LA NEVE NON HA VOCE

LA NEVE NON HA VOCE

Cinque artiste indagano la violenza del malamore

Domenica 8 marzo ore 18.00

Chiostro di Voltorre – Gavirate  (VA)

Piazza Chiostro, 23, 21026 Gavirate

 copertina

Fotografia, pittura, scultura, disegno, ricamo, installazione e performance si incontrano al Chiostro di Voltorre per raccontare l’amore sbagliato. Una lunga stagione di mostre dedicate alle donne si apre con un tema forte, quello della violenza di genere, che cinque tra le artiste più interessanti e promettenti dell’ultima generazione hanno deciso di raccontare con delicatezza, in toni sussurrati, scegliendo di affrontare il tema per vie traverse, silenzi allusivi e gesti d’amore.

Salva con nome, la serie fotografica che presenta Alessandra Baldoni, nasce come un omaggio alle poetesse e alle scrittrici del passato morte suicide, da Virginia Woolf ad Amelia Rosselli e Antonia Pozzi: immagini pulite, costruite attraverso una puntualissima messa in scena di sapore cinematografico, semplici e tuttavia intensissime, costruite per elementi simbolici. Non la violenza, l’atto folle del possesso come sopraffazione, dunque, ma piuttosto la solitudine disperata frutto dell’incomunicabilità, i corridoi bui e sottili dell’incomprensione, la morte come estremo tragico anelito alla libertà.

Raccontano invece la negazione del vissuto traumatico le ceramiche di Alice Olimpia Attanasio. Sono candidi broshourebusti femminili di sapore neorinascimentale sui quali irrompe l’imprevisto sotto forma di un elemento disturbante, che può essere un uccellino annidato tra i capelli – chinato a bucare col becco la fronte – o un piccolo missile conficcato nel cranio. Anche i disegni, delicatissimi, si pongono in bilico tra canto lirico e oscura minaccia, creando un senso di spaesamento e di inquietudine.

Con i suoi toni leggeri, la pittura liquida, il tratto morbido Jara Marzulli racconta il malamore per contrasto, attraverso l’amore, l’accoglienza e l’abbraccio incarnati da lievi figure femminili. Amiche, sorelle, madri e figlie rafforzano sulle sue tele il senso dell’unione positiva, della “sorellanza” salvifica, accanto a donne che al di là della delicatezza dei gesti si rivelano indomabili guerriere; mentre i colori tenui e gli sfondi indefiniti pongono i personaggi in un limbo fatato, onirico, in bilico tra realtà e memoria.

Una sola donna – una zia avvolta da un’aura peccaminosa, perché colpevole di essere attrice e modella nei puritani anni Cinquanta – è la protagonista dell’installazione proposta da Florencia Martinez. Stampate su stoffa colorata o su seta, esaltate da cornici in tessuto imbottito che si avviluppano introno al soggetto, le immagini spiazzano per il contrasto tra il taglio classico e la mancanza di un dettaglio fondamentale. Gli occhi scompaiono, chiudendo ogni comunicazione con la realtà. Oppure è la bocca a essere sostituita dal vuoto, in uno straziante grido silenzioso.

Tre poetesse, Sylvia Plath, Anne Sexton e la giovane libanese Joumana Haddad, sono le donne che Giovanna Lacedra pone al centro del suo lavoro. I visi delle prime due autrici confessional, declinati in serie di acquerelli leggerissimi, raccontano da un lato la dissoluzione dell’io e dall’altro la strenua ricerca di sé. Dalle fendenti parole della Haddad, invece, l’artista recupera e reinterpreta  l’orrore delle spose bambine. L’aspirante, una performance ispirata all’omonima poesia della Plath, aprirà la mostra il giorno dell’inaugurazione, mentre un video racconterà il dramma subdolo dell’abuso all’infanzia.

Vernissage ore 18.00

Ore 19.00 : L’ASPIRANTE – Dai versi di Sylvia Plath la performance di Giovanna Lacedra con Roberto Milani.

Alessandra Redaelli | Curatrice

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INFRANTA

Infranta –

la pagina bianca,

la voce, la vita.

La roccia del mio cuore

stretta

nel tuo pugno.

 

Infranta –

la lingua che lecca

e ferita raccoglie

il sale

di lacrime pungenti.

 

Infranta –

la bolla di silenzio

in cui

tacevo

il bisogno e la paura.

 

Infranta –

la quinta dietro cui

sibilavano

le grida.

 

Il tuo nome

si frantuma.

E baci –

su baci su baci

cadono a pezzi

su pavimento.

 

 

Giovanna Lacedra 2015

Camille Claudel: tagliata in un materiale eterno.

