Per Voce Creativa: Intervista a Laura Saddi

Per Voce Creativa

PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Laura Saddi (Cagliari, 1979):

Uno strumento semplice. Lo stesso che chiunque di noi utilizza per prendere appunti, fare calcoli, annotarsi un impegno in agenda: la penna Bic. Con questa Laura disegna volti attraverso linee rapide, dinamiche, vive, talvolta nervose, apparentemente disordinate ma… sempre deliziosamente orchestrate a rivelare l’enigma di volti volutamente “pasticciati” e dalla chiara impronta surrealista.

Laura è nata a Cagliari, ha frequentato il liceo classico, successivamente quello artistico ed infine l’Accademia di Belle Arti di Sassari. La sua ricerca è di evidente matrice simbolista e si incastona bene in quel filone oggi definito Pop-Surrealismo. Bocca e occhi dei suoi soggetti sovente vengono scarabocchiati mediante rapidi segni d’inchiostro, striscianti o vorticanti. Laura considera quel pasticcio come “firma inconscia” o “testimonianza della propria esistenza”. I soggetti raccontano di una solitudine angosciante e di una fatica di interazione con il mondo circostante, che talvolta non si riesce a comprendere e affrontare.

Laura vive e disegna a Capoterra, in provincia di Cagliari, nella meravigliosa Sardegna.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

L.: Sono Laura. Ho piena coscienza di me in quanto essere, ma non saprei come definirmi; sono sicuramente un animale notturno, il sole mi rallenta parecchio, mentre artisticamente parlando mi vedo come le onde del mare: corrono forti infrangendosi sulla terra, dove si scompongono per essere riassorbite dal mare e rinascere all’infinito, ma sempre diverse.

Laura Saddi in studio

Laura Saddi in studio

G.: E se non fossi un’artista?

L.: Sarei morta, nel senso che non riesco ad immaginare la mia vita in maniera diversa.

G.: Perché lo fai?

L.: Perché non posso farne a meno. Quando disegno, dipingo o costruisco qualcosa, sono pienamente me stessa, in tutta la mia essenza.

G.: Perché il disegno a Bic su carta?

L.: Il disegno è a mio parere la cosa più astratta che esista: con una semplice linea si può rappresentare il mondo intero. La carta e la penna a sfera sono due mezzi che amo particolarmente per la loro elegante semplicità: è facile reperirli, possono essere trasportati senza problemi, chiunque può possederli o assecondarli. La carta può essere accarezzata come fosse pelle candida di un corpo delicato e resistente al tempo stesso, la penna è lo strumento con cui sfiorarla o graffiarla e il suo inchiostro è di un nero intenso.

Laura Saddi

Laura Saddi

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

L.: Credo sia lo stesso dei colleghi uomini: rappresentare la contemporaneità traducendo in arte la realtà che si vive.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

L.: Tutto è autobiografico, non credo che si possa raccontare bene qualcosa che in fin dei conti non si è vissuto. Le tematiche provengono da casuali fatti di cronaca, da film o dalle fiabe tradizionali della cultura nordica, ruotano tutte attorno all’essere umano in balia del suo esistere tra terra e cielo, visto senza etichette che lo identifichino sessualmente o caratterialmente,. L’uomo si trova solo, spiazzato ad affrontare una natura abnorme di cui non riesce a cogliere il significato e con la quale non riesce a interagire, è costretto a superare i propri pregiudizi e principi educativi per scoprire un mondo privo di regole sociali che rincorre solo la propria sopravvivenza.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

L.: Quando qualcosa cattura la mia attenzione inizio a pensarci ossessivamente e scarabocchio sui vari fogliettini di carta che trovo, procedendo sempre per aggiunta e sottrazione di elementi. Una volta che arrivo a una soluzione semi-definitiva preparo uno schizzo più grande che possa adattarsi bene alle dimensioni precise del supporto su cui lo trasferisco, e lì riprende il gioco di aggiunta e sottrazione, finchè non arrivo a qualcosa che mi soddisfi.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

L.: Sì: sicuramente i vari manuali di storia dell’arte e le monografie di artisti che ricerco o che a volte si possono scoprire casualmente nei mercatini a casa di amici.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

L.: La musica che ascolto è varia. Dipende da come mi sveglio. Solitamente prediligo tutto ciò che ha delle influenze rock. Ultimamentente ascolto di continuo i Rasputina, ma poco tempo fa mi ossessionavano i Sigur Rós.

