Per Voce Creativa: intervista a Paola Mineo.

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. In questa occasione, Giovanna Lacedra incontra Paola Mineo (Legnano, 1978).

Il tatto è tutto. È scoperta e contatto.

Toccare è portare a memoria la traccia dell’altro. È coglierne la forma, solcandone i vuoti.

Toccare è sentire. È sondare. È indagare. È  perlustrare, nel silenzio, l’imperfetto divenire.

Toccare è esercizio della creazione, per Paola Mineo, che al Politecnico di Milano studia per diventare architetto, ma che presto comprende quali siano in verità le forme che maggiormente la seducono: quelle del corpo umano. È l’uomo che le interessa, non ciò che questo costruisce. È pelle che vuole, non cemento.

L’esperienza svolta presso il Politecnico di Atene, durante la preparazione della sua tesi, la rende ineluttabilmente consapevole di ciò. Catturata dal plasticismo della statuaria classica e dai giochi volumetrici e chiaroscurali delle anatomie, Paola scopre la sua innata attitudine per la scultura. Ma non per una scultura che si fa levando, a colpi di scalpello, bensì per quella che si fa plasmando, in una muta danza delle dita. E soprattutto, incontra la poetica del frammento. Di quel frammento archeologico rinvenuto, custodito e impreziosito da ciò che manca. E decide di riattualizzarla, per dar forma alla lacunosa frammentarietà della memoria umana.

Una memoria fatta a brandelli.

Fortemente sedotta dai resti dei bassorilievi del Partenone di Fidia, Paola Mineo inizia ad elaborare un nuovo linguaggio scultoreo, frammentario, ma più vivo e dinamico. E decisamente più empatico: la Touch Art. Così lei stessa battezza il suo nuovo modo di fare scultura. Un’operazione performativa, in cui l’atto creativo avviene sotto gli occhi dello spettatore e per presa diretta sul soggetto ritratto.

Touch Art: l’Arte di Toccare. 

Tatto-contatto-atto-artefatto. Un passaggio rapido e vivo.

Paola prende a realizzare i calchi sui suoi modelli direttamente nello spazio espositivo. La pelle nuda viene ricoperta d’olio, di resina, di garze e di gesso. Un’operazione suggestiva, in cui l’artista avanza guidata dalla sue stesse mani. E ciò che resta dell’individuo è il bianco usbergo della sua stessa verità.

Tra le prime opere della Mineo troviamo frammenti i cui titoli rendono inequivocabile la radice ispirativa: “Doriforo” del 2005 è il calco derivante dal torso di un uomo, e già la didascalia particolarizza la genesi dell’opera: “ragazzo, garza, gesso, empatia su pannello”. Ingredienti piuttosto originali per una tecnica mista che parte dalla viva carne, da un’epidermide vibrante, e ad essa ruba la traccia: ciò che resta del contatto diretto.

Le  sue mani toccano. E prendono  – dalla carne e dalle ossa – un frammento di identità.

Touch Art. Frammenti. Dalla pelle alla scultura.

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G.:  Descrivimi la Donna che sei:

P.: Sono una Donna, quindi accogliente, empatica ed intuitiva: caratteristiche che ho dovuto imparare a gestire con equilibrio per renderle più positive che negative, spero l’età mi aiuti.

G.:  Cos’è una Donna secondo te?

P.: Un luogo davvero infinito di punti (soprattutto risorse).

G.:  Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

P.: Ti sto rispondendo dall’Italia: ci sono ancora molte battaglie da vincere, però credo fermamente che dovremmo rimetterci la gonna! Essere pari agli uomini non significa essere uguali: questo errore ha disequilibrato notevolmente i legami .  Io sono nata nel 1978 e non so cosa avrei fatto se mi fosse stato negato ciò che per me oggi è normale!  Se vivessi in contesti sociali diversi dal mio, forse lotterei selvaggiamente nuda con in mano un macete!

G.:  Come definiresti il ruolo dell’Artista-Donna nel corso della storia dell’arte e nel contemporaneo?

P.: Che dire, purtroppo trovo sia un ruolo piuttosto marginale, ma dai tempi della mia eroina storica Frida (Kahlo) a quelli dell’altra più contemporanea Marina (Abramovic) ci sono stati molti cambiamenti. E’ che si procede davvero con lentezza…e la pazienza non è la miglior caratteristica di noi donne!

G.:  Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

P.: Lo stesso di un uomo. Un artista deve raccontare se stesso con estrema lealtà, deve avere il coraggio di raccontare il periodo storico in cui vive e soprattutto deve sentirsi la forte responsabilità di creare delle emozioni.

G.:  E, più in generale, come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

P.: Io ho molta fiducia! Le persone stanno imparando a conoscere e ad approfondire un po’ di più. Ti faccio ridere: prima il vino, poi il cioccolato, poi un e-Book e i bambini sempre più presenti alle attività creative dei musei… Io dico che piano piano ci arriviamo! L’arte contemporanea usa ancora parole molto criptate perché possano entrare nel lessico comune. Certo, se noi artisti diminuissimo la distanza focale tra l’opera e l’osservatore, sarebbe tutto più facile. Nella odierna società, l’arte dovrebbe avere un ruolo educativo nel suo etimologico significato di educère, nonchè tirare fuori ciò che sta dentro. Per quanto riguarda il sistema culturale e il settore vero e proprio…mi auguro davvero si rimetta un po’ di ordine almeno nelle figure che ruotano intorno a noi artisti.

G.:  Oh, me lo auguro anch’io sommessamente. Ma dimmi piuttosto… per quale ragione una donna come te diventa un’Artista:

P.: Per vocazione! Sì, per me è stata proprio una vocazione! Una voce, che non ho ascoltato per molto tempo. Liceo artistico o scientifico? Accademia a Brera o Architettura al Politecnico? Project manager in una società di contract o Artista? Ecco all’ultima chiamata ho finalmente risposto seguendo la ragione del cuore. La mia ricerca era iniziata già da anni, ma ho spiegato le ali senza remore nel 2010. Ci ho messo due anni per smettere di pensare da Architetto e cominciare a pensare da Artista: ma ce l’ho fatta!  È come in uno sport: ci sono tanti livelli per praticarlo, e si può essere molto bravi e appassionati, ma se si decide di farne una professione…beh allora è tutta un’altra storia! Oggi mi sento davvero pronta a gareggiare (conoscendomi sarà sempre un nuovo inizio).