“Il signor Rodin si avvicina a Camille con tenerezza, scostandole un ciuffo scuro che le copre gli occhi – i suoi occhi, sconfinate, devastate voragini – con le mani imbrattate di creta. Vede il profilo di lei controluce. <<Mia pietra nera vibrante d’amore, tu sai quello che Michelangelo aggiungeva: solo le opere che si possono far rotolare dall’alto di una montagna senza che se ne rompa neppure un pezzo sono valide; tutto ciò che si frantuma durante una simile caduta è superfluo. Tu appartieni a quella razza, nulla potrà spezzarti, per quanto alta possa essere la montagna. Sei tagliata in un materiale eterno!>>”.

(Dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

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Camille Claudel

È tagliata nella materia di un sogno, Camille. Imprendibile e inossidabile. Un’allieva che s’innamora del maestro. Una donna che s’innamora dell’arte. Entrambe le traiettorie risultano pericolose – e disdicevoli –, nella Francia di fine Ottocento. Ma Camille, pur zoppicando, cammina dritto. Va. Altera e certa. Nessuno la piega, e nulla la piegherà. Avanza con la fierezza negli occhi. La bocca serrata sotto un naso perfetto. Lo sguardo affilato. Il genio in agguato. È lei. È Camille. Guardatela! È più felina di una gatta. È più dura del marmo. È più evanescente di una poesia.

Suo fratello, il celebre poeta e scrittore diplomatico Paul Claudel, amava descriverla così:

Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi…”

Mentre lo scultore impressionista August Rodin, la cui vita – tra l’insegnamento e l’amore – a quella di lei fervidamente s’intrecciò, la definì così:

Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”.

Camille, la scostante. Camille, la screanzata. Camille la claudicante. Camille, la diversa. Camille voleva scolpire. Era questa la sua diversità. Trasferendosi nel 1880 con l’intera famiglia da una piccola realtà come Villeneuve-sur-Fère (villaggio nella regione della Champagne) ad una grande metropoli come Parigi, fu questo che capì: non sarebbe mai diventata una donna come tante. Lei no! Lei sarebbe diventata di pìù. Sarebbe diventata un’artista. …avrebbe scolpito!

Parigi la catturò immediatamente. Incendiò la sua curiosità di adolescente. Avrebbe voluto sin da subito gridare che c’era. Avrebbe voluto sin da subito lasciare un segno. Scrutava ogni cosa di quel nuovo, caleidoscopico mondo, come se nulla dovesse andare perso. Di Parigi si affamò. A Parigi si appassionò. Girava fiera ed energica per gli alberati boulevard, con passo svelto e sicuro, pur claudicando. Sempre vestita di nero, sempre lasciando selvaggiamente danzare la sua lunga chioma bruna. Gli occhi fendevano, con luce fulminea e femminea, la frangia. Camille sapeva cosa voleva. Sapeva dove voleva arrivare.

Il  marmo, la pioggia di polvere sotto i colpi di uno scalpello. L’arte. Era questo il suo destino. E già a tredici anni prese a modellare le sue visioni nell’argilla. Ma una donna scultrice è una presenza sconveniente. E così, Camille divenne presto la vergogna della famiglia. Sua madre, soprattutto, si vergognava di lei:  non accettava questa sua vocazione. La vedeva come un capriccio, una ribellione, una trasgressione. Mentre per lei era puro amore. Era solita denigrarla. Ferirla oltremisura. Camille ne soffriva. Le critiche materne l’atterrivano. Avrebbe dato chissà cosa per compiacerla, per ricevere la sua approvazione. Ma abbandonare l’arte, mai!

La figura materna divenne per lei quasi irraggiungibile. Prese ad idealizzarla. Era una stella imprendibile. Un desiderio inappagabile.  Una mancanza dolorosa. L’insostenibile peso di una colpa inesistente: l’incapacità di meritarsi il suo amore. Suo padre, invece,  tentò di sostenerla, insieme al fratello Paul. E infatti con la sua morte, svanì anche la tenacia di lei.

Camille  si allontanò dalla famiglia. Piano.

Sentiva di non appartenere a quella realtà. Desiderava oltremodo il loro affetto, ma non poteva per questo cambiare se stessa; non poteva svuotarsi della sua grande passione, quella per la scultura. Ormai conosceva la strada da seguire, e sapeva che nessuno di loro l’avrebbe seguita. Era ostinata, anticonformista. Per nulla ordinaria, né prevedibile. Era ribelle, selvaggia, aggressiva. Profonda. Maschile nel suo agire, femminile nel suo sentire. Emotivamente agitata, dal carattere passionale e irruente. Una donna ipersensibile.

Camille amava con ferocia.

