CANTO DI SALOME’ FIGLIA DI LILITH – Joumana Haddad.

Giovanna Lacedra-Joumana_Haddad

 

CANTO DI SALOME’ FIGLIA DI LILITH 

Non temo il diavolo

perchè egli mi sogna.

Quando chiudo gli occhi e mi dondolo allo specchio

mi vede.

Non mi spaventa il diavolo

E danzerò sulle rosse ceneri di Erode

berrò il vino da una mano vergine

bacerò il mio amato sulla bocca

Per un’ultima volta

affinchè mi sorrida la morte.

Tu, mio amante perfetto,

domatore di iene, signore del deserto,

non senti la tua ghigliottina.

il mio cuore

che ti chiama?

Giovanni, vieni

io sono la collana fidanzata al tuo collo reciso.

Vieni, battezzami con il sole che ti ho scurito.

Solo per te sono tornata:

lascia che il tuo sangue sprecato

ti mostri il cammino.

 

[Joumana Haddad – da “Il Ritorno di Lilith ” – 2004]

 

Joumana Haddad poetessa e giornalista libanese contemporanea, vivente. Nata nel 1970, attualmente è responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese An Nahar, ed insegnante all’Università Libano-Americana di Beirut. Inoltre  è attivista per i diritti della donna, e anche la capo redattrice di Jasad  una rivista araba che agisce contro l’oscurantismo maschilista ed è specializzata nelle arti e la letteratura del corpo.

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IL TOCCARE – Jacqueline Risset

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IL TOCCARE

Non mi hai toccato ancora
amor passa per gli occhi
e scende nel cuore
amor di lontano
ci esercita
e perfeziona
ma chi
potrebbe ora toccarmi
se non tu?
Passeggio nell’aria
nel bosco sacro
color di brina
nell’aureola.

[Jacqueline Risset]

*poesia tratta dalla raccolta “Amor di lontano” – Edizioni Einaudi. 2006.

Jacqueline Risset poetessa e critica letteraria francese,  è nata in Francia, a Besançon, ma vive e insegna a Roma, dove dirige anche il Centro di studi italo-francesi.

Per Voce Creativa: Intervista a Jessica Rimondi.

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Questa settimana Giovanna Lacedra incontra Jessica Rimondi (Torino 1987).

Per Jessica la donna è un ramo che germoglia. Ma ad un certo punto si sfrangia, si spezza, o forse è l’albero stesso che s’incendia? Perché la sua pittura è così: una deflagrazione su acque chete.

Jessica Rimondi è un’artista torinese molto giovane, oggi residente a Berlino. Ha seguito il corso di pittura presso l’Accademia Albertina di Torino, slacciandosene poi per portare avanti la propria ricerca in maniera autonoma, con grande dedizione e determinazione. In occasione del 4° Premio Internazionale Arte Laguna 2009-2010 ha esposto nella collettiva dei finalisti presso le Tese dell’Arsenale di Venezia. Ha poi presentato il suo lavoro in due collettive presso gli Istituti di Cultura di Vienna e Praga. Risale allo scorso anno “Solitudo”, la bi-personale realizzata con la pittrice catanese Elisa Anfuso (già intervistata in questa rubrica) presso lo Spazio Arte Duina di Brescia.

La sua ricerca prosegue, infaticabile e imperterrita. Ed è soprattutto di ricerca tecnica che si tratta; una ricerca in cui diversi materiali si mescolano e compenetrano. La matita, il fondo acrilico, l’olio, la carta, la colla. Su piatte campiture dalle tonalità piuttosto tenui – in un assetto apparentemente dato da zone di bianco assoluto – e ben ordinati contorni a matita, improvvise stratificazioni di carta e graffianti velature, spiazzano! E vibrano sulla tela, come silenzi esplosi. Come rotture di una quiete, come piaghe nella calma,il substrato di una superficie perfetta, la carne viva sotto la seta della realtà. E pare quasi che l’immagine voglia aprirsi, come una ferita, come un’ustione, per esporre la verità in tutta la sua perentorietà, in tutta la sua intima crudezza. Perché sotto l’immagine, la realtà è fatta di carne viva. I volti nascono dal segno e sono inizialmente soltanto “segno” su quelle campiture celesti o rosa. Poi una parte di quel volto si fa carne, prende le tonalità di un incarnato alla Lucien Freud. E all’improvviso … scompaginante arriva il grido, mediante il gesto pittorico. Immediato come una pugnalata. È lo strappo. È l’urlo straziante che stordisce il silenzio. È come se il soggetto stesso deflagrasse, si rompesse – o interrompesse. È come se il soggetto scoppiasse. È il gesto pittorico, ricercato, meditato, studiato, ma dal risultato efficacemente istintivo, che rende improvvisamente truce la realtà!

