QUANDO L’UOMO ENTRA NELLA DONNA – Anne Sexton

QUANDO L’UOMO ENTRA NELLA DONNA.

Quando l’uomo
entra nella donna
come l’onda scava la riva,
ripetutamente,
e la donna, godendo, apre la bocca
e i denti le luccicano
come un alfabeto,
il Logos appare mungendo una stella,
e l’uomo
dentro la donna
stringe un nodo
perché mai più loro due
si separino
e la donna si fa fiore
che inghiotte il suo gambo
e il Logos appare
e sguinzaglia i loro fiumi.

Quest’uomo e questa donna
con la loro duplice fame
hanno cercato di spingersi oltre
la cortina di Dio, e ci sono
riusciti per un momento,
anche se poi Dio
nella sua perversione
scioglie il nodo.

[Anne Sexton]

Giovanna-Lacedra-Anne Sexton

Anne Gray Harvey, poi diventata Sexton avendo preso il cognome del marito, era una ragazza di buona famiglia ma  ebbe un’infanzia molto solitaria e non frequentò corsi di studio regolari. I suoi genitori conducevano una vita sociale di un certo livello ed entrambi avevano problemi con l’alcol. Il rapporto col padre fu catastrofico e traumatico, pare che egli la detestasse al punto di dirle che non reggeva la sua vista. All’inizio dell’estate del 1944 Anne conobbe Kayo Sexton, si innamorò, fuggì con lui e lo sposò. La grande passione non le impedì, solo pochi anni dopo, di innamorarsi o di uscire con altri uomini. L’abuso di alcol e di psicofarmaci contribuivano ad acuire il suo temperamento irrequieto e il bisogno costante di novità. Ebbe due figlie. E scoprì la vocazione poetica in seguito alle sue crisi depressive e al suo primo tentativo di suicidarsi. Dopo essere entrata in cura con un nuovo psichiatra, Anne venne da lui convinta di possedere un talento creativo totalmente inespresso. Il medico le consigliò di scrivere e la Sexton si decise a farlo. Visse anni fervidi tra la psicanalisi e la scrittura, per questo la sua opera poetica è da definirsi, insieme a quella di Sylvia Plath, “Confessional”, perchè la scrittura era introspezione, analisi, confessione.  Tentò ancora il suicidio nel 1957. Sviluppo dipendenza da alcol e farmaci, ma non smise mai di scrivere. E poi conobbe Sylvia, con la quale spesso conversò di amore, di poesia, di morte.  Si tolse la vita nel 1974:  si avvolse nella vecchia pelliccia della madre, si versò un bicchiere di vodka, si chiuse nel garage e accese il motore dell’auto.

 

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TI ODIO PERCHE’ NON TI AMO PIU’ – Patrizia Cavalli

Immagine

TI ODIO PERCHE’ NON TI AMO PIU’

 

Ti odio perchè non ti amo più

perchè non posso perdonarti

di non riuscire più ad amarti.

 

[Patrizia Cavalli – da “Il Cielo” – 1981)

 

Patrizia Cavalli è una poetessa capace di narrare l’amore sconfinante, terribile e giocoso, l’attesa, il tormento e la sorpresa nel giro di pochi versi. Nata a Todi nel 1947, vive attualmente a Roma. Ha pubblicato per le Edizioni Einaudi le raccolte di versi: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992,  L’io singolare proprio mio (Einaudi, 1999), Sempre aperto teatro, Pigre divinità e pigra sorte.  Ha tradotto dall’inglese e dal francese narrativa e teatro.

 

Per Voce Creativa: intervista a Valentina Biasetti.

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Valentina Biasetti (Parma, 1979).