G.: Scegli tre delle tue opere per raccontare la tua ricerca:

G./Mitomania, 2014

Laura-Saddi, G.-Mitomania, olio su tela, cm. 40x50, 2014

“Laura-Saddi” – G.-Mitomania, olio su tela, cm. 40×50, 2014

L.: Il soggetto si ispira a una foto di un giovane Gandhi, ma l’immagine è solo un pretesto per rappresentare l’idea di un uomo x che poi è diventato mito universale, ma che nonostante l’immensa fama resta comunque solo nelle sue lotte più estreme, più ardue. Così come Gandhi, qualsiasi uomo intraprenda un cammino, anche se sostenuto da altri uomini, percepisce appieno la propria solitudine ogni qualvolta affronta una sfida e combatte una convenzione sociale. Come Ghandi, quando muoriamo, siamo tutti profondamente soli con noi stessi.I pasticci-cerchi sugli occhi sono il filo conduttore dei miei lavori dell’ultimo periodo: si tratta di un’azione che tutti compiono non solo nell’infanzia, ma anche in età adulta, il pasticcio è una firma inconscia che si pone come testimonianza della propria esistenza, del passaggio in un luogo-vita.

Egyptian, 2014

Laura-Saddi, Egyptian, penna bic su carta, cm.30x39, 2014

Laura-Saddi “Egyptian” –  penna bic su carta, cm.30×39, 2014

L.:È un lavoro fondato sull’estetica del bello, anche se rappresenta un soggetto non convenzionalmente bello. È una donna col cranio allungato e filato, quasi fosse fatta di ceramica. Il suo dolore è talmente forte da non poter guardare il mondo, ma anche da non poter essere contenuto tutto dentro di sé, ed è così che si libera, sotto forma di filamenti, per diffondersi oltre e contaminare ciò che le sta intorno.

Come un fiore del camposanto, 2014

Laura-Saddi "Come un fiore del campo santo" - penna bic su carta, 6 x cm.13x18, 2014.

Laura-Saddi “Come un fiore del campo santo” – penna bic su carta, 6 x cm.13×18, 2014.

L.:Camposanto è un termine che si riferisce al cimitero cristiano, ma con una sfumatura di significato che lo rimanda direttamente all’arte monumentale. Quest’opera è un work in progress affrontato sia col disegno che con la pittura, in cui sono raffigurati dei volti di donna o uomini inseriti in contesti naturali. Come le piante riescono a vivere a metà tra cielo e terra tramite fusti e radici, così anche le persone possono avviare una crescita spirituale/intellettuale e corporea, senza far prevalere necessariamente uno dei due aspetti sull’altro.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

L.: Il Grande Vetro di Duchamp.

G.:Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

L.: Damien Hirst.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

L.: Edvard Munch.

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

L.: Mi diletto in cucina!

Laura Saddi

Laura Saddi

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

L.: Per quanto riguarda le arti visive, intendo continuare e approfondire il tema dell’uomo nel suo essere in Natura. Inoltre, è partita una collaborazione di live drawing insieme a due amici musicisti: Angelo Sesselego che mi accompagna col contrabasso e Mario Massa con la tromba.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

L.: “Come si può impedire a una goccia d’acqua di asciugarsi? Gettandola nel mare” (da Samsara di Nalin Pan).

Per approfondire:

https://www.facebook.com/pages/Laura-Saddi/181586235362921

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ETERICO

MIEPOESIE

Non chiedo mani all’altrove

– ma vedo –

e sottile annego

in luci inconfutabili.

 

Eterico…

 

Lampeggiamento.

Un monito di spettri,

rarefarmi adesso

nel volo di un ascensore.

 

 

[Giovanna Lacedra | 2002]

Per Voce Creativa: Intervista ad Alessandra Baldoni

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) :

E’ nata il 6 maggio 1976 sotto il segno del toro, ed ha presto intrapreso uno dei viaggi più magici e faticosi che si possano scegliere: quello dentro di se stessa. Lo ha fatto attraverso la penna e l’obiettivo fotografico; vecchi album di famiglia e indimenticabili pagine di letteratura al femminile.

Fotografia e poesia sono diventate il suo linguaggio. La sonda con cui attraversa l’universo e scaglia l’indicibile, tra luci silenti e ombre di pece. La bellezza, però, vince sempre.  La bellezza è nella vita che trionfa – che cola dalla piaga – oltre le ombre. Anche quando “germoglia dalla ferita”.

La sua ricerca sta tutta nel saper perdere e ritrovare le tracce dell’inafferrabile: quello di un’immagine senza tempo o di una poesia precipitata sul foglio, dall’eternità.