Come non avvertire l’eco delle combustioni di Burri, e delle deformazioni anatomiche di Bacon?

G.:  Descrivimi la Donna che sei:

J.:    Dr. Jessi e Mrs. Hide.

G.:  Cos’è una Donna secondo te?

J.:    Nel mio immaginifico la donna è un ramo che germoglia.

G.:  Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

J.:   Come un essere molto dotato ed intelligente. Ma trovo che per quanto riguarda i diritti ci sia ancora molta  discrepanza tra il mondo “occidentalizzato” e tutto il resto.

Giovanna Lacedra- Jessica Rimondi

Jessica Rimondi

G.:  Come definiresti il ruolo dell’Artista-Donna nel corso della storia dell’arte e nel contemporaneo?

J.:   E’ piuttosto recente lo studio delle personalità artistiche del passato, quello dell’Artista non era sicuramente un ruolo per donne, nonostante ci siano state delle grandi personalità tra cui Camille Claudel, Artemisia Gentileschi, Seraphine de Senlis di cui mi ha colpito la storia. L’arte contemporanea conta diverse donne. Si può essere una donna artista, anche se spesso la mia sensazione è che siamo sottoposte ad un giudizio più severo. Facendo riferimento ad una tematica esplicitamente  “sessuale”, se immaginiamo un uomo dipingere una marea di vagine ed una donna dipingere una marea di peni, cosa sembrerebbe più sfacciato e provocatorio?

G.:  Beh, a mio avviso se una donna dipingesse una marea di peni non verrebbe giudicata più provocatoria, ma forse sarebbero altri gli aggettivi o i pensieri pregiudiziali che ne scaturirebbero, anche se trovo che dagli anni Sessanta ad oggi le donne in arte, soprattutto femministe, siano andate ben oltre! Ma torniamo a te, Jessica. Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

J.:   Il dovere di sentirsi libera nell’arte.

G.:  Appunto!  E più in generale, come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

J.:   Trovo che la società odierna non ne aiuti lo sviluppo. Troppi artisti, poca qualità, non si usa più investire su un artista in cui si crede davvero, non c’è più valore in questo. Penso ci siano troppi falsi concetti e nessun valore reale, vero e forse, questa situazione non è che lo specchio della società contemporanea. C’è un ribaltamento dei ruoli, un focus estremo sulle vendite, purtroppo io non sono interessata a questo. Gli artisti dovrebbero pensare a produrre ARTE e dovrebbero essere sostenuti in questo.

G.:  Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’Artista?

J.:   Io non sono un’Artista, se osserviamo questa parola dal punto di vista professionale.
Ho subito il fascino dell’arte e me ne sono innamorata sin da bambina, mi sono lasciata sedurre ed ammaliare dalle sue diverse forme, fino a farla diventare, per me, uno stato vitale. Certo, non tutti si aspettano che una bambina voglia fare nel suo futuro “l’artista”, ma sono sempre stata molto combattiva per le mie scelte di vita.

G.:  La tua formazione?