Il silenzio è un luminoso androne di passaggio. Serve a lasciare il mondo dei rumori e delle distrazioni per raggiungere quello della poesia e delle più intime percezioni. Per questa ragione, nelle opere di Valentina Biasetti, il bianco può restare tale. Perché è il ritratto di un silenzio mnemonico ed emozionale. Non deve essere riempito ad ogni costo, contiene già tutti i colori. È uno spazio di luce, indispensabile perché il viaggio accada. Valentina legge nella pittura un ponte tra questa realtà e un altro altrove. Subissato in noi stessi, non facile da raggiungere, ma pregno di magia. Il viaggio è quello individuale e può iniziare a partire dalla memoria. Per fare della pittura un viaggio, Valentina si avvale di una tecnica che chiama “necessaria” proprio perché non viene pianificata a priori. Al contrario, materiali e supporti sembrano quasi capitarle. Sono incontri, piuttosto che scelte. Può accadere, ad esempio, che un vecchio lenzuolo le racconti una storia. E allora, il suono raccolto nell’ordito di quello scampolo di memoria diviene la ragione della sua scelta. Successivamente  arrivano le figure: mille Valentine monocrome –  sovente irriconoscibili poichè colte in scorci prospettici arditi –, sembrano galleggiare  nello spazio bianco della tela. Talvolta guerreggiano con graffi incontrollati di colore, talaltra vengono inghiottite da un non-luogo che confina col biancore. La soglia di  passaggio, poi, è spesso un arcobalenico hula hoop. Che quell’altrove si chiami “infanzia”?

Scopriamolo attraverso le sue parole:

G.:  Chi sei e che donna sei?

V.: Valentina Biasetti.

 

G.: Quando, come e per quale ragione (se c’è una ragione)  una donna come te diventa un’artista:

V.: Penso che sia una questione di “odore: succede che ci si avvicina inspiegabilmente alle cose, alle persone e si fanno delle scelte per una banale affinità olfattiva. Io, per esempio, amo l’odore della pittura, delle matite appena temperate, della carta e della tela.

Giovanna Lacedra- ValentinaBiasetti-studio

G.: Qual è stata la tua formazione?

V.:  All’ Istituto d’Arte P. Toschi di Parma ho studiato Grafica Pubblicitaria, poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Pittura, dove mi sono congedata con un Diploma di Laurea da 110 e lode; ma non sono i pezzi di carta che formano il carattere di una persona, tantomeno di un artista. Sono tutte le persone stupende che ho avuto l’occasione di incontrare e conoscere lungo il mio percorso: a loro devo il mio livello di formazione.

G.: La frase più demolente che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

V.:  Non c’è frase più logora di un complimento fatto solo per convenienza o per educazione.

 

G.: La frase più incoraggiante che ti sei sentita dire durante il tuo percorso di crescita artistica:

V.:  Se il coraggio che può trasmettere una frase si traduce in spinta emotiva per andare avanti, penso che le frasi più incoraggianti siano state quelle più dolorose da accettare:

“Valentina, secondo me questo lavoro non funziona!”

 G.: Come vedi collocata la donna all’interno società contemporanea?

V.:  Se penso alla società come a una grossa bilancia penso che uomo e donna debbano avere un peso equivalente: nessun sentimento di onnipotenza o di rivalsa tra i due ma solo collaborazione. Ciò che fa la differenza e rende una società veramente all’avanguardia è l’Istruzione, la Consapevolezza dei doveri e la Stima reciproca tra uomo e donna.

G.: E come vedi collocata la donna all’interno del sistema dell’arte, oggi?

V.:  Rispetto a non tanto tempo fa ci sono stati dei progressi, quantomeno possiamo dire che esistono delle donne inserite nel sistema dell’arte, che lavorano e che sono davvero brave! Non mi piace fare paragoni con gli uomini: sarebbe di parte dire che noi donne abbiamo una marcia in più…

 

G.: Sei mai stata “invitata” a scendere ad un qualche compromesso ?

V.:  I compromessi sono all’ordine del giorno, ho imparato che bisogna stare sempre molto attenti a non tradire la propria natura e i sentimenti che stanno alla base del lavoro. In questo periodo per esempio sembrano essere in voga le “gallerie” che ti promettono la consacrazione al mondo dell’arte, se sei disposto a sborsare una discreta quota d’entrata, e sono anche magnanimi: ti consentono di rateizzarla! Fai anche qualche mostra con tanto di inserzione sui giornaletti, i lavori magari non sono un granché ma cosa importa? Paghi per sentirti dire: “Ma quanto sei brava!”Ora, io a questi compromessi non scendo! Sia chiaro, io ci metto il lavoro e la faccia. Il gallerista deve credere in me non nel  mio portafogli.

G.: Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?

V.:  Fare un buon lavoro e (se lo vuole) costruirsi una famiglia. Gli stereotipi di chiara identità maschilista per cui, se vuoi fare carriera devi eliminare dai tuoi pensieri il fardello famigliare, sono roba da anni ottanta/novanta. Una donna, oggi, artista che sia, deve essere testimonianza che si possono far coincidere le cose: certo è più difficile.

Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-lavoro

G.: Una donna-artista che consideri un modello; perché?

V.:  Louise Bourgeois. Perché è Louise Bourgeois.

G.: Perché lo fai? Raccontami il senso del tuo fare “arte” e del tuo vivere di “arte”:

V.:  “ Stringendo i pugni per quelli come noi

che sono oppressi dai simulacri

della bellezza

ti sistemasti e dicesti

non importa

Siamo brutti ma abbiamo

La Musica.”

(ChelseaHotel#2 – Leonard Cohen)

Questa frase l’ho scritta sul muro del mio studio e ho sostituito Musica con Pittura.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica? E perché?

V.:  Il Viaggio. Il mio lavoro vuole diventare  un ponte immaginario per un Luogo che chiameremo “Altrove”: un Luogo svuotato dalle apparenze inutili della società attuale, un Luogo magico che ritroviamo solo nel  profondo di noi stessi.

G.: Quanto c’è di autobiografico nel tuo lavoro, e quanto di autobiografico riesci ad universalizzare?

V.:  Il mio sguardo è il mezzo per osservare tutto quello che mi circonda, il mondo passa attraverso il mio sguardo per poi essere tradotto in immagine. Le figure che rappresento nascono da autoscatti. Tutto questo è sicuramente molto autobiografico, ma questa abbondanza è necessaria per mettermi in relazione con chi osserva il  lavoro, per permettere al  fruitore di immedesimarsi  e concedergli il mio punto di vista.

G.: Quale desideri sia la reazione dei tuoi fruitori?

V.:  Curiosità e immedesimazione.

G.: Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

V.:  Vorrei precisare la mia scelta di indicare “tecnica necessaria” piuttosto che tecnica mista, in quanto credo che utilizzando un supporto non standard, ma già carico di storie e poesie sia importante capire di volta in volta le tecniche o i materiali da utilizzare, proprio per non soffocarne le potenzialità.

G.: Come nasce un tuo lavoro (step by step) ?

V.:  Tutto parte da un momento di riflessione e silenzio. Poi arriva la parte più divertente e giocosa in cui cerco negli autoscatti il soggetto giusto sul quale lavorare. Parallelamente c’è la ricerca della tela: come ti dicevo non uso supporti standard ma di volta in volta cerco una stoffa o un lenzuolo che mi suggerisca una sua nota poetica. Quando tutto è pronto comincio con la matita ricercando un equilibrio di pesi all’interno del lavoro, successivamente il gesto e il colore distruggono questo equilibrio.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici, gli artisti o le correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

V.:  Il mio lavoro è in continua evoluzione e fermento: mi incuriosisce tutto. Non mi voglio riconoscere in una corrente, mi affascina il Barocco, il Romanticismo tanto quanto la Pop Art, il Suprematismo e la Grande pittura Americana. Non mi piace etichettarmi, è il sentimento quello che conta.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a “suggerirti” qualcosa per il tuo lavoro?

V.:  Dico i primi 10 che mi vengono in mente:Fernando Pessoa, Jorghe Luis Borghes, Mark Strand, Antonio Tabucchi, Tanizaki Junickiro, Josè Saramago, John Berger, Il Vangelo e i Vangeli Apocrifi, Fabrizio De Andrè, Patti Smith…

G.: Scegli 3 delle tue opere  e raccontacele:

1. PREGHIERE APOCRIFE (La Trasfigurazione) – tecnica necessaria su lenzuolo leggero. cm 100×150, anno 2013.

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Preghiere-Apocrife

V.:  Preghiere Apocrife  cela  l’orazione di una preghiera bruscamente interrotta, un black-out nel momento in cui l’anima entra in contatto con la dimensione celeste: il gesto pittorico assume le sembianze di uno schiaffo,testimonianza di una violenza subita nel profondo. L’atto della preghiera non è interpretato in modo canonico ma si ricerca nella libertà dell’improvvisazione. Le figure che disegno si muovono nella solitudine di uno spazio vuoto, relazionandosi unicamente con il colore oil gesto pittorico.