G.:  La tua formazione?

P.: Ti ho già in parte risposto. Diciamo che il mio matrimonio con l’Architettura è finito con una separazione consensuale; è comunque un grande amore, ma ha preso un’altra forma (però sono un po’snob e non mi è mai piaciuto sentirmi chiamare Architetto!). Artisticamente sono autodidatta.

G.:  Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

P.: Osservo le persone, e la grande difficoltà che hanno nel guardarsi dentro. Plasmo direttamente i loro corpi, creando un sottilissimo guscio di gesso nel tentativo di restituire loro una nuova immagine di sé. Lo faccio anche con me stessa e racconto, come ogni artista, i temi della mia biografia.

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G.:  Quali sono gli argomenti della tua ricerca artistica?

P.: Ultimamente ho una predilezione verso ciò che è estremo (come condizione sociale) o alla soglia del patologico (come condizione mentale): è la Paola performer che urla in questo momento dopo che per tanti anni ha lasciato credere a tutti che fosse più una scultrice.

G.:  Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

P.: Se ti rispondessi che il mio supporto è la pelle e la mia tecnica è il tocco? E’ il modo migliore per descrivertelo, perché in molti casi oggi il calco (che è sempre stato l’oggetto scultoreo) diventa solo un mezzo attraverso il quale tocco con mano ciò che voglio raccontare.

G.: Quale reazione desideri abbiano i fruitori del tuo lavoro?

P.: Io desidero che vedano la bellezza anche nella drammaticità di alcuni temi difficili che tratto. Desidero che si specchino nei miei lavori interpretandoli a modo proprio. Desidero che la smettano di “sforzarsi di capire” e che semplicemente si vivano il mio gesto performativo: su di sé o vedendolo sugli altri ma partecipando sempre. Desidero terribilmente che tocchino le mie opere!

G.:  Come nasce un tuo lavoro, step by step ?

P.: Dipende. Quando lavoro su commissione, generalmente il mio lavoro sì puo’ intendere come un gesto ritrattistico che, naturalmente, ha dei tempi e una procedura un po’ più definita. Quando invece ho prodotto l’installazione Sudario, ad esempio, i tempi sono quelli del mio cervello: io sono solo una sua dipendente. Prima sperimentazione: novembre 2011. A volte c’è un appunto, uno schizzo, una fotografia…un piccolo segno. Che rimane per mesi sotto i miei occhi in atelier fino a quando poi capisco e “vedo” tutto. E dal pensare al fare ci sono poi altri passaggi. Nel novembre 2012 ho chiesto all’artista Francesca Fini (la Maestra) di performare per me e di curare la fotografia del video performativo. So quello che voglio dire, ma il modo per farlo lo scopro sperimentando; non lavorando da sola. Io non sono l’unico genitore di un mio lavoro.

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

P.: Sono follemente innamorata degli scultori della storia: Policleto e Fidia (ho studiato e vissuto ad Atene) Canova e Bernini e potrei andare avanti. Poi c’è Dalì, che mi ha iniziato all’andare oltre il visibile per setacciare l’inconscio. Certo, guardando ora il mio lavoro ti direi che c’è molto di George Segal o Igor Mitoraj, ma la verità è che li ho conosciuti col tempo. Ho avuto la fortuna di relazionarmi con persone che mi hanno influenzata: Helidon Xhixha, che stimo incredibilmente per l’energia che trasuda dalle sue opere! Prossimamente andrò a trovare in studio Marco Gastini…amo moltissimo il suo lavoro! Quest’anno poi ho incontrato una donna straordinaria, palinsesto della storia dell’arte italiana; è stato un confronto di quelli che ti cambiano la vita e ti illuminano, come quello con Davide Quadrio nel 2010 che mi diede molti consigli preziosi.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a suggerirti qualcosa per il tuo lavoro?

P.: Einaudi accompagna molto spesso il mio lavoro manuale, Ryuichi Sakamoto quello scritto. Paolo Fresu…c’è quando penso. Leggo poco per svagarmi, lo faccio per studiare, e negli ultimi anni sto cercando di approfondire soprattutto gli aspetti psicologici del mio lavoro; ma sono disordinata e discontinua, quindi credo che mi regalerò una specialistica di due anni a Brera (accidenti l’ho scritto veramente?) .

G.: Ora scegli 3 delle tue opere per presentarmi il tuo lavoro:

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Sguscio, 2011[Stampa lambda su plexiglas nero montato su telaio in legno; pannello scorrevole in plexiglas trasparente con stampa diretta e calco in garze gessate e resina – 155x82x20 cm]

P.: Sgusciare fuori da sé per guardarsi dentro. La garza che utilizzo assorbe l’emozione del momento performativo, il gesso mi permette di immobilizzarla per sempre e la fotografia, nata inizialmente solo come curiosa indagine emotiva, mi dà modo di documentarlo, diventando oggi parte integrante dell’opera. Quindi l’osservatore puo’ far scorrere gli scatti fotografici verso il calco, compiendo un azione che lo rende partecipe di un atto performativo privato già avvenuto.

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Sudario, 2012 [Video (3,40’) installazione di performing art e oggetti performativi misti]

P.: L’installazione racconta attraverso il video di una performance e altri elementi, la morte temporanea e la rinascita di ogni artista che accetta di vivere nella diversità che sente dentro. Il sudario deterge la viscerale fatica di questo percorso. La performance, ripresa in video diventa parte di un’ installazione che racconta il momento successivo alla rinascita. La garza di lino e gesso sottende un respiro ritrovato: l’olio, la polvere e l’acqua (contenuti in 4 cilindri di vetro ai quali corrispondono i suoni dell’audio installazione) la trasformano nel corpo pesante che viene strappato alla vita e depositato in 90 cm cubi di loculo trasparente. Luogo dal quale si sceglie di andare oltre. L’impronta umana, impressa sul tavolo nero e appesa, è testimonianza dell’atto performativo avvenuto. Ciò che resta è la reliquia bidimensionale di un nuovo culto di vita. Quest’opera è il primo vero risultato, dopo due anni di profonda ricerca: sono molto fiera di lei, ha superato la prima selezione del Premio Arte Laguna di quest’anno e a Marzo è stata esposta al MLAC – Museo e Laboratorio di Arte Contemporanea a Roma.

