si squarciò del 2013 – Questo dipinto è un monito a vivere e a perseguire i propri sogni, ad ogni costo. Le meduse sanno essere meravigliose e ammalianti ma anche pericolose allo stesso tempo, i sogni son così, possono meravigliare o far male, non importa, l’importante è non distogliere lo sguardo dalla meta. Rinunciare ad un sogno vuol dire rinunciare ad una parte di sé, a qualcosa che è maturato e cresciuto dentro di noi e che è diventato nel tempo più di un semplice desiderio.

Dolciflora

Dolciflora

S.: Dolciflora del 2013– “La fragilità te la porti dentro, l’affoghi in dolci tentazioni e poi ti senti riaffiorare leggiadra e forte più di prima”. Esalta la capacità tutta femminile di reinventarsi e rialzarsi anche dopo una sconfitta, una delusione o una perdita, con i dolci che simboleggiano il rifugio per l’anima, i fiori la rinascita, la farfalla la libertà riconquistata e le matrioske la femminilità.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.: E’ difficile dirlo, ce ne sono molte e per fortuna riesco sempre a stupirmi e a dire “avrei voluto realizzarla io”, se devo scegliere un artista, direi Johnson Tsang, visto che non faccio scultura mi viene spontaneo pensare “che meraviglia che sono le sue opere” avrei voluto farle io!

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

S.: Domanda scomoda. NEXT!

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

S.: Oddio uno soltanto? un David Hockney Murakami-zzato vale?

G.: Ah ah! Vale, vale! … e dimmi Sam, in quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

S.: La utilizzo un po’ in tutto quello che faccio, ad esempio in cucina: invento ricette, sperimento abbinamenti. Non dico infatti di saper cucinare, ma improvviso con fantasia e mi riesce bene. A volte disegno modelli di borse e accessori per l’attività di mio marito, Cuoiarte. Mi piacerebbe un giorno creare un brand tutto mio, magari plasmandolo col mio stile pittorico. Ne uscirebbe qualcosa di originale.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

Sam Punzina

Sam Punzina

S.: Due mostre in preparazione, una collettiva ad Erba che dovrebbe poi spostarsi a Dublino, un’altra a Lecce, una personale a Milano che è ancora top secret e quest’altra avventura personale, di cui ti parlavo prima, a Kyoto. Le porte son sempre aperte ad altre proposte.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

S.: “Non aspettare il momento opportuno: crealo.” George Bernard Shaw.

 

Per  approfondire:

sampunzina.tumblr.com –  blog

facebook.com/sampunzinaofficialpage –  pagina ufficiale su facebook

sampunzina.wix.com/officialwebsite – sito ufficiale

 

 

LILIANA MORO | Avvinghiatissimi

Liliana Moro - Avvinghiatissimi - 1992

Liliana Moro – Avvinghiatissimi – 1992

 

Autore: Liliana Moro

Titolo: AVVINGHIATISSIMI

Materiali: Legno, materassi in gommapiuma, cinghia, casse acustiche, walkman, 2 cassette audio.

Misure: 125,5×195,5×53

Anno: 1992

Collezione Privata

LILIANA MORO (1961) è un’artista milanese. Allieva di Fabro e influenzata dall’arte Poverista, ha  portavo avanti negli anni una ricerca ispirata all’infanzia, alla favola, ma anche e soprattutto alle dinamiche psico-emotive che agiscono nel soggetto.  La luce e il suono, sono medium da lei prediletti, insieme all’uso di materiali di recupero nella realizzazione delle sue installazioni.

AVVINGHIATISSIMI è un’opera realizzata 23 anni fa in materiali semplici, e caratterizzata da un impatto emotivo diretto e feroce. Le cinghie rosse da trasporto presentificano la morsa di una passione avviluppante, di un amore stringente, di un legame che fu vissuto come inscindibile assolo di due corpi e due anime. Il “noi”, l’unisono carnale ed emozionale che si crea nella fusione dei corpi, viene mistificato dalla quasi costrizione di un legame che niente potrà mai slegare. Ma che invece il destino slega. Il letto degli amanti – dove fu il fuoco degli sguardi liquidi – viene infine smembrato. I due materassi in gommapiuma che componevano le due piazze, vengono sovrapposti. Stanno l’uno sull’altro, stretti, pressati, come in un amplesso: uno starsi dentro per sempre. L’artista avvinghia la memoria di quel prendersi e perdersi con lacci elastici rossi. Alle estremità, due casse acustiche rimandano in loop le canzoni della memoria, colonne sonore di un amore finito.

La Moro realizzò quest’opera in seguito alla fine della più importante storia d’amore della sua vita.

Un modo, questo, per elaborare un dolorosissimo lutto sentimentale.

La distanza incede, ma l’amore ci lascia, nella memoria, l’uno all’altro avvinghiati.

Se non nel qui-ed-ora, nel per sempre.

 

(Giovanna Lacedra)