Alessandra Baldoni ha una semplice urgenza: raccontare lo splendore riassumendolo in un’immagine. A suggerirle la visione sono sovente  versi di autrici come Amelia Rosselli, Antonia Pozzi,Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann… oppure i suoi. Perchè Alessandra, prima di tutto scrive.

Lo scatto non è che l’arrivo. È l’approdo di un viaggio minuziosamente raccontato in appunti, annotazioni, progetti. E i luoghi che scandaglia, le stanze che attraversa, i boschi che setaccia e i laghi che capovolge, sono tutti sulla mappa della sua anima.

“Ho il mio mondo dentro

e la verità è uno spiraglio

per ricongiungere cielo e terra

ma deve passare di quà

dentro il mio ventre

dove sopito giace

il suono del tuo nome “

[Alessandra Baldoni  | MA.Rea | 1999]

 

Laureata in filosofia, sente, legge, fotografa e ama tra Roma e le sue amate sponde del lago Trasimeno.

Questa è la Voce Creativa di Alessandra, per voi:

G.: Chi sei tu? La donna, l’animale, l’artista…

 A.:  Sono l’animale che cerca una tana per la notte, che respira bosco dalla narici – sono la fedeltà immediata alla terra. Sono la donna che ama, che siede sulle rovine e pensa come raccontare lo splendore. Sono l’artista che naviga a vista nel destino ma con il nord inciso sulla pelle per non perdere mai le mie stelle anche nel buio di pece delle difficoltà.

Giovanna_Lacedra_Alessandra-Baldoni

Alessandra Baldoni

 

A.:  Sin da bambina non ho avuto altro desiderio se non quello di essere un’artista. Non so neppure se posso parlare di scelta – almeno all’inizio. Era scritto nelle cavità delle ossa, viaggiava come messaggio luminoso nel mio sistema nervoso. La scelta è nella coerenza e la perseveranza, nell’andare avanti nonostante tutto. La scelta è sapere che la bellezza germoglia dalla ferita.

G.: Perché lo fai?

A.:  Perché non potrei essere altrimenti né fare altro. Perché credo che l’arte sia strumento per la crescita, credo abbia il potere salvifico di mostrarci le cose in modo diverso. Perché l’arte si ferma e racconta ciò che perdiamo, ciò che lasciamo indietro… ci porta ad ascoltare le voci minori, a fare spazio, a correre il rischio di indagare realmente chi siamo. (Ma se proprio devo pensare a qualcosa d’altro … direi l’illusionista, perché amo vedere lo stupore negli occhi).

G.: Perché la fotografia?

Alessandra Baldoni - C'er un volto - stampa fotografica da negativo, dibond cm 50x60 - 2005

Alessandra Baldoni | “Le mie parole sono Balocchi” dalla serie “C’era un volto” – stampa fotografica da negativo, dibond cm 50×60 – 2005

A.:  Un po’per caso (mio padre che a otto anni mi regala la mia prima “compattina”, una Olympus e da lì non ho mai smesso di fare foto) e un po’per necessità personale. Ho sempre amato la fotografia, i vecchi album di famiglia, le immagini in bianco e nero di nonni e antenati di cui a me arrivava si e no solo il ricordo del nome. Da piccola stavo ore ad inventarmi storie su quei volti sbiaditi. La fotografia ferma solo un istante – uno solo – e non svela mai tutto. Intorno ad una foto si può immaginare, si può scrivere, supporre, indagare. E’quella crepa nella memoria, quello strappo nel tempo dalla cui fessura nasce la bellezza.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

A.: Credo sia quella di raccontare l’altra metà del cielo e della terra, l’orizzonte capovolto – al polo opposto. Credo sia quello di essere coerente e fedele alla propria sensibilità, di mostrarci con il suo sguardo altre possibilità, altre storie, altre verità.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca e quanto c’è di autobiografico?

A.: In un certo senso, ogni mia opera è assolutamente biografica. Parlo di amore, memoria, sogno, perdita, letteratura. Non potrebbe essere diversamente. Devo “sentire” ciò che racconto con le mie opere, altrimenti tutto diventerebbe maniera, esercizio di stile. Tanto più è intimo il racconto, tanto più tocca corde universali e permette un riconoscimento. Parto sempre dalle mie stanze, da me, ma poi cerco il simbolo, cerco di rappresentare storie e accadimenti con metafore visive.

G.: Come nasce un tuo lavoro (step by step) ?