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Esse, 2011 [Fotografia digitale e opera. Stampa diretta su plexiglass e calco con basamento in ferro – 26x10x30 cm]

P.: Sono molto legata a quest’opera perché è la prima in cui sono riuscita a fare in modo  che il calco e la fotografia si sposassero. Io non sono una fotografa, so scattare solo durante una mia performance…insomma quando si è sporchi di gesso me la cavo, altrimenti sono una frana! Ho iniziato a scattare per indagare: volevo documentare la reazione emotiva di chi si guardava per la prima volta… Inoltre amo quest’opera anche perché è il ritratto di Saverio Palatella, una persona che, nel corso della nostra amicizia, mi ha più volte incoraggiata a non mollare!!

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

P.: Le tre grazie di Antonio Canova, trovo ci sia tutto ciò che riguarda il femminile. Una potente fisicità che accoglie, la dolcezza, la solidarietà di quel peplo che lega i cuori delle amiche, quella morbidezza della carne che consola, la malizia delle posture asimmetriche che seducono… è pazzesca quest’opera!

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”.

P.: Apollo e Dafne, c’era Dio nelle mani del Bernini! Non serve dire altro, solo che mi farei qualche giorno di carcere pur di toccare quell’opera!

G.: Work in progress e progetti per il futuro?

P.: E’ ancora work in progress il lavoro fatto un anno fa sulla maternità, durante il quale ho performato con nove donne incinte nel tentativo di raccontare la grande trasformazione femminile che avviene durante quei mesi. Quest’anno è iniziato un importante progetto che porterò avanti per tutto il 2013 con le detenute di un carcere sperimentale; ne parlerò ufficialmente appena avrò le approvazioni necessarie a renderlo pubblico ma se tutto andrà bene verrà raccontato in una mostra. Poi è in corso un lavoro che dichiara la volontà di condannare a morte le dipendenze: ho iniziato con quelle legate al cibo. Mi sto preparando per la mia prossima performance pubblica, dove per la prima volta performerò su di me… Ce la farò? Comincia ad essere davvero doveroso.

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G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

P.: Non mi viene in mente niente in questo momento, se non un mantra che mi ripeto sempre: credici! credici! credici!

Per approfondire:

http://www.paolamineo.com/

https://vimeo.com/54354612

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E vorrei piuttosto morire giovane…

Perle di Voce

“Ho dei parametri
e a questo punto la mia vita è paragonabile ai sedimenti
di una vecchia tazza di caffè …

Giovanna Lacedra - Francesca Woodman

E vorrei piuttosto morire giovane,
preservando ciò che è stato fatto,
anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.

[Francesca Woodman]

Carol Rama, Cadeau (C.21), 2000.

Lei nell'opera

Carol Rama, Cadeau (C.21), 2000.

Autrice: Carol Rama.

Titolo: Cadeau (C.21)

Tecnica: Vernice molle su zinco, 247×197 mm, Carta Muguet Duchene, 49,5×34,5 cm, Tiratura 19+III, Intervento dell’artista, successivo alla stampa, ad acquerello su ogni esemplare (particolare).

Datazione: 2000

Olga Carolina Rama, artista torinese, autodidatta, nata nel 1918. La sua ricerca contempla tecniche quali l’acquerello, il disegno, l’incisione, la cera molle. Soggetto è il corpo, spesso smembrato o i cosiddetti  objets trouvés ( protesi, scarpe, dentiere…) e più tardi applicherà su tela elementi organici come denti, artigli di animale, macchie di sostanze non identificate, talvolta potrebbero essere chiazze di sperma. Dipinge per guarirsi, dice. Durante la Biennale di Venezia del 2003 le è stato conferito il Leone d’oro alla carriera.

Per Voce Creativa: Intervista a Cristina Iotti.

Per Voce Creativa

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. In occasione di questo appuntamento Giovanna Lacedra incontra Cristina Iotti (Modena, 1965).

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Cristina Iotti

 Matite colorate su carta in luogo di pasta cromatica su tela. Eppure l’effetto realistico risulta spiazzante. Sì, perché Cristina Iotti è una delle poche artiste italiane in grado di innalzare una tecnica grafica a vero e proprio strumento dell’arte, ottenendo effetti di un pittoricismo straordinario pur nella messa in pagina essenziale delle sue composizioni, che constano prevalentemente di uno o due soggetti, ritratti soprattutto in primo piano o a mezzo busto.

Grafite e matite colorate vengono adoperate con maestria neorinascimentale e lenticolare virtuosismo, per tratteggiare l’anima e svelare sfumature emozionali. Indagando la figura nei dettagli anatomici e fisiognomici come anche in quelli espressivi, per operare una sorta di indagine psicologica (che mi riporta ai ritratti di Antonello Da Messina), fino a svelarci, di opera in opera, una esclusiva geografia della psiche femminile.

Anche quando si presentano ritratte di spalle, le giovani donne disegnate dalla Iotti sembrano invitarci a seguirle nel loro viaggio esistenziale. Sottilmente e sottovoce. Stagliandosi su sfondi che sembrano trasporle in una dimensione di quiete naturale: tappeti di foglie, ricami floreali. Una immaginaria foresta di sogni. Il bosco delle fate. Colori e forme con cui raccontare la poesia ed il coraggio di essere donna

Cristina Iotti vive a Sassuolo (MO). Ha studiato illustrazione presso lo IED di Milano. Prima di intraprendere la carriera artistica si è occupata per anni di Design Ceramico. Ha al suo attivo  diverse mostre collettive e pubblicazioni, due vittorie consecutive al premio Arte Mondadori, nella sezione grafica e la collaborazione artistica pluriennale  con la Costa Crociere .

Intervistiamola!

G.: Cos’è una DONNA secondo te?

C.: Una Donna è un essere estremamente complesso, dunque difficile da descrivere in poche righe. Siamo piene di sfaccettature  ma soprattutto, siamo dotate di grandi potenzialità. Sicuramente la cosa più straordinaria che possiamo fare è generare la vita. Basta questo a renderci esseri meravigliosi!

G.: E tu, invece, che  DONNA sei?

C.: Sono ipersensibile ed emotivamente fragile, mi demoralizzo e mi abbatto frequentemente, poi altrettanto velocemente mi ricarico, basta poco per farmi cambiare umore sia in positivo che in negativo. Mi reputo una persona tendenzialmente ottimista, testarda, caparbia ed efficiente. Orgogliosamente  mancina,felice di lavorare e ragionare prevalentemente con la parte destra del cervello.  Ho valori etici e morali in cui credo profondamente e conservo l’utopia di un “mondo migliore”. Sono stata vegetariana e ora sono vegana: ho deciso di non nutrirmi di sofferenza e morte, perché provo un profondo amore e un profondo rispetto per gli animali.