J.:   Bene, questo è il mio punto dolente e non vorrei diventare troppo polemica. Dopo il liceo artistico ho intrapreso diverse strade: ho studiato vocalità all’istituto M.O.D.A.I di fisiologia applicata alla prestazione artistica (che ho abbandonato una volta partita per Berlino), e pittura all’Accademia Albertina di Belle arti di Torino. E forse relativamente agli studi accademici avevo sviluppato aspettative troppo alte. Ho passato due anni infernali, privi di stimolo creativo, penso di aver dipinto al massimo tre quadri; la mia frustrazione è arrivata all’apice durante il corso di arte contemporanea: la bibliografia comprendeva “I monologhi della vagina” e vedere la mostra di Gilbert and George era diventato caso di scandalo! Non lo condividevo! Dunque ho sentito che avevo due soluzioni: una era quella di prendere un titolo di studi, l’altra di mettermi a dipingere e fare davvero ricerca, studiare, andare in profondità. Beh, ho capito che se avessi davvero voluto diventare una vera artista avrei dovuto lavorar sodo, dipingere giorno e notte, studiare di più l’arte nelle sue forme, e abbandonare l’accademia. Ahimè sono una persona piuttosto radicale, infatti qualche tempo dopo ho addirittura deciso di abbandonare l’Italia per perseguire il mio scopo. Ecco perché sono a Berlino! Attualmente non mi dispiacerebbe riprendere gli studi all’estero.

G.:  Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

J.:   Ognuno di noi è in grado di osservare piccoli frammenti del mondo. Io provo a captare il più possibile dall’esterno e tutto ciò che mi incuriosisce diventa materiale di riflessione e/o materiale creativo, dalla natura all’oggettistica. La mia curiosità si sofferma moltissimo sugli individui e sulle percezioni sensoriali.

G.:  Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

J.:   Mi interessa la realtà, anche quella più cruda e l’individuo in quanto essere che la abita; mi interessa la percezione che gli esseri umani hanno delle cose che li circondano, degli altri individui. Mi interessa più di tutto la questione della comunicazione…essa si viene a creare tra il soggetto dell’opera e me, ma anche tra il fruitore ed il soggetto. È una questione cruciale e credo rappresenti la tematica nodale del mio lavoro. Forse da quando mi sono trasferita a Berlino ho compreso l’importanza e la  grandezza della comunicazione non verbale: unisce gli uomini di qualsiasi luogo del mondo. Ecco: ricerco una pittura che vibri, reale da un punto di vista percettivo, sensoriale ed evocativo.

G.:  Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

J.:   Tecnica mista su legno

Giovanna Lacedra- Jessica Rimondi in studio

G.: Quale reazione desideri abbiano i fruitori del tuo lavoro?

J.:   Desidero che l’osservatore dei miei quadri non solo veda delle figure, ma possa percepirne il respiro, lo sguardo, il pensiero. Vorrei che la mia pittura vibrasse di vita vera e fosse così percepita dallo spettatore.

G.:  Come nasce un tuo lavoro, step by step ?

J.:   Seguo un procedimento di questo tipo: Cerco di ricreare l’immagine che ho nella mente attraverso la fotografia. Preparo la tavola con quattro strati di colla avanti e retro. Costruisco il telaio/struttura sul retro della tavola. Passo diversi strati di fondo chiaro. Faccio un abbozzo del disegno. Passo moltissime mani di secondo fondo acrilico più scuro intorno al disegno e alle parti che voglio lasciare chiare. Quindi, inizio a lavorare seriamente! Parto spesso da un particolare che so già come risolvere, può essere una parte di stampa o una parte di disegno, poi mi lascio trascinare all’interno dell’opera. Non racconto la genesi del mio lavoro  nell’ordine esatto in cui avviene, poiché da questo momento in poi la regola che vige è l’istinto (so cosa voglio fare, ma non so come posso arrivare a realizzarlo).  Realizzo moltissime stampe monotipo su carta, che creo partendo da una matrice plastica, lavorando con macchie di colore e reazioni tra solventi e sostanze a base d’acqua. Immergo la carta in una sostanza collosa e la applico su legno. Spesso creo molti strati che successivamente rimuovo in parte e/o rielaboro. Tra uno strato e l’altro,  mi dedico alle parti dipinte più classicamente ad olio. E’ una tecnica lunghissima, più che altro per i tempi di asciugatura della carta su legno e dell’olio su carta.

