Per Voce Creativa: Intervista a Ilaria Margutti

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Ilaria Margutti (Modena 1971)

“Pungo i tuoi occhi, perché possano tornare a vedere.”

Aghi, spilli, fili di seta. Una tela, un telaio. E guarigioni da ricamare. Perchè la Bellezza, prima di salvare, ferisce. Punge, cuce e ripunge ciò che aveva ricucito. Il dolore, infondo, non è che un percorso. E i percorsi lasciano tracce filanti.

Da ogni morte si risorge. Così come da ogni perdita. Ma ciò richiede cognizione. E allora il lento e paziente lavorio della consapevolezza diventa un viaggio da vivere sulla propria pelle.

La pelle esperisce, la pelle registra, la pelle trattiene. Attraverso la pelle ti sento, ti sfioro. E sento il tuo tocco, il tuo taglio, la tua ustione. La pelle è il mio documento di vita. Indelebilmente registra ogni cosa.

Ilaria Margutti tratta la tela come fosse pelle. La ricama per rilevare i segni del vissuto di ogni soggetto che sceglie di ritrarre. Ogni sua opera è dunque metafora epidermica su cui rin-tracciare vissuti. E il punto di partenza della sua ricerca è il ricamo. Quest’arte antica fatta di precisione, lentezza e disciplina. Punto di partenza – come lo fu per una delle artiste più libere e autonome della storia dell’arte, Rosalba Carriera, che dai pomeriggi di infanzia trascorsi ad osservare sua madre ricamare sentì sbocciare il desiderio di disegnare – e metodo. Per Ilaria l’atto del ricamare è diventato il modus vivendi et operandi: il linguaggio.

Autodisciplina e autoguarigione.

Snodando nodi, cucendo ferite, ricamando sindoni, tracciando e sfilacciando percorsi, Ilaria attende ed opera redenzioni. Impossibile non citare – assai prevedibilmente – l’omerica Penelope della quale Ilaria sembra essere trasposizione post-moderna. Impossibile non ripensare alla paziente disciplina con cui la moglie di Ulisse attese per ben vent’anni il suo ritorno da Troia, tessendo di giorno e disfacendo di notte, il sudario di Laerte. Ogni alba era un nuovo inizio e ad ogni alba lei ricominciava, per perdere di notte tutto quanto avesse concepito.

Ilaria Margutti  vive e crea a Sansepolcro.

Questa è la sua Voce Creativa per voi:

 

G.: Chi sei e che donna sei?

I.: Sono Ilaria Margutti. “Chi sei?” è una domanda che mi mette sempre un po’ in imbarazzo, perché non sono brava a parlare di me, mi limito a dire che amo il mio lavoro di insegnante e artista, non potrei fare a meno di nessuna di queste due identità che si alimentano e si stimolano vicendevolmente. Amo essere autonoma e cerco la libertà attraverso la disciplina del mio lavoro.

Ilaria Margutti in un frame del video "Predizioni" diretto da Lorenzo Lombardi.

Ilaria Margutti in un frame del video “Predizioni” diretto da Lorenzo Lombardi.

G.: Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’artista?

I.: Non c’è una ragione consapevole che possa individuare da un punto ben preciso della mia vita, forse mi chiederei cosa mi ha fatto mantenere la scelta che mi ha permesso di continuare un percorso di duro e costante lavoro di ricerca di consapevolezza. Penso che ognuno di noi abbia esigenze espressive, com’è giusto che sia, ma poi ci deve essere un passaggio di livello, un senso di responsabilità e uno sforzo di volontà, che permetta di trasformare la necessità espressiva in qualcosa di più strutturato, in un linguaggio. Da piccola disegnavo dietro i termosifoni perché mia madre non voleva che le sporcassi i muri, continuavo a farlo, nonostante mi avesse tappezzato la camera di grandi fogli per lasciare il mio estro libero di esprimersi, ma non funzionava! Io continuavo a imbrattarle i muri nei punti più nascosti, lasciando bianchi i suoi fogli. Ricordando alcuni episodi del mio passato ho la sensazione che disegnare mi desse l’opportunità di creare da sola le mie regole, rifiutando qualsiasi tipo d’imposizione non giustificata. Così, sapevo dove andare a cercare le risposte alle mie domande. Credo di aver sempre vissuto l’arte, come la possibilità di creare cornici diverse.