G.: Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

C.: La collocazione è a mio parere ancora inadeguata. Trovo che perdurino troppe discriminazioni e che ci sia poco aiuto da parte delle istituzioni. In Italia la donna è ancora troppo poco agevolata nella gestione del lavoro e della famiglia. Un arduo compito per il quale non trova grande sostegno..

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

C.: Trovo che in questo periodo l’arte soffra enormemente della crisi economica e dei tagli alla cultura. Molte realtà come associazioni o gallerie, si trovano costrette a chiudere. Operatori e artisti sono in difficoltà. Se una nuova iniziativa sboccia, questo accade grazie all’investimento di qualche privato appassionato e lungimirante. Ma di questo passo l’arte nella società contemporanea corre il rischio di diventare sempre più marginale

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

C.: Parlare, attraverso le immagini o altre modalità espressive,  del ruolo e della condizione della da un punto di vista emotivo, ma anche sociale.

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working…

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

 C.: Un tempo esclusa e osteggiata, oggi ancora sottovalutata e snobbata.

G.: Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’Artista?

C.: Non mi definisco “artista”. Trovo che questo sia un termine fin troppo abusato. Io sono una Disegnatrice. E posso affermare di non esserlo diventata attraverso una scelta ragionata. Si è trattato piuttosto di una consapevolezza.  La definirei quasi una esigenza psicofisica, una necessità interiore, nutrita da un’attitudine innata…

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

C.: Siamo bombardati da immagini virtuali. Ma io mi ribello: osservo prima di tutto la natura. Osservo gli animali  e scruto i miei simili. Scruto gli atteggiamenti, le posture e le espressioni  delle persone. Mi lascio sedurre dalla luce del sole e dalle ombre che crea. Vengo spesso catturata dai riflessi in una pozzanghera o da  una foglia coperta di brina al mattino. Poi sì, fagocito anche molte immagini dal web. E tutto questo si mescola in me. Inconsapevolmente lo mastico con la mia creatività. E lo rielaboro  poi col mio lavoro.

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

C.: La mia ricerca  è incentrata sulla femminilità e sulle sue sfaccettature. In ogni donna abitano molteplici personalità, spesso in conflitto tra loro. Nella società contemporanea ci troviamo a rivestire spesso ruoli differenti e contrastanti. Siamo madri, amanti, mogli. Siamo donne che lavorano, che lottano. Che a volte soccombono alla propria fragilità. Ci vorrebbero aggraziate ma con le palle. Tutto questo duella in noi. Alcune donne rappresentate nei miei lavori sono timorose di mostrarsi, altre invece sono sfacciate. In definitiva io disegno donne. Ma le mie donne sono eterne sognatrici coi piedi per terra. Sono donne comuni, che si destreggiano in una quotidianità difficile. Vivono sospese tra il desiderio di osare  e la paura di non saperlo fare. Ecco, io disegno la femminilità come fosse un ossimoro. E in questo senso disegno anche me stessa.

G.: Quale tecnica adoperi?

C.: La mia tecnica è molto semplice: matite colorate abbinate alla normale matita di grafite, usate su carta di cotone per acquerello, che spesso incollo su tavole di mdf prima di iniziare il lavoro. È una tecnica poco usata tra gli artisti italiani, viene ancora erroneamente associata a lavori dilettantistici, ma vi assicuro che con perizia, pazienza, e materiale di qualità, si possono ottenere risultati eccellenti e “pittorici”.

G.: Non ne abbiamo alcun dubbio, vedendo i tuoi lavori! Ma ti va di raccontare la genesi di una tua creazione step by step?

C.: Certamente! Poiché il risultato cui ambisco è realistico, parto sempre da una referenza fotografica.Realizzo io gli scatti alle mie modelle. Generalmente ho già un’idea chiara su cui lavorare, per cui le pose, l’abbigliamento, gli accessori vengono scelti in base ad un progetto prestabilito. Faccio poi una selezione degli scatti ottenuto, scelgo i migliori dal punto di vista qualitativo e anche i più adatti all’idea di partenza. Li rielaboro leggermente con photoshop eliminando lo sfondo, sistemando luci,  i colori e l’inquadratura. Poi aggiungo altri elementi che faranno parte dell’opera, come scenari vegetali o floreali. Tutto però in maniera approssimativa. Quando l’idea del lavoro mi soddisfa  parto con l’esecuzione vera e propria:  realizzo in primis la traccia del disegno su un foglio di carta da lucido e la riporto poi sulla carta-cotone mediante carta grafitata, in modo da evitare cancellature.  Procedo quindi per fasi. Il mio è un lavoro molto meticoloso: occorrono tantissimi passaggi di fine tratteggio e l’utilizzo di varie tonalità di colori,  per arrivare al risultato finale.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi della tua ricerca:

C.:  1.  “GraVitazione uniVERsAle #6″ – matita,matite colorate su carta incollata su tavola –cm 50×50 – 2012.

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Cristina Iotti – “Gravitazione Universale” – 2012

Inizio con quest’opera perché la trovo emblematica della mia ricerca più attuale Ho eliminato orpelli e accessori ”identificativi” tipicamente femminili delle mie opere precedenti: ora la femminilità si fa più scarna, più intima e sofferta. L’indagine è meno estetica e  più interiore.  I visi, prima spesso negati, ora si mostrano ma  con una solennità  quasi ieratica. I corpi, privati di una identità prettamente femminile, assumono quella essenziale di “persona”, al di là di identificazioni relative all’etnia, alla religione o alla sessualità. Sono creature che dialogano  con microcosmi naturali. “Ruotano” attorno ad essi, diventano il fulcro ipotetico del mondo e rappresentano metaforicamente sia la centralità e l’importanza  che dovrebbe rappresentare la donna nella società contemporanea,e che non ha ancora raggiunto, sia il delicato equilibrio uomo-natura rappresentato dal cerchio, in cui sono inscritti i volti, simbolo di perfezione ,armonia e unione.  Tutto l’impianto compositivo ha chiari rimandi alla tradizione iconografica rinascimentale, ma vuole avere un’ impronta molto contemporanea. Per questa ragione scelgo di rappresentare volti meno “facili”, ma più particolari ed espressivi. L’effetto del ricamo “punto a croce” è anch’esso ulteriore simbolo e rafforzamento dell’archetipo femminile,un tempo unico mezzo d’espressione concesso.