G.: Grazie Jessica, per questa descrizione dettagliata. Ma quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

J.:   Gli artisti che mi stanno particolarmente a cuore sono:  Cy Towmbly, Arnulf Rainer, Robert Ryman, Jenny Saville, Anselm Kiefer, Nicola Samorì,  Antoni Tapies, Hans Hartung, fino a  Francis Bacon, Lucien Freud, Janni Kounellis, Alberto Burri, Yue Minjun, Olafur Eliasson e tanti altri…

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a suggerirti qualcosa per il tuo lavoro?

J.:   La musica ha sempre avuto la stessa importanza  della pittura per me (spero di riuscire un giorno a riprendere!). Tra i musicisti che amo: Telonius Monk, Óskar Guðjónsson, Christian Wallumrød, Joy Division, Jeff Buckley, Hanne Hukkelberg, Radiohead, Talking Heads, Beck, Pink Floyd, Bjork, Nirvana, Patti Smith, Depeche Mode, Joanna Newsom, Portishead  …e molti altri.
Il Regista numero uno: Michel Gondry. E  a seguire Terry Gilliam
Le letture rivelatrici di questo anno: “L’artista e la sua realtà” di Mark Rothko, “Pittura Oggi” di Tony Godfrey, “Una donna chiamata Camille Claudel” di Anne Delbée. Come scrittore adoro particolarmente Paulo Coehlo di cui uno dei miei libri preferiti di sempre “Veronica decide di morire”.

G.: Oh, conosco col cuore quella meravigliosa biografia di Camille romanzata da Anne Delbée, e amo molto anch’io quel libro di Coelho! Ora scegli 3 delle tue opere per presentarmi il tuo lavoro:

J.:   Inserirò le tre opere che sento più vicine e che rappresentano la chiave di volta del mio percorso fino ad ora. Poiché lavoro molto sul titolo, generalmente il significato di ognuna di esse è racchiuso all’interno di questo. Spesso utilizzo la forma riflessiva proprio per andare a sottolineare quel rapporto ambivalente di cui ho parlato precedentemente .

1- Respirandomiti, 150 x 150 cm, 2012: Vicendevolmente ci si respira, si comunica. Il soggetto ed il suo fruitore, l’osservatore e l’osservato. Respirandomiti vuole cogliere questa sfumatura della comunicazione non verbale, invisibile, in cui nello “stare”, attraverso lo spazio che intercorre fra due individui, si possono cogliere molte informazioni di colui che viene indagato e che, a sua volta, scruta.

Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi respirandomiti

Jessica Rimondi – Respirandomiti, tecnica mista su legno, 2012

2 -Erro Ergo Sum, 95 x 130 cm, 2012: A quest’opera sono particolarmente affezionata, rappresenta per me una piccola metafora della vita. Ci ho lavorato moltissimo proprio perché volevo toccare diversi punti, volevo rendere queste donne vive. Il titolo dice davvero tutto in questo caso.“Erro” da “Errare”, ha diversi significati:  sbagliare, vagare  Erro quindi sono: L’uomo è soggetto al divenire e diviene grazie alle sue scelte, alle strade che decide di intraprendere nel susseguirsi di eventi che vanno a formare la sua esistenza. Il tempo scorre, ne deriva  una decadenza del fisico e della carne, ma non della mente. Queste donne sono salde, poiché hanno già errato a lungo e quindi compreso molte cose. Camminano da sole, ma si accompagnano.

 Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi Erro Ergo Sum, 2012,95x130cm,tecnica mista su legno premio ora

Jessica Rimondi – Erro Ergo Sum, tecnica mista su legno, 2012.

3 – Déjeuner sur le lac, 150 x 145 cm, 2013: Quest’opera è nata per una curiosità del tutto compositiva.Un amico ha scattato la foto con questi tre soggetti, in una qualsiasi giornata al lago ed io osservandola ne ho subito notato la valenza classica della composizione, rimanendone del tutto affascinata. Inoltre, osservando la foto  la mia mente continuava a ricevere continui rimandi iconografici, per questo, infine, ho deciso che il quadro si sarebbe ispirato alla meravigliosa “déjeuner sur l’herbe” di Manet. In questo caso ho cercato di far prender forma ai miei personaggi a seconda delle loro azioni, andando a scrutare e sviluppare, attraverso le vari fasi di costruzione dell’opera, quella che  per me, rappresenta “l’esperienza sensibile” dei soggetti stessi. Dejeuner sur le lac è la bellezza dell’ordinario, il sole caldo che raramente sfiora la pelle qui in Germania, una colazione in riva ad un lago Berlinese, il ritrovare un canone estetico passato in qualcosa di presente. E’ l’inizio di una nuova serie di opere.