G.: Qual è stata la tua formazione?

I.: Istituto d’arte, tessitura e stampa su stoffa. Corso di formazione di disegno animato, poi accademia di belle arti a Firenze. Ho lavorato come collaboratrice per un restauratore, poi mi sono messa a studiare di nuovo, così sono diventata insegnante di storia dell’arte al liceo scientifico. Con un’unica costante: mai smettere di dipingere…

G.: La frase più incoraggiante che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica?

I.: “Vai avanti”.

G.: Come vedi collocata la donna all’interno società contemporanea?

I.: Faccio una premessa veloce: non tutte le donne sono uguali e non tutti gli uomini sono uguali.

Detto questo, posso solo parlare della mia percezione di collocamento all’interno della società, nella quale probabilmente anche altre donne si rispecchieranno. Ho la netta sensazione che un certo tipo di uomini sottovaluti un certo tipo di donne. Di certo, qualsiasi tipo di scelta per le donne continua ad essere sempre molto più faticosa, ma vedo intorno a me donne forti che stanno creando fratture nel sistema organizzativo sociale. L’unico punto che temo è la “guerra” donne contro uomini, perché questa sarebbe una generalizzazione troppo superficiale per affrontare la problematica della relazione uomo/donna.Dal canto mio, a volte provo rabbia nei riguardi di un sistema ancora molto maschilista, altre volte invece vorrei ci fossero più condizioni di confronto fra uomo e donna, partendo proprio dalle diversità dei generi.In sintesi, non amo molto le situazioni che tendono a separare le due sessualità.Prima di tutto perché se ho un disagio credo sia più giusto esporlo a chi mi crea il disagio e non a chi lo ha.In secondo luogo, impedirei al cambiamento di avvenire, creando distanze. Credo nel dialogo, nell’educazione, nella relazione e nel rispetto sul confronto.

 

G.: E come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

I.: Senza ripetere ciò che ho scritto sopra, direi che vedo molta forza e coraggio nelle opere di molte artiste donne. Questo non mi fa escludere che ci siano molti artisti uomini che sappiano fare altrettanto e che stimo profondamente. A livello di ricerca, trovo che molte artiste riescano a mettersi in gioco completamente, spogliandosi e svelandosi senza timore di far percepire le loro debolezze, cosa che invece gli uomini stentano a mostrare…Penso però, che sia necessario nell’arte avere punti di analisi opposti altrimenti non esisterebbero i diversi piani di linguaggi e consapevolezze. A livello di sistema di mercato o di visibilità dell’opera, non percepisco una grande differenza tra uomini e donne in questo preciso momento storico. Io sono più preoccupata per ciò che può essere buona arte o pessima arte.

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G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

I.: Questa è una domanda che mi piace, perché ho sempre pensato che l’artista abbia delle responsabilità nei confronti di chi fruisce dell’opera. La prima è la responsabilità nei confronti della storia (indipendentemente da chi l’abbia fatta, donne o uomini che siano), gli artisti hanno sempre contribuito a sovvertire i punti di vista del loro momento presente, alzando di un livello di consapevolezza la società di cui facevano parte. La seconda è che l’artista non è un creativo, ma fa un percorso di consapevolezza provata sulla propria pelle. Per questo essere artista include coerenza, disciplina, lucidità e coraggio.Per questo la creatività è solo il punto di partenza e non il percorso.Per questo credo che non ci sia differenza tra la responsabilità di un’artista donna o uomo.

 

G.: Una donna-artista che consideri un modello… e perché?