Era ossessiva e vulnerabile,  non temeva affatto il rischio. Desiderava vivere. Sentire la vita a qualunque costo. In lei un tumulto di sentimenti che non riusciva a governare. Un groviglio inesprimibile, sovente la soffocava. Era spesso attanagliata da un senso di incompletezza e insoddisfazione. C’era sempre qualcosa di irrisolto, qualcosa che doveva fare… Le prime lezioni di modellato le prese a Parigi, nello studio di  Alfred Boucher che rimase folgorato dal suo talento.Poi arrivò  l’incontro con Rodin. Un incontro determinante per il suo destino.

August Rodin fotografato da Nadar

August Rodin fotografato da Nadar

Iniziò a frequentare il suo ateliér in rue de l’Universitè, ma il rapporto tra allieva e maestro si trasformò presto in una passione indomabile. In un grande, sconquassante amore. Lo scultore aveva già quarantadue anni ed era ufficialmente legato ad un’altra donna, Rose. Quella con Camille, però, non fu una semplice avventura. La passione che esplose fra i due si rivelò da subito come  un intreccio tra arte e amore, tra il marmo e la carne. Nel pulviscolo di quell’atelier gli sguardi si cercavano. I due si contaminavano artisticamente, e fondevano romanticamente.

Ed ecco, il sogno avvicinarsi all’improvviso…

Nel 1888 Camille espose al Salon des Artistes Francais. L’attesa di quel primo responso fu da lei  vissuto con grande irrequietezza. Una figura scura, agitata e felina, camminava su e giù nel giardino attorno all’edificio del Salon, con la voglia di urlare:

Signori in quest’opera  ci sono ore e ore di lavoro, ore di interminabili interrogativi su me stessa, ore in cui la mia anima si consumava. Mentre voi mangiavate, scherzavate e vi rimpinzavate di cibo e di vita, io ero sola con la mia scultura ed era la mia stessa vita che scivolava a poco a poco in quell’argilla , il mio sangue che lasciavo defluire nel cuore nell’opera medesima, una stagione della mia vita…

(Dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

L’opera in questione era Sakountala ( L’abbandono).

Forse l’opera più bella, più intensa, più carica di pathos che la Claudel abbia mai plasmato. Ritrae l’amore tra Sakountala, figlia adottiva di un eremita, e il principe Douchanta. Si tratta di una storia indiana del V secolo, tragica seppure a lieto fine, poiché i due si uniscono in matrimonio con un antico rito nuziale, ma quando il principe ritorna al suo castello per sortilegio si scorda di lei, che ha tenuto con sé il suo anello come pegno d’amore. Sakuntala decide allora di andare al castello per ricordargli il loro amore grazie all’anello, ma questo le scivola nel fiume e va perso. Lo ritrova un pescatore e lo riporta al principe, il quale  ricordando tutto d’improvviso, corre dalla sua amata  Sakountala che nel frattempo aveva partorito il figlio concepito con lui la notte delle nozze. Douchanta riconosce il bambino come suo figlio, riabbraccia l’amata, e con loro rientra felice al castello. L’opera, non solo fu esposta, ma ricevette anche una Menzione d’Onore.

Camille Claudel, SAKUNTALA |L'Abbandono - marmo bianco - h.92 cm - anno: 1905. Musée Rodin, Paris.

Camille Claudel, SAKUNTALA |L’Abbandono – marmo bianco – h.92 cm – anno: 1905. Musée Rodin, Paris.

Intanto la storia d’amore con Rodin si fece sempre più intensa e complicata. Oltre che allieva e amante, Camille fu anche  la sua modella prediletta. Ritraendola, lui la contemplava. Lo sguardo analitico era anche famelico.E tra le tante allieve a lei soltanto concedeva di modellare i piedi e le mani di certe sue grandi composizioni. Il tempo scorreva lasciando sbocciare nel suo cuore la speranza che August potesse un giorno decidere di lasciare Rose per rendere stabile il loro legame. Questo però non avvenne mai. Il mesi passarono e lei non vide cambiamenti.  Rimase anche incinta e abortì quel figlio. Una ferita che nulla potè mia lenire. Iniziò anzi a sentirsi  usata da lui, sessualmente e artisticamente. Divenne una sua appendice. E la critica contemporanea, dopo una prima fase di riconoscimento, iniziò a sminuire il lavoro di Camille, trovandolo manieristico. Lei scolpiva alla maniera di lui. Dunque operava nell’ombra del grande maestro. E fu proprio quell’ombra a non permetterle di emergere davvero. Si racconta addirittura che lui firmasse alcune creazioni di lei, facendole passare per sue. Le aveva  saccheggiato il cuore! Ed ora cercava anche di impossessarsi delle sue opere! Questo era davvero troppo!