 Giovanna Lacedr -  Jessica Rimondi- Dejenuer sur le lac x mail

Déjeuner sur le lac, 150 x 145 cm, tecnica mista su legno

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

J.:   Man Ray, Le violon d’Ingres, 1924

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”

J.:   Non riesco a trovare una risposta a questa domanda. Ho subito pensato a qualcosa di Bacon, Freud, Van Gogh, CY Twombly, Kapoor, poi mi sono venute in mente altre opere, ma non avrei voluto realizzarne una più di un’altra. L’arte ha troppa bellezza, forse vorrei avere un quarto del genio degli artisti sopra citati e la metà del loro talento.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

J.:   Work in progress è il lavoro di collaborazione che ho iniziato con una fotografa di torino, Ornella Orlandini, con la quale sto sperimentando davvero molto e ricercando i materiali più adatti a questa “connubio pittura-fotografia. Inoltre, si sta delineando nuovo rapporto di collaborazione con una galleria di Londra che spero porti buoni risultati e che mi rende molto ottimista soprattutto relativamente al progetto con Ornella.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

J.:   “I want the painting to be flesh (Voglio che la pittura sia carne)” –  Lucien Freud

Per approfondire:

http://jessicarimondi.wix.com/paintings

Berthe Morisot: ” Jeune fille mettant son bas” – 1879

Giovanna-Lacedra_Berthe_Morisot_La-ragazza-che-indossa-la-calza-1880

Autore: Berthe Marie Pauline Morisot

Titolo: Jeune fille mettant son bas | La giovane che indossa la calza

Tecnica: Olio su tela

Misure: 55 x 46 cm

Anno: 1879

Ubicazione: Collezione Privata

Berthe Morisot è stata una delle due rappresentanti femminili dell’Impressionismo Francese, e in assoluto la prima pittrice ad aderirvi, abbandonando l’accademismo dei Salon per la rivoluzione del tocco rapido di luce-colore. Pronipote del celebre pittore Rococò Fragonard, dimostrò immediatamente un’innato talento per il disegno e la pittura, ed ebbe genitori che senza alcun preconcetto la incoraggiarono su questo percorso. Espose tutti gli anni ai Salon Parigini dal 1964 al 1873. Fu modella di Eduard Manet. Amica di Degas. E nella celebre mostra parigina del 1874, quella allestita presso lo studio del fotografo Nadar e che diede i natali alla corrente Impressionista, fu lei, la sola donna a presenziare! E ancora, alla quinta mostra Impressionista del 1880 presentò una quindicina di quadri, tra cui questo e Charles Ephrussi, sulla Gazette des Beaux-Arts ne scrisse così: “La Signora Berthe Morisot è francese per signorilità, eleganza, allegria e spensieratezza; ha una predilezione per la pittura allegra e turbolenta; sminuzza sulla sua tavolozza petali di fiori per poi disporli sulla tela in pennellate spiritose, soffiate, buttate giù un po’ a caso, che si armonizzano, si combinano e finiscono col produrre un qualcosa di raffinato, intenso ed affascinante”.

(Giovanna Lacedra)

Per Voce Creativa: Intervista ad Elisa Anfuso.

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Anfuso (Catania 1982).

“Fabbrico neve.

Fabbrico qualche sogno

Già fuori moda.

E attendo che il mondo

Fuori

Si ricordi delle sue stagioni.”