A.: Prima c’è il fuoco, il sentimento di qualcosa che attira i miei occhi: l’ispirazione può arrivare da qualsiasi direzione e innesca un cortocircuito in me. All’inizio, all’origine – c’è sempre la parola. Ogni mia immagine nasce e si solleva dalla scrittura. Scrittura di altri o parole mie che spesso entrano anche a far parte del lavoro. Diciamo che stendo sulle pagine del mio diario piccole sceneggiature per uno scatto. Lavoro per serie fotografiche quindi in primo luogo c’è lo studio, la ricerca, la lettura. Poi il diario raccoglie anche idee spunti ricerche.  Preparo ogni cosa, scelgo volti, luoghi, abiti, accessori e oggetti per il mio set. Quando arrivo allo scatto ho tutto talmente inciso nella mente che paradossalmente è il momento più veloce. Arrivare a quello scatto, alla costruzione del set e della mise en scène può richiedere settimane intere. Il lavoro è pronto quando le immagini si specchiano nei titoli e nelle parole da cui sono partita e la serie è coerente nell’insieme.

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Foto in copertina: Opera di Alessandra Baldoni | “C’è come un dolore nella stanza ed è superato in parte” dalla serie “Salva con nome” – 2013.

G.: Ad ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono o ci sono state letture particolari?

A.: Le mie emozioni sono sempre appese al rigo della pagina. La letteratura è nutrimento, acqua di gestazione, placenta di carta che avvolge l’immagine. Sono cresciuta trae con i libri, e restano un amore incondizionato. Negli ultimi anni leggo soprattutto poesia e ho una grande passione per i racconti, perché richiedono esattezza e disciplina e non ammettono concessioni, né esitazioni. Sono i luoghi dove si sperimenta, dove le parole sono scardinate dall’abitudine che le consuma e tornano ad avere una potenza quasi esoterica. Ultimamente, una mia immagine ispirata ad Amelia Rosselli (“C’è come un dolore nella stanza ed è superato in parte”) ha avuto il privilegio di essere scelta come copertina della raccolta di racconti “E’di vetro quest’aria” della scrittrice e traduttrice Monica Pareschi. Ne sono molto fiera e credo che questa foto non avrebbe potuto sentirsi “più a casa”, al posto giusto, che sulla copertina di questo libro incredibile.

G.: Che musica ascolti quando hai le mani in pasta al tuo lavoro?

A.: Musica diversa secondo il progetto a cui sto lavorando. Molto jazz, musica classica, ma anche Tori amos, Joan as Police Woman, Mogwai, Cat Power, Antony and The Jonson…

 

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

A.: “Fino a te”, dalla serie “Le cose che vedi” 2008.

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Alessandra Baldoni | “Fino a te” , dalla serie “Le cose che vedi” stampa fotografica a colori da negativo, dibond, cm 140×100  – 2008

C’è questo sentimento del perdersi, questo rischio tutto femminile del bosco. Capita spesso che le protagoniste delle mie foto siano di spalle, rivolte altrove. E’un invito a seguirle, in un certo senso a cercare il lupo insieme a loro, ad immaginarne lo sguardo intento a scoprire l’ignoto – o forse semplicemente l’inascoltato. Si trattiene il fiato – tra il timore e la meraviglia. C’è il rosso, colore che inseguo e mi insegue, e c’è il filo che cuce il destino e ricama le possibilità. C’è il mistero del chi o che cosa ci sia dall’altra parte del filo a tenerne il capo perché ogni bosco ha dietro di sé un luogo, una radice, una nostalgia che si lascia e a cui si torna cambiati. Come se il cuore oscillasse tra ciò che ci trattiene e ciò che ci fa osare.

“Anche io nasco dal fondo di un lago – colmo di pianto”, dalla serie “Salva con nome” 2013

Anche io cresco dal fondo di un lago ÔÇô colmo di pianto

Alessandra Baldoni | “Anche io cresco dal fondo di un lago-colmo di pianto, dalla serie “Salva con nome” – stampa digitale su dibond, cm 70×50 – 2013.

Un omaggio ad una delle mie poetesse preferite, Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni. Le sue parole mi hanno nutrito, accompagnato, ferito e guarito. Ho camminato accanto a lei sulla neve, raccolto stelle alpine con il respiro sopra il crepaccio, amato l’ombra azzurra della montagna e pronunciato poesie come fossero preghiere. Parole incantesimo, bellissime e fragili come ghiaccio sopra l’acqua, parole che possono rompersi e portare via l’anima in un vortice liquido, un fondale di dolore.