C.: 2. “Alba Kiara” – matita,matite colorate su carta incollata su tavola – cm 30×30 – 2012.

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Cristina Iotti – “Alba Kiara” – 2012.

Anche in questa composizione vi è un chiaro rimando all’impostazione rinascimentale. Il soggetto in questo caso è un soggetto fotografato casualmente su un treno. La ragazza mi aveva colpito per i suoi lineamenti che avevano il sapore di una bellezza rinascimentale, nonostante fosse una ragazza molto moderna  Ma astraendola dal suo contesto normale io riuscivo a percepirla come un’icona del nostro tempo. Il titolo, poi,  è volutamente popolare. Vedere questa ragazza “assorta nei suoi pensieri” mi ha fatto venire in mente la canzone forse più celebre di Vasco Rossi: Alba Chiara”. Ho sostituito “ch” con la “k” per renderlo ancora più attuale e legato al gergo giovanile.

  C.: 3. Biancan-EVA”  – matita,matite colorate su carta – cm 50×60 – 2012

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Cristina Iotti – Biancan-EVA” – 2012

In questa opera invece  ho voluto esprimere quel dualismo insito nella psiche femminile. La composizione rimanda per certi versi all’iconografia religiosa, pur restando laicissima. Purezza e dannazione. Pacatezza e peccaminosità. Ho tentato di mettere in luce il duello tra gli opposti. La mela è chiaramente emblema del peccato originale, ma in una fiaba come quella di Biancaneve diventa anche il simbolo per eccellenza della “tentazione”.  Per questa ragione ho scelto un titolo che le racchiudesse entrambe: Biancan-EVA”.  Già nel titolo, l’unione di questi due simboli così differenti della femminilità (religiosa e fiabesca), capaci di fondere la donna ingenua la donna tentatrice .

G.: Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

C.: Amo Ingres  per l’eccezionale resa dell’incarnato, Vermeer per le atmosfere e  le inquadrature, Caravaggio per le luci e il phatos, ma più in generale il  Rinascimento Italiano è il  mio  punto di riferimento. In alcuni lavori ho realizzato vere e proprie “citazioni” dalla storia dell’arte.  Dell’età moderna e contemporanea invece prediligo le opere di  Casorati, Boldini e Richter.

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte:

C.: Se con “femminile” si vuole intendere un’opera capace di esprimere l’essenza stessa della femminilità, rispondo  “L’origine du monde” di Courbet. Ma direi anche “La bagnante” di Ingres, per la sua delicatezza, per la poeticità dell’immagine, per la seduzione ed il pudore insieme, naturalmente interpretati coi canoni dell’epoca in cui fu realizzata.

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”

C.: Una qualunque delle poche di Vermeer

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

C.: A breve partecipero’ a una collettiva al Museo Arcos di Benevento tutta al femminile, a cura di Ferdinando Creta dal titolo “ISide contemporanea” . Per il 2014 ho invece in cantiere una mostra personale, che inaugurero’ in gennaio, presso lo Spazio Ottagono di Bibbiano (Re).

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

C.: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”  (Mahatma Gandhi)

Scrivere è vita in capsule…

Perle di Voce

” Gli scrittori dovrebbero cercare di non evitare di conoscere ciò che accade loro.  Ognuno di noi può, volendo, mascherare gli eventi che hanno provocato dolore e shock  [… ] Ma le persone creative non devono usare questo meccanismo.

Giovanna-Lacedra-anne-sexton

Scrivere è vita in capsule, e lo scrittore deve sentire gli effetti di ogni colpo. Dolore, abrasione, ferita,  se vuole conoscere le vere componenti di questa capsula…”

[Anne Sexton – Maggio 1960]

Voleva che indossassi dei vestiti, ma non funzionò…

Perle di Voce

“Quando avevo quindici anni, mangiavo troppa cioccolata e stavo diventando grassa, mio padre si rese improvvisamente conto che dovevo dimagrire per essere venduta ad un uomo;

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voleva che indossassi dei vestiti, ma non funzionò. ”

[Chantal Akerman]

Una fotografia dovrebbe andare oltre se stessa.

Perle di Voce

“Quella sensazione di blocco alla gola che forse viene dalla
disperazione e dal pianto: esprimere emozioni intangibili.

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Una fotografia dovrebbe andare oltre se stessa, l’immagine oltre il
medium, per diventare veramente presente»

[Cindy Sherman  – 1984]

Gina Pane: la ferita che divarica il silenzio

articoli

Ferirsi come offrirsi.

Come schiudersi e divaricarsi. Come donarsi.Nel candore di una concentrazione quasi chirurgica, aprirsi. E mostrarsi. All’altro.

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La ferita è un varco nel silenzio. Perentorio e incisivo. Ma anche tenue. E sottile. È un taglio sottopelle. Un dialogo da aprire. Una fenditura ricamata sulla propria carne e nella coscienza dello spettatore. Operata con dolcezza e decisione. Stilla sangue come stilla sgomento. Creando crepe nella quiete dell’altro. La resistenza al dolore è mistificazione di un gesto capace di mozzare distanze.

“Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro.”

Sono le parole che Gina Pane scrive nell’ottobre del 1974, in Lettera a uno/a sconosciuto/a pubblicata sul numero 15/17 di “ArTitudes”. Sono gli anni del successo: importanti riconoscimenti la pongono inopinabilmente sul podio, come una Body Artist di fama internazionale. Ma quel colpo di lametta che fende la carne – il taglio netto, la feritaautoinflitta –  è in realtà molto più che un gesto autolesionistico e provocatorio: è una necessaria frattura nel silenzio; è il tentativo di stabilire un dialogo con l’altro.

Gina Pane nasce in Francia, per la precisione a Biarriz nel 1939, da padre italiano e madre austriaca. A Torino trascorre la sua infanzia e adolescenza, per poi rientrare in Francia  nel 1961, con l’obiettivo di studiare all’atelier di Arte Sacra, presso Ecole del Beaux-Art di Parigi. Sono questi gli anni a cui risale la sua prima produzione artistica: un percorso nella forma e nel colore,  in cui l’azione corporale è ancora assente. Si tratta di una ricerca pittorica molto vicina all’astrattismo minimalista, dove forme geometriche spigolose e taglienti – simili a triangoli, trapezi, lame e frammenti – vengono campite di rosso, arancio, verde o blu. Una ricerca che va dal 1961 al 1967 e che diviene presto anche plastica, mediante la realizzazione di sculture monocromatiche in metallo, memori delle coeve produzioni di Andre o Judd.