Questi i versi con cui si apre la sezione “works” del suo sito ufficiale. Il corpo di un’adolescente in slip e canotta appare ancorato ad una pianta posta sul pavimento, per mezzo di un laccio sottile. La pianta è abilmente risolta con la sintesi di un segno grafico che non è solito inciampare in errori. E in questa immagine che accoglie il visitatore è già leggibile la peculiarità della tecnica grafico-pittorica adottata dall’artista: colore ad olio per il realismo degli incarnati, dei capelli, degli sguardi e dei panneggi, e pastelli utilizzati per i disegni che generalmente si articolano sulle pareti di fondo e che sembrano collocare il soggetto all’interno di un disegno infantile. Come se quella giovane donna – protagonista di ogni tela –, si fosse smarrita in uno dei suoi tanti disegni di bambina. O come se da quel disegno, realizzato tanti anni prima sulla pagina a righe di un quaderno di scuola, fosse sbocciato un mondo parallelo, in cui sogni e ricordi vivono intrappolati. Un mondo-stanza-della-memoria, dove anche il tempo ha smesso di scorrere, e dove l’anima bambina di questa donna che non avrebbe mai voluto crescere, vive in dolcissima cattività.

È l’anima pura, ancora in attesa di tutto ciò che avrebbe potuto essere, impaziente di spiccare il volo per afferrare il sogno più bello, e che ora vive prigioniera in un tempo che non è più. È l’innocenza ancora viva, che fatica ad abitare il mondo degli adulti e che fa di quelle quattro mura invase da disegni, il castello della propria nostalgia.

“Fabbrico qualche sogno già fuori moda…”  sibila l’infante prigioniera di un corpo ormai cresciuto.

Leccornie, dolciumi, balocchi. Zucchero filato e piatti sporchi accatastati su linde tovaglie. Il cibo come metafora del desiderio, di una dolcezza contemplata o divorata. E lei è sempre lì, così candidamente sola.

In “Io sono il mio tempo”, uno dei primi cicli pittorici realizzati dalla Anfuso, questa giovane donna copre con una mano gli occhi della sua bambola, oppure sogna di impiccarsi nuda usando come corda una collana di perle sospesa ad una gruccia.

Nel ciclo titolato “SOgNO” , la fanciulla anfusiana, vestita come una bambola, sfida l’equilibrio salendo in punta di piedi su una sedia di paglia per afferrare un hula hoop, o ancora, sogna di volare legando aereoplanini di carta ai suoi boccoli liberi nel vento. Mentre nel ciclo più recente, titolato “Di sogni e di carne” sono i bianchi a prevalere, dalla lattescenza della pelle al chiarore della camicia a quello di una tovaglia sgualcita.

E l’infanzia è quasi una cella metafisica arredata di sogni.

Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso

Elisa Anfuso

Elisa Anfuso vive a Catania, dove ha studiato Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e dove si è abilitata all’insegnamento di Discipline Pittoriche con un master in Didattica dell’Arte.

Intervistiamola:

G.: Scegli alcuni aggettivi che ti descrivano in quanto Donna:

E.: Irrequieta, istintiva, consapevolmente contraddittoria, intima e idealista.

G.: Cos’è una Donna secondo te?

E.: È il completamento di quell’altra metà dalla cui unione si origina la vita. Ho una visione cosmica. Poi, tutto il resto, sono architetture sociali, destinate a mutare nel tempo e nello spazio. Ma la Donna è innanzitutto uno dei due termini della dicotomia primordiale da cui nasce la vita. è un peccato che nel tempo gli uomini se ne siano dimenticati.

G.: Come vedi collocata la Donna nella società contemporanea?

E.: Personalmente penso che nella società contemporanea donne e uomini dovrebbero avere pari diritti, ma ciò non significa essere uguali. E temo che questo si stia perdendo di vista. Di fatto si continua a lottare per i diritti e nel migliore dei casi ci sono delle leggi a imporli, come se non fosse naturale averli. Inoltretrovo che ci sia un’attenzione eccessiva all’immagine e al  corpo, che rischia di ridurre e ricondurre l’essere donna, l’identità femminile, alla sola sfera sessuale. Ed è questa degradazione la ferita che dovremmo ricucire.

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

E.: Credo che nel corso della storia, il mondo si sia a lungo privato della possibilità di scoprire anche un altro modo di sentire le cose, impedendo la libera espressione artistica alla donna. E credo che oggi la sua libertà sia nell’ordine naturale delle cose. Abbiamo così tanto da dire, da svelare e da raccontare!

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

E.: Nessun dovere. La nostra pelle patisce le cose in modo diverso ed in modo diverso le racconterà. E in questa diversità c’è un dono.