I.: Gina Pane è un modello per me. E l’ho capito visitando la mostra antologica che il MART di Rovereto le ha dedicato nel 2012. Trovo che Gina Pane abbia fatto un dono all’arte e agli esseri umani tutti: ha donato tutta se stessa e poi ha saputo risorgere. Tra le altre artiste che potrei citare ci sono: Ana Mendieta, Marina Abramovic, Louise Borgeois, Maria Lai.

 

G.: Perché lo fai? Raccontami il senso del tuo fare “arte” e del tuo vivere di “arte”:

I.: Lo faccio perché sento di avere la necessità di farlo e nella necessità riesco a riconoscere il mio modo di sentirmi libera. Lo faccio perché mi fa evolvere, lo faccio perché ogni volta mi creo la possibilità di relazione e cambiamento, lo faccio perché nell’arte c’è la mia risposta al disagio.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica? E perché?

I.: La pelle è il setaccio delle nostre esperienze, attraverso le esperienze prendo atto di me e di ciò che vivo. Il tessuto diventa così la metafora della pelle e la racconto con il mio filo. Ti lascio un mio scritto:

“La tela svela e perde al tempo stesso. Perde il peso del mondo.

il gesto del ‘donare’, dell’ ‘offrirsi’ è un gesto della natura femminea.

L’attesa, il costante e laborioso tessere è la forza della lucidità del tempo, che scorre senza apparenti cambiamenti, ma che nel suo divenire dipana esistenze.

Penso al tempo e al gesto ripetuto, all’oltraggio del silenzio, quando amputo le gambe alla mia figura di donna che reca al petto un dono di spilli.

Un’amputazione che lascia spazio al mistero di ciò che la cosa avrebbe potuto essere, come un’antica scultura arcaica greca.

l’arte si fa nido nel mistero.

l’integrità toglie il dubbio e genera passaggi forzati,

ciò che è incompleto lascia spazio al tempo e alle cose di come sarebbero potute diventare.

La mia Kore degli spilli, si dona e dona al tempo stesso.

Porta una collana di spilli, perché la bellezza va guardata attraverso il coraggio e non può mentire.

La bellezza ferisce e svela lo sguardo e toglie ciò che appesantisce e non serve.

È ora di sganciare l’àncora senza aver paura della vertigine.

Pungo i tuoi occhi, perché possano tornare a vedere.”

 

Giovanna-lacedra-Ilaria-Margutti-frame-of-Predizioni-video-diretto-da-Lorenzo-Lombardi3G.: Quanto c’è di autobiografico nel tuo lavoro e quanto di autobiografico riesci ad universalizzare?

I.: Il mio percorso nasce dall’esperienza biografica, penso che tutti gli artisti partano da una esigenza personale, ovvero, dare una risposta alla domanda iniziale: chi sono? Ecco perché credo che l’artista parta sempre da se stesso, ma credo anche che non possa rimanere fermo su se stesso, altrimenti non potrebbe esserci evoluzione. La seconda domanda sta nel come si percepisce la relazione, poi si diventa più vasti. L’universalità della ricerca artistica non sta nel tema affrontato, ma nel come si esce da se stessi rivolgendosi all’altro. L’universalità sta nell’usare la propria consapevolezza per donarla all’altro. E qui cito un’altra artista che amo: Maria Lai.La mia ricerca parte dalla definizione della mia identità, passa attraverso l’identità dell’altro e spero approdi alla definizione universale, mediante la relazione.

 

G.: Quale desideri sia la reazione dei tuoi fruitori?

I.: Vorrei fruitori che imparino a concedersi il tempo di osservare fuori dalle cornici.

G.: Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

I.: Ricamo a mano su tela, alla maniera delle ricamatrici.

G.: Come nasce un tuo lavoro?