Camille Claudel, Il valzer,  bronzo antico, cm 46,4 x 35,7 x 19,7 cm. Anno: 1905. Parigi collezione privata

Camille Claudel, Il valzer, bronzo antico, cm 46,4 x 35,7 x 19,7 cm. Anno: 1905. Parigi collezione privata

Il rapporto si deteriorò, fino a concludersi intorno al  1892,  anno in cui  ebbe una breve avventura con il musicista Debussy, escogitata allo scopo di far ingelosire August. Ma questo non fu che  l’ennesimo, fallimentare tentativo di recupero. Proprio a questo periodo risale  un’altra delle sue opere più emozionanti: Il valzer.

Una coppia danza appassionatamente, sospesa tra terra e cielo, come se la materia stessa fosse fluttuante. Le due creature vivono in perfetto equilibrio tra movimento e stabilità.

Camille cerca di elaborare il lutto di questo amore ormai spento. August non le apparterrà mai, ma l’arte si. L’arte le è sempre appartenuta.

Nascono opere di una poeticità spiazzante: La suonatrice di Flauto, L’implorante, e soprattutto il complesso de L’età matura, interpretazione scultorea di quel doloroso distacco. Mai altra opera seppe interpretare meglio un così grande travaglio sentimentale. La perdita. L’abbandono. L’umiliazione. Una donna matura (Rose) porta via con sé l’uomo (August) – centro della composizione – dall’implorante preghiera d’amore della fanciulla inginocchiata (Camille) e che vanamente si prostra, alle sue spalle. Lui se ne va. Portato via per sempre da un’altra donna. Se ne va. Non si volterà per guardarla ancora negli occhi. Non ne avrà il coraggio. Il capo semireclinato lo rende rassegnato a quell’addio.Nello sguardo supplichevole della fanciulla un legame viene reciso per sempre. Ma potrebbe essere – come qualche psicanalista contemporaneo ha sostenuto – che stratificata sotto questa palese interpretazione, vi sia una seconda chiave di lettura: la creatura implorante è Camille bambina a cui la madre, che mai la accettò, porta via la presenza fisica e dunque l’amore, di suo padre.

Camille Claudel, L'Età matura, gruppo in bronzo composto da tre elementi, cm 114 x 163 x 72. Anno: 1902.  , Musée d'Orsay, Paris.

Camille Claudel,
L’Età matura, gruppo in bronzo composto da tre elementi, cm 114 x 163 x 72. Anno: 1902, Musée d’Orsay, Paris.

Dopo l’addio  definitivo, Camille si gettò, a capofitto nel lavoro. Cercò di svincolarsi dall’ascendente di Rodin, per di rinascere artisticamente. Voleva trovare la propria cifra stilistica. Voleva imporre la propria personalità. Tutto ciò che desiderava era affermarsi come artista, a prescindere da lui. Uscire dalla sua ombra e  divenire se stessa. Iniziò ad isolarsi, a vivere come una reclusa. E prese a produrre solo opere di piccole dimensioni. Questa scelta fu forse l’ultimo,vano tentativo di arginare uno straripamento emotivo; un modo per  tenere sottocontrollo il vulcanico dilagare delle sue ossessioni. Il suo studio divenne un caos occupato unicamente da lei, dai suoi gatti, e dalle sue piccole creazioni. Creazioni innovative, originali, in cui ancora oggi vibra l’impronta rovente della sua profondità emotiva. Ma l’esperienza vissuta con Rodin, le fece germogliare dentro il seme di un’ossessione, che crebbe sempre più. Quella della persecuzione e del plagio. Camille viveva nel costante terrore di essere privata le sue opere. Temeva che qualcuno potesse sottrargliele. O che lo stesso Rodin la facesse spiare per rubarle le idee. E così, spesso, in preda alla sua stessa nevrosi, le distruggeva. Distruggeva le sue piccole sculture con colpi di martello,  o gettava nel focolare del suo studio, le carte, i suoi bozzetti. Lentamente riprese ad esporre nei Salon, ma  caddè ugualmente in povertà

Suo padre iniziò a sostenerla economicamente, di nascosto dalla madre. Ma dopo il suo decesso, avvenuto nel 1913, morì in Camille anche l’ultimo anelito di pace.   Le sue crisi si fecero più violente, tanto da  convincere la madre e il fratello, ad internarla  in un manicomio,  negandole anche la possibilità di ricevere visite. Camille fu internata,  li rimase per più di trentanni. Sì. Trenta interminabili anni. Perdendo il tempo. Dimenticando come si contino le ore, i giorni, i mesi e gli anni. Sola con se stessa, con le sue ossessioni e con l’amara nostalgia di un grande sogno andato in frantumi: la scultura. Sua madre non andò mai a farle visita. E questo accrebbe il suo dolore. Quella madre tanto agognata e tanto temuta alla fine, aveva trovato il modo di liberarsi di lei. Trascorse quei trent’anni sola, depressa, e affranta. In preda a sentimenti autodistruttivi.