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

E.: Trovo che l’arte oggi sia essenzialmente “mercato”, troppo mercato che sottrae importanza al valore emozionale. E mi pare anche che si offra poco sostegno ai giovani artisti. D’altra parte, però, vedo un grande fermento…

G.: Quando, come e per quale ragione una Donna come te diventa un’Artista?

E.: Non ho mai scelto di diventarlo, nè di esserlo. Eppure al contempo non poteva essere altrimenti. E’ una di quelle cose
irriducibili nella loro urgenza. è il mio modo di essere al mondo, è un brulicare inquieto che senti dentro e devi portare fuori, per dargli un ordine, un senso. Ed è una di quelle sensazioni che mi sono sempre appartenute e che crescendo ho imparato a curare.
Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso2

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

E.: Nel mondo cerco innanzitutto un senso ad ogni cosa. Ho un’indole poetica, non narrativa. Mi annoia osservare l’accadere di eventi fine a se stesso. Nel mio piccolo mondo ideale tutto dovrebbe avere un senso di cui tutti dovrebbero essere coscienti. Quindi mi concentro molto sulle dinamiche, sulle relazioni, sul modo in cui le cose avvengono, sul perchè. Mi affascinano le nevrosi, le varie manifestazioni dell’emotività e dell’istintualità, ma soprattutto mi affascina  il modo diligente con cui tutti cerchiamo di tenerle a bada. L’uomo è una creazione assurda.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

E.: La natura umana, il precario equilibrio che fa convivere l’anima (il soffio, come ricorda la sua etimologia) con un corpo di carne viva ed esigente. Le inquietudini che da questo nascono, le tentazioni, le scelte, le paure. I bisogni e i desideri. Adesso, ripensandomi per risponderti, mi accorgo che nelle ultime opere sto sempre più intimizzando, forse quasi stringendo il cerchio. Nelle opere di qualche serie fa ho dipinto porte e finestre che rimandavano ad un altrove. Poi, di opera in opera, la stanza è diventata sempre più piccola e sempre più vuota. E l’altrove si ridotto ad una tavola neppure imbandita, ma spoglia, sulla quale sono raccolti  piatti (ormai) vuoti, o è posato un pasticcino. E noi siamo alberi, siamo radici che devono nutrirsi dalla terra. E siamo rami che vogliono toccare il cielo. Affronto queste tematiche per cercare in prima persona delle consapevolezze, e per indurre lo spettatore  a cercarle. Vorrei, con la mia pittura, suggerire qualche nuovo percorso raccontando delle storie, perchè le narrazioni danno forma al mondo. E  in un momento storico come il nostro, in cui imperversa l’analfabetismo emotivo e l’anestetizzazione delle coscienze, provocare una qualunque riflessione, sarebbe già un grande traguardo.

G.: Quale tecnica adoperi? E quale supporto?

E.: Dipingo ad olio su tela, ma non sono una purista della tecnica. Per alcuni soggetti adopero i pastelli a matita. L’olio, con la sua corporeità, enfatizza la carne e la materia delle cose, i pastelli al contrario, per il loro tratto infantile, rimandano ad una dimensione diversa, quella del pensiero, che trova così la forma tramite cui concretizzarsi.

G.: Vuoi raccontarci la genesi di un tuo lavoro, step by step?

E.: I miei lavori a volte nascono sottoforma di visione, improvvisa ed inevitabile. Altre volte sono pensieri che si incrostano gli uni sugli altri. Ho un piccolo set fotografico, qualche storia da raccontare, qualcuno ad interpretarla o talvolta a suggerirla. basta un gesto, uno sguardo, una posa inaspettata. E così le mie foto diventano i bozzetti dei miei quadri. Anche se, davanti alla tela bianca cambia tutto. La lentezza della tecnica ad olio mi porta a soffermarmi a lungo, a sovrapporre di continuo colori e pensieri. Realizzo una traccia a matita, lavoro i fondi e la stesura base ad acrilico, poi l’olio, mezzitoni/ombre/luci e velature su velature. Infine lavoro spesso coi pastelli, dimentico la tecnica, la forma, i colori e lascio che sia semplicemente la punta di una matita, nel modo più elementare possibile, a continuare il racconto.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

E.: Piero della Francesca, Mantegna, Hayez, Van Eyck, i Preraffaelliti. Tutti in qualche modo accomunati da un certo simbolismo più o meno manifesto e da una sorta di “congelamento” del tempo che sposta la realtà in un piano differente e sembra lasciarla lì, sospesa sulla superficie, per potervi scavare dentro.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? O musica?