 

2. MILONGA#5 – tecnica necessaria su lenzuolo leggero cm 92 x 92, anno 2013

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Milonga

V.:  MILONGA# mette in scena una danza passionale, un tango d’amore e passione  dove il colore diventa metafora di passaggio dal sogno alla veglia e dalla vita alla morte, ottenendo una propria identità fisica che decentra la sua esistenza al di fuori dello spazio pittorico comunemente inteso. Il colore diventa viaggio tra un “qui’” e un “altrove” non ben definito lasciato all’immaginazione dell’osservatore.

3. TESTAMENTO FORMIDABILE,7 – Tecnica necessaria su lenzuolo leggero, cm 50 x50, anno 2014

 Giovanna-Lacedra-Valentina-Biasetti-Testamentoformidabile

V.:  Testamento Formidabile  prepara il corpo  a un viaggio che ha il suo svolgimento nel tessuto più profondo dell’inconscio: nel sottosuolo dell’anima. In questo tipo di Viaggio il corpo con tutta la sua fisicità e presenza è consapevole di dover abbandonare i beni terreni e tangibili per trasformarsi in  “Altro da Sé” nella ricerca e nell’esplorazione di un Luogo misterioso e sconosciuto.Il Cerchio diventa simbolo magico del Luogo: soglia e metafora di passaggio. Il Cerchio è l’unica testimonianza che resta in eredità di questo Testamento bizzarro e segreto, per permettere ad Altri l’esperienza di questo Formidabile Viaggio.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?

V.:  “Giovane con canestro di frutta”di Michelangelo Merisi detto Caravaggio.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

V.:  Una qualsiasi di Picasso, solo per un fattore economico.

G.: La critica peggiore che ti è stata mossa da un “addetto ai lavori”:

V.:  La critica peggiore è stata la critica assente, ovvero quando non è stato detto nulla.

G.: Se non ti fossi scoperta “artista” cosa saresti diventata?

V.:  Avrei fatto un mestiere più remunerativo, i miei genitori sarebbero stati più felici: io sicuramente no.

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

V.:  Lavorare, lavorare… e lavorare.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

V.:  “Per noi l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo

  quanti siano decisi ad assumersene i rischi” (Mark Rothko)

Per approfondire:

https://www.facebook.com/pages/Valentina-Biasetti/167666696715109?ref=hl

Dare forma e corpo alla parola…

“La mia preoccupazione è quella di tradurre la parola in forma.

Dare forma e corpo alla parola, attraverso la creazione di un’immagine positiva

Giovanna Lacedra - Hannah Wilke.

che sappia spazzare via  l’aggressività,  la paura e i pregiudizi connessi a connotazioni negative e riduttive rispetto al corpo femminile. La mia preoccupazione è trasformare il negativo in arte.”

[Hannah Wilke]

 

AERIALIST|L’ACROBATA – Sylvia Plath

Giovanna-Lacedra-Sylvia-Plath

AERIALIST – L’ACROBATA

Ogni notte quest’agile giovane donna
Riposa fra lenzuoli
A brandelli sottili come fiocchi di neve
Finché un sogno non ne solleva il corpo
Dal letto ad ardue sfide
D’acrobazie sul filo.

Tutta la notte in equilibrio
Con destrezza da gatta sulla perigliosa fune
In una sala gigantesca
Balla delicate danze
Allo schiocco di frusta ed al ruggito
Degli ordini del suo maestro.

Dorata, avanza precisa
Attraverso quell’aria greve.
Un passo e si ferma, sospesa
Al fulcro del suo gesto
Mentre grossi pesi le cadono attorno
Ed incominciano a volteggiare.

Addestrata a tal punto, la ragazza
Para l’affondo e la minaccia
Di qualunque oscillazione;
Con un improvviso slancio e una piroetta
Chiama l’applauso, la corda luccicante
Le affonda affilata in ogni coraggioso arto.

Poi, finito il difficile esercizio, fa un inchino
E serenamente si lancia giù
attraverso il pavimento di vetro
in salvo verso casa; ma, roteando occhi allenati
un domatore di tigri ed un pagliaccio sogghignante
si accovacciano, lanciandole palle nere.

Alti carri rotolano dentro
Con tuono di leoni; tutto s’adopera
Ed avanza sgraziato
Per intrappolare questa oltraggiosa leggera regina
E sbriciolare in atomi
Le sue nove vite cosi inafferrabili.