“I Need Protection”, installazione- ferro vetro fotografia poesia, 2014

Giovanna_Lacedra_Alessandra-Baldoni-I need protection, particolare dell'installazione 3

Alessandra Baldoni | “I need protection”, particolare dell’installazione, ferro vetro poesia fotografia – 2014.

L’anno scorso sono stata invitata alla “Biennale del vetro” di Sansepolcro. Mi sono trovata a lavorare con un materiale per me nuovo e a dover ripensare il mio abituale modo di procedere. Ho chiesto a 21 persone di donarmi il loro segreto-desiderio più profondo o paura impronunciabile, così che io potessi custodirle e proteggerle, togliendo loro il peso e la gravità. Ho raccontato ogni loro frase/verso con un’immagine nascosta all’interno di uno scrigno. E’nata così l’installazione “I need protection”, scrigni di ferro e vetro, archivio sentimentale. Il vetro è fragilità trasparente, amore e spina. Ha cura di cose preziose ma può nello tesso tempo rompersi e diventare lama. Il vetro taglia, lacera la pelle e ne fa ferita. Biancaneve avvelenata dorme un sonno che sembra morte in una bara di vetro. L’amore può vederla e svegliarla con il suo bacio. Il vetro mostra la bellezza,  è diaframma che separa e misura. Teche di vetro proteggono le reliquie dei santi e raccontano il martirio. Noi da fuori osserviamo il miracolo. L’adorazione è fatta di visione. “I Need Protection” è un antidoto, un luogo che accoglie e si prende cura delle parole.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!” ?

A.: Mi succede a volte ed è sempre bellissimo. Perché è come innamorarsi, riconoscere      un’appartenenza. Mi capita con le opere di Maria Lai, di Sophie Calle, di Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora e in molte altre circostanze. Quando qualcosa mi commuove o mi ferisce, quando sento con lo stomaco e lo stupore mi fa tremare il cuore.

G.: Un o una artista che non ti ha mai emozionato:

A.: Diciamo che non amo l’arte fatta apposta per stupire, urlata e colorata come un luna park, l’arte che mi dice esattamente cosa provare e che non lascia spazio al mistero. Devo sentire la verità da un’opera d’arte, non mi interessa il gioco o il clamore fine a se stesso.

G.: Un o una artista che avresti voluto esser tu:

A.: Più che altro avrei voluto essere Houdini

G.: In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?

A.:  Ovunque posso perché da ogni luogo e direzione può venire la scintilla, l’idea. E’un attitudine, un modo di indossare la vita e di camminare nello spazio.

Alessandra Baldoni

Alessandra Baldoni

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

 A.: Prima di tutto portare a termine il lavoro Orlando in ordine sparso”, dedicato all’“Orlando”di Virginia Woolf. Ho inoltre in mente di realizzare una serie di workshop dedicati al rapporto tra fotografia e narrazione. E poi un nuovo progetto fotografico/installativo in bianco e nero ed un lavoro dedicato a Vittoria Aganoor Pompilj (poetessa vissuta sulle sponde del mio lago) e una serie di mostre personali in giro per l’Italia.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

A.:Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne”  (Wislawa Szymborska)

“Se ho scritto è per pensiero/ perché ero in pensiero per vita” (Antonella Anedda)

 

Per approfondire:

http://www.alessandrabaldoni.it

 

SAMUEL

MIEPOESIE

Sottilmente trattengo

quella goccia

di flebile pulsione;

cristallo

di voce infranta,

che di lacrima

in stagno

acutizza il suo lamento.

 

È un grido senza inciso,

un grido che non chiama,

un figlio che non nasce…

…amore che non si ama…

 

[Giovanna Lacedra | 2000]

 

                                                   

 

 

 

LA VIOLAZIONE FELICE

MIEPOESIE

Confesso:

sei tu la mia gloria,

il mio traguardo esiste

nell’umido fremito

della tua feritoia

(e cola il coraggio di avermi).

 

La dissoluzione del male

esplode nel peccato

delle tue curve accese

e arrese all’ignoranza

( prendimi…o perdimi…).

 

Ti amo perché non sai

e la tua incoscienza di Eva

detta il miraggio

di una sontuosa strada di luce.

Quasi ti perdo… avendoti…

(e la carne si macchia di sapienza).

 

(Giovanna Lacedra | 2002)

FATAMORGANA

MIEPOESIE

Desiderio

delle tue

labbra schiuse

su me,
ovunque
inarrestabili.

 

Non vedi?

 

È l’orizzonte

che improvviso

si avvicina.

È la terra

che si muove

verso la terra,

su acque

di piatta

profondità.