Una bestia ferita, da un sogno fattosi coltello. L’unico contatto con l’esterno fu una sequela di lettere che da quel luogo alienante scrisse a qualcuno là fuori. Qualcuno che, immaginava disposto a  leggere le sue preghiere. Nel 1935, otto anni prima di morire, in una lettera ad Eugène Blot scrisse:

“Sono precipitata in un baratro… Del sogno che fu la mia vita, questo è un inferno”.

Camille fra le quattro pareti bianche. La sofferenza dura e amara. La sofferenza che torce il cuore. Camille colpisce il muro con entrambe le mani, grida il nome agli specchi, come se potessero donarle la creatura amata, la luce che aspetta, la lotta che vuol  riprendere. Abbattimento e soprassalto, rifiuto, quando è necessario che si riconosca vinta, eppure sa già che agli occhi del mondo sarà eternamente la triste eco dell’essere amato…”

(dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

Camille Claudel morì, nella pazzia, il 19 ottobre 1943 . Aveva 79 anni. Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale. E nemmeno le fu data una degna sepoltura. Inumata il 21 ottobre del 1943 nel cimitero di Montfavet, il terreno fu presto requisito per necessità di servizio. E delle sue spoglie, della sua tomba, nulla più rimase. La sua arte fu a lungo oscurata dalla gigante ombra del suo maestro-amante. Solo nel 1984 la critica rimise in discussione il suo operato. Da allora diverse mostre a lei dedicate si sono susseguite. Finalmente la sua genialità è stata riconosciuta. Finalmente è stata luce, su lei. Una luce che sempre aveva meritato, ma che in vita non la illuminò degnamente.

 

(Giovanna Lacedra)

Per Voce Creativa: Intervista a Erica Campanella

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Erica Campanella (Milano, 1974):

Pittrice di cuore e di pancia. Madre di due splendide bambine, Giulia e Sofia. Erica è una donna autentica, di quelle che non badano a fronzoli e convenevoli, ma si donano in tutta la loro semplice spontaneità. Non porta maschere. Erica è una di quelle donne – e devo ammettere di averne incontrate poche, me stessa compresa – che scelgono immediatamente di essere se stesse di fronte all’altro, e che riescono morbidamente a schiudere la propria genuinità. Una donna dalla vita interiore molto intensa, piena di luci come anche di spettri. Ma un animo coraggioso, di quelli che accettano di avere piaghe da tornare a toccare, ogni tanto, per sentire la vita più fervidamente. Erica non teme di incontrare la verità, la sua come quella degli altri. Dolce, accogliente, delicata e materna, è una donna generosa che io per prima ho avuto la fortuna di conoscere da vicino. Alcuni mesi fa, per una mia nuova performance, cercavo una creatura che avesse non più di cinque o sei anni di età, alla quale fare interpretare il ruolo della bambina interiore, la bambina stata e mai stata, di una donna – io –  ferita, perché dall’infanzia abusata. Il ruolo della piccola era dunque delicato, e capivo che non sarebbe stato semplice trovarla, anche se sapevo che l’avrei messa a proprio agio e le avrei richiesto un azione performativa simbolica, che nulla avrebbe avuto di violento o traumatico. Trovarla iniziò ad apparirmi un’ardua impresa: le madri alle quali lo proponevo si mostravano giustamente protettive nei confronti delle proprie figlie, e il timore che una partecipazione performativa su un tema come quello potesse non essere una buona esperienza per loro, era una costante. Erica, invece, mi contattò proponendomi di incontrare sua figlia Giulia perché pensava potesse fare al mio caso, e perché le interessava l’idea che la bimba stessa potesse cimentarsi in un’esperienza artistica di questo tipo. Naturalmente ho presentato ad entrambi i genitori l’intero progetto con sceneggiatura dettagliata, perché fossero chiare le poche e semplici azioni che Giulia avrebbe compiuto in performance, e solo dopo aver vagliato con attenzione il progetto, entrambi hanno accettato. Quella con Giulia ed Erica è stata un’esperienza straordinaria. Piena. Emozionante. Che mi ha permesso di conoscere più intimamente l’artista che vi sto presentando. Una donna che non avrebbe potuto partorire lavori di questo calibro se non avesse avuto un animo così nobile.

Erica Campanella vive in provincia di Lodi, dove dipinge, insegna e fa la mamma.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista?