Ma lei s’accorge dello stratagemma
Di pesi neri, palle nere e carri neri
E con un’ultima abile finta salta
Attraverso il cerchio del suo rischioso sogno
Per balzar sù seduta del tutto desta
All’arrestarsi dello squillo della sveglia.

Ora come punizione per il suo talento
Di giorno è costretta a camminare temendo
I guanti d’acciaio del traffico, terrorizzata
Dalla paura che, per dispetto, tutta
L’elaborata impalcatura del cielo sopra la sua testa
Cada alla fine fragorosamente sulla sua fortuna.

[Sylvia Plath  1950-55 c.a]

Sylvia Plath (1932 – 1963) è stata una delle più alte voci della poesia statunitense contemporanea, esponente insieme ad Anne Sexton del filone Confessional. Le sue raccolte più note sono “The Colossus” e “Ariel”. Quest’ultima fu quella che la rese più celebre e che fu da lei partorita quasi di getto negli ultimi mesi della sua vita. Scrisse anche un romanzo, uno solo, di impronta decisamente autobiografica, ma che pubblicò sotto pseudonimo: “La Campana di Vetro”. Sposata al poeta Ted Hughes, da cui ebbe due figli, soffrì durante la sua breve vita di forti crisi depressive (gli psichiatri contemporanei hanno ipotizzato fosse bipolare)  che si accentuarono durante gli anni di matrimonio. Tentò il suicidio a vent’anni, fu ricoverata in una clinica psichiatrica, subì l’elettroshock. Viveva nella paura di non riuscire a scrivere ciò che in lei si plasmava. Viveva nel terrore del rifiuto da parte degli editori e non reggeva le critiche negative al suo lavoro. Tutto questo si accentuò in seguito al suo matrimonio, durante gli anni in cui visse con Ted. Quando lui la lasciò perchè la sua amante aspettava un bambino, lei crollo rovinosamente. Era il 1962.Ma nella solitudine e nel dolore sgorgarono i versi più belli, che composero la raccolta “Ariel”. L’11 febbraio 1963, all’alba, Sylvia sigillò porte e finestre della casa in cui viveva sola coi due bambini, aprì il gas del forno, si inginocchiò, vi infilò dentro la testa, e morì. Ted Hughes pubblicò postumi i suoi Diari personali, omettendo l’intero ultimo volume che raccontava del loro rapporto nell’ultimo periodo della sua vita.

Per Voce Creativa: Intervista a Silvia Serenari

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Silvia Serenari (Piombino, 1974).

Plotino sosteneva che “l’occhio non avrebbe mai percepito il sole se non avesse dapprima assunto la forma del sole”…e la forma del sole è circolare, come quella delle nostre pupille. Il sole è vita. È calore. È energia. Eppure è la terra a ruotare intorno ad esso, come tutti gli altri pianeti. La rotazione, mi spiega Silvia, è il continuo movimento/mutamento al quale sono sottoposte tutte le cose della natura. Rotazione è ciclicità. È qualcosa che non si ferma. È l’eterno movimento dei pianeti e dell’esistenza.

Ora, la forma che riassume tutto questo è il cerchio, la più dinamica delle figure geometriche. La più misterica e la più emblematica.

Simbolo di compiutezza, per i Rinascimentali era emblema della Divina Perfezione: la città ideale di Francesco Di Giorgio Martini aveva al suo centro un Tempio a pianta circolare, la cupola del Brunelleschi non era che una titanica semisfera a doppia calotta con struttura autoportante e la visione antropocentrica dell’uomo –  tipica dell’Umanesimo –, trovava la sua sintesi nella rappresentazione dell’Uomo Vitruviano da parte di Leonardo, e ancor prima dalle parole stesse di Marco Vitruvio Pollione, che tra le pagine del suo Trattato dedicate alle proporzioni del corpo umano, ebbe a definire l’ombelico “il centro del compasso”.

Anche il Mandala, simbolo della cultura Veda  e sostantivo sanscrito letteralmente traducibile in “possedere l’essenza”, ha forma circolare. E non è allora un caso se lo psicanalista Carl Gustav Jung, il secolo scorso volle affermare che il mandala è l’archetipo dell’ordine interiore e che, mediante la sua forma circolare, “ esprime il fatto che esiste un centro e una periferia, e cerca di abbracciare il tutto, è il simbolo della totalità.”