I.: Come nasce a livello di etica o di estetica? In realtà si tratta di un procedimento lungo, in quanto ricerco in primis un contatto con la persona che ritraggo, una relazione; ricerco la sua storia. E non è semplice trovare modelli disposti a mettersi in gioco in tal senso. Infondo è come se gli chiedessi: “raccontami un segreto, una perdita, svelati a me…”. Non è semplice né immediato, ma quando accade parto dalle storie di queste donne o di questi uomini, raccolgo i loro scritti, li fotografo e poi ed infine li ricamo. Ricamo loro per come hanno saputo donarsi a me.Tecnicamente io fotografo, disegno su tela, smonto tela da telaio e comincio il lungo procedimento di ricamo a mano, usando un telaio da ricamo con un diametro di 25 cm grazie al quale realizzo tele grandi anche oltre il metro quadro. I fili che uso sono: seta, ritorto fiorentino, filo per tombolo, lana, cotone e tutto ciò che può servirmi a lasciare l’impronta tangibile sulla tela del corpo che racconto.

 

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici, gli artisti o le correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

I.: Insegnando storia dell’arte ho una percezione delle epoche e degli artisti su due piani:

uno è relativo alla preoccupazione di come far percepire il corso dell’arte nella storia ai miei studenti, l’altro è relativo ai riferimenti inerenti al mio percorso artistico. In tal senso vado a momenti. Ora, ad esempio, sono nel momento della Grecia Classica. Ma nel corso della mia formazione diversi altri artisti sono stati mie passioni amorose ed evolutive. Tra questi posso citare Bacon, L. Freud, Goya, Artemisia, ho un debole per Rembrandt, per Rogier Van Der Weiden Bruegel il Vecchio e la pittura fiamminga in generale, quindi adoro Antonello da Messina. Non posso non citare Piero della Francesca che è nato nel mio paese e ha sempre avuto molta influenza sul mio percorso. Tra i contemporanei, invece, adoro Anselm Kiefer, Tracy Emin, Sofie Calle, Shirin Neshat, Berlinde de Brukyere, Duchamp…

 

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a “suggerirti” qualcosa per il tuo lavoro?

I.: Tra i miei libri preferiti c’è  la biografia di K.G. Jung e molte letture di Borges, Janette Winterson. Ora sto leggendo Marianella Sclavi. Per la musica menziono i Massive Attack, Royksoop…

 

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

I.: 1-INFRANGIMENTO 2014 (Potatura dell’Ego)

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I.: 2- GLI OCCHI SI APRIRANNO COME OCCHI CHE SI APRONO 2014

Giovanna-lacedra-Ilaria-Margutti_Gli-occhi-si-apriranno_ricamo-e-rami-su-tela_100x120cm-2014

I.: 3 – E CORPORE MEDENDO: LA KORE DEGLI SPILLI 2013

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Le opere sono state eseguite tutte negli ultimi 2 anni. Tutte e tre parlano di guarigioni, non metamorfosi, ovvero di un passaggio da un livello all’altro di consapevolezza. E CORPORE MEDENDO, letteralmente significa La Guarigione DAL Corpo. Con il mio lavoro cerco resurrezioni. Non Ascesi, solo passaggi.

 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte (potrebbe averla realizzata sia un uomo che una donna)?

I.: “Io e Giove” di Correggio.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

I.: Alcune opere di Chiarhu Shiota.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

I.: Se potessi tornare indietro… beh… da piccola volevo fare la pattinatrice sul ghiaccio!

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

I.: In marzo ho curato la Quarta Edizione di Incontri al Museo: dialoghi al presente con l’arte, una serie di incontri d’Arte Contemporanea realizzati presso il Museo Civico di Sansepolcro.  Gli artisti ospitati (Giorgio Tentolini, Marcello Carrà, Marco Baldicchi e il progetto editoriale Bòite di Federica Boragina e Giulia Brivio) hanno presentato il loro lavoro anche attraverso esposizioni allestite all’interno del museo, proprio accanto alla celebre, assoluta, incantevole Resurrezione di Piero della Francesca. Invece Sabato 19 Aprile, alle ore 11,00, inaugurerò la mia mostra personale dal titolo E CORPORE MEDENDO a cura di Elena Merendelli, presso l’Ex Mattatoio di Anghiari, in provincia di Arezzo. La mostra è nata per volere e volontà di alcune persone che stanno sostenendo il mio lavoro. Poi la vita riserva sempre un sacco di sorprese…