E.: Forse solo Erica. Figlia…. donna……madre. Sono assolutamente un essere simbiotico e passionale, che ama il silenzio e  la contemplazione.

Erica Campanella

Erica Campanella

G.: E se non fossi artista?

E.: Ah beh! Se non fossi artista non so cosa farei. Sicuramente la voglia di ricerca e di contatto con le emozioni e l’animo umano mi avrebbero portato a diventare una studiosa della mente!

G.: Perché lo fai?

E.: E’come se fin da piccola la mano mi avesse detto di disegnare. Ricordo ancora la moltitudine di libri disegnati: figure e volti si susseguivano e si infilavano tra le poesie e i racconti che in me suscitavano forti emozioni. Poi pian piano la vita mi ha messo nelle condizioni di dover esprimere ciò che vivevo e provavo attraverso le immagini. La superficie lucente del quadro è diventato il supporto ideale per raccontare la mia vita.

G.: Perché la pittura?

E.: Perché la pittura è istintiva…è materia… è gesto…..è colore…. è luce. Perché la pittura mi trasporta in un mondo in cui mi sembra di volare. Perché la pittura è profumo e musica. Perché la amo!

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista?

E.: Il compito di una donna-artista oggi è quello di destreggiarsi tra mille ruoli diversi, cercando di lasciare uscire quel senso di libertà che le è proprio.

Erica Campanella in studio.

Erica Campanella in studio.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca?

E.: La donna è stata al centro della mia ricerca sin dall’inizio. Non avrebbe potuto essere diversamente!  Ho sentito il bisogno come donna e artista di dire quello che pensavo sulla dignità e l’uguaglianza delle donne e sulla relazione con gli uomini. Ho poi cominciato a scrutare me stessa anche attraverso una discesa introspettiva, sino a condividere la mia più intima spiritualità, scoprendo quel profondo anelito religioso inteso come RI-CONGIUNZIONE con noi stessi, con l’armonia cosmica e con l’energia primordiale.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

E.: I lavori nascono nella mia mente…di notte, in silenzio. Una volta partorita l’idea,  passo a individuare il soggetto più vicino alle mie emozioni. Di solito sono persone che vivono intorno a me . Raccolgo foto, tante foto che saranno poi lo spunto del disegno che verrà infine rigorosamente riprodotto su pregiate lastre di rame (in latino “ar-Amen”, locuzione di dense suggestioni sacre). E così, arriva finalmente il momento che amo di più: il tuffo impetuoso nelle morbide sfumature di tonalità rosse e brune.

G.: Ad ispirarti  a influenzarti ci sono state lettura?

E.: Tante letture e tanta musica. Ma  più d’ogni altra cosa, la mia reale fonte d’ispirazione sono le persone che mi circondano.

G.: Scegli alcune delle tue opere per raccontarmi la tua ricerca artistica:

UOMO-DONNA – Olio su tela 100x150cm – 2007.

1. UOMO-DONNA - Olio su tela 100x150cm – 2007

E.: Sulle schiene dipinte si legge: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono per esse i loro beni. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele” (Corano 4.34).  Questo quadro mi sta molto a cuore. È stato uno dei primi in cui ho trattato il tema della donna nella religione. Sono partita da una frase del Corano e come un tatuaggio l’ho applicata sulla parte a noi più vulnerabile, l’unica parte del corpo che non riusciamo a vedere ma che è esposta agli altri: la schiena.

PREGA PER ME –  olio su rame 90×90- 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-PREGA PER ME 90x90 olio su rame  (2011)

 

LUCIA – olio su ottone – 90X90 – 2011.

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-LUCIA (2011) olio su ottone 90x90

E.: Qui esploro me stessa guardando gli altri. Alter-ego significa dualità, significa riconoscere se sessi attraverso il proprio riflesso nelle persone che ci vivono accanto. Un riflesso che non ha tracce di narcisismo, perché è la dimensione più profonda dell’intimità dell’essere umano, spogliato di compiacimenti e di difese, abbandonato all’essenza più autentica.

“Dolce, solare, vivo

triste , remissivo, spento

due luci contrastanti che si fondono.

L’animo umano è come un pozzo profondo

dove l’acqua a volte sembra strabordare

ed a volte è misteriosamente secco, quasi

arso.

Scoprire il pozzo occulto,

incomprensibile alla mente umana

per la sua intrinseca debolezza

ed aver una sete insaziabile di bere e dar da bere,

un pozzo così profondo,

che bisogna lanciare una corda così lunga,

così lunga,

da sembrare asciutto.”