Il cerchio, dunque, è Tutto. È vita-morte-vita. Ciclicità, Eternità, Perfezione. E dal cerchio alla sfera… ecco la forma dei pianeti… e quella di un ventre gravido. Di un utero, di un seno. La convessità anatomica che prelude all’arrivo di un figlio. Vita nella vita.

Ciclicità, appunto.

Questo e molto altro nell’opera di Silvia Serenari, che mescola materiali tradizionali come la ceramica a tecniche digitali come il video e la fotografia. A voi, le sue parole:

G.: Una descrizione libera di te:

S.: Simile alle nuvole, al vapore, ai riflessi, come racchiusa in una bolla, fluttuo, nell’universo delle idee, nel mio iperuranio. Uno spazio sacro, metafisico, spirituale origine del mio essere artista. Adoro gli alberi soprattutto in autunno e guardare il cielo attraverso i rami spogli, le trame fitte di vegetazione, l’odore di sottobosco, in questo mi identifico molto con il significato del mio nome: Silvia deriva da Selva , che viene dai boschi.

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G.: Forniscimi una definizione del ruolo della “donna-artista”  nel corso della storia:

S.: In passato il ruolo della Donna nell’arte era quello di musa ispiratrice; un ruolo prodotto dell’immaginario maschile. Invisibili al mondo, le donne operavano invece nel proprio intimo, e solo alcune di esse sono riuscite ad uscire alla luce. Una delle prime grandi Donne della storia  (a me molto cara) è Hildegard Von Bingen ( 1098 – 1179 ) una perla rarissima, che ha lasciato un’eredità di grandi opere in diverse discipline. Dalla musica all’arte, da scritti di cosmologia alla medicina e alla botanica. Hildegard fu autrice della lingua ignota (una delle più antiche lingue artificiali), e  vista l’epoca in cui visse, condusse una vita controcorrente, una vita decisamente fuori dalle “mura” oltre le quali solitamente venivano relegate le “ Donne”.

G.: Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

S.: Nella società occidentale, la vedo in crescita, anche se si annidano nella mente ancora dei pregiudizi difficili da estirpare. Spesso, i primi pregiudizi nascono proprio all’interno della  famiglia: la donna, oltre ad avere un lavoro, deve occuparsi a pieno titolo dei  lavori domestici e della crescita dei figli, spesso senza collaborazione da parte dell’uomo.

G.: Qual è, secondo te, il dovere di “un’artista-donna” all’interno società contemporanea?

S.: Senza distinzione tra donna e uomo, in accordo con  Schumann, ritengo che  : “ illuminare la profondità del cuore umano è il compito dell’artista”.

G.: Quando e  come hai capito di voler fare e/o di essere un’Artista?

S.:  A 20 anni, contemporaneamente ai miei studi di filosofia ho iniziato i primi esperimenti fotografici. Nel 2000 mi sono trasferita a Roma e lì, nella città eterna,ho realizzato  che volevo fare l’artista. Ho impiegato 3 anni di ricerca prima di uscire alla luce con il  lavoro:  “Anima Urbis” (una mistica urbana) condensazione dei miei studi e delle mie ricerche spirituali.

G.: Perché lo fai?

S.:  Per necessità,  è il mio “Daimon”.


G.: Il Cerchio, simbolo di compiutezza, per i rinascimentali  era l’emblema della Divina Perfezione; il cerchio è oggi al centro della tua ricerca.  Perché?

S.:  Cerchio e rotazione sono alla base di gran parte della mia ricerca. Una ricerca del “Divino”. Rotazione /Trasformazione/Esistenza, Fissità/Centro/Eternità : “…Il mondo è un vortice, una danza vorticosa perpetua in cui nulla si ferma: tutto vi gira incessantemente, perché il movimento è il generatore delle cose…” (O.Wirth) . La rotazione è il continuo mutamento al quale sono sottoposte tutte le cose, è simbolo della ciclicità dell’esistenza ed attraverso questo movimento perpetuo ci avviciniamo alle grandi leggi naturali che regolano la vita. Il Cerchio, raccolto in se stesso, senza inizio né fine, compiuto e perfetto, è il simbolo dell’assoluto, dell’infinito e dell’eternità. E’ rappresentazione del cielo, della spiritualità, dell’anima. Il moto del Cerchio fa pensare ad un’interazione costante tra mondo spirituale e mondo materiale, ad un qualcosa che unisce in sé  l’invisibile e il visibile.