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Poi arriva il ’68, e con esso un forte sentimento di protesta e ribellione: è il periodo delle rivolte studentesche, delle manifestazioni femministe, delle sommosse politiche contro il capitalismo. E per un’artista, donna e lesbica, sensibile ai giochi di potere in ogni campo, questo è davvero il momento dicolpire.

Gina Pane decide di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, rendendo quelle stesse tematiche nucleo espressivo della sua indagine.

Abbandonate le tecniche artistiche tradizionalmente intese, inizia ad agire in senso più ampio. È l’esordio delle prime performance, da lei stessa ribattezzateaction, per rimarcarne l’energia gestuale.

Qui il corpo non è ancora protagonista. I suoi primi interventi si riferiscono infatti a quello che lei stessa amava definire “corpo ecologico”: la natura. Un corpo che appartiene a tutti, un corpo che è di ogni uomo e che ogni uomo può dunque scegliere di amare, curare, aggredire, ascoltare. È certamente lei ad interveniresul territorio, ma non desidera avere pubblico attorno a sé.

Rastrella la terra (Stripe-Rake 1969), sposta le travi per creare il prolungamento di un percorso di legno (1970). E fa tutto questo come se si trattasse di un rituale. Il suo desiderio è “creare tracce sulla sabbia, sulla neve, sulla terra, sui sassi”.

In questo caso più che di Body Art, è  opportuno parlare di Land Art: arte del territorio.

Nella prima azione ambientale, intitolata Pierres depilacées (1968),  l’artista interviene spostando ripetitivamente sassi da una zona d’ombra, ad un’altra assolata. E permettere a qualcosa che giace nell’ombra di ricevere il calore dei raggi solari, non può essere altro che un gesto d’amore. Semplice e totale. Un atto esclusivo, nei confronti di una natura violentemente ignorata e manipolata dall’uomo. Una natura che è invece vita pulsante, da curare e proteggere.

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L’energia solare torna ad essere protagonista dell’azione Enfoncement d’un royon de soleil (1969),intervento ambientale in cui l’artista scava un buco nel terreno, e con l’ausilio di due specchietti capta la luce, per poi lasciarla scivolare al centro del fosso. Catturare luce. Catturare energia. Per nutrire. Per amare.

Poi, arriva la ferita.

Arriva la sfida nei confronti del proprio corpo.

Giunge dolce e prepotente, per diventare il significante della sua poetica. Inizialmente questo accade in assenza di spettatori. Gina Pane compie le sue prime azioni corporali all’interno del suo atelier, con la sola presenza della sua fotografa, Françoise Masson, designata a documentarne ogni evento.

È il 1971 quando decide di arrampicarsi su una sorta di scala in metallo, avente gradini cosparsi di taglienti punzoni. Quei punzoni somigliano a schegge o spine. E il dolore cui si vuole rimandare è quello – poco gridato – della guerra in Vietnam. Una guerra già tre anni prima vissuta e straordinariamente documentata da un’altra grande figura femminile del giornalismo e della letteratura: Oriana Fallaci.

In Escalade non anesthésiée Gina Pane sale, malgrado il pericolo di ferirsi. Per arrivare in cima, per raggiungere la meta, deve saper sopportare il dolore; deve sviluppare resistenza. Arrampicandosi, le mani e i piedi iniziano a sanguinare. Inevitabilmente. Come inevitabile è il dolore che ogni guerra è capace di causare.

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Con questa azione performativa bodista, Gina Pane introduce il taglio, il sangue, la ferita, all’interno della sua poetica, passando dal corpo ecologico ad un corpo invece sociologico e carnale. L’urgenza è ora quella di tracciare, modificare e solcare, non più la sabbia, la neve o la terra, ma la carne dell’intera umanità.

Col proprio corpo, sentire anche il corpo dell’altro. Con la propria sofferenza, sentire la sofferenza dell’altro. Con la propria resistenza, emulare la resistenza al dolore da parte dell’altro. Perché ciascuno di noi èl’altro, e nessuno può sottrarsi a una tale consapevolezza.

Nel 1972 inizia a colpire lo spettatore. Avviene a Los Angeles durante un’azione chiamata  Il bianco non esiste. L’artista inizia a fendersi il viso con una lametta, e la folla sbigottita grida: “Non lo faccia!”. Ecco che Gina Pane smaschera un’altra grande menzogna contemporanea la dipendenza dal bell’aspetto, dall’involucro estetico, e il terrore di perdere tutto questo, che ne consegue.“La faccia  – afferma la stessa artista – è tabù, è il cuore dell’estetica umana. L’unico luogo che mantiene un potere narcisistico”. Il candore del viso, interrotto dai primi colpi di lametta, sconvolge. Ma si tratta di solchi superficiali, sufficienti a far fuoriuscire quel sangue che genera stordimento. Ferirsi è allora un atto di ribellione nei confronti di quell’estetica femminile preconfezionata, che pone invece sottovuoto le reali ambizioni e le effettive potenzialità dell’individuo-donna. E lo spettatore viene decisamente sbilanciato. Questo senso di sgomento, questa condizione di sospensione, questa ferita nella quiete, crea in lui una sorta di shock, capace forse di nuove consapevolezze.

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Le azioni di Gina Pane palesano all’altro il dolore di ogni donna. Quello dell’oppressione, della subordinazione, dell’abuso e del sopruso. Ogni taglio è una domanda e insieme, una risposta. Ogni taglio è comunicazione. Attiva una relazione. Muta ma intensa. È apertura all’altro. È divaricazione nel vuoto.

Gina Pane è una donna. Idealista e femminista. Ed una delle principali finalità del suo lavoro è quella di provocare nel pubblico femminile una profonda riflessione sulla condizione – esistenziale –  della donna nella società contemporanea. Una riflessione che conduca verso prese di posizione più ferme e più giuste. Sono gli anni del femminismo, come vero e proprio movimento politico e contestatore; anni in cui sbocciano polemiche su questioni riguardanti l’identità di genere e le pari opportunità tra uomo e donna.