E.: Tarkovskij, Terry Gilliam e Tim Burton per le loro visioni. Galimberti, per il suo sguardo lucido ma appassionato sulle dinamiche dell’uomo contemporaneo. Nietzsche, cui devo parte della mia coscienza. Moltheni, Alessandro Grazian, i Baustelle.

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

E.:  Inizio con Moscacieca, 2012” :

Elisa Anfuso -Moscacieca -Olio e pastelli su tela - 2013

Elisa Anfuso -Moscacieca -Olio e pastelli su tela – 2012

Il titolo rimanda ad una dimensione ludica ed infantile. Ma questo è accaduto tanto tempo fa, i piatti sono ormai vuoti. Lei ha divorato tutto. Eppure lo zucchero filato l’ha risparmiato: quello, per nessuna fame al mondo vorrebbe mangiarlo. Ma loro si, le mosche sono avide di zucchero rosa. E lo assalgono, lo coprono, sottraendolo alla nostra vista.

La seconda opera è La terza tentazione, 2013”

Giovanna Lacedra- Elisa Anfuso - La terza tentazione

Elisa Anfuso – La terza tentazione – Olio e pastelli su tela – 2013

La domanda che ci si pone ora è: quanto pesa un pasticcino? Quanto pesa cedere alla tentazione? Così tanto da far scoppiare il palloncino con cui vorresti volare via. Non è rimasto altro che l’ultimo peccato e l’ultima salvezza.

Infine, Cannibalismo, 2012”:

Giovanna Lacedra -Elisa Anfuso - Cannibalismo

Elisa Anfuso – Cannibalismo – Olio e pastelli su tela – 2012

Ancora una volta è a tavola si consuma la vita, a tavola si mettono in scena i bisogni, si costruiscono precarie architetture di desideri, pronte ad essere sacrificate nel banchetto, quando non resta altro. Sappiamo essere spietati noi esseri umani.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

E.:  Le fotografie di Francesca Woodman, narrano di una femminilità inquieta, tormentata, consapevole, carnale ma al contempo incorporea. Poetica e persino sensuale.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

E.:   ”The Murmur of the Innocence 5″ di Helnwein

G.: Le mostre più rilevanti e memorabili del tuo percorso sino a qui:

E.: SOgNO, presso la Galleria Artesia di Catania. Abbiamo riempito la galleria di sedie, orologi, gabbie e scarpette che sembravano essere usciti fuori dai quadri e avere invaso lo spazio. E, da poco conclusasi,[Solitudo], una bipersonale con Jessica Rimondi, presso lo Spazio Arte Duina. Il confronto con un’artista apparentemente tanto distante da me, ma profondamente affine, è stato stimolante per entrambe.

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.: Ho iniziato a lavorare ad una nuova serie e qualcosa sta cambiando. Sento di dover crescere ancora molto ma non amo fare progetti a lungo termine, mi sento molto fluida. Posso però già anticipare che, nel 2014, sarò impegnata con due personali all’estero, e sarà un momento molto importante per me.

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “La paura degli esseri umani è paura di essere umani” – Marta sui Tubi

Per approfondire: www.elisaanfuso.com

 

Ceci est mon corp, ceci est mon logiciel…

“Questo è il mio corpo, questo è il mio software.

Io non credo all’anima… è la materia che pensa, è il corpo.

giovanna-lacedra-orlan-ellepourart

Tutto il mio lavoro si alza contro gli standards di bellezza che s’iscrivono nelle carni femminili e maschili, pone domande rispetto allo statuto del corpo attualmente e nelle società future attraverso manipolazioni genetiche e le nuove tecnologie, che mi interessano molto ma non mi affascinano.

[Orlan]