Giovanna-Lacedra-Silvia-SerenariG.: Dalla figura piana al solido che ne deriva, dalla circonferenza alla sfericità. La tua forma prediletta ha, a mio avviso, molto di femminile: mi fa pensare alla convessità di un ventre gravido, alla forma anatomica dell’utero, alla rotondità del seno. Femminilità e maternità. Quanto, di questa mia osservazione, è presente nel tuo lavoro?

S.:  Un aspetto molto importante della mia ricerca è il potenziale racchiuso in un’unica immagine. Il progetto  che meglio rappresenta il femminile e la potenza creatrice ad esso legata è “Iter Mysticum” un lavoro che è partito dallo scatto fotografico di una mia ciocca di capelli, avvenuto per caso dopo un’improvvisa folata di vento. E’ un cammino mistico legato al femminile e alla naturale predisposizione che la Donna (Anima, vapore esteriore e sensitivo ) ha, ad accogliere ciò che dall’esterno si rivela. Il capello diviene bocca, utero, e si trasforma creando molteplici forme, dando vita al potenziale racchiuso in sé.

G.: Qual è la componente misteriosa e quale invece quella rivelatrice, della tua arte?

S.:  Mistero e rivelazione sono contemporaneamente in atto nei miei lavori, ma per non cadere in errore e riuscire a “vedere”, bisogna guardare con “attenzione”.

G.: Quale reazione desideri abbiano i fruitori del tuo lavoro, e quali riflessioni ambisci a provocare in loro?

S.:  Incanto,  rapimento estatico, meraviglia… Vorrei che il pensiero si soffermasse sull’analisi dei  simboli, i quali agiscono sulla mente in modo indipendente.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

S.:  I rosoni delle cattedrali, i poligoni stellari, l’arte islamica, moltissime illustrazioni alchemiche,  Blake, Durer, Esher

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a “suggerirti” qualcosa?

S.:  James Hillman che ( riprendendo le concezioni neoplatoniche) espande il concetto di anima a tutte le cose esistenti, non solo animali e piante infusi d’Anima, ma l’Anima data in tutte le cose, le cose della natura date da Dio e le cose della strada fatte dall’uomo. E poi  Guenon , Hildegard Von Bingen ,  Jodorowsky , mistica e musica Sufi , la Cabala, il canto armonico ….

G.: Scegli 3 delle tue opere, per raccontare visivamente il tuo lavoro:

S.:  Anima Urbis 22,  45 x 45 cm, fotoceramica. 2005.

Giovanna-Lacedra-Silvia-Serenari.Anima Urbis 22, 2005,  45 x 45 cm, fotoceramica

S.:  Iter Mysticum 26, Iter Mysticum 34, 22x22cm, stampa digitale su forex + stampa digitale su plexiglass. 2012.

Giovanna-Lacedra-Silvia-Serenari.Iter Mysticum 26, Iter Mysticum 34, 22x22cm, stampa digitale su forex + stampa digitale su plexiglass-

 

 

S.:  Anima Urbis, Iter Perfectionis II,  Still da video, 2012.

Giovanna-Lacedra-Silvia-Serenari.Anima Urbis, Iter Perfectionis II, 2012, still da video

G.: L’opera più “femminile” della storia dell’arte :

S.:  “La nascita di Venere” e “La primavera” di Botticelli . Qualche anno fa alla loro vista ho provato la “sindrome di Stendhal”.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

S.:  I Rosoni della Cattedrale di “Notre Dame”.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

S.:  “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito.” ( W. Blake)

 

 

Per approfondire, il sito ufficiale di Silvia Serenari:

http://www.animaurbis.org/

Io cerco di evocare il lato positivo della follia…

La comune definizione di femminile e femminilità è troppo restrittiva:

io cerco consapevolmente di evocare con il mio lavoro il lato positivo della follia e dell’isteria (…)

giovanna-lacedra.pipilotti_rist-web

È una tattica di sopravvivenza per far brillare alla luce del sole l’essenza del femminile, e per trasformare alcuni dei più comuni pregiudizi negativi, sovvertendoli e interpretandoli in maniera positiva.

[Pipilotti Rist]