 

Non vedi?

 

Nei miei occhi

assetati

ciò che non esiste,

c’è.

 

Ed è concreto

come carne,

come dita,

come

l’incantesimo

di due labbra

che si fanno

bacio

e

ferita di luce

sulla pelle.

 

Qui,

nel mare.

Qui,

in una goccia

di me.

 

Non vedi?

 

La tentazione

mi sospende

nell’aria

ferma.

 

È una goccia rifranta.

 

È sogno

trasposto

nelle tue

mani.

 

(Giovanna Lacedra | 2009)

Per Voce Creativa: Intervista a Silvia Faieta

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Silvia Faieta (Latina, 1978) :

Numerologia e simbologia alchemica per autoanalizzarsi, conoscersi e lasciarsi attraversare dall’altro. Carta, legno e plexiglass per decostruire meccanismi ludici e aprire stanze della memoria o immaginifici agglomerati della psiche.

Silvia ha scelto il linguaggio dell’installazione scultorea in bianco e nero per svelare, come rebus, intrecci di verità sommerse.

Laureata in ingegneria elettronica, pone l’attitudine al raziocinio e le conoscenze matematiche al servizio di una ricerca artistica contraddistinta da ordine, esoterismo e bicromia.

Silvia Faieta vive e crea a Roma. Questa è la sua Voce Creativa per voi:

G.: Chi sei e che donna sei?

I.: Chi sono? Un work in progress. L’ultimo lavoro che completerò, mi auguro nel migliore dei modi. Riguardo alla seconda domanda, invece, posso dire di essere una donna determinata e piuttosto testarda. Difficilmente rinuncio ad un obiettivo anche se si dovessero presentare problemi o imprevisti.

Silvia Faieta | Foto di Martina Monopoli

Silvia Faieta | Foto di Martina Monopoli

G.: Quando, come e per quale ragione (se c’è una ragione)  una donna come te diventa un’artista?

I.: La passione per l’arte credo sia innata o almeno nel mio caso è stato così. Ho sempre disegnato fin da piccolissima e ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha alimentato, da che ne ho memoria,questa mia inclinazione. La consapevolezza che l’arte aiuti a esplorare parti della propria anima e che sia un potentissimo mezzo di comunicazione è, invece, stata una conquista raggiunta col trascorrere degli anni.

G.: Qual è stata la tua formazione?

I.: La mia formazione artistica non è accademica; i miei studi sono stati di tipo scientifico. Come ho già detto, la passione per l’arte è un lascito della mia famiglia. Il mio lavoro artistico risente infatti di queste due influenze: quella di taglio fortemente razionale, dovuta alla mia formazione ingegneristica, e quella più “istintiva”, dovuta agli studi artistici da autodidatta.

G.: La frase più demolente che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

I.: Pessimi commenti e terribili critiche ce ne sono state, ma devo dire non tali da demolire la mia voglia di creare. Ho avuto e continuerò ad avere, ovviamente,periodi di grande creatività alternati ad altri di “stasi”.Credo che ci si fermi, a volte, più per proprie “crisi” che per le critiche altrui. Capita di sentirsi stanchi e poco motivati, ma credo che questo sia un fenomeno quasi fisiologico,in genere sempre seguito da nuove ed interessanti svolte nel proprio lavoro.

G.: La frase più incoraggiante che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

I.: “Nonostante tutti i problemi che potrai incontrare, non ti arrendere. La serietà e il lavoro duro alla fine vengono sempre premiati”

G.: Come vedi collocata la donna all’interno società contemporanea?

I.: Spero che la donna continui a usare sempre la sua particolare sensibilità per offrire un punto di vista diverso da quello maschile, senza però esservi in opposizione. Purtroppo,è inutile negarlo, non sempre le è offerta la possibilità di farlo al pari dei colleghi maschi. Ancora oggi, infatti, in molti ambienti professionali il contributo femminile è sottostimato e sottopagato.

G.: E come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

I.: In modo assolutamente paritario rispetto ai colleghi maschi. Francamente non vedo,per quella che è la mia esperienza,differenze in questo ambiente tra uomini e donne. Oltretutto, venendo da un settore  professionale scientifico di forte predominanza maschile, trovo che l’ambiente dell’arte al confronto sia il paese dei balocchi. Nel primo, inoltre, una donna curata e femminile viene spesso etichettata come ”donna stupida”. Si preferisce ignorare questa realtà, ma si tratta di un pregiudizio ancora fortemente radicato. Tornando al settore artistico, bisogna ammettere che non sono mancate sporadiche proposte con secondi fini,ma questa stessa sorte è toccata anche a molti dei miei colleghi uomini. Parità, quindi,anche nel male!