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore

I.: “La metamorfosi è uno di quei processi per imparare ad usare il vigore del corpo, per un fine che è la sua stessa distruzione” (V. Nabokov)

“L’arte non è un intrattenimento” (Shirin Neshat)

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Per approfondire:

www.ilariamargutti.com

Facebook fan page:

http://www.facebook.com/IlariaMargutti.Artist

“Predizioni” – il video:

 

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Emily Dickinson – Il sorriso di lei…

Emily Dickinson

Emily Dickinson

Il sorriso di lei non era diverso dagli altri –
Stessa forma, fossette ai lati –
Eppure ti faceva stare male, come quando
un uccello si alza in volo, vuole cantare,
poi ricorda il Proiettile che l’ha ferito –
Allora si aggrappa a un ramo sottile,
convulso e la musica intanto si schianta –
come perle – finite nel Pantano –

[Emily Dickinson -1862]

 

EMILY DICKINSON, poetessa statunitense, nata ad Amherst, un piccola realtà del Massachusetts nel 1830. Creatura dal carattere introverso e riservato, Emily non amava la vita mondana e non abbracciò mai la tradizione puritana della sua terra. La poesia fu il suo bisturi e il suo setaccio; lo strumento con cui sezionò la vita per sondarvi l’ignoto. Poco dopo i trent’anni fece una scelta quasi catartica: per indagare profondamente il proprio mondo interiore si allontanò da quello esterno, limitandosi ad osservarlo da una finestra.
Morì il 15 maggio 1886 ad Amherst. Tutti i suoi scritti, gelosamente nascosti in una cassetta, furono ritrovati dalla sorella. Nel 1890 uscì postumo il primo volumetto di poesie, che fece di lei un vero e proprio caso letterario.

[Giovanna Lacedra : “Emily Dickinson: Tacere per scrivere”]

Regina José Galindo: “Mientras, ellos siguen libres” – 2007

 

Regina José Galindo: "Mientras, ellos siguen libres" - Live performance 2007.

Regina José Galindo:
“Mientras, ellos siguen libres” – Live performance 2007.

Il corpo di Regina è un corpo ribelle, polemico e politico. Uno strumento che le serve per raccontare con la carne stessa, la violenza subita dalle donne del suo paese. Per questa ragione non si pone limiti, perchè la violenza stessa in Guatemala, durante gli anni del conflitto armato, non ne ha conosciuti. Nessun rispetto per le donne, per il loro corpo, per la loro vita, per la loro dignità. Neppure quando erano incinte.

“Venni violentata ininterrottamente, per quindici volte, sia da soldati, sia da uomini in borghese. Ero incinta di sette mesi, pochi giorni dopo abortii”. Questa è una delle troppe testimonianze raccolte dalla Commissione per il Chiarimento Storico delle Violazioni dei Diritti Umani perpetrati sulla popolazione del Guatemala. Donne incinte, a pochi giorni o a un mese o due dal parto, spietatamente abusate. Doppiamente uccise, perchè oltre all’atroce stupro subito, perdevano anche i loro bambini. Ma questo era lo scopo degli aggressori: farle abortire, così da sterminare sul nascere le popolazioni indigene. Esiste qualcosa di più feroce?

Nel 2007 Regina aspetta un bambino. Raggiunge l’ottavo mese di gravidanza e poi decide di performare questa grave forma di violenza agita sulle sue connazionali: si spoglia, si sdraia su un lettino, divarica le gambe, si fa legare mani e piedi con veri cordoni ombelicali reperiti nelle cliniche dove avvenivano gli aborti delle donne stuprate. I suoi polsi e le sue caviglie legate da cordoni residui di aborti imposti.

(Giovanna Lacedra)