La piaga femminile è anche quella di una negazione del diritto ad amare. E laddove questa negazione viene combattuta, si verifica un doloroso ribaltamento di schemi. Un taglio. Netto e necessario.

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Tagliarsi allora non è ferirsi masochisticamente:  è piuttosto, mostrare all’altro il proprio dolore. La ferita dice, svela, racconta di una libertà guadagnata con estremo coraggio; una libertà fatta di scelte radicali che somigliano a fratture, ma che al tempo stesso permettono al dolore di fluire ed abbandonare il corpo.

La liberta, per una donna è spesso una scelta lacerante. È come recidere il gambo di un fiore, è come afferrare qual gambo con tutte le sue spine, lasciando che queste si conficchino nella carne e diventino la parte dolorosa, ma necessaria, di una nuova identità e di una nuova unione. Come scrive la nota femminista Carla Lonzi – redattrice del Manifesto di Rivolta Femminile –, la donna ha diritto a trovare la sua collocazione nel sociale, iniziando prima di tutto ad esprimere liberamente “emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni”.

Sotto gli occhi dell’altro, è allora necessario aprirsi.Macchiare quel bianco silenzio di rosso. Il contrasto netto tra i due colori diviene una costante nel lavoro performativo di Gina Pane.

Nel 1973 è la volta di Action  Autoportrait, una performance suddivisa in tre momenti, agita presso la Galleria Stadler di Parigi. Gina Pane, dopo essersi sdraiata su un letto in doghe metalliche sotto il quale vi è una fila di candele accese  (resistendo al calore-bruciore) si taglia la lingua, per poi fare lunghi gorgheggi con del latte bianco versato in un bicchiere. Il pubblico tacitamente assiste a questo rituale, e l’intera performance viene documentata da un video e da un reportage fotografico assemblato.

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In Italia arriva invece, nello stesso anno,  con la tanto romantica e discussa, Azione Sentimentale | SentimentaL Action. È il 9 novembre 1973 e presso la Galleria Diaframma di Milano, Luciano Inga Pin la invita a mettere in scena questa nuova azione. Di lei, anni dopo dirà: “Le sue azioni erano veri e propri rituali liturgici in cui Gina creava un contatto con la trascendenza. Entrava in scena immancabilmente coi suoi jeans bianchi, la camicetta bianca, le scarpe da tennis bianche […] era come se venisse dalla luna […]. Tremo ancora  al ricordo della performance con le rose e con le spine, ricordo i suoi graffi, il suo sangue, il suo dolore. La storia della nostra carne, dei nostri dubbi, delle nostre passioni era tutta lì.”

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Un bouquet di rose rosse stretto al petto. Veste bianca. Spine che si conficcano nel braccio. Rosso di sangue su pelle chiara. Lametta che incide il palmo roseo della mano. Poi rose bianche. Purificazione. Rose eroticamente tramutate in vagine. La perdita. L’abbandono. Una performance può servire ad esorcizzare la morte di una relazione di una donna con un’altra donna?

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Ferite dell’amore. Ferite della libertà di amare.
Martirizzanti esercizi del cuore sulla carne.


 La sacralità del corpo si fa veicolo comunicativo del dolore. E divarica una fessura nella verità.

Mostrare il proprio dolore per esserci ed essere con l’altro.

Il contrasto sangue/candore si palesa in un’opera – non una performance – che in questo caso l’accosta a Piero Manzoni: Una settimana del mio sangue mestruale del 1973. 

ImageGina Pane racchiude e sigilla in una teca trasparente, lunga e stretta,  suddivisa in scomparti, sette grandi batuffoli di cotone bianco macchiati del proprio  sangue mestruale. Reliquie d’artista.

E ancora, in Corpo Presentito del 1975, si provoca una serie di tagli sul dorso del piede, per poi posarlo su una superficie bianca emulante la neve (si è trattato probabilmente di gesso).

Gina Pane è stata una donna di straordinaria intelligenza; colta, pignola, severa e sensibile. Una donna che ha fatto dell’arte la propria missione.

Ogni azione, un rituale. E ciò che restava diventava reliquia.

Come nella serie postuma alle sue azioni: Partizioni. Partizioni come parti di azioni compiute, come ricordi, reliquie e memorie. Oggetti usati in azioni performative evocano e raccontano di un corpo che non c’è più. Questo dal 1980 al 1989.

Poi, nel 1990, sarà un cancro a cancellare definitivamente  quel suo corpo. E con esso la genialità sovversiva di un’artista coraggiosa.

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[articolo di Giovanna Lacedra]

Di solito lo facevo nuda…

Perle di Voce

“Il mio corpo era lo strumento più importante.

Giovanna Lacedra - Valie-Export

Sentivo che, da un punto di vista politico, era importante utilizzare il corpo femminile per fare arte. Così quando realizzavo una performance, di solito lo facevo nuda, perché mi interessava lo sguardo degli uomini. ”

[Valie Export]

A farmi lavorare è la rabbia

Perle di Voce

“A farmi lavorare è la rabbia.

Louise Bourgeois

E la memoria mi aiuta a capire perchè mi sento come mi sento e faccio quello che faccio.

Bisogna essere accurati nei ricordi.

L’obiettivo è rintracciare la fonte della propria ansia. In questo consiste la psicoanalisi e a questo mi serve la scultura.”

[Louise Bourgeois]

ARTE DI GENERE?

articoli

Più che artiste, soggetti dell’arte. Modelle in posa o muse ispiratrici.

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     Camille Claudel

Questo sono state le donne, nel corso della storia delle arti visive. Veneri o Madonne; ancelle o contadine. Sulla tela, non di fronte ad essa.  Dipinte, non  pittrici. Era questa la regola, era questo il buon gusto. La casa del padre, poi quella dello sposo, i bambini, e in alternativa il convento. Mai progetti più ambiziosi.

Alle donne non era concesso il diritto alla creatività.

Occuparsi di pittura, di scultura, di architettura, no… non era cosa da donne! Così come interessarsi di cultura in generale. A loro  era consentito tessere o ricamare. Al massimo, dipingere su piccole tele decorative tra le mura domestiche, per puro diletto e
senza alcuna velleità. Una donna non poteva accedere allo studio della matematica, della geometria, delle scienze; non poteva essere avviata all’apprendistato in una bottega d’artista. E in età Medievale, attorno all’identità femminile uomini tessevano pericolosi pregiudizi.