G.: Sei mai stata “invitata” a scendere ad un qualche compromesso?

I.: Purtroppo, si. La classica “proposta indecente”: sesso in cambio della vincita di un premio. Ero poco più che ventenne e agli esordi della mia carriera artistica. Questa ridicola proposta fu rivolta contemporaneamente sia a me che ad una mia cara amica. L’obiettivo era un bel ménage à trois. Ovviamente, la proposta non fu accettata ma il premio lo portammo a casa lo stesso, in barba a questo losco figuro!

G.: Che tristezza a che squallore! Per fortuna non va sempre così! Silvia, quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

I.: Lo stesso di un uomo-artista. Semplicemente essere un ottimo comunicatore ,capace di suggerire, attraverso il proprio lavoro, nuovi spunti di riflessione e di analisi sia dell’universo “microscopico” che di quello “macroscopico”, dell’animo umano

Foto di Martina Monopoli

Foto di Martina Monopoli

G.: Una donna-artista che consideri un modello e perché?

I.: Un nome ,“Louise”, per due donne artiste che ammiro in egual misura: La Bourgeois e la Nevelson. Il mio avvicinamento alla scultura mi ha portato ad affezionarmi sempre più a queste due grandi artiste. Donne forti e determinate, ma anche profondamente consapevoli delle loro fragilità. Artiste che attraverso le loro opere hanno saputo esorcizzare i propri demoni creando opere di grande impatto emotivo, oltre che assolutamente uniche nel loro genere.

G.: Perché lo fai? Raccontami il senso del tuo fare “arte” e del tuo vivere di “arte”:

I.: E’ciò che da’ senso alla mia vita. Nulla mi rende più felice del creare, nonostante “vivere d’arte” implichi anche tantissimi sacrifici.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica? E perché?

I.: Il mio è un lavoro essenzialmente introspettivo e autobiografico. E’ un continuo processo di autoanalisi che si realizza attraverso l’uso di un linguaggio basato sulla numerologia e sulla simbologia alchemica.

G.: Quanto c’è di autobiografico nel tuo lavoro, e quanto di autobiografico riesci ad universalizzare?

I.: Il mio lavoro è essenzialmente uno strumento di auto-analisi,quindi totalmente autobiografico. L’universalizzazione del contenuto dell’opera avviene proprio attraverso l’uso dei simboli, linguaggio questo assimilato a livello ancestrale e quindi uguale per ogni essere umano. In quale misura poi questo si realizzi,credo spetti dirlo solo al mio pubblico.

G.: Quale desideri sia la reazione dei tuoi fruitori?

I.: Mi auguro che il mio lavoro susciti sempre un’emozione in chi l’osserva. Niente è peggio di un’opera che non trasmette nulla!

G.: Sono d’accordo, assolutamente! E dimmi: quale tecnica adoperi? E quale supporto?

I.: La genesi del mio lavoro parte dal 2D. Fino a qualche anno fa mi dedicavo esclusivamente al disegno. Semplice penna biro su carta da acquerello. Successivamente, nel 2010,  in occasione di una bipersonale, mi fu chiesto di eseguire un lavoro diverso dal tradizionale,usando materiali e tecniche nuove. Accettai questa sfida e così nacque Il Regno, la mia prima installazione in carta e plexiglass, nonché la prima “breccia” per entrare nel mondo della scultura. Qualche anno dopo, nel 2013, ho presentato la mia prima scultura In ludo veritas, che ha dato il via a questa nuova vita artistica. Sia questa prima opera che le successive sono state realizzate in legno,carta e plexiglass. La scelta di mantenere la carta tra i materiali di costruzione rappresenta la volontà di creare una continuità anche “fisica” con il vecchio lavoro artistico.

G.: Come nasce un tuo lavoro (step by step) ?

I.: Nasce prima di tutto da un’idea, da quello che voglio che l’opera comunichi e rappresenti. Successivamente passo ad una fase progettuale in cui realizzo uno schema preliminare dell’opera. Una sorta di prima visione d’insieme dell’opera finita. Pian piano perfeziono il progetto e risolvo gli aspetti sia di ordine tecnico che meccanico. Infine, inizia la costruzione dei singoli pezzi e l’assemblaggio finale.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici, gli  artisti o le correnti  che hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

I.: Tra le correnti che hanno influenzato il mio lavoro spiccano sicuramente quella Simbolista e Surrealista, ma molti altri artisti appartenenti ad altri movimenti hanno avuto un ruolo importante nell’elaborazione del mio linguaggio espressivo.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a “suggerirti” qualcosa per il tuo lavoro?