                                                   (Angelo Passera)

NEL CUORE – Afrodite – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-Nel cuore olio su ottone (2011) 67x67cm

 

NELLA MENTE-Atena – olio su ottone 70×70 – 2011

Giovanna_Lacedra-Erica_Campanella-NELLA MENTE-ATENA olio su ottone 70x70

E.: Qui descrivo i labirinti della mente, i dubbi, gli ideali, le emozioni di una giovane donna e le dee mitologiche che vivono in essa. Dee vergini  (Artemide, Atena,  Estia), dee vulnerabili (Era, Demetra, Persefone) e la Dea dell’amore, Afrodite. La forza che abbiamo dentro genera una dimensione in cui ci si mette in comunicazione con il mondo esterno. Questa “riflessione” sull’uomo e sull’essere è una vertigine perché ci si trova ad affrontare, senza veli, il senso della vanitas e della propria finitezza.

È una sorta di sintesi di tutto ciò che ci accade quotidianamente. Cerco di mettere in luce come il contatto con un’identità differente dalla propria possa non essere percepito come minaccia, ma come invito a superare il muro dell’indifferenza e del timore. “In questa educazione dello sguardo, dell’empatia, della profonda partecipazione reciproca, c’è l’ascolto, un cammino concreto verso la crescita profonda come artista e come donna. Erica che guarda nello specchio, lo attraversa come nuova Alice, Erica che non ha paura di guardare il fondo del pozzo e di potersi perdere, con la vertigine… Gli occhi di una ragazza, una giovane madre, ci restituiscono un po’ di ossigeno nei giorni crudeli dell’indifferenza e aprono alla speranza di un’unica famiglia umana che possa imparare a vivere in pace. Noi siamo da questa parte, noi siamo nello specchio”  (Paola Artoni)

G.: L’opera d’arte che  avrei voluto realizzare io?

E.: Autoritratto di Lucian Freud

G.: Un artista che non mi ha mai emozionato?

E.: Nel bene e nel male tutto emoziona.

G.:   Una artista che avresti voluto essere?

E.: Avrei voluto essere Artemisia Gentileschi: donna-artista indipendente-

G.:  In quale altro ambito sfoderi la creatività?

E.: Mi diverto con le mie figlie, insegno loro ad esprimersi liberamente.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

E.: Stanno terminando alcune mostre in Italia ma i progetti futuri sono rivolti all’estero. L’Inghilterra sarà la mia meta futura.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il Paradiso ed entrateci dentro”
(Nikos Kazantzakis.)

 

www.ericacampanella.com

GRANDINANO BRICIOLE (di luce e di te)

Silenziando il sogno

il tuo nome

si sfarina.

 

Pane di luce

sputato via dall’Empireo,

come un coagulo

di Paradiso.

Ridotto così

a qualche grammo

di niente.

 

C’era una volta il presente

e ora

non è che brace.

 

Ma la brace non tace e grida.

 

Come non tace

l’artiglieria

della tua voce.

 

E tuona ancora

storie

non mescolabili alla dissolvenza.

 

 

[Giovanna Lacedra 2015]

Per Voce Creativa: Intervista a Tiziana Vanetti

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Tiziana Vanetti (Bengasi –Libia, 1968):

Dipingere come mangiare, bere, respirare. Dipingere come nutrirsi. Dipingere per espandersi. Per comprendere il mondo. Per essere.

Dipingere è una pratica indispensabile per Tiziana Vanetti. È un atto spiritualmente necessario, pur nella sua concretezza. È  perdersi per afferrare l’imprendibile. La sua è una pittura fatta di lirica gestualità. Con una pennellata rapida, a volte fluida e altre materica, Tiziana materializza la fuggevolezza del presente. Tutto scorre, tutto fugge, tutto è e non è più. Sulla tela, la realtà stessa fluisce.

Memore della rivoluzionaria lezione Romantica di Sir William Turner, la pittura di Tiziana nasce dalla casualità e vive di dinamismo. La sua è una figurazione vibrante, immediata. Una figurazione in cui pennellate sferzanti costruiscono e suggeriscono frangenti mai statici, sempre in rapida evoluzione e dissoluzione. Il tempo, inafferrabile, è assoluto protagonista, sia che si tratti di interni familiari che di scorci naturali.

Tiziana si è specializzata in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Insegnante di pittura e storia dell’arte presso l’Universiter di Castellanza e l’Università di Fagnano Olona, ha inoltre lavorato presso centri socio-educativi con ragazzi diversamente abili.

Attualmente vive e lavora a Busto Garolfo, in provincia di Milano.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

T.:  Credo di avere qualcosa di tutte e tre le figure, ma la parte di pittrice è chiaramente dominante.

Tiziana Vanetti

Tiziana Vanetti

G.:  E se non fossi un’artista?