Le donne erano capaci di fare patti con il demonio. Se non erano mansuete madri di famiglia, e non diventavano suore, molto probabilmente erano streghe.  E i dotti di quei tempi, disquisivano con serietà  su questo  inquietante quesito: la donna era davvero dotata di anima, come l’uomo? O ne era priva, come gli animali?

San Tommaso scrisse che la donna era soggetta all’uomo a causa della sua debolezza fisica e spirituale.

Appreso questo, non è difficile capire  per quali ragioni l’arte – così come  altre  manifestazioni dell’animo e dell’intelletto –,  sia stata per secoli prerogativa maschile. Prerogativa maschile, certo. Ma con più di qualche eccezione.

Setacciando la storia, infatti,  non è poi così difficile imbattersi in personalità femminili dal raro coraggio e dal raro talento: donne che hanno saputo guadagnarsi, con tenacia e determinazione, il diritto di essere artiste.

Figure come Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Camille Claudel, Suzanne Valadon… sembrano rifulgere in un’aura di fascinosa trasgressività.

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      Suzanne Valadon

Come se avessero rotto uno schema, infranto una regola, evaso una prigione. E in un certo qual modo, è stato così.

I primi nomi ci arrivano dal Rinascimento. Ma si è trattato per lo più di donne che avevano alle spalle una figura maschile, solitamente un genitore che permettesse loro di inoltrarsi in quella dimensione proibita. Padri pittori, o semplicemente colti e liberali, i quali, riconoscendo il talento innato di queste figlie, accettarono di assecondarlo piuttosto che reprimerlo.

Era il Quattrocento. Alle donne era precluso l’accesso al mestiere della pittura e alla conoscenza della prospettiva come nuovo metodo scientifico di rappresentazione della realtà. Eppure qualcuno fece eccezione a questa regola: Antonia Uccello, figlia del celebre pittore Paolo Uccello, pur diventando presto una suora carmelitana,  potè ugualmente apprendere dal padre le regole della prospettiva applicate al disegno. Giorgio Vasari, nelle sue ‘Vite’ la cita, ricordandone le abilità nel disegno.

Un altro caso analogo è rintracciabile, scorrendo i decenni, nella Venezia del secondo Cinquecento. È il caso di Marietta Robusti, figlia del pittore manierista Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, la quale ebbe addirittura  il privilegio – sino a quel momento negato alle donne – di far pratica in una bottega d’artista, quella di suo padre, nella quale lavorò per ben quindici anni, dimostrando doti pittoriche e genialità.

La prima che riuscì invece ad ottenere l’iscrizione all’Accademia del Disegno, nella Firenze del 1616, fu Artemisia Gentileschi.
Anch’essa ‘figlia d’arte’: suo padre era il pittore caravaggista Orazio Gentileschi, autore di importanti commissioni nella Roma Caput Mundi a cavallo tra Cinquecento e Seicento.

Sbocciavano nelle botteghe dei loro padri e se avevano coraggio e fortuna, riuscivano a spiccare il volo. Recarsi presso corti straniere, però, era un’ipotesi ancor più rara.  Ma Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese, figlia di un uomo colto e profondamente appassionato di pittura, riuscì a raggiungere anche questo traguardo. Avere una padre tanto interessato all’arte fu la sua fortuna, perché questi le permise di allontanarsi dall’Italia e diventare ritrattista ufficiale alla corte di Spagna nel 1559.

La prima a gestire una Scuola d’Arte per fanciulle intorno alla metà del Seicento, fu invece Elisabetta Sirani, precocemente uccisa da un’ulcera perforante, all’età di soli 27 anni.

Nell’Europa del Settecento fece eco il nome di un’artista veneziana, capace di conquistare subito la fama internazionale per i suoi ritratti fortemente introspettivi, realizzati con la inusuale tecnica del pastello: era Rosalba Carriera.

Tamara De Lempicka

Tamara De Lempicka 

Nomi femminili che hanno segnato l’arte del secondo Ottocento sono certamente quelli delle due pittrici Impressioniste: Mary Cassat Berthe Morisot. Quest’ultima fu modella di Monet e  Renoir prima di unirsi al gruppo come pittrice, riuscendo persino ad organizzare il Salon des Femmes, la prima mostra collettiva per sole donne, realizzata nella città di Parigi.

Ed è sempre a Parigi che sul finire dell’Ottocento e agli esordi del Novecento emergono i nomi di Camille Claudel, Susanne Valadon, Sonia Delaunay, Tamara De Lempicka. La prima iniziò come allieva- modella e presto divenne amante, dello scultore August Rodin, e visse all’ombra del suo talento e della sua notorietà. Suzanne fu invece modella del pittore post-impressioonista Toulouse-Lautrec  e divenne poi madre del celebre pittore Utrillo, il fragile amico di Amedeo Modigliani. Allo stesso tempo si distinse come pittrice dalla tavolozza pre-espressionista.Sonia invece,  fu esponente del Cubismo Orfico insieme a Robert Delaunay, suo compagno di vita.

La seducente, elegante e trasgressiva Tamara De Lempicka si distinse invece negli anni Trenta del Novecento, come esponente ufficiale dell’Art Deco’. E nel coevo Messico Rivoluzionario, accanto ad un grande pittore Muralista – Diego Rivera – figurava una straordinaria pittrice, piùvotata all’introspezione: Frida Kahlo.

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   Frida Kalho

Ma  fu negli anni ’60, in seguito alla rivoluzione attuata del Movimento Femminista, che il ruolo della donna nell’arte si fece più attivo  e sferzante.

Da quel momento la donna-artista pretese altro spazio.

Pretese l’azione. Valicò il confine delle arti maggiori: non era più la pittrice introspettiva,  elitaria o d’avanguardia. Era essa stessa
un’opera d’arte, agente e vivente. Nasceva la Body Art. Arte in cui è il corpo stesso a  farsi materia artistica. E i grandi nomi di questa operazione sono stati quelli di Gina Pane, Valie Export, Joan Jonas, Ana Mendieta, Orlan,Marina Abramovic…

Oggi, la presenza femminile nell’arte contemporanea è fortunatamente esuberante.

Le donne indagano, con grande sensibilità, il mondo. Sentono e sanno. Vivono con l’utero quello che poi sublimeranno in arte. Un’altra gestazione. Un’altra maternità.

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    Ana Mendieta

(Articolo di Giovanna Lacedra)