I.: Lo studio della filosofia ha fortemente influenzato tutto il mio lavoro. Gli autori da citare, quindi, sarebbero davvero tanti così come per la letteratura. Per quanto riguarda i filosofi, però, uno dei più importanti è Nietzsche,fonte inesauribile d’infinite riflessioni. La musica è in un certo senso parte integrante dell’opera stessa. Non lavoro mai in silenzio, e la “colonna sonora” scelta influenza anche molto la resa del lavoro. Ascolto vari generi anche se le mie preferenze ricadono principalmente tra dark, industrial, goth, punk, rock e per finire la classica.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

I.: Le tre opere che descriverò di seguito rivestono un ruolo fondamentale nel mio percorso artistico: rappresentano tre diverse fasi evolutive del mio lavoro. La prima è MICROCOSMO, datata 1999, tra le prime esposte e appartenente alla prima fase, quella in 2D, realizzata a penna biro su carta da acquerello. La stanza che si osserva nell’opera è una proiezione dell’Io,un’opera introspettiva che è un invito a conoscermi esplorando il mio mondo. Un universo,questo, in cui simboli, forme e geometrie sono strumento e fondamento della costruzione del proprio mondo interiore.

MICROCOSMO - disegno a penna su carta-cm33x48cm - 1999.

MICROCOSMO – disegno a penna su carta- cm33x48 – 1999.

La seconda opera IL REGNO,  installazione realizzata nel 2010,costituita da sfere in plexiglass con strutture interne in carta, rappresenta il primo passaggio verso la successiva fase scultorea .Questo lavoro dona per la prima volta tridimensionalità agli elementi sferici, cioè alle “monadi” presenti nei miei disegni.

IL REGNO - installazione in carta e sfere in plexiglass - 2010

IL REGNO – installazione in carta e sfere in plexiglass – 2010

La terza opera, infine è la mia prima vera e propria scultura, IN LUDO VERITAS,  del 2013, realizzata in legno,carta e plexiglass. Quest’ultimo lavoro mantiene sia la caratteristica bicromia del bianco e del nero delle opere bidimensionali che l’uso della stessa carta dei disegni, ora però impiegata come materiale costruttivo. Il significato di questo lavoro è in parte già manifesto nel titolo: giocando si scopre la verità su se stessi. Il progetto parte da uno studio sul cubo di Rubik, creando una sorta di “scatola magica” che aprendosi rivela il senso stesso della scultura. L’opera, infatti, abbandonata la sua forma di cubo, rivela il suo interno: una “città” che altro non è che un personale autoritratto dell’anima.

IN LUDO VERITAS - scultura in legno carta e plexiglass - 180x240cm, h.60cm - 2013.

IN LUDO VERITAS – scultura in legno carta e plexiglass – 180x240cm, h.60cm – 2013.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?

I.: Non ho in mente un’opera ,bensì tutta la produzione di un artista in particolare: Chagall. Ritengo    che tutto il suo lavoro mostri una “sensibilità” estremamente femminile.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

I.: “Il giardino delle delizie “ di Bosch.

G.: La critica peggiore che ti è stata mossa da un “addetto ai lavori”:

I.: “Le tue opere non comunicano nulla”. La critica più brutta che si possa fare ad un artista…

G.: La critica migliore che ti è stata mossa da un “addetto ai lavori”:

I.: “Il tuo lavoro si esprime con un linguaggio unico e assolutamente personale”. Un complimento davvero importante che spero di meritare!

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

I.: Difficile saperlo. Forse, avrei continuato la mia carriera da ingegnere e la vena creativa si sarebbe espressa nell’ideazione di progetti di taglio scientifico.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

I.: Nuove esposizioni in programma e molte collaborazioni con colleghi di altri settori artistici. Il confronto con altre discipline è sempre fonte di nuove idee ,oltre che di nuove conoscenze,quindi spero che queste partnership si ripetano nel tempo. Il sogno nel cassetto, invece,sarebbe quello di realizzare una mia scultura a grandezza naturale: un site-specific che permetta realmente alle persone di entrare nel mio mondo. Spero di concretizzare questo progetto quanto prima!

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

I.:Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza che non ti farai del male e che non ucciderai qualcuno.”  (Louise Bourgeois)

 

Per approfondire:

www.silviafaieta.carbonmade.com

http://www.facebook.com/silviafaietaart