T.:  Mi sarebbe piaciuto molto fare l’antropologa, forse perché mi piace scoprire e conoscere l’essere umano nei vari aspetti, in un certo modo questo lo faccio anche con la pittura.

G.: Perché lo fai?

T.:  Dipingere per me è un esigenza primaria, quasi allo stesso livello del mangiare, bere, respirare. Quando dipingo sento che mi nutro spiritualmente.

G.: Perché la pittura?

T.:  Fin da bambina sono stata rapita dal suo fascino, quella dei dipinti per me era una realtà apparente che poi si trasformava in qualcos’altro; mi immaginavo all’interno di una tela, in un mondo che vedevo solo io.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

T.:  Non vorrei generalizzare, non fa parte di me, posso solo dire che il mio compito come artista non è definito, è sempre in evoluzione, è probabilmente una continua ed infinita ricerca della verità che diventa estetica. Penso che non sia un compito prefissato, sono semplicemente me stessa, non mi preoccupo di ricercare una originalità a tutti i costi.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

T.:  La tematica principale è il figurativo nei suoi diversi generi pittorici. I miei lavori sono prevalentemente autobiografici, nel senso che hanno una componente che riguarda parte della mia vita, ed altre che riguardano situazioni famigliari, sociali, attuali e storiche.

Tiziana Vanetti in studio.

Tiziana Vanetti in studio.

G.: Come nasce un tuo lavoro ?

T.:  Parto dalle immagini. Immagini che mi emozionano, che ho nella mia mente, o fotografie che testimoniano i miei appunti di viaggio e le mie esperienze. Imposto la tela, e nei primissimi minuti realizzo l’opera nella sua totalità, tracciando forme in costruzione e distruzione, accompagnate da una forte componente di casualità, fino a raggiungere un equilibrio dinamico. Successivamente mi dedico alla cura del dipinto in tutti i suoi dettagli, attraverso le luci e i colori.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

T.:  Sono molte le letture, e con tematiche differenti. Tra queste: “Francis Bacon. Logica della sensazione” di  Gilles Deleuze, per l’interessante valutazione sull’esorcizzazione del carattere figurativo.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

T.:  Ascolto vari generi, spesso però prediligo la musica classica; tra i miei CD preferiti vi è “Prospero’s books” di Michael Nyman.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

Interno Familiare 8, olio su tela, cm90x120, anno 2006. Collezione permanente, Museo Palazzo d’Avalos, Vasto (CH).

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

Tiziana Vanetti_Interno Familiare 8_olio su tela_90x120_2006

 T.:  Questo dipinto rappresenta un momento di quotidianità famigliare, un piccolo angolo che poi si amplifica e si riflette nella realtà esterna, nella sua tensione psicologica ed esistenziale.

Wild 8, acrilico su tela, cm 80×100, anno 2012. Collezione privata.

Tiziana Vanetti_Wild 8_acrilico su tela_80x100_2012

Tiziana Vanetti,Wild 8 – acrilico su tela, cm80x100, anno 2012

 T.: Questo dipinto, come altri della serie “Wild”, rappresenta uno dei luoghi legati alla mia infanzia. I boschi di quei luoghi, non solo mi riportano indietro nel tempo emozionale, ma diventano protagonisti di una realtà storica lontana, custodiscono segreti e misteri delle trincee della Linea Cadorna, retaggio della Prima Guerra Mondiale.

Birth 9, acrilico su tela, 80×120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80x120, anno 2014.

Tiziana Vanetti, Birth 9, acrilico su tela, cm 80×120, anno 2014.

 

T.: Il dipinto fa parte della serie “Birth”, un ciclo di opere dedicate alla terra in cui sono nata, la Libia. Il dipinto rappresenta delle barche in un mare in tempesta, ed affronta un tema molto attuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

T.: Willem de Kooning, Woman 1.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

T.:  Fernand Léger

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

T.:  William Turner, anche se ne sceglierei uno per ogni secolo.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

T.:  Fuori dal mio studio, nei laboratori di pittura dove insegno alle persone disabili.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:Giovanna_Lacedra-Tiziana-Vanetti-Ritratto-1 (2)

T.:  Per prima cosa, portare avanti la serie di dipinti Birth. Inoltre ho diversi progetti espositivi, nazionali ed internazionali. A breve, nella città di Milano, realizzerò una mostra personale presso l’Ex Studio di Piero Manzoni, in zona Brera.  La mostra, dal titolo “Amori Possibili (Autoritratti in viaggio)”, inaugurerà il 27 febbraio e durerà sino al 6 marzo 2015.

Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

T.:  “L’arte cela l’artista molto più di quanto lo riveli.” (Oscar Wilde)

Per  approfondire:

https://www.facebook.com/TizianaVanettiArte?fref=ts